ott 30 2014

Ieri, a Roma: resistenza all’oppressione e diritti dimenticati

Forse un aggettivo appropriato per definire quello che è successo ieri a Roma è “sconcertante”.

È chiaro che l’uso della forza contro i dipendenti della Ast di Terni non è stato un’alzata d’ingegno di qualche singolo agente in fregola da judge Dredd, ma risponde a precisi ordini impartiti dall’alto: e lo sconcerto è dovuto al fatto che difficilmente i lavoratori a rischio possono esser fatti rientrare nella categoria “sovversivi”.

Diciamo che in linea di massima quando la piazza si agita è ai piani alti che bisogna porsi domande; e a maggior ragione quando ad agitarsi non sono esuberanti “antagonisti” ma angosciati padri di famiglia che nutrono giusti dubbi sulla stabilità del futuro loro e dei loro figli.

In Italia, oggi, pare che tutti — tranne Renzie e la sua claque — abbiano ben chiara la gravità della situazione e l’estrema difficoltà (per non dire l’impossibilità) che il Paese possa riemergere a breve dalla palude in cui sta affondando. E pare che tutti — tranne Alfano che sta studiando da chandala — abbiano capito che manganellare i lavoratori che protestano per avere lavoro e pane non è una pratica efficace né tantomeno raccomandabile: soprattutto per gli effetti sul medio periodo. (L’ultimo a non capirlo è stato lo zar Nicola II nel 1905, quando fece sparare sulla folla che chiedeva, appunto, pane e lavoro. Com’è andata poi a Ekaterinburg, tredici anni dopo, sta scritto sui libri di storia).

Eppure c’è mancato veramente poco che il diritto di resistenza figurasse ufficialmente nella nostra Costituzione. Sembra, però, che vi sia sotteso o che comunque vi si possa fare riferimento senza ledere in alcun modo la democraticissima carta costituzionale. Dovremmo tenerlo presente, e farlo sapere a chi ancora non lo sa. E poi, magari, farne buon uso.

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Vicenda sofferta, quella del diritto di resistenza nella storia della Repubblica italiana — nel corso dei lavori per l’elaborazione della prima parte della Costituzione, il 5 dicembre 1946 la Sottocommissione incaricata inserì nel Progetto di Costituzione, al 2° comma dell’art. 50, la seguente disposizione: «Quando i pubblici poteri violino le libertà fondamentali ed i diritti garantiti dalla costituzione, la resistenza all’oppressione è diritto e dovere del cittadino». Proposta dal democristiano Giuseppe Dossetti e dal demolaburista Cevolotto, la disposizione era manifestamente ispirata all’art. 21 della Costituzione francese del 1946: «Qualora il governo violi la libertà ed i diritti garantiti dalla costituzione, la resistenza, sotto ogni forma, è il più sacro dei diritti ed il più imperioso dei doveri». Ma nel maggio 1947, quando il Progetto di Costituzione venne discusso dall’Assemblea Costituente in seduta plenaria, alcuni deputati si opposero all’inserimento della norma; e così nel dicembre dello stesso anno, quando si votò il testo dell’art. 54 («Tutti i cittadini hanno il dovere di essere fedeli alla Repubblica e di osservarne la Costituzione e le leggi. I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore, prestando giuramento nei casi stabiliti dalla legge»), sostitutivo dell’art. 50 del Progetto, il diritto di resistenza risultò soppresso, nonostante il voto favorevole di comunisti, socialisti e autonomisti. Non è irragionevole pensare che sull’esito del voto influisse una certa apprensione motivata da un vizio di interpretazione del concetto di resistenza, confuso con quello di rivoluzione e suggerito dalle recenti vicende del Paese: tra i due termini, infatti, c’è una profonda differenza — la rivoluzione è sovversiva, cioè tende al rovesciamento del regime politico vigente; invece la resistenza è restauratrice, cioè mira al recupero e alla conservazione del regime politico vigente ma percepito come snaturato. Dunque la resistenza si configura a buon diritto come strumento di garanzia per l’esistenza del regime politico. (A questo punto, ci si potrebbe chiedere se l’antifascismo post 25 luglio 1943 non abbia fatto opera di rivoluzione piuttosto che di resistenza; e se in quest’ottica il termine di “resistenza” non vada invece applicato ai combattenti della Repubblica Sociale Italiana — ma temo che finiremmo molto lontano). In ogni caso, con uno di quegli escamotages che hanno reso l’Italia famosa nel mondo si può affermare orgogliosamente che «Il diritto di resistenza è sostanzialmente (ed implicitamente) accolto dalla nostra Costituzione, in quanto rappresenta una estrinsecazione del principio della sovranità popolare, sancita dall’art. 1 della Costituzione e che quindi informa tutto il nostro Ordinamento giuridico». [preso da qui]


