Come ti erudisco il pupo: la corrida alle elementari (2)

Mi ha sollecitamente risposto Eva Pigliapoco, in merito al post di ieri sull’argomento in questione. Ecco quanto scrive, con le mie risposte evidenziate a margine.




Gent.ma Alessandra Colla,
rispondo volentieri alle sue considerazioni sul testo pubblicato in “Mille e una storia”. Il libro ha fino ad ora incassato solo considerazioni positive e una sana critica, di tanto in tanto, aiuta a mettere alla prova le proprie convinzioni e a fare meglio il proprio lavoro.

Gent.ma Eva Pigliapoco,
La ringrazio per la sollecita risposta alla quale risponderò a mia volta, punto per punto.

Ovviamente, sono una insegnante di scuola primaria e tutte le proposte di “Mille e una storia” fanno riferimento ad una pratica didattica consolidata. Ma veniamo alla sua mail.

Io, invece, provengo da una famiglia di insegnanti, sono stata insegnante io stessa, sono giornalista pubblicista da trent’anni e sono, ovviamente, madre. Tutto ciò fa sì che a fronte di “una pratica didattica consolidata”, che non metto in dubbio, io abbia avuto modo di costruirmi una personale visione del mondo che ovviamente difendo. Me lo concederà.

1. Il testo in questione (pag. 129 del volume di V, come giustamente cita) è un esempio di testo informativo. Obiettivo dell’attività non è “costruire una opinione su”, bensì “analizzare come viene posta una notizia. Avrà notato, spero, che nella precedente pag. 128 si riporta la notizia di un rapinatore. Visto il modo in cui ha travisato l’obiettivo didattico, mi domando come possa non scandalizzarsi: un libro di testo incentiva le rapine in banca… A parte la facile ironia, mi preme sottolineare che gli articoli di giornale vanno discussi (questo dovrebbe valere per grandi e piccini) e non semplicemente condivisi. Nella discussione le docenti avranno fatto emergere la crudeltà della corrida, l’assurda situazione di un bambino che pensa ad un proprio futuro da torero. Un bambino che uccide. A scuola educhiamo i bambini a discutere anche tesi opposte alle nostre: in questo senso la lettura è ampiamente educativa.

1. Io non contesto la scelta dell’argomento “corrida”. Se rileggerà attentamente quello che ho scritto, vedrà che mi sono espressa come segue: «mi pare non soltanto che la questione sia malposta; ma anche che tutta la faccenda sia estremamente diseducativa. E mi chiedo come sia possibile educare le nuove generazioni al rispetto della vita dei senzienti non umani se persino un libro di testo delle scuole elementari sceglie, fra le mille opportunità possibili per insegnare come si fa cronaca, proprio la corrida presentandola ancora come uno “spettacolo”, una “sfida”, una “lotta”, e non menziona neppure vagamente tutto quello che c’è dietro — e che tutto è tranne che educativo o pedagogico». Ho inteso, cioè, sottolineare che il modo in cui viene presentata la corrida — ovvero senza illustrare ai bambini di che cosa si tratti in realtà; di come venga seviziato il toro prima di entrare nell’arena e anche durante lo svolgimento della corrida stessa; la spettacolarizzazione di una crudeltà gratuita e ormai priva di qualsiasi riferimento rituale o sacrale; la considerazione dell’animale come oggetto (“cosa”) di divertimento per l’uomo — è, a mio avviso, fuorviante. In famiglia siamo abituati a discutere di tutto, e non esistono argomenti che non si possano toccare o che non possano venire affrontati in modo sereno. È stato mio figlio (che chiamo “sfaticato” affettuosamente e che a scuola per il momento se la cavicchia, persino con qualche 8 e tutti 7 e un paio di 6 nell’ultima pagella — se si fa un giro sul mio blog vedrà che sono spesso ironica) a segnalarmi la cosa, molto a disagio perché lui adora gli animali.
L’esempio del rapinatore mi pare molto diverso, perché viviamo in una società in cui le prescrizioni giuridiche e religiose nonché le leggi consuetudinarie condannano il furto e la rapina: pertanto i bambini crescono avendo già introiettato la cognizione che rubare è “male”.

2. Esiste uno specifico professionale per i docenti. Si può scrivere su riviste, pubblicare e tradurre articoli e non avere alcuna cognizione di causa su cosa sia scolasticamente valido. Sia da un punto di vista didattico che educativo. Così come (spero) non mette in discussione il lavoro del dentista mentre le applica una otturazione, allo stesso modo dovrebbe fidarsi un po’ di più di chi lavora con i bambini.                  

2. Non lo metto in dubbio. Però sui libri del Gruppo Editoriale Raffaello abbiamo riscontrato errori ed omissioni (in un esercizio di geometria si chiedeva di disegnare un “trapezio equilatero”; studiando la Lombardia, tra i fiumi principali veniva omesso l’Adda; in grammatica, si faceva confusione tra gli aggettivi numerali cardinali e gli aggettivi numerali ordinali invertendone il significato etc.); fidarsi è bene con quel che segue.

3. Gli animali non sono esseri non umani senzienti. Sono animali. Con il coraggio di chiamare le cose con il proprio nome si fa molta strada. Il problema posto dalla pagina in questione riguarda un bambino che, per scelte culturali probabilmente non consapevoli, si trova a rischiare la vita in una arena. Lei si occupi del toro, al bambino penserà qualcun altro.

