O santa, o beata, o sublime ingenuità. È appena uscita la nuova […]

  Domenica 23 maggio l’ambasciatore Avarna di Gualtieri consegna ufficialmente (e suo […]

Gli “ismi”, insegnava Franco Bonesi (mio compianto docente), hanno sempre una connotazione negativa: […]

Papa Francesco e l’enciclica “Laudato si'”: plus ça change, plus c’est la même chose

O santa, o beata, o sublime ingenuità.
È appena uscita la nuova enciclica, e già leggo sui social cose come «che bello vedere col culo stretto (sic!) chi divora il pianeta in nome del “progresso”», «il papa scomunica le banche», «da oggi sarà più difficile per i grandi della Terra eludere le istanze ambientali» e via esultando (per tacere di amenità come «un papa di sinistra», «l’enciclica “verde” del papa», «se il papa fa la rivoluzione» et similia).
Non posso non pensare a quando qualcuno fece presente a Stalin la preoccupazione di Pio XII per i progetti sovietici sull’assetto mondiale post-1945, e quel satanasso si limitò a chiedere «quante divisioni ha, il Papa?». Uguale. Anche perché il Papa non ha fatto (né probabilmente farà mai) nomi e cognomi o ragione sociale e partita Iva dei reprobi: laddove la forza magica della scomunica si fonda proprio sull’identificazione precisa e inequivocabile del peccatore — a titolo d’esempio, riporto il testo della scomunica di Arduino marchese d’Ivrea e re d’Italia (passato a miglior vita mille anni fa, nel 1014) e di suo fratello, pronunciata nel 999 dal suscettibile vescovo Warmondo:

Malediciamo Arduino ed Amedeo suo fratello, predoni e devastatori della chiesa di Dio; malediciamo tutti i cittadini d’Ivrea che loro diedero aiuto e consiglio; siano maledetti nella città, nei campi, maledetti i loro beni e le loro terre e gli armenti e tutti i loro animali, maledetti dove entrano, donde escono; mandi Iddio su di essi la fame e la pestilenza: siano maledetti vigilanti, viaggianti, dormenti, riposanti. Li percuota Iddio con miserie, febbri, geli, arsure, infermità fino alla morte. Li percuota il delirio, la cecità, il furore della mente in ogni tempo, i loro figli siano tosto orfani e vedove le mogli. Dio falli come rota al vento, come fuoco che avvampa in foresta, come fiamma sprigionata dai monti.
E queste maledizioni tutte, dalla pianta dei piedi al vertice dei capelli, li avviluppino per ogni dove, finché non tornino penitenti e sommessi nel seno della madre chiesa. E tutta la plebe di questa madre chiesa dica: ” Così sia, così sia. Amen”.

Il rito prevedeva che la scomunica venisse officiata dal vescovo alla presenza di dodici sacerdoti che reggevano ciascuno una lampada accesa; terminata la lettura della scomunica, i dodici sacerdoti gettavano a terra le rispettive lampade e le calpestavano fino allo spegnimento. Converrete che una cosa così risulta un po’ più terrificante di un rito voodoo — di fatto lo era, soprattutto all’epoca in cui valeva veramente, nella carne e nel sangue, il precetto nulla salus extra ecclesiam, non c’è salvezza al di fuori della Chiesa.

Ma qui — nella Laudato si’, dico — nomi non ce n’è. E nella civiltà occidentale di matrice veterotestamentaria se un ente non ha nome, non esiste: perché nessuna voce legittima lo evoca all’essere, traendolo dall’abisso immateriale del non-detto (Genesi 1, passim, e 2:19-20). In altre parole, sono incline a credere che nessuno dei responsabili materiali dello scempio planetario perderà il sonno.

Dopodiché, a voler essere antipatici basterebbe un solo rilievo per ricacciare l’enciclica nella categoria degli esercizi di stile di cui la diplomazia curiale è maestra. Eccolo: l’enciclica si chiama “Laudato si'” —, che, come tutti sanno, è l’incipit del Cantico delle creature composto da Francesco d’Assisi, al quale santo s’ispira (dice) papa Bergoglio. Ora, l’esortazione è rivolta al Signore, al dio cattolico persona e creatore: divinità come sappiamo non riconosciuta da alcuni miliardi di persone nel mondo. Dunque l’enciclica può legittimamente rivolgersi alla cerchia dei fedeli cattolici, né può oltrepassarne i limiti: e mai, ma proprio mai, potrà avere o pretendere una cogenza morale nei confronti di chi sta (per destino o per scelta) al di fuori di quella cerchia. Fine.

