lug 29 2014

Lettera agli equidistanti/dubbiosi/curiosi sulla questione di Gaza

Cari equidistanti/dubbiosi/curiosi che da giorni mi chiedete conto del mio coinvolgimento emotivo nei confronti del genocidio in corso a Gaza,

ricorro alla formula della lettera aperta perché non ho tempo per rispondere privatamente a ognuno di voi, e poi perché credo che ripetere come stanno le cose non faccia mai male — soprattutto quando si è sottoposti, come in questo caso, a un martellamento mediatico che sa di propaganda più che di informazione.

Quello che accomuna tutti voi è lo stupore per il mio atteggiamento: vi meraviglia che io mi scaldi tanto, benché lo facciate per motivi diversi. Non entro nel merito delle molteplici ragioni che vi spingono a privilegiare l’oppressore a scapito dell’oppresso: non sono qui per capire come la pensate voi, ma per chiarire come la penso io, visto che la cosa sembra interessarvi.

Una delle domande che più frequentemente mi rivolgete è perché io manchi così platealmente di equidistanza nella valutazione degli attori in gioco. Vedete, l’equidistanza è un atteggiamento che si può praticare quando gli attori sono su un piano paritario: Karpov-Kasparov, Coppi-Bartali, Beatles-Rolling Stones… nessun problema. Ma quando la disparità è così evidente come nel match squilibratissimo Palestina-Israele che vi ostinate a chiamare “guerra”, io proprio non ce la faccio a mantenermi equidistante.

So che la cosa vi suona strana, per almeno due motivi della cui bontà siete (quasi tutti in perfetta buona fede) assolutamente sicuri: il primo è che sembra davvero impensabile non parteggiare per il popolo ebreo, con tutto quello che ha dovuto subire; il secondo è che siccome per litigare bisogna essere in due (lo diceva sempre anche la mia nonna quando bisticciavo col moroso di turno), se adesso da quelle parti siamo a questo punto vuol dire che entrambi i contendenti devono aver commesso degli errori.

Non vi conosco tutti personalmente: so che alcuni di voi non sono mai stati particolarmente interessati alle questioni geopolitiche, e quindi considerano la questione israelo-palestinese come una sorta di faida interna i cui esiti non possono avere importanza alcuna per l’Occidente; di altri, so che per motivi anagrafici ignorano molti eventi legati all’occupazione israeliana in Palestina; infine, ve ne sono certi (analisti, si chiamano) che pretenderebbero di poter risolvere la cosa con un volemose bbene generale, come se il sangue che è scorso in quella regione da settant’anni potesse essere lavato via con un colpo di spugna diplomatico per ripartire “sul pulito”.

Così, mi concentrerò sui due motivi che ho detto: perché da quanto vedo e sento in queste settimane sembra che tutti i pro e i contro si riducano a quelli.

Comincio dal primo: per quanto possa sembrare banale, dirò (anzi ripeterò, poiché lo dico da decenni) che Israele, cioè l’entità sorta nel 1948, è una cosa, e gli ebrei un’altra. Nulla di ciò che possono aver sofferto gli ebrei nella loro storia giustifica, legittima o rende ragione di quello che l’entità israeliana ha inflitto e infligge ai nativi palestinesi dal 1948 — come provano l’opposizione interna israeliana e le molte, moltissime voci di ebrei non israeliani che si levano contro l’operato delle autorità israeliane. L’accusa infamante di antisemitismo, che viene rivolta con tanta leggerezza e malafede a chiunque osi manifestare il proprio rifiuto di accettare la violenza esercitata quotidianamente dai militari israeliani contro i nativi palestinesi senza riguardo a sesso ed età, è frutto di una manipolazione profonda e distorcente: non soltanto perché “semiti” sono sia gli ebrei che i palestinesi, e definire “antisemita” chi sostiene le ragioni dei secondi contro i primi è quindi un nonsenso; ma soprattutto perché costituisce un escamotage odioso, volto a impedire di esprimere il legittimo dissenso nei confronti dell’entità statale israeliana e del suo comportamento ripetutamente lesivo dei diritti umani sanciti da tutte le convenzioni internazionali, in dispregio di tutte le risoluzioni di condanna emesse dall’ONU e puntualmente disattese.