3. Per Lei gli animali “sono animali” e basta. Per me, che sono impegnata da decenni ormai sul fronte aspecista, gli animali sono “senzienti non umani”. Si tratta di Weltanschauungen contrapposte: io sono nata e cresciuta in una visione antropocentrica e scientista, ma l’esperienza, gli studi e la sensibilità personale mi hanno fatto mutar d’avviso. Non basta avere il coraggio di chiamare le cose con il loro nome (e che a me non manca, stia sicura): bisogna anche avere il coraggio di “mettere fra parentesi” ciò che si sa o si crede di sapere, per imparare a vedere le cose da una prospettiva diversa. Il problema posto dalla pagina in questione riguarda un bambino che si trova a rischiare la vita in un’arena perché quello è il contesto culturale in cui vive, e che è molto differente dal nostro. Con tutto il rispetto, mi occuperò di ciò che più mi aggrada.

4. Le chiedo di usare il termine “diseducativo” con molta cautela. Lei esordisce, nel suo blog, nel seguente modo: Mi metto lì, armata di santa pazienza, per far fare i compiti a quello sfaticato di mio figlio, e scopro che… La informo che  studi non recentissimi  hanno dimostrato che quello “sfaticato” è predittivo di un severo insuccesso scolastico. E’ molto poco educativo pensare (e additare pubblicamente) il proprio figlio come sfaticato.

4. A questo punto Le ho già risposto più sopra.

Spero che mi userà la cortesia di stampare questa risposta e farla avere alle maestre di suo figlio. Vorrei ringraziarle per la scelta di “Mille e una storia” ed invitarle nel mio sito: www.evapigliapoco.it , uno dei repository di materiale didattico più importanti del nostro Paese.

Stamperò questa risposta, unitamente alla mia, e La farò avere alle maestre di mio figlio. Spero che Lei mi ricambierà la cortesia pubblicando la mia risposta sul Suo sito, così come io pubblicherò sul mio blog questo carteggio.

PS: ho letto nel suo blog delle sue vicende politiche. Ho anche pensato che l’ostacolo a pensare una pagina di testo come occasione di riflessione possa derivare da una visione ideologica della realtà (non importa se visione anarchica o di destra radicale). Continueò volentieri a dibattere con lei sugli argomenti in questione, a patto che si possa frequentare un comune terreno popperiano.

P.S.: Pensi ciò che vuole — ne ha tutto il diritto. Continuerò volentieri anch’io: il dibattito e il confronto sono sempre un arricchimento.

 

“Avatar”: il prequel?

Uno spettacolare articolo di Michael T. Klare, da leggere fino in fondo e tutto d’un fiato.



Sarà “L’ultimo baluardo del pianeta Terra” a stravincere agli Oscar 2013?

L’eccitazione cresce. Tuttavia, per scoprire quanti Oscar si aggiudicherà Avatar, strepitoso successo al box-office mondiale, dovremo attendere l’82a edizione degli Academy Award il 7 marzo. Questo spettacolo fantascientifico in 3D, diretto da James Cameron, ha racimolato ben nove nomination, tra cui miglior film e miglior regia, e ha già superato Titanic, altro blockbuster firmato Cameron, diventando il film che ha incassato di più nella storia del cinema. Ma una questione ancor più importante sta appassionando i milioni di fan di Avatar: quale sarà il bis di Cameron, il quale ha già dichiarato di voler scrivere un romanzo basato su Avatar? Si dà il caso che io abbia un suggerimento: lasciar perdere i sequel sui lontani pianeti fratelli di Pandora, e, invece, girare un prequel.

Devo ammettere che nel film che ho in mente (ambientato in un mondo che Avatar lascia intravedere) non ci sarebbero i Na’vi dalla pelle blu. Il protagonista, comunque, sarebbe ancora Jake Scully, questa volta nel suo vero corpo e sul più interessante tra tutti i pianeti: la Terra. E visto che gli spettatori del mondo sembrano non averne mai abbastanza dei lavori di Cameron, quanti non sarebbero disponibili a pagare un bel po’ di soldi per l’opportunità di farsi un bel tour guidato in stile Pandora, con tanto di espansione sensoriale, sul nostro stesso pianeta? Il racconto farebbe parte di una straziante storia di degrado ambientale, scarsità di risorse e perenne conflitto negli anni crepuscolari che segneranno il declino dell’umanità. Pensateci come ad Avatar: l’ultimo baluardo del pianeta Terra. [continua qui]

Come ti erudisco il pupo: la corrida alle elementari

Questa la devo proprio raccontare.

Mi metto lì, armata di santa pazienza, per far fare i compiti a quello sfaticato di mio figlio, e scopro che — fra le altre cose — deve leggere e completare pagina 129, sezione “Informazione - Cronaca” (libro «Mille e una storia - Sussidiario dei linguaggi - classe V» a cura di Eva Pigliapoco, diretto da Luigino Quaresima, Gruppo Editoriale Raffaello).
Tale pagina, dunque, riporta un articolo del quotidiano “la Repubblica” intitolato «La vita dei bambini toreri: record di incassi, ma tanti rischi» (in Messico, per la precisione), e narra appunto di uno di questi ragazzini che, benché ferito gravemente da un toro, ha insistito per poterlo uccidere etc.
Le uniche domande relative al testo proposto, raccolte sotto il titolo «Per riflettere su se stessi» sono:
“Hai mai sentito parlare della corrida o hai mai visto questo spettacolo?”
“Cosa pensi di questa sfida fra uomo e animale?”
“Cosa pensi del fatto che anche i ragazzini possano lottare in un’arena contro un toro?”

