«Israele, le soldatesse parlano»

E pensare che il videoclip di Gianna Nannini Hey Bionda!, girato in Israele, in Italia l’avevano censurato…
Correva l’anno 1988:

Nel 1988, in piena Intifada (sollevazione) palestinese, la Commissione dell’ONU per i Diritti Umani vota una risoluzione che denuncia ancora il Terrorismo di Israele: “Nella risoluzione 1988/1A, la Commissione ripete la sua condanna delle politiche israeliane di violenza nei territori occupati, dove vengono spezzate le ossa ai bambini, alle donne e agli uomini, e dove le donne abortiscono a causa dei pestaggi. (La Commissione) condanna altre pratiche violente e sistematiche di Israele, fra cui le uccisioni, i ferimenti, gli arresti e le torture… e i rapimenti di bambini palestinesi.” […] Nel corso dell’anno (1988) Israele continuò a reprimere i palestinesi nei territori occupati… culminando con l’assassinio a Tunisi, commesso da un commando israeliano il 16 aprile, di Khalil al-Wazir, vice comandante in capo delle forze palestinesi e membro del Comitato centrale dell’OLP… Il 25 aprile il Consiglio di Sicurezza dell’ONU adottò la risoluzione 611… in cui si condanna Israele per l’aggressione contro la sovranità e l’integrità territoriale della Tunisia, in violazione flagrante della Carta delle Nazioni Unite, della legalità internazionale e delle norme di condotta.

La canzone fu sbrigativamente tacciata di antimilitarismo, ma io e qualche altro malpensante ci vedemmo altro — e a giudicare dal videclip magari non è che ci siamo sbagliati tantissimo, va’.
Fatto sta che 22 anni dopo le cose non sono cambiate di un ette, e anzi vanno pure peggio a giudicare dalle rivelazioni di alcune soldatesse israeliane, meritoriamente raccolte dall’organizzazione israeliana Breaking The Silence e meritoriamente tradotte da Maurizio Blondet. Qualche stralcio:

Israele, le soldatesse parlano

«Li facciamo stare in piedi, e c’è una canzoncina delle guardie confinarie che dice (in arabo) ‘Un hummus, un fagiolo, io amo le guardie di frontiera’; gliela facciamo cantare. Devono cantare e saltare, come si fa con le reclute… lo stesso, solo molto peggio. E se uno di loro ride, o noi decidiamo che qualcuno ha riso, lo prendiamo a pugni: perchè hai riso?, e giù un colpo… La cosa può andare avanti per ore, dipende da quanto si annoiano i soldati. Un turno di otto ore è lungo, bisogna passare il tempo in qualche modo».
Così ha raccontato una soldatessa israeliana della Seam Line Border Guard. E’ una delle cinquanta testimonianze anonime che la benemerita associazione israeliana «Rompere il Silenzio» (Breaking the Silence) ha raccolto; cinquanta ragazze che hanno fatto il servizio militare a contatto coi palestinesi, hanno sorvegliato coi loro camerati maschi i posti di blocco ad Hawara, a Naalin o altrove, hanno partecipato alle brutalità quotidiane. […] «Abbiamo scoperto», dice Dana Golan, direttrice di Breaking the silence, «che le femmine erano anche più brutali e violente dei ragazzi, per mettersi alla pari». […]
Una soldatessa della unità di polizia militare Sachlav, di base ad Hebron (città dove abitano 80 mila palestinesi e i soldati proteggono 480 ‘coloni’) ha raccontato di un bambino che provocava i soldati tirando delle pietre.
«Un giorno ha persino spaventato un soldato nostro, che è caduto dalla torretta e s’è rotto una gamba. Allora due soldati l’hanno messo in una jeep, e due settimane dopo l’abbiamo rivisto con entrambe le braccia ed entrambe le gambe ingessate… ne abbiamo riso molto nell’unità… ci hanno raccontato come l’avevano messo a sedere, messo le sue mani su una sedia, e gliele hanno spezzate lì sulla sedia…».
[…]
Un’altra soldatessa che è stata in servizio al posto di blocco di Eretz ha detto: «C’era una procedura per cui, prima di lasciare rientrare un palestinese nella Striscia, lo porti dentro la tenda e lo picchi».
Una procedura?!, chiede l’intervistatrice di Rompere il Silenzio: «Sì, una procedura, coi comandanti». E quanto durava il pestaggio? «Non tanto, entro 20 minuti i camerati tornavano alla base, ma si fermavano a bere caffè e fumare sigarette mentre quelli del posto di comando lo picchiavano… Non era una cosa che accadeva tutti i giorni, ma c’era una sorta di procedura…».
«Possono passare anche due o tre ore prima che (il palestinese) riesca a rientrare nella Striscia. Nel caso di un ragazzo, gli ci è voluta tutta una notte (in attesa al posto di blocco); il che è pazzesco, perchè si tratta di deici minuti a piedi. Li fermavamo continuamente mentre andavano, e ogni soldato gli dava un ‘buffetto’, compresi i comandanti».
Una soldatessa, di leva nella guardie confinarie, ha raccontato come una volta andò con gli ufficiali a vedere un evento culturale a Tel Aviv: «Tornata al posto di blocco a Gaza, mi ha colpito la dissonanza: mezz’ora prima stavamo applaudendo a teatro, e mezz’ora dopo ci comportavamo come bestie. Quando sei al checkpoint, entri in un altro mondo. I palestinesi camminano con carrelli della spesa, con carretti coi muli, con borse e valige sul lato della strada… e le guardie di frontiera li bersagliano con spazzatura presa dal camion dei rifiuti… gli tirano resti di cibo, verdure marce…».
[…]
Un’altra soldatessa ha parlato dei bambini che si avvicinando al checkpoint con dei giocattoli da poco prezzo da vendere: «Le guardie di confine negoziano con loro: bene, apri la borsa… Oh, ho bisogno di batterie… Le prendono, prendono qualunque cosa gli piace. Giocattoli, batterie, qualunque cosa. Sono certa che prendono anche soldi, ma non ricordo un episodio specifico…».
[…]
Una soldatessa che è stata in servizio ad Hebron ricorda un altro divertimento: colpire quelli che aspettano al posto di blocco con i proiettili di pistole-giocattolo. «Ne avevamo un sacco… Ti annoi, sei seduto a fare la guardia e ‘tac, tiri ad uno, ‘tac’, tiri a un altro». Una volta una reporter palestinese scattò una foto: un soldato israeliano che teneva puntato il mitragliatore alla testa di un ragazzo. Una «pattuglia speciale» si formò, entrò a Hebron e tornò con le foto.
«Non so se l’abbiano minacciata o l’abbiano pagata, la reporter. Le foto sono state distrutte il giorno stesso».
Ma spesso non ci si limita ad usare proiettili-giocattolo. Le guardie di frontiera giudee hanno in dotazione proiettili di acciaio coperti da uno strato di gomma (li chiamano «proiettili di gomma», appunto).
«C’era il protocollo chiamato ‘smantellare la gomma’, ossia spelare la gomma dai proiettili». Con questo, i cosiddetti «proiettili di gomma per il controllo delle folle» diventano letali. «E’ procedura normale mirare all’addome».
Un’altra soldatessa ha raccontato di un bambino di 9 anni ucciso a Jenin: aveva cercato di superare la barriera, era caduto e stava scappando indietro, quando gli hanno sparato: «Gli hanno sparato quando era già nei Territori e non poneva alcun pericolo. E’ stato colpito alla pancia; i soldati hanno detto che era in bicicletta, per cui non sono stati in grado di mirare alle gambe».
[…]
Un’altra dell’unità Sachalv ha descritto come, sotto i suoi occhi, una bambina ebrea di otto anni ha deciso di tirare una pietra in testa ad un passante palestinese: «Bum! Quello passava per strada, lei gli è saltata addoso e gliel’ha picchiata proprio sulla testa… poi ha cominciato a gridare: “Yuck, yuck, ho il suo sangue addosso!”».
Siccome il palestinese s’era voltato verso la ragazzina, il gesto è stato interpretato come una minaccia da uno dei nostri soldati, che l’ha preso a pugni… l’arabo s’è riparato la ferita in testa con la mano ed è scappato…. Ero lì e guardavo con orrore… una bambina innocente, nel suo vestitino dello Shabbat… una volta l’ho vista che portava un suo fratellino sul passeggino, un bambino. Gli dava dei sassi e gli diceva: tirali agli arabi».
[…]
Il portavoce di Tsahal ha risposto così alla pubblicazione di queste testimonianze: «Si tratta di testimonianze anonime, senza alcuna precisazione quanto ai luoghi e ai tempi, la cui credibilità non possiamo controllare» […]

Chissà se queste testimonianze appariranno sui grandi media di casa nostra. Nutro un ragionevole dubbio. E mi sembra un valido motivo per romperlo, quel silenzio.