Ma se io non sono antisemita, sono invece antisionista: lo sono perché sono anticolonialista e antimperialista, e il sionismo è per sua stessa natura colonialista e imperialista (non a caso, Israele nasce sotto gli auspici e la benedizione di una grande potenza coloniale e imperialista, la Gran Bretagna; e sopravvive grazie all’aiuto economico e all’appoggio ideologico di un’altra grande potenza imperialista, gli Stati Uniti d’America): Theodor Herzl non ne faceva mistero, scrivendo a Cecil Rhodes “il mio è un programma coloniale”; non ne faceva mistero neppure Zeev Jabotinsky, quando diceva “grazie a Dio, noi ebrei non abbiamo niente in comune con quello che viene chiamato ‘Oriente’ (…) Noi andiamo in Palestina prima per il nostro benessere nazionale, e poi per espurgarne sistematicamente ogni traccia di ‘anima orientale’”.

Quanto al secondo motivo, esso procede da un errore a monte: e questo errore consiste nel dimenticare o nell’ignorare che la situazione odierna (quella per la cui risoluzione certi analisti invocano il riconoscimento delle reciproche manchevolezze) nasce da un “peccato originale” — l’ingiustizia inflitta ai nativi Palestinesi proprio a partire dal 1948, quando le milizie ebraiche non-ancora-israeliane li cacciarono dalle loro terre, ne distrussero le proprietà e ne rasero al suolo le abitazioni, condannandoli a un esilio forzato o alla non-vita sotto l’occupazione militare. Questo immenso torto (parliamo di centinaia di migliaia di nativi palestinesi) venne consumato nel disinteresse o con l’acquiescenza dell’intero Occidente, e soltanto in tempi recenti è stato portato alla luce da insospettabili addetti ai lavori — i “nuovi storici” israeliani (http://www.cartografareilpresente.org/article80.html). Pertanto, nel momento stesso in cui una situazione si presenta asimmetrica in virtù della prevaricazione di un attore su un altro (possiamo chiamarla, se preferite, “responsabilità unilaterale”), io personalmente mi rifiuto, sia sul piano logico che sul piano etico, di considerare equivalenti quegli attori e di mantenermene equidistante.

La faccenda, naturalmente, è di tale complessità da non poter essere certo sbrigata sui social: ma ci tenevo a puntualizzare un paio di cose, proprio perché non ne posso più di sentirmi rivolgere domande come “ma perché stai coi terroristi palestinesi?”, “ma allora sei antisemita?”, “ah, sei nazista?”, “ma non pensi a quello che hanno sofferto gli ebrei sotto Hitler?”, “perché ce l’hai con gli israeliani?”, “sei diventata musulmana?” e via delirando.

Va da sé, cari equidistanti/dubbiosi/curiosi sulla questione di Gaza, che resto a disposizione per chiarimenti, delucidazioni, precisazioni eccetera. Ma dal profondo del cuore vi prego, se vorrete rivolgermi qualsiasi altra domanda in merito, di pensarci bene prima di insultare la vostra e mia intelligenza.


lug 17 2014

Gaza: death at working

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lug 14 2014

Chi uccide Gaza

Gaza muore. Sta morendo proprio adesso, mentre papa Francesco lancia generici appelli alla pace e l’ONU lancia un appello al cessate il fuoco. In terra di Palestina, invece, si lanciano razzi e si buttano vite.