Ora, considerando che persino la Spagna stessa dibatte in questi giorni sull’abolizione o no della corrida — che presenta un enorme carico di crudeltà pregresse a carico dell’animale, e che in nessun modo al giorno d’oggi può configurarsi come una “sfida fra uomo e animale” —, mi pare non soltanto che la questione sia malposta; ma anche che tutta la faccenda sia estremamente diseducativa.
E mi chiedo come sia possibile educare le nuove generazioni al rispetto della vita dei senzienti non umani se persino un libro di testo delle scuole elementari sceglie, fra le mille opportunità possibili per insegnare come si fa cronaca, proprio la corrida presentandola ancora come uno “spettacolo”, una “sfida”, una “lotta”, e non menziona neppure vagamente tutto quello che c’è dietro — e che tutto è tranne che educativo o pedagogico.

Più di quarant’anni fa il mio sussidiario delle elementari si limitava a dire che l’uomo è padrone del Creato — ma era quarant’anni fa, appunto, e non c’era ancora il movimento di liberazione femminile, figuriamoci quello animale!, e quella cattolica era ancora religione di Stato… Forma a parte, la sostanza non è cambiata di molto.

Eugenio Benetazzo: «Agnellino, pane e vino»

Un ottimo scritto di Eugenio Benetazzo, apparso il 27 febbraio scorso.



Per una volta tanto non voglio parlare di economia, ma di una tematica alimentare di cui mi faccio portavoce durante il mio ultimo show “Funny Money”. Non posso fare a meno di intervenire a seguito del recente allontanamento di Beppe Bigazzi dai palinsesti RAI: questo dovuto per aver raccontato uno spaccato di vita e storia italiana dei primi decenni del secolo scorso, quando la preoccupazione principale non era la perdita del posto di lavoro o la solvibilità di un prestiro obbligazionario, quanto piuttosto che cosa si sarebbe dato da mangiare ai propri figli. Per chi non avesse ancora capito a che cosa mi sto riferendo, Bigazzi durante una puntata della “Prova del Cuoco” ha descritto sommariamente che cosa avveniva, in epoca di guerra e non solo, quando si mangiavano i gatti per necessità o povertà.

Nella mia provincia (Vicenza appunto), questo episodio è rieccheggiato fragorosamente a livello mediatico per ovvie motivazioni folkoristiche (chi non si ricorda gli sfottò durante il servizio militare “vicentino maledetto hai mangiato il mio micetto”). Non che sia a favore o giustifichi questi episodi (sono un devoto sostenitore della LAV) ed usanze alimentari del passato stile “L’albero degli zoccoli”, tuttavia mi ha fatto molto più adirare come le cronache mediatiche abbiano scritto fior di pagine sull’accaduto (più che altro perchè è stato coinvolto un personaggio noto della televisione), mentre non si soffermano un minuto a far comprendere, a tutti quelli che inorridiscono per un povero micio cucinato al vapore, la mattanza dei poveri agnellini che sta avvenendo proprio in questi giorni nei macelli italiani, per consentire di celebrare nel conviviale calore della propria famiglia un rituale altrettanto barbarico come quello della (Sanguinosa) Pasqua Cristiana. Continue Reading »

Sull’utilità e il danno delle previsioni per la vita

Di lassù Nietzsche mi perdonerà l’improntitudine di avergli rapinato in qualche modo il titolo della seconda Inattuale: ma proprio non mi veniva in mente nient’altro per commentare la ridda di previsioni disattese e di catastrofi a pieno titolo che di questi tempi si sta riversando sull’uman genere.

Per esempio, sul finire di febbraio abbiamo dovuto fare i conti con un minaccioso allarme tsunami, effetto del terremoto al largo della costa cilena:

27-02-2010 | ore 14:55
(RomaCittà) Cile, allarme tsunami alle Hawaii e in generale per tutto il Pacifico

Lo Pacific Tsunami Warning Center americano ha lanciato un’allerta specifica rivolta alla Protezione Civile dello stato delle Hawaii, avvertendo che l’arrivo delle onde di tsunami è previsto per le 11.19 locali (le 22.19 di oggi in Italia). Secondo quanto indicato dall’istituto che appartiene al National Weather Center la Protezione Civile deve prendere «misure urgenti per proteggere le vite e le proprietà». L’Usgs (il servizio geologico americano) ha esteso l’allarme tsunami a tutto il Pacifico dopo il terremoto che ha avuto come epicentro il Cile.

La mattina dopo, con grande sollievo di tutti e compiacimento per lo scampato pericolo, le agenzie hanno battuto quanto segue:

28/02/2010 ore 10:48

(AGI) CILE: LO TSUNAMI RAGGIUNGE IL GIAPPONE CON ONDE 30 CM.

