apr
23
2012
La corrida piace ai filosofi? Una mia riflessione su Asinus Novus.
Baciata dalla più-che-divina serendipità, mi sono imbattuta in uno scritto di Francis Wolff — filosofo (tutti maîtres-à-penser, eh?) e docente all’Ecole normale supérieure —, Philosophie de la corrida (Fayard, Paris 2007). All’epoca mi dev’essere sfuggito, e non ricordo di averne sentito parlare. Mi pare che non sia stato tradotto in italiano, e per quanto mi riguarda la cosa non mi disturba minimamente; ma vedo dalla rete che il saggio di Wolff ha innescato in Francia una polemica sostanziosa. [continua qui]
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apr
17
2012
Dal blog Asinus Novus, un mio contributo.
Devo darvi due notizie — una buona e una cattiva.
Cominciamo da quella cattiva: la lobby della ricerca c.d. scientifica si prepara a impestare le nostre città con cartelloni e manifesti pubblicitari a favore della ricerca, lanciando una campagna in grande stile «insieme a voi per fare un impatto positivo su tutto il mondo, in piu di 30 paesi, e nella tua communita’» — come si legge, in un italiano un po’ approssimativo, sull’home page del sito www.ricercasalva.it, evidentemente ancora “under construction” (c’è anche una sezione intitolata rozzamente «Sei contro ricerca animale?», ma è vuota). Sono tanti, hanno i soldi e si appoggiano a istituzioni che il grande pubblico considera prestigiose.
Quella buona, invece, è che se pensano di dover uscire allo scoperto è perché si sentono minacciati, e per di più cercano di controbattere alle serie e numerose accuse portate contro le loro pratiche antiquate proponendo un messaggio debole e vecchio.
Vediamo un po’ i dettagli. [continua qui]
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mar
17
2012
Dal blog Asinus Novus, una mia riflessione.
Il tragico incidente che in Svizzera è costato la vita a 22 bambini belgi ha suscitato (com’è giusto) un’ondata di commozione sulla quale è inutile, oltre che insultante, sgocciolare il consueto blabla retorico/mediatico.
Eppure questo dramma, che coinvolge direttamente una ristretta parte di umanità occidentale (nel resto del mondo muoiono bambini in misura maggiore e in modi peggiori, ma la lontananza spaziale va di pari passo con la distanza emotiva), può indurre considerazioni altre.
In natura esistono le prede ed esistono i predatori — decenni di documentari ci hanno abituati a pensare al binomio leone/gazzella, ma in realtà il meccanismo di predazione coinvolge anche il regno vegetale: la gazzella che bruca l’erba è un predatore erbivoro che si sta nutrendo della sua preda. [continua qui]
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mar
13
2012
No, vabbe’. Se siamo su “Scherzi a parte” ditelo e facciamola finita, ché qui c’è gente che lavora e non ha tempo da perdere.
È di ieri la notizia che «”Gherush92″, organizzazione di ricercatori e professionisti che gode dello status di consulente speciale con il Consiglio Economico e Sociale delle Nazioni Unite e che svolge progetti di educazione allo sviluppo, diritti umani, risoluzione dei conflitti» ha chiesto di bandire dalle aule scolastiche di ogni ordine e grado quel coacervo di orrori che è improvvisamente diventata la Divina Commedia di Dante Alighieri, brutto razzista che non è altro.
A parte che mi viene in mente un mio professore del liceo che negli anni Settanta del secolo scorso definiva “classista e fascista ante litteram” il povero Quinto Orazio Flacco per via di quel suo verso immortale «Odi profanum vulgus, et arceo» (“detesto la massa ignorante, e me ne tengo lontano”, Odi III,1,1) — a parte questo, dico, non è che ci voglia una scienza per scoprire un paio di cosette curiose: per esempio che Gherush, ossia il nome della benemerita associazione, è la trascrizione dell’ebraico Gerush (pron. gherùsc), che designa l’espulsione degli ebrei da un paese: si parla così del Gerush di Spagna (1492), del Gerush di Sicilia (1510) eccetera. O, sempre per esempio, che la presidente dell’associazione si chiama Valentina Sereni: e che Sereni è appunto uno dei cognomi ebraici più diffusi.