Il tutto nella soave indifferenza dell’Occidente al completo o quasi, ben ammaestrato da un martellamento mediatico che continua a parlare di “guerra” e di “conflitto”: come se il massacro in corso a Gaza fosse davvero una guerra guerreggiata a pieno titolo, e non invece una guerra asimmetrica dalle evidenti connotazioni di pulizia etnica, e che perdipiù fa strame di tutte le convenzioni internazionali sottoscritte negli ultimi decenni proprio per evitare di aggiungere agli orrori che qualsiasi guerra comporta l’aggravio di atti efferati contro i civili inermi. Come se quello che sta succedendo a Gaza ora non fosse un genocidio, quello che accade in Palestina dall’ultimo quarto del XIX secolo non fosse un preciso progetto di colonizzazione ed espropriazione, e l’entità israeliana non fosse un occupante militare.

Qua e là si levano voci che invocano la fine di queste ostilità e un nuovo inizio delle relazioni fra israeliani e palestinesi, invitando ambo le parti a dimenticare quanto successo finora per “costruire pace” in quelle terre martoriate: e se quest’idea può sembrare commovente benché ingenua se avanzata da chi di storia e geopolitica ne mastica poco, risulta invece odiosa e puzza di malafede lontano un miglio quando proviene da analisti politici, studiosi o esperti a vario titolo.

Indipendentemente da ogni altra considerazione, infatti, quello che è sotto gli occhi di tutti è il trattamento che Israele riserva ai civili palestinesi: e che non trova, non può trovare giustificazione alcuna, sotto nessun aspetto e da nessun punto di vista — a meno che non si voglia seriamente invocare come legittimazione il Deuteronomio, là dove sono contenute le esortazioni divine a impossessarsi della terra altrui, a sterminarne le popolazioni e a cancellarne il ricordo: prassi, credo, non contemplata né dal diritto internazionale né dal diritto delle genti.

Ma non sono soltanto i soldati dell’entità israeliana ad uccidere Gaza, né i loro sostenitori in pensieri parole ed opere; e a farlo non è soltanto l’altra entità più vaga ma non meno criminale che chiamiamo “Occidente”. Ad uccidere Gaza sono anche tutti gli indecisi, i tiepidi, gli equidistanti — gli ignavi, li avrebbe chiamati Dante: quelli che non prendono parte, quelli che non si fanno “partigiani”, che non abbracciano una causa, che distolgono lo sguardo perché la cosa non li “riguarda”, in una concreta, drammatica applicazione di quell’odioso salvacondotto etico condensato dalla saggezza popolare nel detto “occhio non vede, cuore non duole” — meravigliosoescamotage per continuare a coltivare la propria irresponsabile indifferenza nei confronti di ogni malvagità inflitta quotidianamente dall’uomo, con eguale atroce imparzialità, a umani e non umani. Non vedo Gaza? Gaza non esiste.

Invece Gaza esiste: lo testimoniano le voci libere che si alzano da ogni dove per denunciare la mattanza, lo testimoniano tutti quegli occhi che non si chiudono, quelle teste che non si abbassano di fronte alla vergogna più grande del libero Occidente. Un Occidente che, come dichiara il suo nome, è destinato presto o tardi a tramontare.


mag 26 2014

Plus ça change, plus c’est la même chose

Fatevene una ragione: non ha vinto il PD, e non ha vinto nemmeno Renzi. Ha vinto l’immensa, sempiterna, endemica pavidità degli italiani.

Io non me le sono sognate le piazze stracolme di gente: sembravano le adunate oceaniche di mussoliniana memoria — mi sono sempre chiesta dove fossero, tutte quelle persone lì, il 26 luglio e il 9 settembre 1943: i miei nonni mi raccontavano di averne viste parecchie, in quelle date, gettar via i distintivi, bruciare le tessere e fare stracci delle camicie nere. Adesso la situazione non è così tragica, ma è chiaro che qualcuno di quegli osannanti deve aver cambiato idea, nel chiuso del seggio.