Dopo aver superato senza creare particolare danni la Polinesia francese e le Hawaii, lo tsunami innescato dal terribile terremoto in Cile, e’ arrivato in Russia e in Giappone. Nella penisola della Kamchatka le onde sono state alte 80 centimetri. In Giappone, l’agenzia meteorologica nipponica aveva emanato il maggior allerta dal 1993, preannunciando onde alte fino a due metri. Le sirene risuonate lungo le coste hanno messo in allerta 70.000 persone, ma le onde giunte nell’isola di Hokkaido non erano più alte di una trentina di centimetri.

(TeleFree) Giappone: tsunami, allarme rientrato
Dopo sisma, onde poco piu’ alte di 10 cm

05.15 - Giappone, tsunami di 10 cm. Lo tsunami causato dal sisma cileno di magnitudo 8.8 ha raggiunto le coste del Giappone con un impatto debole: l’onda registrata nell’arcipelago di Ogasawara, oltre mille chilometri a sud di Tokyo in pieno Pacifico, ha toccato i 10 centimetri di altezza. Lo riferisce la tv pubblica, Nhk.

Ora, l’oceanografia non è il mio pane. Però vado al mare da quando sono nata, e se un mare — anzi, qui si parla di oceano — non fa un’onda di almeno 10 centimetri o è gelato o è uno stagno.

In compenso, tutto sembrava tranquillo nel Mediterraneo; e invece è di ieri sera questa notizia:

Spagna, onda anomala travolge nave da crociera: muore italiano
Trieste, 3 mar. (Adnkronos/Ign) - E’ italiano uno dei turisti morti a bordo della nave da crociera cipriota battente bandiera maltese investita oggi da un’onda anomala al largo della Catalogna. G.N., secondo quanto ha riferito la Guardia Costiera di Genova, aveva 53 anni. La vittima era a bordo della Louis Majesty della Louis Cruise Lines con il figlio di 12 anni. Con lui e’ morto un altro turista, un tedesco. La nave porta 1.350 passeggeri ed e’ diretta a Genova. L’onda, secondo le prime informazioni, sarebbe stata alta circa 8 metri.
L’onda anomala ha investito la nave da crociera verso le 16.30 a circa 111 chilometri da Barcellona e si e’ abbattuta contro le finestre del salone a prua, rompendole. A bordo c’erano 1350 passeggeri e 580 membri dell’equipaggio. L’imbarcazione, secondo quanto riporta il sito del quotidiano ‘El Pais’, attracchera’ a Ciudad Condal (Barcellona) per sbarcare i morti e i feriti.

Ho usato all’inizio la parola “catastrofe”, e non l’ho fatto per significare un “disastro” o una “tragedia” e neppure un “cataclisma” — anche se questa parola viene spesso utilizzata per indicare una rovina improvvisa e terribile. Ho detto “catastrofe” nel senso più matematico del termine ovvero secondo l’accezione che ne dà la teoria delle catastrofi di Thom, che è poi quella che corrisponde appieno alla sua etimologia. La catastrofe, insomma, è un punto critico degenere — mi dichiaro ancora una volta affascinata dall’abisso significativo a cui sanno rimandare certi termini apparentemente aridi — vale a dire il momento in cui uno stato muta repentinamente di condizione. Ma, a seconda del contesto in cui si trova il punto critico e delle condizioni (circostanze variabili) che ne hanno determinato il sorgere, la catastrofe evolverà in un senso o in un altro, in modo del tutto imprevedibile.
Ora, è vero che Thom ha evidenziato sette forme che determinano i modelli di evoluzione dei punti critici, ma è anche vero che nei casi dei fenomeni naturali la quantità e l’identificabilità delle variabili è tale e tanta da rendere veramente titanica qualsiasi impresa anche solo approssimativamente predittiva.

Dunque hanno senso le previsioni? O non rientrano piuttosto nel bisogno, tutto umano e tutto
contemporaneo, di possedere una certezza? È il medesimo bisogno che spinge a ricercare ogni mezzo per combattere l’invecchiamento e la malattia, per contenere i rischi, per fare della vita un piatto trascorrere di banalità sempre uguali a se stesse. L’uomo di oggi è posseduto dall’ossessione del controllo, quando in realtà non abbiamo mai neppure l’evidenza (epistemologicamente intesa) che saremo ancora vivi fra un minuto o che il pavimento su cui ci troviamo continuerà a reggerci. Eppure, diceva Platone, «il rischio è bello»…
E, per chiudere in bellezza, una poesia.

Lucinda Matlock

Andavo a ballare a Chandlerville,
e giocavo a carte a Winchester.
Una volta ci scambiammo i cavalieri
al ritorno in carrozza sotto la luna di giugno,
e così conobbi Davis.
Ci sposammo e vivemmo insieme settant’anni,
divertendoci, lavorando, crescendo dodici figli,
otto dei quali ci morirono,
prima che arrivassi a sessant’anni.
Filavo, tessevo, tenevo in ordine la casa, assistevo i malati,
curavo il giardino, e alla festa
andavo a zonzo per i campi dove cantavano le allodole,
e lungo lo Spoon raccogliendo molte conchiglie,
e molti fiori ed erbe medicinali —
gridando alle colline boscose, cantando alle verdi vallate.
A novantasei anni avevo vissuto abbastanza, ecco tutto,
e passai a un dolce riposo.
Cos’è questa storia di dolori e stanchezza,
e ira, scontento e speranze cadute?
Figli e figlie degeneri,
la vita è troppo forte per voi —
ci vuole vita per amare la vita.