ott 22 2014

Di vescovi ed orsi

Sul “Giornale” di ieri 21 ottobre 2014 — il giornale fondato da Montanelli di proprietà di Paolo Berlusconi e ora diretto da Sallusti — largo spazio è dedicato alle attualmente difficili condizioni di vita delle comunità cristiane in Medio Oriente e segnatamente in Siria. A parlare è Georges Abou Khazen, vescovo di Aleppo, che giustamente si preoccupa della sopravvivenza della sua Chiesa e trascinato dall’entusiasmo accusa l’Occidente di aver «dimenticato comunità cristiane antiche migliaia di anni come gli Assiri e i Caldei». Vorrei ricordare sommessamente a Monsignore che gli Assiri e i Caldei sono lì più o meno dal XII secolo a.C., è vero: ma che le comunità cristiane assiro-caldee si sono venute formando a partire dal IV/V secolo della nostra era, e sono quindi più giovani del cristianesimo stesso — diciamo che hanno millecinquecento anni. Che non sono pochi ma non sono “migliaia”. Non fa niente, l’emozione è l’emozione.

Meno giustamente, invece, il vescovo protesta perché, a suo dire, «In Italia vi preoccupate molto per gli orsi e le specie in via di estinzione, ma non fate niente per evitare lo sterminio di queste comunità costrette a scavarsi la fossa». Vorrei dire che comprendo la posizione di Monsignore: umanamente, almeno. Intendo che il vescovo teme per la vita dei fedeli: il che è meritorio e rientra a pieno titolo nel novero delle legittime e umane ambasce. Ma non comprendo, e anzi mi urta, quest’ennesima declinazione di quello che il filosofo Jean-Baptiste Jeangène-Vilmer chiama “il sofisma del peggio”: “che senso ha preoccuparsi degli orsi e delle specie in via di estinzione, quando a rischiare l’estinzione ci sono degli esseri umani?”. Detto anche benaltrismo, questo atteggiamento consiste nell’anteporre “ben altro” a qualsivoglia presa di posizione o assunzione di impegno etico, finendo per sfociare nell’immobilismo — c’è sempre qualcosa di peggio a cui dover fare fronte, e nessuna causa è meritevole in modo assoluto.

Vorrei allora rispondere con qualche puntualizzazione.

La prima è che non necessariamente occuparsi di orsi ed altri animali implica il disinteresse nei confronti di altre creature: anzi, generalmente chi è sensibile alle sofferenze dei non-umani non lo è di meno a quelle degli umani. Ma poiché non tutti possono occuparsi di tutto, è giocoforza operare delle scelte. Per sua natura, l’antispecista non pone distinzioni fra l’umano e il non-umano: il che lo porta a considerare con la stessa angoscia il male che incombe, in modi diversi, su entrambi.