Hanno vinto i pavidi, dunque. Quelli che, avendo ancora qualcosa — un briciolo, un’ombra, un’idea di qualcosa purchessia — da difendere, sono pervicacemente decisi a non mollare, costi quel che costi, e che gli altri s’impicchino: quelli che, siccome possono contare su qualche soldo fisso alla fine del mese (pensionati, statali, parastatali eccetera), neanche riescono a immaginare come vive chi, invece, quelle magre certezze le ha perse da tempo o è in procinto di perderle, senza nulla poter fare per evitarlo. La media dei suicidi in Italia, oggi, è più di 1 al giorno. Ma poiché la cosa non riempie i media, è come se non accadesse: la vita è dura per tutti, rispondono i pavidi; ognuno ha i suoi problemi, insistono, e chiudono lì il discorso. Come dire “mors tua vita mea” — crepa tu che campo io, insomma.

Capirete che non è una bella cosa. Ora, non dico che si debba fare tutti come il principe Kropotkin, che abbandonò gli agi del palazzo natìo per farsi profeta e testimone dell’anarchia in nome degli ultimi. Però, vivaddio, uno straccio di sensibilità per quella cospicua parte di Italia che sta andando a catafascio lo vogliamo avere o no? Anche in considerazione del fatto che la buona vecchia lotta di classe nasce proprio da qui, dalla divaricazione crescente fra chi non ha nulla e chi ha troppo — ma già, Marx non va più di moda.

Che poi non si tratta neanche di compassione a buon mercato: qui si tratta di altro. Si tratta di una casta vergognosamente corrotta; si tratta di una comprovata collusione fra Stato e mafia/e;  si tratta di un sistema che premia arrivisti e leccaculo ma bastona gli onesti e i meritevoli; si tratta di una classe politica che ha a cuore non già il bene comune — questa bizzarra chimera — bensì il tornaconto personale. Era De Gasperi, mi pare, a dire che la differenza fra lo statista ed il politico è che lo statista si preoccupa delle prossime generazioni, il politico delle prossime elezioni: riascoltatevi i pistolotti elettorali di Berlusconi e di Renzi, trovate le differenze e passatevi una mano sulla coscienza. Perché tutta la manfrina dei due marpionacci e dei loro servi più sciocchi è servita soltanto a rafforzare quello status quo che a parole fa schifo a tutti ma nei fatti è tanto rassicurante, ve ne siete accorti, sì?

Personalmente, una cosa che mi procura fitte di dolore metaforico e metafisico è il vedere tanta bella gioventù che, per non aver vissuto i famosi anni Settanta, è seriamente convinta che Renzi e la risibile flatulenza di cui è segretario incarnino i valori della sinistra — sinistra?!? Ma ditela, perdio, una cosa di sinistra! — e che non sia giubilante fricchettonismo o cupo politically correct. Niente da fare, eh? Non ci riuscite proprio. Roba da farmi rimpiangere acutamente i metalmeccanici della Sesto rossa e proletaria.

Insomma è andata com’è andata — poteva andare meglio, sicuramente. Ma una battaglia non è la guerra, e poiché amo le cause perse sta’ a vedere che m’impegno pure su questa, se mi garba. Però una cosa la devo dire, perché a tenersi tutto dentro vengono l’ulcera  e i brufoli: se Brasillach, tantissimi anni fa, cantava “il mio paese mi fa male” io, che poetessa non sono, vado giù dura — il mio paese mi fa schifo.


mag 24 2014

“Il terrore” di Arthur Machen, secondo me

Senza neanche un briciolo di modestia, eccomi a informare i viandanti della mia ultima fatica, pubblicata presso goWare e ora finalmente disponibile: Il terrore di Arthur Machen, in una nuova traduzione corredata da un breve scritto introduttivo.

Ho letto per la prima volta il Terrore (che considero un capolavoro assoluto) quando avevo dodici o tredici anni, in un’edizione ridotta per ragazzi. Mi colpì moltissimo: anzi forse posso dire che nascono da lì certi miei interessi e certe riflessioni che mi hanno portato, negli anni, ad essere quella che sono.

Buona lettura a chi vorrà interessarsene.


mag 23 2014

L’ho già detto che voto M5S?

A ben vedere, non è che ci volesse poi chissà che acume per scrivere quello che ho scritto ieri, motivando la mia scelta di tornare a votare, quest’anno, e di votare per il M5S.