(Edgar Lee Masters, Antologia di Spoon River)

Prima che Nietzsche venisse: Giacomo Leopardi

Negli scritti di Nietzsche, è stato detto, sì può trovare tutto e il contrario di tutto. Questa pretesa contraddizione interna del grande pensatore ha fornito materiale in quantità per molte opere — talvolta critiche talvolta denigratorie — che hanno accompagnato negli anni la fortuna del filosofo senza, peraltro, mai scalfirne il nòcciolo.
In mezzo alla feconda complessità dei temi trattati, emergono però alcuni aspetti interessanti e solitamente poco noti ai più. Vogliamo qui accennarne qualcuno, almeno per suggerire nuove curiosità.

L’UOMO CHE VISSE DIETRO LA SIEPE

… questa siepe, che da tanta parte
dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.

(G. Leopardi, L’infinito, 1819)

Il XVIII secolo sta per finire quando, nel 1798, nasce a Recanati Giacomo Taldegardo Francesco Leopardi, figlio del conte Monaldo e della marchesa Adelaide Antici. Autentico bambino prodigio, all’età di undici anni Giacomo si ritrova senza precettore: sa già tutto quello che c’è da sapere, e non c’è nessuno in grado di seguirlo negli studi. Con la beata incoscienza della sua età, il primogenito di casa Leopardi continua da solo. Da solo impara il greco, l’ebraico, il francese, l’inglese e lo spagnolo; padrone, a soli quindici anni, di tante lingue vive e morte, sviluppa a quest’età l’amore per gli studi filologici: le grammatiche e le sintassi non hanno più per lui alcun segreto, ed ora è finalmente libero di cogliere nella loro pienezza i tesori che si celano dietro l’aridità apparente delle forme verbali e delle declinazioni.

Il 1816 segna una svolta di importanza capitale nella vita e nel pensiero di Leopardi: è in quest’anno, infatti, che il giovane scopre le lettere e la poesia, sulle quali riversa la passione finora consacrata all’erudizione e alla disciplina filologica. Dello stesso anno è anche la prima, e non la più grave, delle molte crisi fisiche e nervose che travaglieranno la sua breve vita: con orrore e certo senza rassegnazione, Giacomo intuisce di aver definitivamente minato la sua già gracile costituzione con un’applicazione mentale eccessiva. Ad aggravare la situazione psicologica del giovane sopraggiunge, sul finire dell’anno, il breve soggiorno in casa Leopardi della bella cugina Gertrude Cassi sposata Lazzari: scoppia la prima infatuazione amorosa, tutta platonica e ovviamente unilaterale, di Giacomo, che recita qui per la prima volta il copione dell’amore illuso e deluso — lo ripeterà per tutta la vita.

Il suo stato d’animo non migliora affatto. In una celebre, drammatica lettera all’amico scrittore Pietro Giordani, datata 2 marzo 1818, Leopardi lascia sgorgare senza pudori tutta la sua amarezza profonda e inconsolabile: «[…] in somma io mi sono rovinato con sette anni di studio matto e disperatissimo in quel tempo che mi s’andava formando e mi si doveva assodare la complessione. E mi sono rovinato infelicemente e senza rimedio per tutta la vita, e rendutomi l’aspetto miserabile, e dispregevolissima tutta quella gran parte dell’uomo, che è la sola a cui guardino i più; e coi più bisogna conversare in questo mondo». Nel settembre dello stesso anno il Giordani, allarmato dalle parole del giovane, lo raggiunge a Recanati per condurlo con sé a Macerata: un viaggio di ben pochi chilometri — il primo in assoluto di Giacomo, allora ventenne. L’impatto con una dimensione estranea a quella del sonnolento “borgo natio” e la consapevolezza di un mondo vasto e sconosciuto destinato a restare fuori dalla sua portata non fanno che aumentare l’inquietudine di Leopardi, che si sente (e sa di essere davvero) profondamente diverso dagli altri, e anela alla gloria.

Nella primavera del 1819 la sua già malferma salute va peggiorando: un esaurimento fisico generale lo prostra, e si manifestano i primi disturbi agli occhi che gli impediscono di leggere per quasi un anno e che, d’ora in poi, lo accompagneranno per tutta la vita. Questo episodio rientra a pieno titolo fra i motivi scatenanti di quel pessimismo assoluto che diverrà cifra e referente del pensiero leopardiano (1).

Corollario inevitabile di questo crollo di ogni illusione è la perdita della fede religiosa; per compensare la quale il Leopardi si getta nell’elaborazione di un suo sistema filosofico — una sorta di materialismo pessimistico radicale sull’onda, paradossalmente, delle suggestioni illuministiche. Se infatti l’illuminismo tracciava il disegno grandioso di un progresso inarrestabile volto a condurre l’umanità intera verso luminosi e necessari destini, per il Leopardi le istanze deterministiche e la constatazione di uno “stato di natura” suggeriscono piuttosto l’idea di un decadimento dell’uomo dalle altezze dell’età antica alle bassure di quella moderna; e la civiltà, lungi dal rappresentare il punto d’arrivo dell’evoluzione umana, si configura invece come l’allontanamento dell’uomo dalla beata condizione naturale, unica e sola in grado di garantire la felicità — cioè l’assenza o la cessazione del dolore (secondo la scuola stoica prediletta dal poeta-filosofo). Il grande passo è compiuto: da qui in avanti il Leopardi alternerà meditazioni filosofiche a composizioni poetiche, per approdare, dopo un silenzio durato cinque anni (dal 1823 al 1828), alla sublime fusione di sostanza filosofica e forma poetica. Sempre più minato nel fisico, trascinerà un’esistenza sofferente, alleviata soltanto dalle cure assidue e affettuose di pochi amici, fino alla morte, sopravvenuta il 14 giugno 1837 a Napoli, in casa dell’amico Antonio Ranieri.