La seconda è che nessun nato di donna è innocente. Vede, Monsignore: la Chiesa, le cui sorti Le stanno — ripeto — giustamente a cuore, non si è mai astenuta dall’intervenire temporalmente oltre che spiritualmente sulle genti con cui è venuta a contatto nel corso dei secoli, e in modo che eufemisticamente definirò incisivo. In particolare, è dal tempo delle Crociate in Terrasanta che laggiù i vostri rispettivi monoteismi confliggono: vorrà convenire con me sull’inevitabilità che ogni tanto qualcuno ricordi e decida di pareggiare i conti. Non sto dicendo che sia, per usare il vostro linguaggio, cosa buona giusta doverosa e salutare: ma succede ed è un’eventualità concreta con la quale dovreste aver imparato a convivere. Anche perché la “comunità internazionale” cui ha fatto appello papa Francesco per riportare la pace e l’equilibrio in quelle regioni è la stessa comunità internazionale che «non mutò aspetto, / né mosse collo, né piegò sua costa» quando George Bush jr, all’indomani dell’11 settembre 2001, dichiarò che avrebbe lanciato una nuova «crociata contro il male»intendendo per “male” l’Islam. Senza soffermarsi nemmeno per un attimo a pensare quale e quanto potesse essere il peso di quelle parole. La fisica, Monsignore, insegna che ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria: è una legge a cui non sfugge alcune delle umane cose. Le scuse che la Chiesa di Roma ha ripetutamente rivolto al resto del mondo negli anni passati sono una lodevole dimostrazione di ravvedimento, ma nient’altro.

La terza (e ultima) riguarda il problema dell’estinzione: mischiando (un po’ indebitamente, ma la Scolastica mi perdonerà) biologia e grammatica, diciamo che il cristianesimo è un modo della specie “uomo”. Se anche il cristianesimo come religione dovesse sparire, non ne seguirebbe come immediata conseguenza la sparizione del genere umano — so che voi la pensate diversamente, Monsignore, e che questo è un argomento di fede: ma fatevene una ragione. Al contrario, quando una specie animale si estingue non ci son santi né madonne che possano invertire il processo: una specie scomparsa è scomparsa per sempre, e non ne resterà mai altro che un’immagine con didascalia e il ricordo perduto per sempre come lacrime (di animalisti, I suppose) nella pioggia.

Così, Monsignore, La pregherei di mettere da parte queste ripicche mondane che non fanno onore né a Lei né alla Sua Chiesa. C’è chi si preoccupa attivamente della sorte dei cristiani in Siria; come c’è chi si preoccupa attivamente d’altro. Buona fortuna a entrambi.


ott 10 2014

Auguri puntuali in un giorno d’ottobre

Carlo carissimo,

stavolta come vedi sono puntuale — mica come l’anno scorso. Cosa rara, per me, lo sai: tu che mentre mi affannavo a finire di prepararmi per affrontare un’altra vertiginosa giornata di vacanza (non erano mai riposanti, le vacanze da te a Firenze) eri già uscito a prendere giornale e brioches, avevi preparato il caffè, apparecchiato la tavola e mi aspettavi paziente. Ma io ero e resto un gufo, e tu probabilmente un’allodola iperattiva, ché si poteva andare a dormire alle quattro dopo una giornata di musei-mostre-cinema-chiacchiere e io la mattina ero schiantata mentre tu eri in pista dalle 6 o giù di lì.

Dunque sono puntuale, si diceva. E quest’anno più degli altri mi piacerebbe tanto parlare di nuovo un po’ con te, perché stiamo vivendo proprio  tempi interessanti (che l’abbia detto davvero un saggio cinese o sia un’invenzione di Brecht poco importa: il senso è quello e cade a puntino). Non hai idea — o forse sì: là dove sei adesso credo che di idee se ne debbano avere parecchie — non hai idea di quante delle tue previsioni si stiano avverando, né di quante delle tue ipotesi stiano mostrando ora tutta la loro concretezza. Siamo in un bel momento, Carlo: ci sono vecchi nodi che stanno venendo al pettine, vecchie maschere che cadono, vecchi schemi che mostravano da tempo la corda ma adesso la corda pare si stia spezzando davvero — e accidenti se era ora.