Basta sentire quello che in queste ultime ore convulse di campagna elettorale esce dalle bocche di Gianni &Pinotto Renzi &Berlusconi per comprendere l’immensa paura che attanaglia costoro e i loro sostenitori, adesso che si stanno rendendo conto di come sia possibile (e forse imminente) la reale eventualità di un cambiamento — di essere spazzati via.

Perché è proprio questo che temono, i satrapi: che le cose cambino, che venga abbattuto non già “il sistema democratico”, come sostengono loro, bensì il Sistema tout court. Questo sistema criminale e marcio, corrotto e connivente, colluso e codardo; questo sistema che offre un sicuro, sporco rifugio nel quale infrattarsi e dal quale predare, senza ritegno, senza vergogna — tutti, nessuno escluso: dalla destra che in tempi ormai lontani prometteva purezze saint-justiane qualora fosse arrivata al governo (e c’è arrivata, e ne abbiamo visto la generale indecenza), alla sinistra svuotata di ogni antico ideale e ridotta ad anacronistico simulacro di un antifascismo di maniera bavoso, improduttivo e paralizzante. Nel mezzo, una pletora di entità variamente ideologizzate, ectoplasmi effimeri di poco prezzo e nessun valore.

A quanto pare, è questo che il M5S vorrebbe cancellare: come dargli torto?

Capisco benissimo che ci siano ancora molti attaccati in buonafede ai fantasmi del passato e di grandezze ormai svanite, convinti che abbandonare una bandiera sia sempre e soltanto un tradimento — nostalgia canaglia.

Ma sospetto che se nel 1919 Gramsci, Mussolini e don Sturzo avessero saputo che fine avrebbero fatto le loro idee e chi sarebbero stati i loro epigoni, avrebbero lasciato perdere giornali, movimenti e partiti e tutt’al più se la sarebbero giocata a boccette.

Il passato serve a poco, se non si ha un presente da vivere e un futuro da progettare — dal guado si esce soltanto andando avanti.


mag 22 2014

Quest’anno voto anch’io. E voto M5S

Foto: Condividi se pensi che vinciamonoi!

Chi mi conosce sa che da molti anni non voto alle elezioni — l’ultima volta che l’ho fatto è stato per un partito di sinistra, quando ancora (forse) la sinistra esisteva. E sa pure che in tutti questi anni ho sempre invitato a non votare, per un unico e semplice motivo: che l’Italia essendo stata deprivata della sovranità nazionale dopo il 1945, tutti i partiti e gli schieramenti politici del paese altro non sono che marionette tirate da fili in mani molto lontane da qui. Come spiegava benissimo Ernst Jünger nel suo magistrale Trattato del Ribelle, stante quella situazione era auspicabile “passare al bosco”: rimando al testo jüngeriano ( e mettendo da parte l’odiosa falsa modestia ricordo che sull’argomento ho molto scritto e molto parlato — invano — a suo tempo).

Poi è arrivato il Movimento Cinque Stelle, portando una ventata d’aria nuova sulla scena politica italiana.

Attenzione, ora, a non ripetere nei confronti del termine “nuovo” lo stesso fatale errore compiuto da molti in un altro campo, attribuendo del tutto erroneamente al termine “evoluzione” il significato di “progresso, miglioramento”: in realtà, sia il termine “nuovo” che il temine “evoluzione” implicano un solo e ben preciso concetto — cambiamento. Laddove  “cambiare” significa rendere una cosa diversa da quel che era prima, conferendole caratteri finora sconosciuti — nuovi, appunto.

E che il greco antico traduca con neoterìzein, “fare cose nuove”, il nostro “fare la rivoluzione” non è un dato trascurabile.