IL POETA E IL FILOSOFO: AFFINITÀ ELETTIVE

È un destino singolare, come si vede, quello che accomuna Giacomo Leopardi e Friedrich Nietzsche: entrambi sono stati mutilati dalla critica, contemporanea e successiva, in gran parte della loro opera — si sa che il Leopardi è noto, apprezzato e studiato come poeta, ma per lo più ignorato come filosofo, mentre Nietzsche è giudicato a buon diritto un gigante del pensiero ma poco più che un semplice dilettante nel campo delle arti. Eppure, come pochi ormai si azzardano a negare, la verità è molto diversa.

Ma le somiglianze non finiscono qui. Sia l’italiano inquieto che il riservato tedesco iniziano il loro percorso intellettuale sui testi di filologia, anche se per motivi dìversi: il piccolo Giacomo perché la pur nutrita biblioteca paterna non era in grado di offrire più niente a un bambino così sorprendentemente dotato; il giovane Federico perché la formazione ricevuta nel prestigioso istituto di Pforta gli aveva rivelato le immense possibilità speculative legate allo studio del mondo classico e delle sue lingue. Inoltre, entrambi furono costretti a viaggiare molto, ed entrambi per questioni di sopravvivenza, soggiornando addirittura negli stessi luoghi; entrambi furono di salute assai cagionevole, soffrendo persino degli stessi disturbi; entrambi trovarono l’ultimo conforto nella vicinanza di amici fedeli e disinteressati; e, per finire, il pensiero di entrambi è stato spesso snaturato e stravolto così da renderli invisi non soltanto a generazioni di studenti, ma anche a molti seri studiosi irrimediabilmente viziati nell’interpretazione dei loro testi.

La complementarità dei loro destini li rende simili al di là delle differenze oggettive, portandoli verso un unico sentire e un’identica visione della vita, tanto che sarà proprio Leopardi ad anticipare alcune delle più brillanti e rivoluzionarie intuizioni di Nietzsche.

Il pensatore di Röcken conosceva, almeno in parte, il Leopardi: sappiamo che nella biblioteca di Nietzsche figuravano due traduzioni tedesche di Leopardi, ad opera dello Hamerling e dello Heyse; sicuramente vi erano compresi i Canti, che il poeta italiano scrisse a partire dal 1818, lo Zibaldone e molto probabilmente le Operette morali. Ed è lo stesso Nietzsche a menzionare il Leopardi, anche se di passata e in modo non proprio lusinghiero: «Gli infelici raffinati, come Leopardi, che dalla loro sofferenza traggono orgogliosamente vendetta su tutta l’esistenza, non si accorgono come il divino mezzano dell’esistenza rida di loro: proprio così essi ora berranno di nuovo dalla sua coppa; infatti la loro vendetta, il loro orgoglio, la loro inclinazione a pensare tutto quanto soffrono, la loro arte nel dirlo: tutto questo non è di nuovo — dolce miele?» (2).

Alla luce di un’attenta lettura del poeta italiano e del filosofo tedesco, è innegabile che le influenze del primo sul secondo esistano, e siano ben documentabili. Confrontiamo, ad esempio, Il sabato del villaggio e La sera del dì di festa (composte entrambe nel settembre 1829) con un frammento di Nietzsche. Il Leopardi scrive:

«[…] intanto riede alla sua parca mensa,
fischiando, il zappatore,
e seco pensa al dì del suo riposo.
Poi, quando intorno è spenta ogni altra face,
e tutto l’altro tace,
odi il martel picchiare, odi la sega
del legnaiuol, che veglia
nella chiusa bottega alla lucerna,
e s’affretta, e s’adopra
di fornir l’opra anzi il chiarir dell’alba.
Questo di sette è il più gradito giorno,
pien di speme e di gioia:
diman tristezza e noia
recheran l’ore, ed al travaglio usato
ciascuno in suo pensier farà ritorno»
(3).

E ancora:

«[…] Ahi, per la via
odo non lunge il solitario canto
dell’artigian che riede a tarda notte,
dopo i sollazzi, al suo povero ostello;
e fieramente mi si stringe il core,
a pensar come tutto al mondo passa,
e quasi orma non lascia. Ecco è fuggito
il dì festivo, ed al festivo il giorno
volgar succede, e se ne porta il tempo
ogni umano accidente. […]»
(4).

Quello che segue, invece, è il testo nietzscheano:

«Il pomeriggio del sabato si deve passare per un villaggio, se si vuol vedere sui volti dei contadini la vera quiete del dì di festa: allora essi hanno ancora indelibata davanti a sé la giornata di riposo e si industriano a far ordine e pulizia in suo onore con una specie di piacere anticipato, quale non sarà raggiunta dal piacere stesso. La domenica è già quasi lunedì» (5).