A voler essere pignoli, invece, si potrebbe sottolineare la deprecabilità della scelta pontificia di parlare della Terra come della “nostra casa comune”. “Nostra” di chi? La “casa” è dove stanno gli esseri umani — e i non-umani? Dove stanno, loro? Non mi pare che l’enciclica si ponga questa domanda o vi dia una risposta, ma potrei sbagliare. In ogni caso, è evidente l’impossibilità della Chiesa di sottrarsi o quantomeno di mettere in discussione l’antropocentrismo — che, di fatto, la giustifica e ne rende ragione attraverso i secoli. Ne consegue un’altra sua impossibilità: quella di proporre un’efficace alternativa all’attuale modello di sviluppo, che non ci è piombato in testa da un’astronave aliena ma che zampilla direttamente dal monoteismo giudeo-cristiano con annessi e connessi (lo so, il discorso è troppo lungo da affrontare in questa sede ma le pezze d’appoggio ci sono, e molte, e altre sedi non mancano).

Tutta questa rivoluzione, all’orizzonte, io non la vedo.

 

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23 maggio 1915: l’Italia consegna all’Austria la dichiarazione di guerra

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Domenica 23 maggio l’ambasciatore Avarna di Gualtieri consegna ufficialmente (e suo malgrado) all’Austria nella persona del barone von Burian la dichiarazione di guerra; la conferma dell’avvenuta prassi diplomatica sarà comunicata dallo stesso Avarna a Sonnino in tarda serata. Nello stesso giorno il Regio Decreto n. 675/23.V.1915 istituisce la censura preventiva sulla stampa. Il Consiglio dei ministri ordina la mobilitazione generale (che ufficiosamente aveva già avuto inizio il giorno prima) e rompe le relazioni diplomatiche anche con Berlino, senza tuttavia dichiarare guerra alla Germania (lo farà più di un anno dopo, il 28 agosto 1916). Il dado è tratto, e indietro non si torna.

Questo il testo della dichiarazione italiana:

«Secondo le istruzioni ricevute da S.M. il re suo augusto sovrano, il sottoscritto ha l’onore di partecipare a S.E. il Ministro degli Esteri d’Austria-Ungheria la seguente dichiarazione: Già il 4 del mese di maggio vennero comunicati al Governo Imperiale e Reale i motivi per i quali l’Italia, fiduciosa del suo buon diritto ha considerato decaduto il trattato d’Alleanza con l’Austria-Ungheria, che fu violato dal Governo Imperiale e Reale, lo ha dichiarato per l’avvenire nullo e senza effetto ed ha ripreso la sua libertà d’azione. Il Governo del Re, fermamente deciso di assicurare con tutti i mezzi a sua disposizione la difesa dei diritti e degli interessi italiani, non trascurerà il suo dovere di prendere contro qualunque minaccia presente e futura quelle misure che vengano imposte dagli avvenimenti per realizzare le aspirazioni nazionali. S.M. il Re dichiara che l’Italia si considera in istato di guerra con l’Austria-Ungheria da domani. […]».

(tratto da Grigioverde rosso sangue. Combattere e morire nella Grande Guerra ’15-’18)

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ENPA Torino e il raid degli intoccabili

Gli “ismi”, insegnava Franco Bonesi (mio compianto docente), hanno sempre una connotazione negativa: «prendete il sostantivo da cui derivano», diceva, «e vedrete che l'”ismo” corrispondente denota un peggioramento, una corruzione del concetto stesso».

“Conformismo” non sfugge a questa regola: anzi, reca in sé una dis-qualità particolarmente mortifera — è vischioso. Uso questo aggettivo nel senso in cui lo usa Jean-Paul Sartre nel suo L’Etre et le Néant (L’Essere e il Nulla): «[…] la vischiosità si rivela
subito come simbolo di un antivalore; cioè di un tipo di essere non realizzato, ma minaccioso, che assilla la coscienza come il pericolo costante che essa fugge e, con questo, trasforma subito il progetto di appropriazione in progetto di fuga» (al tema Sartre dedica molte dense pagine, che mi è impossibile compendiare qui).