Perché l’Italia unita non ha mai conosciuto una vera rivoluzione. Nel bene e nel male, quella del 28 ottobre 1922 non è stata una rivoluzione in senso proprio: la rivoluzione, ammoniva Mao, non è un pranzo di gala — se la si fa sul serio, è fatale mettere sossopra i salotti buoni , rompere qualche suppellettile e lasciare macchie di sangue in giro. Soprattutto, una rivoluzione seria deve eliminare la classe dirigente preesistente, cioè metterla in condizione di non avere più accesso alle leve del potere, per sostituirvi persone nuove ovvero diverse (il che, fra l’altro, evita o limita esponenzialmente il rischio di guerre civili). L’Italia questo non l’ha fatto. Nata dalle guerre risorgimentali — che notoriamente non miravano ad alcun “bene comune” —, è cresciuta fra sommosse popolari, sanguinose repressioni, guerre mondiali e civili, fino a strutturarsi nella repubblica parlamentare come la conosciamo noi, rovinosamente declinata dopo che il miracoloso boom economico degli anni Sessanta ebbe finito di erodere le fondamenta gettate nei decenni precedenti, col sudore e col sangue, dai nostri nonni e bisnonni.

Ma torniamo alla rivoluzione e alla classe dirigente: perché la crisi del 2008, dalla quale discendono tutti i nostri  mali presenti, ha subdolamente rinfocolato  una brace che si credeva sopita ma che invece ardeva ancora — la lotta di classe, mutata nella forma ma non nella sostanza.

Lo dico convintamente, sulla scorta delle molte conversazioni avute con tante persone nel corso degli ultimi mesi. A sostenere tutti i vecchi partiti — le cui magagne sono state più o meno abilmente camuffate grazie a un sofisticato restyling — sono immancabilmente tutte quelle persone che hanno ancora qualcosa da perdere e a cui non sono disposte a rinunciare: che si tratti di una pensione decorosa, di un posto (miracolosamente e non si sa per quanto ancora) fisso, di una solidità professionale o accademica, tutti coloro che godono di questi privilegi — davvero incommensurabili , coi tempi che corrono — restano tenacemente attaccati a quella famosa “via vecchia” abbandonando la quale l’incauto “sa quel che lascia ma non sa quel che trova”.

Al contrario, chi non ha più niente da perdere — perché è rimasto senza lavoro, o ha una pensione da fame, o è strangolato da mutui e tasse —guarda con favore alla “via nuova”, consapevole che niente e nessuno potranno peggiorargli la situazione o rendergli la vita più invivibile di quanto già non sia (la media è di un suicidio al giorno, ma sui giornali non lo leggerete).

Così, si scava lentamente ma inesorabilmente un abisso fra chi ostinatamente difende lo status quo per non perdere quel poco (spesso quel pochissimo) che ancora ha e che lo separa orgogliosamente dai nuovi poveri, e chi altrettanto ostinatamente spera e desidera e vuole e si batte perché qualcosa finalmente cambi — ma cambi sul serio e richiuda una volta per tutte la fogna a cielo aperto che è da almeno trent’anni la politica italiana.

Si tratta di un abisso incolmabile, e non lo dico per usare un tòpos retorico: è incolmabile davvero, perché sul suo ciglio, da una parte e dall’altra, stanno due diverse visioni del mondo — con tutti i corollari del caso.

In questo senso Grillo aveva ragione quando diceva che senza il M5S ci sarebbe stata violenza per le strade: perché il nuovo soggetto politico sorto dal (quasi) nulla è riuscito, incanalandolo, a catalizzare il diffuso malcontento popolare in una forma di protesta trasversale e organizzata che è riuscita a entrare nei palazzi del potere per esprimersi conformemente alle leggi vigenti, per dare voce democraticamente agli innumerevoli singoli che, da soli, non avrebbero mai potuto farsi ascoltare. Non è un risultato da poco.

È anche per questo che io, stavolta, andrò a votare. E voterò M5S: per ricostruire bisogna prima abbattere, e sono stanca delle tante ristrutturazioni di facciata che, di fatto, hanno lasciato quei palazzi drammaticamente immutati. Cambiare non è più un’opzione, è un imperativo. Cominciamo a sparigliare le carte — poi, si vedrà.


mag 20 2014

Ugo M. Tassinari ci racconta “Napolitano. Il Capo della Banda”

Se c’è una cosa che invidio a Ugo M. Tassinari è la sua straordinaria capacità di mantenersi imparziale anche là dove sarebbe umanissimamente comprensibile un moto di sdegno o quantomeno di fastidio.