«Le ore blu» di Fiorenza Licitra

Non leggo mai narrativa contemporanea — giusto qualcosa in quel mese di pigrizia che sono le mie vacanze, dove forse la pigrizia è più catalessi che altro e leggere Cornwell o Crichton mi scuote un po’ dal torpore. Forse sono un po’ più attenta alla poesia, anche se ne vedo poca in giro e finisco per estenuarmi su quella già nota, alla ricerca di nuovi brividi e nuovi significati (ricerca, va detto, che diversamente da altre non è mai vana).

Ma l’altro giorno mi è capitato per le mani questo librino di Fiorenza Licitra che vorrebbe essere di racconti brevi e che invece è di poesia, appunto. Non “poesie”, cioè componimenti in versi eccetera (lo potete trovare scritto in qualsiasi vocabolario) — poesia, al singolare, e forse ci vorrebbe la maiuscola come si fa quando si parla di Storia per distinguerla dalle singole storie.
Perlomeno è questa l’impressione che ne ho ricavato io, leggendo queste pagine che hanno a tratti il sapore antico di Cola Pesce e del Cunto de li cunti, dall’andamento lento e incantatore che all’improvviso ti folgora frantumandosi in schegge di quello che hai sempre saputo ma non hai mai saputo dire — «una storia per vegliare e una per far castelli», «avevo cercato la sua bocca per imparare meglio i suoi occhi», «certi doni non si lasciano afferrare», «un amore impossibile, il più lungo di tutti»… E potrei continuare, ma finirei per trascriverle tutte una dopo l’altra, queste calligrafie emozionanti che Hiroshige invidierebbe, e che Fiorenza Licitra traccia fluidamente con rara incisività.

Purtroppo non sono capace di fare critica letteraria: non conosco le formule e non son brava a dire agli altri quello che devono o non devono fare. Così mi limito a leggere e a concludere, con la semplicità dei bambini quando assaggiano un piatto nuovo, “mi piace” o “non mi piace”. Che siano gli altri a scervellarsi sulle forme e i modi dello scrivere in prosa o in versi, a interrogare o a ipotizzare.
Io mi accontento di dire che questi racconti-che-non-chiamerei-racconti li ho letti d’un fiato, e graditi parecchio per quella loro consistenza come di garza, un velo fra la realtà che appare e la realtà che è. Forse, come la bellezza, anche la realtà è negli occhi di chi guarda.

«…i palestinesi hanno diritto sacrosanto ad una patria e ad una terra»

Non so se mio padre approverebbe, ma forse sì — era una persona giusta, e sapeva quando era il momento di anteporre la ragione alla passione.
Immagino che non se la prenderebbe, allora, lui combattente della RSI, sentendomi per una volta parlare bene del partigiano Sandro Pertini, rispolverando un brano del suo messaggio di fine d’anno del 1983.
Ne è passato, di tempo: e sono cambiate molte cose. Soprattutto c’è stato di mezzo l’11 settembre, che ha impresso una sterzata decisiva verso la realizzazione di quello che gli Stati Uniti, nel 1999, definivano “il nuovo secolo americano”.
Fra le molte cose che sono cambiate dal 1983, è cambiato anche il modo in cui la nostra nazione si rapporta agli Usa e ai loro amici: e non ho bisogno, qui, di citare esempi e riportare link — basta guardarsi intorno.
Come basta guardarsi intorno per capire che parole così, da un presidente della Repubblica o del Consiglio, qui in Italia non ne sentiremo per un bel pezzo.