“Conforme”, come sappiamo, non è di per sé una brutta parola: propriamente, significa “che ha la stessa forma di…”, “concorde con…”, “rispondente a…”. Indica una corrispondenza fra due cose, suggerisce un parallelo, evoca l’ordine implicito nel concetto stesso di “forma”, rimanda a un’armonia. Nel senso usuale del termine, il conformismo superficiale — quello delle mode, dei trend (come si usa dire) e delle consuetudini — non è poi tanto dannoso se lo si mantiene entro ragionevoli limiti: serve a mantenere quel minimo di coesione sociale che contribuisce alla pratica di una tranquilla convivenza, regolata sulle basi più elementari della quotidiana condivisione di una koiné a tutto campo.

Ma il conformismo profondo, il conformismo delle idee, quello sì che è dannoso: giorno dopo giorno rosicchia il buon senso, il senso di realtà, il senso critico, la capacità di ragionare con la propria testa, la forza di chiamare le cose con il proprio nome, l’orgoglio doloroso di testimoniare ciò che si sa per averlo visto con i propri occhi. Questo è il conformismo vischioso, tenace, che risucchia e inghiotte come le sabbie mobili, cancellando l’individuo come se non fosse mai esistito. Ed è questo il conformismo da cui bisogna guardarsi.

Fin qui, ho fatto filosofia. Adesso dismetto i panni della studiosa e scendo in strada: in via Germagnano, a Torino, dove nella notte fra il 20 e il 21 maggio l’ambulatorio dell’ENPA (Ente Nazionale Protezione Animali) è stato completamente distrutto da un raid. Lascio la parola a un cronista:

Le immagini in questo caso dicono più di mille parole. Quanto avvenuto nella notte nella sede dell’ambulatorio sociale Enpa di via Germagnano è un fatto gravissimo, forse “annunciato” – come dicono i gestori – dai continui attacchi subiti dal canile negli ultimi anni, ma che sicuramente avrà ripercussioni che rischiano di essere letali. E’ stato tutto, o quasi, distrutto e i danni sono stati stimati in non meno di 100 mila euro, un cifra altissima per una struttura che va avanti grazie agli aiuti della gente e all’apporto dei volontari.

Porte sradicate, computer, stampanti, apparecchiature elettroniche e medicali distrutte, gabbie rovesciate con gli animali all’interno e documenti mischiati tra loro e dispersi nelle varie sale. A questo si aggiunga che molti tubi sono stati letteralmente strappati dai muri causando allagamenti in diverse zone della struttura.

Il canile ora punta il dito verso i responsabili di questo scempio: sarebbe stato un gruppo di una trentina di persone, tra cui ci sarebbe anche qualche minorenne. Ma per l’Enpa di via Germagnano la colpa non è solo di chi materialmente ha distrutto tutto, ma anche di chi avrebbe dovuto evitare che accadesse, visti i continui campanelli d’allarme lanciati dall’ente stesso.

“Questo vero e proprio attentato alla tutela degli animali – dicono -, è il simbolo di una città che, mentre ridimensiona e centellina servizi previsti e garantiti dalla legge, abdica ai rom con milioni di euro spesi in permissivi mediatori culturali, disprezzata assistenza sanitaria nei campi, inefficaci cooperative di sostegno, inutile personale di vigilanza, continue ristrutturazioni di ciò che essi distruggono, con quotidiani interventi di vigili del fuoco. Le forze dell’ordine intervengono solo per verbalizzare i danni, osservando la quotidiana proliferazione di nuovi insediamenti abusivi e ritornando il più presto possibile al sicuro dei propri comandi”.

Parole dure dette da chi sa che ora ricostruire tutto sarà difficile. La voglia di andare avanti non è mai mancata in via Germagnano, ma la lotta continua con il campo rom non è mai cessata. L’Enpa ha così annunciato che nei prossimi giorni evacuerà la struttura, complice il fatto che “le autorità preposte non sono in grado di garantire l’ordine pubblico né l’integrità della struttura e degli eventuali ennesimi ripristini, né la sicurezza a dipendenti, volontari ed animali ospiti”. “Il futuro – concludono dall’Enpa – dipenderà da atti concreti e non dalle parole del buonismo politicamente corretto”.

Cose così, lo capite, fanno ribollire il sangue. E quando ho letto la notizia, stamattina, ho pensato che quella di oggi sarebbe stata una giornata di fuoco, per gli attivisti animalisti/antispecisti (A/As) di tutta Italia: ci sarà una mobilitazione, ho pensato, presidi, sit-in, tweet-storm, mail-bombing, pagine Facebook — qualcosa del genere, insomma.