Ne ho avuto la prova in tutti questi anni, seguendo il suo faticoso (e sofferto, anche) percorso — da storico più che da giornalista — sulle tracce delle ragioni e dei cuori sottesi alla “fascisteria”, con la quale il feeling sembra essersi esaurito: proprio come accade in psicoanalisi, è infinitamente più facile parlare di sé con un estraneo; e quando quell’estraneo riesce a spiegarci cosa pensiamo finiamo per innamorarcene un pochino, salvo poi odiarlo quando scopriamo che ci comprende, sì, ma non ci giustifica né sta “dalla nostra parte”.

Così a maggior ragione gl’invidio quella capacità, adesso che ha avuto il coraggio e la perizia di mettere (a) nudo il re, col suo eccellente Napolitano. Il Capo della Banda (edizioni Sì, Cesena 2014). Perché se tutti, più o meno, in questo sciagurato paese siamo intuitivamente consapevoli del fatto che Giorgio Napolitano è (finora) il peggior presidente della repubblica che ci sia toccato in sorte, non tutti sanno esattamente perché lo è: ma Ugo M. Tassinari ce lo spiega, nei dettagli, con una dovizia di particolari esaustiva e al tempo stesso allarmante.

E lo fa con una lucidità e una spietatezza doppiamente apprezzabili, perché Tassinari proviene dal medesimo PCI di Napolitano — la forbice, nel tempo, si è divaricata come di più non si potrebbe —  ma non per questo esita a scavare per portare alla luce cose che certo non fanno onore alcuno al partito che fu (in un’altra èra) di Gramsci e di Togliatti, a certi suoi quadri, e al mondo “politico” italiano in generale. Scusate se è poco.

È lo stesso Ugo a svelarlo, raccontandoci del suo primo giovanile incontro, nel  1973, con l’allora responsabile nazionale della Cultura venuto ad «illustrare la linea» dopo la tragedia cilena dell’11 settembre di quell’anno. Vale la pena di riportare testualmente il lapidario resoconto del crollo di un’illusione — piccolo dramma personale, che per fortuna evitò a Ugo di finire, chissà, “grigio compagno del PCI” per farne, invece, un ottimo giornalista e un saggista ancora più ottimo (lo so benissimo che non si dice: mi prendo una licenza poetica perché il blog è mio):

Non ricordo un sola frase del lungo, gelido, raffinato ragionamento politico con cui il leader riformista, senza alcuna emozione, ci spiegò che la lezione del Cile era l’esatto opposto di quello che m’era sembrato di capire. Ma il messaggio mi fu chiarissimo. L’errore non era stato, cioè, la mancanza di durezza contro la borghesia compradora e gli apparati militari, ma la presunzione di poter fare da soli, da minoranza governante in regime democratico, senza piegarsi al ricatto dei potentati economici e militari. Contro le velleità avventuriste degli estremisti la via maestra era la politica dei piccoli(ssimi) passi. Pochi giorni dopo, su Rinascita, sarebbe uscito il primo dei tre articoli con cui Enrico Berlinguer lanciava la strategia del compromesso storico. (…)Uscii dalla riunione schiacciato, attonito. Il problema, per me, non era però, come dire, di contenuti ma di senso profondo delle cose e della vita. Nel mio estremismo infantile ero comunista per passione, per emozione, per voglia di fare.

Capii quel giorno che la politica era un’altra cosa, lontana mille anni luce dal mio modo di essere e di vedere. Fu triste e straziante, nei giorni successivi, spiegare ai miei amici che me ne andavo e resistere ai loro tentativi di convincermi a prendere tempo, a pensarci su, a non fare cazzate. Non litigammo neanche: come facevo a spiegargli che io non potevo riconoscermi in un leader di partito che non faceva una piega parlando di una immane tragedia, tutto preso dal ‘ragionamento politico’, impeccabile nella sua monotonìa, nel suo vestito di taglio inglese, nel suo aplomb.(…) ancora non ho finito di elaborare il lutto di quel trauma originario: l’assoluta inconciliabilità tra il mio sogno e la realtà.