So che ti divertiresti; e so che te ne usciresti con qualcuna delle tue battute fulminanti — ci capitava spesso di dirne di simili, e in contemporanea: e le risate raddoppiavano. (Per non parlare di quel lavoro a più mani in cui scoprimmo di aver dato lo stesso titolo alla trattazione del medesimo argomento, all’insaputa l’uno dell’altra: se non è feeling questo…). Io adesso le battute continuo a farle lo stesso: ma accetto suggerimenti, vedi tu come e se è possibile.

Devo ammettere che di questi tempi le battute sono amare, e l’umorismo ha lasciato quasi del tutto il posto all’ironia: quello spreco di teste e di cuori che lamentavi allora è continuato negli anni, e negli ultimi mesi ha raggiunto vette che credevo inarrivabili. Mi sa che nemmeno tu, con tutta la tua fantasia e tutta la tua lungimiranza, saresti mai riuscito a concepire certe contorsioni/distorsioni che affollano il reale e il virtuale. Mi consolo ripetendomi che è il Kali-yuga (quante volte ne abbiamo parlato?) ma credimi che a volte la cosa non è di nessun conforto: a volte, (mi) viene voglia di dire anch’io “adesso basta, sono stanca” — tu mi capisci.

Invece poi si scrollano le spalle, ci si tira su,  si rimboccano le maniche e si ricomincia un’altra giornata, un altro impegno, un’altra causa: sempre avanti, imparando dal passato per plasmare il presente e progettare il futuro. Quando c’eri anche tu, a farlo, era più divertente: ma bisogna adattarsi, non è vero? Stavolta, comunque, si riparte: manchi tu, ma non la tua lezione.

Un abbraccio

A.


ott 9 2014

Ebola, Excalibur e gli animalari ovvero dello specismo insipiente

Ebola non c’è neanche bisogno di spiegare cos’è perché ormai lo sappiamo — ahinoi — tutti.

Excalibur è il nome del cane di Teresa, l’infermiera spagnola contagiata da Ebola, ucciso ieri.

“Animalari” è il termine dispregiativo con cui i non-animalari designano abitualmente noi animalisti/antispecisti [A/As] (e si qualificano da soli: a suo tempo Lenin ha fatto riflessioni interessanti sull’uso dell’insulto in politica).

Così, all’indomani del contestatissimo abbattimento del povero Excalibur, reo soltanto di essere il cane di un’umana che — pare per sua leggerezza — si è beccata il virus Ebola, ecco che sul web e sui media fioriscono i soliti commenti: “preferiscono salvare un cane che una persona”, “fosse per loro dovremmo morire tutti”, “quante storie per un animale” eccetera eccetera, secondo un repertorio tristo e trito che conosciamo ormai a memoria.

A parte certe posizioni personali, che impegnano soltanto chi le esprime (come me, per esempio, prontissima a dichiarare senza alcuna difficoltà che non riconosco la superiorità assoluta di qualsiasi vita umana su qualsiasi vita non-umana, e che fra certi esseri umani e un qualunque vivente non-umano preferisco quest’ultimo) — a parte queste posizioni meravigliosamente scandalose, dunque, resta l’abisso della profonda incomprensione di ciò che si è consumato ieri, e che i non-animalari liquidano con qualche battutina e il sorrisetto-di-superiorità d’ordinanza.