Invece no. Invece, niente. Il nulla. Il silenzio. Sui social, le bacheche di tanti (vorrei dire “troppi”) miei contatti animalisti/antispecisti hanno taciuto con pervicacia inquietante, proprio come tanti media in video e su carta. E temo anche di aver capito perché (ma vorrei sbagliarmi).
In tanti, in troppi, dicevo, hanno taciuto perché i responsabili dello scempio di via Germagnano a Torino sono, ormai è assodato, i rom del vicino campo nomadi. E in Italia, oggi, contestare qualcosa ai rom non si può: lo fanno soltanto i razzisti in ogni loro possibile declinazione, e nessuna persona per bene vorrebbe mai essere assimilata a questa sulfurea categoria. Così, questo inqualificabile atto di violenza condannabile senza appello, questo vulnus inaudito alla sicurezza di una città solida e antica come Torino è stato passato sotto silenzio: sotto complice, criminale silenzio perché i colpevoli rientrano in una categoria così protetta da risultare, di fatto, semplicemente intoccabile, applicando un esiziale razzismo alla rovescia che non porta né porterà mai nulla di buono.

Certo dirlo è scomodo, e si rischia; ma rischierei di non riuscire più a guardarmi allo specchio, la mattina, se non trovassi il coraggio di dire cose politicamente scorrette. Perché è questo tipo di silenzio l’esito del conformismo vischioso di cui dicevo prima: quel conformismo che paralizza, che lascia fare, che piega la schiena e chiude gli occhi per non far dolere il cuore — anche se il cuore, a questo punto, forse è già come il ghiaccio nel petto di Kay (ricordate Andersen e la sua Regina delle Nevi?).

Quel conformismo racchiude la piaga del buonismo, del politicamente corretto, della tolleranza untuosa: non è detto che i suoi adepti ne siano pienamente consapevoli, naturalmente; ma questo significa soltanto che il lavaggio del cervello ha funzionato alla perfezione, instillando capillarmente negli individui e nelle istituzioni la bontà «che derideva il Nietzsche:“…in verità derido l’inetto che si dice / buono, perché non ha l’ugne abbastanza forti…”».

Tutti quei miei troppi contatti taciturni sono fieramente antirazzisti e diffusamente “anti-“. Alcuni mi pare quasi di vederli, increduli e sgomenti di fronte a questa enormità che mette in subbuglio le loro quiete certezze sulla granitica dicotomia bene/male sottesa all’edificio delle loro sincere convinzioni. E infatti ho assistito a performance che avrebbero imbarazzato anche il free-climber più audace: “non ne parlo perché voglio prima capire bene che cosa è successo”, “sembra che sia stata un’idea di Salvini per giustificare le misure contro i rom”, “con tutti i soldi che ha l’ENPA non si cura di mettere un custode notturno?” e altre tristi e triste amenità che vi risparmio.

Ho cominciato ad interessarmi di questi temi quasi quarant’anni fa. E ricordo che già allora una gentile vecchietta che si occupava attivamente di canili e laboratori lamentava la sterile frammentazione delle realtà animaliste cittadine, colpevoli (a suo dire) di coltivare ognuna il proprio orticello e di farsi la guerra finendo spesso per sfruttare, ancora una volta, proprio quelle creature che a parole dicevano di voler salvare… Quarant’anni fa. Mi pare che non sia cambiato niente. Mi pare che qui, nonostante ci siano di mezzo tanti animali, il generoso impegno dei volontari e le fatiche di molti anni, prevalgano il timore di esporsi e la sorda, strisciante rivalità che — gira gira — emerge sempre a tutti i livelli e in tutte le sfaccettature della complicata galassia A/As.

Trovo tutto questo infinitamente desolante: c’è di che tirare i remi in barca e lasciare che Kali imperversi, perché le cose vanno come devono andare. Ma non ci riesco: gli animali non umani meritano di più e di meglio, e non sarò io a strumentalizzarli per il mio tornaconto o a barattarli per una quiete che assomiglia troppo a quella della morte.

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20 maggio 1915: l’Italia (dicono i politici) è pronta alla guerra

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«Giovedì 20 maggio l’Italia è spaccata in due: i neutralisti tentano ancora di far sentire la loro voce contraria all’impresa bellica che sta per avere inizio, ma gli interventisti premono in senso contrario. Salandra si presenta in Parlamento con un disegno di legge che prevede il conferimento al Governo di poteri straordinari  in caso di guerra: la Camera lo approva con 407 voti favorevoli, 74 contrari e un astenuto — quello del gruppo socialista.»