Oppure si paragonino questi due brani:
«Ogni grande amore porta con sé il crudele pensiero di uccidere l’oggetto dell’amore, perché sia sottratto una volta per tutte al sacrilego giuoco del mutamento: giacché di fronte al mutamento l’amore inorridisce più che di fronte alla distruzione»;
«Il veder morire una persona amata, è molto meno lacerante che il vederla deperire e trasformarsi nel corpo e nell’animo da malattia (o anche da altra cagione)».
Il primo è di Nietzsche (6), mentre il secondo è di Leopardi (7).

Con un minimo di attenzione, è facilissimo trovare, sparsi qua e là nello Zibaldone senza un ordine fisso, ma sull’onda di meditazioni e concatenamenti apparentemente confusi che fanno delle elaborazioni leopardiane un autentico “pensiero in movimento” destinato ad arrestarsi soltanto con la morte, intuizioni e abbozzi di teorie poi ripresi e sviluppati compiutamente da Nietzsche nell’arco di pochi decenni, e che nella prosa densa del Leopardi spiccano in tutta la loro grandezza.

Così alcuni notevoli passi che anticipano la Genealogia della morale sono del 4-5 settembre 1821: «La legge naturale varia secondo le nature. Un cavallo che non è carnivoro giudicherà forse ingiusto un lupo che assalga e uccida una pecora, l’odierà come sanguinario, e proverà un senso di ribrezzo e d’indignazione abbattendosi a vedere qualche sua carnificina. Non così un lione. Il bene e il male morale non ha dunque nulla di assoluto. Non v’è altra azione malvagia, se non quelle che ripugnano alle inclinazioni di ciascun genere di esseri operanti: né sono malvage quelle che nocciono ad altri esseri, mentre non ripugnino alla natura di chi le eseguisce» (8); «Si suol dire che tutte le cose, tutte le verità hanno due facce, diverse o contrarie, anzi infinite. Non c’è verità che prendendo l’argomento più o meno da lungi, e camminando per una strada più o meno nuova, non si possa dimostrar falsa con evidenza ec. ec. ec. Quest’osservazione (che puoi molto specificare ed estendere) non prova ella che nessuna verità né falsità è assoluta, neppure in ordine al nostro modo di vedere e di ragionare, neppur dentro i limiti della concezione e ragione umana?» (9); «Da ciò che si è detto della legge pretesa naturale, risulta che ne vi è bene né male assoluto di azioni; ci queste non sono buone o cattive fuorché secondo le convenienze, le quali son stabilite, cioè determinate dal solo Dio ossia, come diciamo, dalla natura; che variando le circostanze, e quindi le convenienze, varia ancora la morale, né v’è legge alcuna scolpita primordialmente ne’ nostri cuori; che molto meno v’è una morale eterna e preesistente alla natura delle cose, ma ch’ella dipende e consiste del tutto nella volontà e nell’arbitrio di Dio padrone sì di stabilire quelle determinate convenienze che voleva […]. Da tutto ciò resta spiegata la differenza fra la legge che corse prima di Mosè, quella di Mosè, e quella di Cristo. […] L’antica legge Ebraica permetteva il concubinato, fuorché colle donne forestiere ec. L’odio del nemico costituiva lo spirito delle antiche nazioni. Ecco le leggi di Mosè tutte patriottiche, ecco santificate le invasioni, le guerre contro i forestieri, proibite le nozze con loro, permesso anche l’odio del nemico privato. E Gesù comandando l’amor del nemico, dice formalmente che dà un precetto nuovo. Come ciò, se la morale è eterna e necessaria? Come è male oggi, quel ch’era forse bene ieri? Ma la morale non è altro che convenienza, e i tempi avevano portato nuove convenienze. Questo discorso potrebbe infinitamente estendersi generalizzando sullo stato del mondo antico e moderno, e sulla differente morale adattata a questi diversi stati. L’uomo isolato non aveva bisogno di morale, e nessuna ne ebbe infatti, essendo un sogno la legge naturale. Egli ebbe solo dei doveri d’inclinazione verso se stesso, i soli doveri utili e convenienti nel suo stato. Stretta la società, la morale fu convenienza, e Dio la diede all’uomo appoco appoco, o piuttosto ora una ora un’altra, secondo i successivi stati della società: e ciascuna di queste morali era ugualmente perfetta, perché conveniente; e perfetto è l’uomo isolato, senza morale» (10).

Un rilievo del 1823 sembra attagliarsi perfettamente a certe considerazioni contenute nell’Anticristo: «Persone imperfette, difettose, mostruose di corpo, tra quelle che non arrivano a nascere e […] tra quelle che son tali dalla nascita […]; quelle che così nate vivono e […] quelle finalmente che tali son divenute dopo la nascita […]; sommando dico e raccogliendo tutti questi individui insieme, si vedrà a colpo d’occhio e senza molta riflessione che il loro numero nel solo genere umano, anzi nella sola parte civile di esso, avanza di gran lunga non solamente quello che trovasi in qualsivoglia altro intero genere d’animali, non solamente eziandio quello che veggiamo in ciascheduna specie degli animali domestici, che pur sono corrotti e mutati dalla naturale condizione e vita, e da noi in mille guise travagliati e malmenati; ma tutto insieme il numero degl’individui difettosi e mostruosi che noi veggiamo in tutte le specie di animali che ci si offrono giornalmente alla vista, prese e considerate insieme. La qual verità è così manifesta, che niuno, io credo, purché vi pensi un solo momento e raccolga le sue reminiscenze, la potrà contrastare. Simile differenza si troverà in questo particolare fra le nazioni civile e le selvagge, e proporzionatamente fra le più civili e le meno, secondo un’esatta scala» (11). Di questa lunga citazione merita, a nostro avviso, sottolineare anche l’accenno agli animali, che è una costante del Leopardi: la sua attenzione nei confronti della natura e degli esseri viventi è continua e delicata, comprendendo ogni forma di vita nel mistero del dolore universale e del pessimismo cosmico. Anche questo è un tratto (e non dei minori) che lo accomuna a Nietzsche.