Quello che noi A/As contestiamo è che si sia deciso di abbattere Excalibur a prescindere; ovvero senza aspettare di tenerlo in osservazione ed effettuare una qualche indagine conoscitiva per verificare il suo effettivo stato di salute e trarre utili indicazioni, pragmaticamente parlando (come sottolinea Juanjo Villalba), sulle modalità di contagio dell’Ebola, le possibilità di cura e la risposta di un organismo animale al virus — è chiaro che il concetto che non siamo topi di 70 chili, come diceva il tossicologo Hartung, è ben lungi dall’essere essere un dato acquisito; ovvero senza riservargli le attenzioni e le cure che si riservano abitualmente ai viventi umani, come se Excalibur non fosse (stato) un essere senziente, con la capacità di provare gioia, piacere, dolore, angoscia. Figuriamoci. Poiché c’era un sospetto di contagio, rauskaputt, senza se e senza ma. Eppure la possibilità di mettere Excalbur in quarantena c’era, dice Amanda Romero (Igualdad Animal) nell’intervista linkata più sopra: il fatto che si sia preferito percorrere la via più breve denuncia inequivocabilmente la totale incuria nei confronti degli animali ben radicata in Spagna, come lamenta Romero: ma purtroppo presente ovunque nel mondo, aggiungo io. Un mondo psicotico in cui l’assoluta, cieca e abnorme centralità dell’individuo umano viene ribadita con arroganza paranoica da religiosi e da laici, da persone colte e dall’uomo della strada, dai media e dalla moda, in ossequio a un condizionamento culturale plurimillenario che sta precipitando il pianeta nel baratro: e se prima “c’era tempo”, adesso il tempo sta finendo. Non capirlo è criminale. O è stupido. O entrambe le cose.

Adesso però vorrei sapere quand’è che ammazzeranno il marito di Teresa e tutte le altre persone sospettate di essere entrate in contatto con lei: prevenire è meglio che reprimere, lo sanno tutti e soprattutto gli Usa, che nel dubbio se un paese ospiti dei terroristi oppure no decidono di raderlo al suolo subito così ci leviamo il pensiero. E se invece erano tutti innocenti e/o incapaci di difendersi pazienza: ci siamo portati avanti.

Meditatela, l’analogia: perché non è peregrina.


ott 1 2014

Beatrice Lorenzin o della politica quantistica

Gli universi paralleli esistono e io ne ho la prova.

Non è difficile: basta prestare un po’ d’attenzione alle esternazioni del ministro Beatrice Lorenzin:

1) che l’altro giorno in Campania ha dichiarato: «Il malato Campania è in via di guarigione, ma bisogna correggere gli stili di vita sbagliati, come mangiare troppi cibi grassi e fumare troppo, che sono la prima causa delle patologie tumorali». Qualche visionario sostiene che anche respirare l’aria delle zone in cui sono stoccati i rifiuti tossici, bere l’acqua proveniente dalle falde inquinate dalle discariche e mangiare alimenti provenienti dalla coltivazione e dall’allevamento in quelle medesime terre non contribuisca al mantenimento di una salute ottimale, ma è chiaro che si tratta di incompetenti;

2) che il 16 luglio così twittava:

È chiaro che il ministro non vive nel medesimo universo in cui ci muoviamo io e voi. Ogni tanto scivola da un universo all’altro, coglie frammenti di realtà e li reinterpreta secondo categorie mentali non univoche via via che fluttua tra piani spazio-temporali differenti, attraverso porte di cui soltanto lei possiede la chiave. Non c’ è altra spiegazione. O forse sì. Suggerimenti?


ott 1 2014

Ebola: vent’anni dopo, come da copione

Credevo di essere l’unica, dopo vent’anni,  a ricordarsi di Area di contagio, notevole cronaca romanzata di Richard Preston sulla prima apparizione del virus Ebola. Invece ad agosto ci era già arrivato Marco Zirotti (io ad agosto stavo litigando col generale Cadorna sul fronte isontino).

Il libro, se lo trovate, leggetelo: perché merita. E come per Wag the dog di Barry Levinson (1997) — orrendamente tradotto in italiano con “Sesso e potere”, perché in Italia “tira più la mutanda che un carro con la banda” diceva la Salomè/Melato in Film d’amore e d’anarchia — come per Wag the dog, dicevo, è probabile che alla fine vi chiederete se è la realtà che supera la fantasia, o se il copione era già stato scritto.