Insomma, mi pare che in questa denunzia della Divina Commedia da parte di tali attori si possa ravvisare un interesse privato in atti d’ufficio, per così dire. Sarebbe un po’ come se io, che sono rossa di capelli, invocassi la distruzione dei testi di san Girolamo, Padre e Dottore della Chiesa (nonché primo traduttore della Bibbia dal greco e dall’ebraico al latino), solo perché diceva che le donne rosse di capelli lo sono perché già lambite dal fuoco dell’inferno in cagione della loro lussuria e/o malvagità. Che faccio, la invoco?
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mar
7
2012
Danno un fastidio… vero? Allora me ne tolgo qualcuno.
Comincio dall’ultimo, appena entrato e già così molesto: i marò italiani prigionieri in India.
Come sempre succede in questi casi, siamo diventati tutti esperti — di diritto marittimo, diritto internazionale, diritto delle genti, arte diplomatica, competenze ministeriali, geopolitica, massimi sistemi eccetera. Non m’immischio neanche: di fronte a tanti dotti non potrei che fare una ben magra figura.
Allora mi limito a fare le mie osservazioni da un punto di vista differente.
Per esempio, mi pare che in questo caso specifico non si fosse in presenza di un conflitto dichiarato: i marò erano sull’Enrica Lexie — una petroliera, non dimentichiamolo — in una posizione assimilabile, pare, a quella di guardie giurate. Cioè nel caso in oggetto non erano in discussione cose alte e complesse come la difesa dei sacri confini della patria o la difesa a oltranza di cittadini italiani in quanto tali. La missione consisteva nel tutelare un carico mercantile. Allora possiamo dire che si è trattato di un’iniziativa militare inquadrabile nell’ottica della guerra preventiva che ha travalicato i limiti assegnatile? Forse.
Fatto sta che due civili disarmati sono morti — accoppati, dico, non per cause naturali. E giustamente la nazione di appartenenza dei due vorrebbe sapere per favore chi è stato e perché. Oggettivamente, non mi sembra una gran pretesa. (Poi naturalmente si può discutere su tempi e modi di conduzione della faccenda).
Detto questo, siccome ho buona memoria non posso non ricordare altri casi che m’inducono a sospettare l’esistenza strisciante, in questa nostra Italia, di una seccante bipartizione — cittadini di serie A e cittadini di serie B. Intendo che ci sono cittadini italiani in difficoltà per cui sbattersi, e cittadini italiani in difficoltà per cui prendersela comoda. Non parlo qui del caso di Silvia Baraldini, perché qualche anima bella potrebbe turbarsi per l’appartenenza della stessa a un partito rivoluzionario d’oltreoceano — lo statunitense Black Panther Party. (Curiosamente, come ho potuto constatare nel corso degli anni in occasione delle manifestazioni pro-Baraldini, quelle medesime anime belle non hanno mai fatto un plissé per l’esistenza e l’operatività del partito secessionista nostrano che risponde al nome di Lega Nord). La quale Baraldini, va detto per gli smemorati e i distratti, era imputata di concorso in evasione, associazione sovversiva, due tentate rapine e ingiuria al tribunale. Una criminale sanguinaria, insomma.
Dunque non parlo di Silvia Baraldini. Ma parlo invece di Enzo Baldoni, il giornalista morto ammazzato in Iraq nell’agosto 2004 nella totale indifferenza del suo governo e accompagnato dal criminale dileggio di galantuomini della risma di Vittorio Feltri e Renato Farina (proprio lui, l’agente Betulla).
E parlo anche dei tre medici di Emergency arrestati nell’aprile 2010 in Afghanistan con l’accusa di connivenza con Al Qaeda.
Nell’occasione il ministro degli Esteri Frattini li tacciò di terrorismo, e il senatore Gasparri li definì “una vergogna per l’Italia”, suscitando perfino la nettissima presa di posizione del generale Fabio Mini — ciò che già allora mi suscitò qualche perplessità sul senso della parola “Stato” corrente in Italia.
In conclusione, al momento non mi va di pormi troppe domande su sovranità nazionale e competenze giurisdizionali: sono troppo impegnata a cercare di capire perché, se tutti i cittadini italiani sono uguali di fronte alla legge, alcuni di essi lo siano di più e meglio. E stavolta non so se Orwell mi sarà d’aiuto.