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Una sontuosa recensione di “Grigioverde rosso sangue”

Su InInsubria bella, bellissima recensione dello storico Paolo Mathlouthi di Grigioverde rosso sangue, la mia microstoria della Prima guerra mondiale.

 

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24 maggio 1915: l’Italia entra in guerra

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Alle 2 dopo mezzanotte di lunedì 24 maggio una compagnia di bersaglieri ciclisti, partita da San Pietro al Natisone, si dirigeva verso Caporetto — le poche truppe austriache a presidio della valle dell’Isonzo si erano ritirate sui monti per apprestarvi le necessarie opere difensive. Alle 4 del mattino, il primo colpo di cannone della guerra squarcia il silenzio: è italiano ed è stato sparato dal forte Verena, posto sulla sommità dell’omonimo monte, a 2.019 metri d’altezza — il forte, sulla linea di confine col Trentino austriaco, era stato progettato in funzione difensiva contro l’Austria-Ungheria già nel 1910:quando, benché la Triplice Alleanza fosse stata rinnovata ancora una volta, l’Italia già avviava trattative segrete con la Triplice Intesa.
All’alba, l’esercito italiano varca la frontiera sul fiume Isonzo e dà ufficialmente inizio alle ostilità con l’esercito austro-ungarico. Alle 4 e 30, sul monte Kolovrat, un proiettile sparato dai gendarmi austriaci di guardia lungo il valico di Solarie centra in piena fronte un giovane alpino del Battaglione Cividale, uscito di pattuglia al comando del capitano Della Bianca: aveva 19 anni e mezzo, veniva da Udine e si chiamava Riccardo Di Giusto. È il primo caduto italiano della Grande Guerra

Lo stesso lunedì 24 maggio, l’imperatore Francesco Giuseppe così proclamava “ai suoi popoli” in un manifesto:

«Il Re d’Italia mi ha dichiarato la guerra. Un tradimento di cui la storia non conosce l’esempio fu consumato dal Regno d’Italia contro i due alleati, dopo un’alleanza di più di trent’anni, durante la quale l’Italia poté aumentare i suoi possessi territoriali e svilupparsi ad impensata floridezza. L’Italia ci abbandonò nell’ora del pericolo e passa con le bandiere spiegate nel campo dei nostri nemici. Noi non minacciammo l’Italia; non minacciammo la sua autorità; non toccammo il suo onore e i suoi interessi. Noi abbiamo sempre fedelmente corrisposto ai nostri doveri di alleanza; e la abbiamo assicurata della nostra protezione quando essa è scesa in campo. Abbiamo fatto di più; quando l’Italia diresse i suoi sguardi bramosi verso le nostre frontiere, eravamo decisi, per conservare le nostre relazioni di alleanza e di pace, a grandi e dolorosi sacrifici che toccavano in modo particolare il nostro paterno cuore. Ma la cupidigia dell’Italia, che ha creduto di poter sfruttare il momento, non era tale da poter essere calmata. La sorte dove così cambiarsi. Durante dieci mesi di lotte gigantesche nel più fedele affratellamento d’armi dei miei eserciti con quello dei miei augusti alleati abbiamo vittoriosamente tenuto fermo contro il potente nemico del nord. Il nuovo perfido nemico del sud non è un avversario sconosciuto […] noi difenderemo vittoriosamente le frontiere della Monarchia anche verso il sud. Io saluto le mie truppe vittoriose e agguerrite e confido in esse e nei loro condottieri. E confido nel mio popolo il cui spirito di sacrificio senza esempio merita il mio più profondo ringraziamento. Prego l’Onnipotente che benedica le nostre bandiere e prenda la nostra causa sotto la Sua benigna protezione».

(tratto da Grigioverde rosso sangue. Combattere e morire nella Grande Guerra del 15-18)

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Cento anni fa: l’Italia va verso la guerra

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19 maggio 1915. L’intervento italiano in guerra è imminente: lo si aspetta, lo si teme, lo si spera — ma certo il popolo non immagina né che è questione di pochi giorni, né che la guerra sarà questione di molti anni e molti morti.

Le «radiose giornate di maggio» si sono appena concluse: venerdì 14 diverse città italiane hanno assistito ad imponenti manifestazioni interventiste.

Soltanto ieri, martedì 18 maggio, l’ambasciatore austriaco Karl von Macchio ha presentato all’Italia le ultime proposte di trattativa.

Si attende il voto del Parlamento — domani, sembra. Ma Giovanni Giolitti, consapevole della sconfitta, lascerà Roma oggi stesso.

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