C’è poco da stare allegri, comunque.


set 30 2014

Di vergini e cammelli

Non so a quanto stanno i cammelli sul mercato, oggi: ma credo che per una vergine quattordicenne ce ne voglia più di uno.

In Italia i prezzi sono più bassi: mille euro e ti porti a casa (cioè proprio a casa magari no, soprattutto se sei sposato con figli e il frutto dei tuoi lombi ha l’età del tuo nuovo giocattolo) il tuo bel pezzettino di carne fresca incartato col fiocco. Conviene.

O almeno è quello che sembra suggerire la recente sentenza che consente agli imputati nel caso delle baby-squillo dei Parioli il patteggiamento, la sospensione della pena e la non menzione della condanna in cambio di qualche spicciolo. Aggiungiamo la sentenza di Cassazione che prevede l’eventualità delle attenuanti in caso di stupro, e l’impressione sarà quella di aver fatto un salto indietro nel tempo di svariati decenni — Telefono Rosa la definisce una sentenza di 150 anni fa, ma si sa che queste fanatiche convinte che tutto il mondo ce l’abbia con loro sono le solite esagerate: sta’ a vedere che adesso un uomo non può più divertirsi in santa pace.

Seriamente: questa è una di quelle vicende sulle quali davvero non si sa cosa dire, perché nessuna parola per quanto indignata riesce a restituire lo squallore che le permea: mille schifosi euro per avere il permesso di calpestare quella che dovrebbe essere la prima cura dell’adulto, ossia la protezione dei cuccioli — va da sé che la cosa non si dà in natura, ma soltanto nella cultura che contraddistingue e abissalmente separa l’animale umano dagli animali non-umani.

A me personalmente sorge il brutto sospetto che su questi patteggiamenti gravi l’identità di almeno due dei clienti coinvolti (a che titolo e in quale misura ancora, pare, non si sa) nella storiaccia: il Floriani marito di Alessandra Mussolini e il Bruno figlio del Donato Bruno parlamentare di Forza Italia. Poiché non sappiamo i nomi degli altri gentiluomini incapaci di tenersi su le mutande, ma sappiamo che si trattava di una clientela sceltissima, non ci sarebbe nulla di strano che nell’affaire fossero impegolati altri nomi così eccellenti da giustificare una passata di spugna. Del resto, un certo tipo di italiano è quello che si mette l’orologio sul polsino perché lo faceva Agnelli; e, considerati certi Presidenti del consiglio che hanno dettato la linea per anni, perché mai quello stesso tipo di italiano non dovrebbe lasciarsi travolgere da un maschio spirito di emulazione?

Sarebbe bello, che dico, bellissimo se un qualche benemerito Snowden de noantri facesse scappare dalla Procura quei nomi: credo che parecchi gliene sarebbero grati.

P.S.: Non venite a dirmi, per cortesia, che però le ragazzine “ci stavano”: perché il problema non è che una minorenne (molto minorenne) abbia una certa idea del sesso e del mondo. Il problema è l’adulto che le ha consentito di farsela, quell’idea. Ed è quell’adulto che va colpito e punito senza sconti, attenuanti, patteggiamenti o esibizioni di parentele.


ago 4 2014

“Il Terrore” di Arthur Machen: così ne parla (bene!) la Stamberga dei Lettori

Che ho (ri)tradotto un capolavoro di Arthur Machen, Il Terrore, l’ho già detto e ripetuto a rischio di diventare molesta come una mosca d’autunno.