[…] Io sono stato, amici miei, nel Libano a trovare i nostri bravi ragazzi. Ho passato con loro quella che una volta era la festa nazionale, il 4 novembre. Ho detto scherzosamente: «io non arrivo con i capi di stato maggiore; sono arrivato con cento bottiglie di lambrusco e con cento panettoni». Bravi questi nostri soldati, bravissimi. Ecco, io mi sono chiesto, chiedetevelo anche voi, amici miei: «come mai il nostro contingente non è stato fatto bersaglio da parte di attacchi proditori come il contingente americano o il contingente francese?». Lasciamo la parola ad un osservatore straniero, ad un giornalista del “Washington Post”. Voi sapete che il “Washington post” è un giornale americano molto diffuso e molto serio. Scrive sul suo giornale questo giornalista: «il contingente militare italiano a Beirut si sta comportando molto bene. Si fa amare dalla popolazione ed ha avuto il minor numero di vittime e di danni rispetto ad americani e francesi. Difatti — continua sempre il “Washington Post” — le statistiche sottolineano il livello del successo italiano in Libano. Mentre il corpo dei marines conta finora oltre 240 morti ed i francesi hanno perduto 76 uomini, in 14 mesi gli italiani hanno perduto un solo uomo. Questo malgrado il fatto che il loro contingente è il più numeroso di tutti. Secondo moltissimi osservatori i motivi di questo contrasto sono da ricercare anzitutto nel fatto che a differenza degli americani e dei francesi gli italiani mantengono a Beirut una stretta imparzialità, che offre loro la migliore protezione tra la popolazione libanese. Mentre gli americani sono isolati ed asserragliati nelle loro posizioni intorno all’aeroporto di Beirut, gli italiani pattugliano i vasti sobborghi a meridione della città e controllano con estrema efficacia i campi di Sabra e Chatila, inoltre hanno un ospedale da campo, 24 ore su 24 ore, che cura gratuitamente anche i civili e distribuisce diverse tonnellate di farmaci ogni mese. Tra i contingenti americano, francese e italiano esistono anche differenze militari — continua il “Washington Post” —. Mentre i cannoni americani lo scorso anno hanno fatto piovere tonnellate di esplosivo sui ribelli trincerati sulle montagne, ed i jet francesi la settimana scorsa hanno scatenato la rappresaglia sugli sciiti, finora gli italiani sono rimasti al di sopra delle parti, continuando a difendere il loro ruolo di forza di pace. Uno dei punti a favore del contingente italiano è anche il loro ospedale da campo — aggiunge il quotidiano —. Ha 75 posti letto che devono servire solo ai militari, invece ogni mese cura più di mille cittadini del posto».
Ecco la differenza fra noi ed i francesi e gli americani messa in evidenza da un giornale americano di grande tiratura. Io ne vado orgoglioso. Si brama sempre dire che le altre nazioni sono superiori alla nostra, lo dicono anche degli italiani, ma qui diamo prova di buon senso con i nostri soldati. Io li ho visitati questi soldati, bravi, generosi. Ricordo che si è stretto a me quello che viene considerato un po’ la “mascotte” del contingente. È un ragazzo palestinese che ha imparato benissimo l’italiano. Mando il mio saluto paterno a questo caro ragazzo, Mustafà . E questi soldati, sotto la guida del bravissimo generale Angioni, cercano veramente di fare opera di pace in quella tormentata regione. Adesso sono partiti i palestinesi. Ha avuto inizio la loro “diaspora”. Una volta furono gli ebrei a conoscere la “diaspora”. Vennero dispersi, cacciati dal Medio Oriente e dispersi per il mondo; adesso sono invece i palestinesi. Ebbene io affermo ancora una volta che i palestinesi hanno diritto sacrosanto ad una patria e ad una terra come l’hanno avuta gli israeliti. […] Dico questo perché sia il contrasto che vi è oggi, coperto dal silenzio, tra l’Unione Sovietica e gli Stati Uniti d’America, sia quanto avviene nel Libano può sempre minacciare la pace nel mondo e può farci cadere quindi nella guerra nucleare. Io sono decisamente contrario a che il nostro contingente sia coinvolto nel Libano in una guerra, sia pure locale. Se il nostro contingente può svolgere opera di pace, rimanga in Libano, ma se nel Libano si creano condizioni tali da scatenare un conflitto, noi dobbiamo togliere il nostro contingente e lasciare a Beirut soltanto l’ospedale da campo. Questo è il mio pensiero personale, che non vuole influire sul pensiero del governo. Io sono stato, ripeto, nel Libano. Ho visitato quella tormentata regione, i cimiteri di Chatila e Sabra. È una cosa che angoscia vedere questo cimitero dove sono sepolte le vittime di quel massacro orrendo. Il responsabile di quel massacro orrendo è ancora al governo in israele. E quasi va baldanzoso di questo massacro fatto. È un responsabile cui dovrebbe essere dato il bando della società. È stato un massacro, mi hanno detto quelli del posto, tremendo; quante vittime ha fatto! […]

Strumentalizzare Gaza: Berlusconi e i fratelli maggiori

Ecco, questa che “giusta la reazione di Israele a Gaza” il premier se la poteva anche risparmiare.
Non foss’altro perché l’operazione Piombo fuso è stata addirittura oggetto di un’inchiesta ONU, concretizzatasi nel rapporto Goldstone: che accusa Israele di aver commesso crimini contro l’umanità. È bello, aggiungo io, che almeno una volta si abbia avuto il coraggio di dirlo senza mezzi termini. E poco importa che Israele non sia d’accordo.
Capisco che la diplomazia abbia le sue regole: e infatti io, che a regole e paletti sono un po’ insofferente, non mi occupo di diplomazia. Però capisco quando dalla diplomazia si sconfina nella piaggeria, e stavolta ho la sensazione che il Cavaliere abbia voluto fare il di più. Magari mi sbaglio, ma non sono sola e sono in buona compagnia.