Sempre nell’Anticristo, troviamo invece una frase illuminante del filosofo tedesco: «Se si avesse nel petto una qualche misura, anche esigua, di religiosità, un Dio che cura al momento giusto il raffreddore o che ci fa salire in carrozza nel preciso istante in cui si scatena un acquazzone dovrebbe essere per noi tanto assurdo, che occorrerebbe eliminarlo anche nel caso in cui esistesse. Un Dio come domestico, come portalettere, come venditore d’almanacchi — una sola parola, in fondo, per indicare la specie più stupida tra tutte le circostanze fortuite…» (12). Il riferimento alla celebre operetta morale che il Leopardi scrisse nel 1832, e intitolata appunto Dialogo di un venditore di almanacchi e di un passeggere, ci sembra assolutamente fuor di dubbio: nel Dialogo, il poeta immagina l’incontro fra un “passeggere” e un venditore di calendari che propone al passante l’acquisto di un calendario per l’anno nuovo. Il passante si informa se l’anno nuovo sarà o no migliore del precedente, e il venditore risponde di sì; ma il passante incalza, e vuole sapere a quale degli ultimi vent’anni potrebbe essere paragonato l’anno nuovo in quanto a bontà; il venditore annaspa, travolto dalla stupidità dei luoghi comuni che il passante gli sciorina uno dietro l’altro, e il dialogo si conclude col timido “speriamo…” del venditore che non può fare altro che rifilare al passante un calendario qualsiasi, nell’illusione che il futuro sarà comunque migliore del passato. Eccolo qua, il Dio schernito da Nietzsche: un Dio buono per tutte le stagioni, che porterà il sole al villeggiante e la pioggia al contadino, la pace a chi combatte e la guerra al mercante d’armi — proprio un Dio che, se davvero esistesse, andrebbe eliminato.

Non sono — ovviamente — tutti qui i paralleli fra il poeta-filosofo e il filosofo-poeta. L’argomento meriterebbe ben più di qualche cenno frettoloso, ma sappiamo che l’insofferenza di troppi per la poesia leopardiana non è certo né il minore né l’ultimo dei guasti fatti dalla scuola italiana. Per chiudere in bellezza, scegliamo l’insegnamento supremo di Zarathustra il Distruttore: «Uomini superiori, imparatemi - a ridere!» (13), adombrato in uno degli ultimi appunti dello Zibaldone: «Terribile e awful è la potenza del riso; chi ha il coraggio di ridere, è padrone degli altri, come chi ha il coraggio di morire» (14).

(testo apparso originariamente sulla rivista “Origini”,
numero monografico su Friedrich Nietzsche, 1994)

NOTE

(1) Lui stesso descriverà così l’avvenuto mutamento, in un’annotazione datata 1 luglio 1820: «Sono stato sempre sventurato, ma le mie sventure d’allora erano piene di vita, e mi disperavano perché mi pareva […] che m’impedissero la felicità, della quale gli altri credea che godessero. […] La mutazione totale in me […] seguì […] nel 1819 dove privato dell’uso della vista, e della continua distrazione della lettura, cominciai […] a divenir filosofo di professione (di poeta ch’io era), a sentire l’infelicità certa del mondo» (Giacomo Leopardi, Zibaldone, Oscar Mondadori, Milano 1972, vol. 1, p. 118).
(2) Friedrich Nietzsche, Umano, troppo umano (e scelta di frammenti postumi), Oscar Mondadori, Milano 1976, vol. II, fr. 38 [2], p. 273.
(3) G. Leopardi, Il sabato del villaggio, vv. 28-42.
(4) Idem, La sera del dì di festa, vv. 24-33.
(5) F. Nietzsche, Umano…, cit., fr. 45 [3], p. 286.
(6) Ivi, fr. 280. p. 95.
(7) G. Leopardi, Zibaldone, cit., p. 290 (8 gennaio 1821).
(8) Idem, Zibaldone, cit., vol. II, p. 582 (4 settembre 1821).
(9) Ivi, p. 585 (5 settembre 1821).
(10) Ivi, pp. 587-589 (5 settembre 1821).
(11) Ivi, p. 844 (28 luglio 1823).
(12) F. Nietzsche, L’Anticristo. Maledizione del cristianesimo, Adelphi, Milano 1977, par. 52, p. 75.
(13) F. Nietzsche, Così parlò Zarathustra, Adelphi, Milano 1973, p. 359 (“Dell’uomo superiore” - 20, 25).
(14) G. Leopardi, Zibaldone, cit., vol. II, p. 1160 (23 settembre 1828).

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