Quello che non ho ancora detto perché non lo sapevo fino a poco fa è che sulla Stamberga dei Lettori compare una calorosa recensione del libro. Il che, ovviamente, non può non rendermi orgogliosa: la bellezza e la complessità del testo di Machen hanno rappresentato una sfida affascinante che sono felice di aver raccolto — e il risultato sembra pure apprezzabile. (Toglietemi quello stupido sorriso che ho incollato sulla faccia e restituitemi un briciolo di modestia, per favore).

Insomma, buona lettura — della recensione e magari anche del libro: se vi piace, è merito di Machen; se non vi piace, è colpa mia.


lug 29 2014

Lettera agli equidistanti/dubbiosi/curiosi sulla questione di Gaza

Cari equidistanti/dubbiosi/curiosi che da giorni mi chiedete conto del mio coinvolgimento emotivo nei confronti del genocidio in corso a Gaza,

ricorro alla formula della lettera aperta perché non ho tempo per rispondere privatamente a ognuno di voi, e poi perché credo che ripetere come stanno le cose non faccia mai male — soprattutto quando si è sottoposti, come in questo caso, a un martellamento mediatico che sa di propaganda più che di informazione.

Quello che accomuna tutti voi è lo stupore per il mio atteggiamento: vi meraviglia che io mi scaldi tanto, benché lo facciate per motivi diversi. Non entro nel merito delle molteplici ragioni che vi spingono a privilegiare l’oppressore a scapito dell’oppresso: non sono qui per capire come la pensate voi, ma per chiarire come la penso io, visto che la cosa sembra interessarvi.

Una delle domande che più frequentemente mi rivolgete è perché io manchi così platealmente di equidistanza nella valutazione degli attori in gioco. Vedete, l’equidistanza è un atteggiamento che si può praticare quando gli attori sono su un piano paritario: Karpov-Kasparov, Coppi-Bartali, Beatles-Rolling Stones… nessun problema. Ma quando la disparità è così evidente come nel match squilibratissimo Palestina-Israele che vi ostinate a chiamare “guerra”, io proprio non ce la faccio a mantenermi equidistante.

So che la cosa vi suona strana, per almeno due motivi della cui bontà siete (quasi tutti in perfetta buona fede) assolutamente sicuri: il primo è che sembra davvero impensabile non parteggiare per il popolo ebreo, con tutto quello che ha dovuto subire; il secondo è che siccome per litigare bisogna essere in due (lo diceva sempre anche la mia nonna quando bisticciavo col moroso di turno), se adesso da quelle parti siamo a questo punto vuol dire che entrambi i contendenti devono aver commesso degli errori.

Non vi conosco tutti personalmente: so che alcuni di voi non sono mai stati particolarmente interessati alle questioni geopolitiche, e quindi considerano la questione israelo-palestinese come una sorta di faida interna i cui esiti non possono avere importanza alcuna per l’Occidente; di altri, so che per motivi anagrafici ignorano molti eventi legati all’occupazione israeliana in Palestina; infine, ve ne sono certi (analisti, si chiamano) che pretenderebbero di poter risolvere la cosa con un volemose bbene generale, come se il sangue che è scorso in quella regione da settant’anni potesse essere lavato via con un colpo di spugna diplomatico per ripartire “sul pulito”.

Così, mi concentrerò sui due motivi che ho detto: perché da quanto vedo e sento in queste settimane sembra che tutti i pro e i contro si riducano a quelli.