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mar
5
2012
Quello che segue è il testo di una lettera inviata da Annamaria Manzoni a diversi giornali sulla scandalosa vicenda dei macachi importati alla chetichella dalla Cina per finire seviziati e ammazzati nei nostrani laboratori di vivisezione. A tutt’oggi, pare che nessuno si sia preso la briga di pubblicarla.
Alla faccia di chi sbandiera la libertà e l’indipendenza della stampa italiana.
“Non c’è parola, in nessun linguaggio umano, capace di consolare le cavie che non sanno il perché della loro morte” (Elsa Morante)
900 macachi, stipati in grossi gabbioni, arrivano di nascosto dalla Cina fino nel cuore della Brianza in ordine sparso per non dare nell’occhio, e poi da qui in direzioni variegate per subire tante diverse atrocità per il bene di noi umani.
Tantissime argomentazioni scientifiche che confutano il valore della vivisezione sono a disposizione di chi vuole avere informazioni al proposito: solo un’osservazione allora da persona qualunque. Questa: se i vivisettori hanno tanta certezza riguardo al fatto che quello che faranno ai piccoli e grandi macachi è non solo fondamentale per il progresso della scienza, ma anche del tutto lecito dal punto di vista morale, bene, che lo facciano a testa alta e alla luce del sole, che agiscano con l’orgoglio e la sicurezza conseguenti.
E, se tutto è così corretto, anzichè opporsi ad ogni filmato, ci facciano sapere e vedere esattamente ciò che avviene nei loro laboratori, senza preoccuparsi per la nostra sensibilità perchè se i tormenti agli animali possono essere da loro inflitti con tranquillità, figurarsi se noi non potremo nemmeno sopportarne la vista. Altrimenti le uniche informazioni su cui potremo ragionare saranno quelle ottenute in modo clandestino da chi, ostinandosi a volerne sapere di più, è riuscito a vedere e filmare di persona, quelle che ci mostrano piccoli di scimmie sdraiati, svegli e terrorizzati, sui tavoli operatori con gambe e braccia spalancate e legate, o con gli occhi cuciti con ago e filo, altri con elettrodi ben piantati nella testa, con arti amputati, con ustioni su tutto il corpo. E con lo sguardo che inutilmente chiede pietà. E gli unici audio saranno quelli che trasmettono i gemiti di un dolore disperato, prima che il silenzio delle corde vocali amputate sia l’unico suono percepibile affinchè le orecchie sensibili dei vivisettori non siano disturbate nelle articolate e creative varianti del loro lavoro.
In ogni caso, se i vivisettori si sentono investiti del compito di lavorare per il benessere dell’umanità, ufficialmente li esonero dall’incarico di preoccuparsi con questi sistemi del mio.
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mar
3
2012
Dal blog Asinus Novus, un ottimo scritto di Marco Maurizi sull’antispecismo.
Parafrasando Lenin, mi è capitato più volte di dire che l’animalismo è (stato) la malattia infantile dell’antispecismo: intendendo con questo che certe intemperanze animaliste altro non fossero che l’espressione viscerale e confusa della più articolata e ragionata formulazione antispecista, appunto.
Da quando, una trentina d’anni fa (“il tempo passa, e l’uom non se n’avvede…”), iniziai a studiare e poi a trattare questi argomenti ne sono cambiate, di cose: e mi fa un certo effetto vedere oggi affrontati a livello così alto gli stessi temi che allora sembravano destinati a restare per chissà quanto tempo sepolti nelle pieghe polverose di poche utopie individuali. È bello vedere che non è così, e che il dibattito si è ampliato sia orizzontalmente — col coinvolgimento di un numero sempre crescente di persone dal vissuto spesso assai distante — sia verticalmente — col concorso e la partecipazione appassionata di tanti ingegni qualitativamente ineccepibili.
Notevole, dunque, lo scritto di Maurizi — col porre l’accento su quella logica del dominio (no, non perversa: semplicemente umana, troppo umana) che ancora rappresenta il nervo scoperto di larghissima parte dell’opinione pubblica e (ciò che è più grave) delle cerchie cosiddette intellettuali: è forse questa la moderna trahison des clercs? Ne sono abbastanza convinta.