P.S.: Curiosamente, se cercate qualcosa sull’operazione “Piombo fuso” a questo indirizzo, troverete la dicitura «L’articolo richiesto è stato ritirato dall’archivio, la versione video non è più disponibile» e un breve scritto datato 2010: l’articolo era del 15 settembre 2009. Invece se volete dare un’occhiata a quello che è successo, potete andare qui. Non sarebbe male anche vedere il film di Stefano Savona, che però al momento è di difficile reperibilità. Ma mi dicono che è molto meglio To shoot an elephant, dello spagnolo Alberto Arce.

Frattini: bloccati nuovi investimenti in gas e petrolio

“Senza parole”, ovvero “si commenta da sé”.




Fonte: Ansa

FRATTINI: BLOCCATI NUOVI INVESTIMENTI IN GAS E PETROLIO - “Non abbiamo segreti con i nostri amici israeliani, daremo loro tutti i dati del nostro interscambio con l’Iran. Ma siamo assolutamente fermi nel bloccare nuovi investimenti nei settori del gas e del petrolio e abbiamo già bloccato l’ assicurazione Sace per chi investe in Iran”. Franco Frattini, ministro degli Esteri, in una intervista al Tg de ‘La 7′ tocca il tema della riduzione del volume di scambi commerciali tra l’Italia e l’Iran auspicata ad Israele. “Già dal 2001 al 2008 - spiega il ministro - c’é stata una riduzione di oltre la metà degli interscambi, e nei primi sei mesi del 2009 un ulteriore abbattimento del 30%”. Nel 2008 l’interscambio complessivo Italia-Iran è stato di oltre sei miliardi di euro. “Siamo ampiamente sotto, meno della metà dell’interscambio tedesco”, rileva ancora Frattini, ricordando che verso Teheran sono già state adottate misure “di assoluta correttezza e che gli amici israeliani apprezzeranno”.

«Cermis, una strage impunita»

Un articolo di Pino Scaccia.





3 Febbraio 1998, i tempi della guerra in Bosnia. Dalla base Nato di Aviano parte in volo di addestramento un aereo dei marines. La missione è chiamata Easy 01, all’interno dell’operazione pianificata Deny Flight. Il velivolo è usato per la guerra elettronica: è un Ea – 6 b detto Prowler, il predatore. Decolla alle 14,36… alle 15,12 minuti e 51 secondi trancia due cavi della funivia che da Cavalese porta al monte Cermis. Una cabina precipita fino a valle, a ridosso del fiume Avisio. Muoiono diciannove turisti e il manovratore della funivia. Alle 15,26 il Prowler atterra di nuovo ad Aviano. Il pilota dirà: “Ho sentito solo uno scossone”.

L’ hanno definita la strage impunita perché nessuno è stato condannato per quei morti, nonostante le prove precise e pesanti di responsabilità. Cinque anni dopo, sul luogo della tragedia c’e’ una croce, a memoria. La funivia è da qualche tempo nuova, splendente. E la valle del Cermis è tornata un luogo di vacanza. Anche perché adesso quei voli non passano più. Ma nessuno dimentica i lutti. E la rabbia. Morirono in venti, quel martedì, in piena settimana bianca: nove donne e undici uomini, se si può chiamare un uomo Philip, quattordici anni, polacco, morto con la madre Ewa.

I turisti venivano da tutta Europa: anche da Germania, Austria, Belgio, Olanda. Gente di casa, da anni, su queste montagne. Ma di casa era soprattutto Marcello Vanzo, il manovratore, che quel giorno aveva scambiato il turno, e il destino, con un collega. Una strage impunita, è stato detto. Ma anche piena di misteri, mai chiariti. Un volo radente autorizzato o no? Dieci minuti di silenzio radio (proprio in prossimità dell’impatto fatale, dalle 15,05 alle 15,15 quando il pilota lancia l’emergenza), un “missioni recorder” sparito, una cassetta video distrutta, una carta di volo contestata, un allarme lanciato da tempo, soprattutto un’assoluzione scandalosa. Andiamo per ordine. [continua qui]

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