Comincio dal primo: per quanto possa sembrare banale, dirò (anzi ripeterò, poiché lo dico da decenni) che Israele, cioè l’entità sorta nel 1948, è una cosa, e gli ebrei un’altra. Nulla di ciò che possono aver sofferto gli ebrei nella loro storia giustifica, legittima o rende ragione di quello che l’entità israeliana ha inflitto e infligge ai nativi palestinesi dal 1948 — come provano l’opposizione interna israeliana e le molte, moltissime voci di ebrei non israeliani che si levano contro l’operato delle autorità israeliane. L’accusa infamante di antisemitismo, che viene rivolta con tanta leggerezza e malafede a chiunque osi manifestare il proprio rifiuto di accettare la violenza esercitata quotidianamente dai militari israeliani contro i nativi palestinesi senza riguardo a sesso ed età, è frutto di una manipolazione profonda e distorcente: non soltanto perché “semiti” sono sia gli ebrei che i palestinesi, e definire “antisemita” chi sostiene le ragioni dei secondi contro i primi è quindi un nonsenso; ma soprattutto perché costituisce un escamotage odioso, volto a impedire di esprimere il legittimo dissenso nei confronti dell’entità statale israeliana e del suo comportamento ripetutamente lesivo dei diritti umani sanciti da tutte le convenzioni internazionali, in dispregio di tutte le risoluzioni di condanna emesse dall’ONU e puntualmente disattese.

Ma se io non sono antisemita, sono invece antisionista: lo sono perché sono anticolonialista e antimperialista, e il sionismo è per sua stessa natura colonialista e imperialista (non a caso, Israele nasce sotto gli auspici e la benedizione di una grande potenza coloniale e imperialista, la Gran Bretagna; e sopravvive grazie all’aiuto economico e all’appoggio ideologico di un’altra grande potenza imperialista, gli Stati Uniti d’America): Theodor Herzl non ne faceva mistero, scrivendo a Cecil Rhodes “il mio è un programma coloniale”; non ne faceva mistero neppure Zeev Jabotinsky, quando diceva “grazie a Dio, noi ebrei non abbiamo niente in comune con quello che viene chiamato ‘Oriente’ (…) Noi andiamo in Palestina prima per il nostro benessere nazionale, e poi per espurgarne sistematicamente ogni traccia di ‘anima orientale’”.

Quanto al secondo motivo, esso procede da un errore a monte: e questo errore consiste nel dimenticare o nell’ignorare che la situazione odierna (quella per la cui risoluzione certi analisti invocano il riconoscimento delle reciproche manchevolezze) nasce da un “peccato originale” — l’ingiustizia inflitta ai nativi Palestinesi proprio a partire dal 1948, quando le milizie ebraiche non-ancora-israeliane li cacciarono dalle loro terre, ne distrussero le proprietà e ne rasero al suolo le abitazioni, condannandoli a un esilio forzato o alla non-vita sotto l’occupazione militare. Questo immenso torto (parliamo di centinaia di migliaia di nativi palestinesi) venne consumato nel disinteresse o con l’acquiescenza dell’intero Occidente, e soltanto in tempi recenti è stato portato alla luce da insospettabili addetti ai lavori — i “nuovi storici” israeliani (http://www.cartografareilpresente.org/article80.html). Pertanto, nel momento stesso in cui una situazione si presenta asimmetrica in virtù della prevaricazione di un attore su un altro (possiamo chiamarla, se preferite, “responsabilità unilaterale”), io personalmente mi rifiuto, sia sul piano logico che sul piano etico, di considerare equivalenti quegli attori e di mantenermene equidistante.

La faccenda, naturalmente, è di tale complessità da non poter essere certo sbrigata sui social: ma ci tenevo a puntualizzare un paio di cose, proprio perché non ne posso più di sentirmi rivolgere domande come “ma perché stai coi terroristi palestinesi?”, “ma allora sei antisemita?”, “ah, sei nazista?”, “ma non pensi a quello che hanno sofferto gli ebrei sotto Hitler?”, “perché ce l’hai con gli israeliani?”, “sei diventata musulmana?” e via delirando.

Va da sé, cari equidistanti/dubbiosi/curiosi sulla questione di Gaza, che resto a disposizione per chiarimenti, delucidazioni, precisazioni eccetera. Ma dal profondo del cuore vi prego, se vorrete rivolgermi qualsiasi altra domanda in merito, di pensarci bene prima di insultare la vostra e mia intelligenza.


lug 17 2014

Gaza: death at working

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