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mar
2
2012
Comincio, per pudore, dagli artisti. E avverto subito: non dirò neanche una parola sul brutto tiro che ci ha giocato quel burlone di Lucio, andandosene così alla chetichella per lasciarci ad aspettare il suo prossimo incanto tutto musica e poesia, che non verrà mai. Non voglio finire, come canta quello di Pàvana, a sparare cazzate come se fossi un musico fallito, un pio, un teorete, un Bertoncelli o un prete. Così sto zitta, e lascio parlare questa — per me la più bella di tutte.
Continuo coi gatti, invece. Con uno in particolare — il mio, che se n’è andato in una notte di fine febbraio, mentre in cielo brillavano la Luna e poi a cascata Giove Venere e Mercurio, e la primavera sgomitava.
Gli altri, quando va bene, chiamano cani e gatti “animali domestici” o “animali da compagnia”, talvolta con una smorfietta di accondiscendenza e perfino di lieve disprezzo — con tutti i bambini che muoiono di fame nel mondo tu stai lì a pensare alle bestie. Ma io ho imparato alla svelta a non ragionar di loro bensì a guardare e passare: e con me tutti quelli che sono diversi. Per noi, non sono soltanto animali o bestie.
Per noi sono compagni di strada, amici, persone di famiglia; sono l’amore che non chiede, l’evidenza in un mondo di incertezze, l’appiglio sicuro nel vuoto. Sono il conforto, una buona ragione per continuare a vivere, il memento sulla caducità della vita, lo stimolo a una riflessione sull’insensatezza del dolore, il daìmon dimenticato. Sono l’accoglienza festosa quando rincasi, il compagno di giochi che ogni bambino meriterebbe, la vita pulsante da stringere quando sembra che tutto ti sia crollato addosso, l’ascoltatore attento e silenzioso quando cerchi una medicina per l’anima.
E, quando se ne vanno, sono un cuscino che non si ammaccherà più; un divano o una poltrona finalmente in ordine; vestiti senza peli; un tepore che mancherà nel letto; un gioco dimenticato sotto un mobile; ciotole vuote da conservare; un collare che non verrà più agganciato; rumori leggeri che immagineremo; un’altra cicatrice nel cuore — finché non saremo catturati da altre fusa e altri scodinzolìi. E ricominceremo daccapo, come ricomincia la vita ogni mattina. Sono pronta.
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feb
18
2012
È l’8 febbraio 1600 quando il frate domenicano Giordano Bruno da Nola esce, per la prima volta in sette anni, dal palazzo romano del Sant’Uffizio (ultimato trent’anni prima per divenire la sede centrale dell’Inquisizione romana — tribunale e carcere insieme).
Vi è entrato il 27 febbraio 1593, in seguito all’accusa di eresia sollevata contro di lui da Giulio Mocenigo, l’abietto patrizio veneziano che prima l’aveva invitato nella Serenissima per farsi insegnare la nobile arte della mnemotecnica e poi l’aveva venduto all’Inquisizione — sembra per non dovergli pagare il compenso pattuito… Contro il domenicano pesa anche la testimonianza di un ambiguo frate cappuccino, tale Celestino da Verona, a sua volta imprigionato per eresia e collaboratore di giustizia ante litteram, per salvarsi la pelle (la delazione però gli servirà a poco: finirà anch’egli sul rogo, e per giunta cinque mesi prima della sua illustre vittima, il 16 settembre 1599). [continua qui]
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feb
17
2012
Il 17 febbraio 1600 moriva sul rogo, in Campo de’ Fiori a Roma, Giordano Bruno da Nola. La sentenza di morte era stata pronunciata pochi giorni prima, l’8 febbraio. Riconosciuto colpevole di eresia, nel tragitto dal carcere al patibolo gli fu imposta la mordacchia perché non potesse parlare, e l’ultima parola fosse riservata ai suoi carnefici.
Fra le tredici proposizioni “eretiche od erronee” che valsero al libero pensatore la condanna al rogo figura questa: «Cain fu uomo da bene, e meritamente uccise Abel, suo fratello, perché era un tristo e carnefice d’animali». Mi piace ricordarla oggi, Giornata del Gatto.
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