Quarant’anni dopo Giorgio Napolitano è ancora lì, algido, impeccabile, assertivo, e con i suoi 88 anni da leader che ha incarnato un’idea della politica come immobilismo si sta trasformando nel corpo stesso (mummificato) del Potere.

Da qui, da questa constatazione che s’invera quotidianamente sotto i nostri occhi, prende le mosse un’indagine sottile e implacabile che svela i retroscena della permanenza inquietante di quest’uomo nei palazzi del potere, delle sue sorprendenti (per noi ingenui) liaisons dangereuses con massoneria, criminalità organizzata, Stati Uniti e poteri forti (passando attraverso personaggi non meno opachi come Berlusconi, Prodi, Monti e il loro entourage), e molto altro — che non anticipo altrimenti vi tolgo tutto il gusto.

Io l’ho letto d’un fiato, e alcuni capitoli li ho pure riletti; non pretendo altrettanto da nessuno ma insomma leggetelo, questo libro: una volta superato lo smarrimento, si potrà comprendere meglio il passato, valutare il presente e — chissà mai? — attrezzarsi per il futuro.

P.S. Grazie, Ugo, gran bel lavoro.


mag 19 2014

Clemente Mastella: a volte ritornano — anzi sempre, purtroppo.

Stamattina mentre facevo colazione e zapping mi sono imbattuta nel faccione di Mastella ad “Agorà”. Curioso, ho pensato, sarà un vecchio spezzone. Invece no: stamattina ad “Agorà” c’era proprio Clemente Mastella che metteva in guardia gli italiani contro i buffoni della politica. Clemente Mastella, esponente di Forza Italia; Clemente Mastella, già salito agli onori delle cronache — giudiziarie e non solo—  insieme alla consorte Sandra Lonardo (perché Dio li fa e poi li accoppia, ma non li accoppa mai); Clemente Mastella, che ha messo su una gran bella famiglia; Clemente Mastella, l’inaffondabile.

E questo signore qui, stamattina, pontificava in tv sui mali della politica-spettacolo, e sui buffoni che pretendendo di amministrare la cosa pubblica la rovinano — non aveva tutti i torti:  a rovinare la cosa pubblica non c’è nessuno bravo come i politicanti arraffoni e corrotti che non riusciamo a toglierci dai piedi da quarant’anni a questa parte. Loro sì che hanno mestiere, mica questi quattro improvvisatori dell’ultim’ora.

Suppongo che i giornalisti di Rai 3 guadagnino parecchio. Altrimenti non vedo come sarebbe possibile accettare di avere in qualche modo a che fare con uno come Mastella: io, con uno così, non potrei stare neanche nella stessa stanza, figuriamoci interagire.

Il fatto è che la parola “buffone”, oggi, in Italia viene usata a sproposito — a meno che non vi sembrino seri Napolitano, Berlusconi, Renzi, Alfano, Salvini eccetera eccetera.


feb 17 2014

Un ricordo per Giordano Bruno

Come si fa? Come si fa a non ricordare il frate di Nola che sfidò l’oscurantismo della Chiesa di Roma? In un’epoca, poi, che non lasciava spazio a dibattiti e civili confronti in punta di forchetta — gli avversari, la Chiesa di Roma li infilzava per davvero. O li inceneriva, come facciamo noi oggi con i rifiuti. E Giordano Bruno è finito proprio così, in cenere: ma è una cenere sotto cui continua ad ardere la brace, una cenere che non si è dispersa come speravano (invano) i suoi carnefici.

Io non posso non ricordarlo: il giorno in cui la Santa Inquisizione pronunciò la sua condanna è il giorno del mio compleanno — ho sempre un pensiero per quel gigante.

Non aggiungo altro: l’ho già fatto in passato.