Lettera aperta….

…ai compagni della sinistra smarrita e ai camerati della destra confusa di fronte alla guerra in Medio Oriente

Scrivo mentre a Roma si conclude, con un nulla di fatto, il famoso vertice sul conflitto israelo-libanese che avrebbe dovuto rinverdire i fasti diplomatici dell’Italia.

Siamo in guerra. La frase, purtroppo, non è retorica e non ha nulla di metafisico, metaforico o metapolitico — non sta al di là del reale, sta proprio qui in mezzo a noi di carne e sangue, e ci rimbalza dagli schermi dai giornali dalla rete immagini di morte. Scusate, ho esagerato: in realtà quelle immagini non le vedrete se non su Internet, perché i nostri tecnologicamente avanzatissimi media addomesticati non ci mostrano come si muore laggiù a Gaza o in Libano — e quello che non si vede non esiste… (Oh, Berkeley, inconsapevole precursore dell’orrore massmediatico, avevi capito tutto!).

Siamo in guerra, dunque. E vedo e sento smarrimento, confusione, impotenza di fronte a questo disastro che non sembrava potesse verificarsi così da un momento all’altro, eppure i segni c’erano e com’è che non ce ne siamo accorti?

I segni c’erano, è vero. Ma non è vero che non ce ne siamo accorti. Qualcuno capiva, qualcuno lo ripeteva, con angoscia, con insistenza, con rabbia — e non da facile profeta di sventure ma da osservatore attento, non inquinato da pregiudizi ideologici. Ma si sa come vanno queste cose… altre priorità, altri o.d.g., altri appunti in agenda. E così, di segno in segno, di violenza in violenza, eccoci qui a contemplare una Endlösung in diretta — una “soluzione finale” genocidaria da gustare a colazione pranzo e cena grazie ai nostri tg velinari.

Mi rivolgo a voi, compagni “di sinistra” (e non parlo della sporca mezza dozzina che mi onora del suo sereno confronto e in qualche caso della sua amicizia).

Vi vedo, in questi giorni, smarriti e direi quasi sgomenti di fronte all’ondata di orrore che sta squassando la Palestina e il Libano: ma ho il sospetto che quello che vi sconvolge maggiormente non siano tanto le gesta nefande di Israele perpetrate con l’avallo criminale degli Usa, quanto piuttosto la constatazione che il vostro essere al governo, ora, non stia cambiando le cose di una virgola.

Perché il vostro Prodi, di fronte al padrone americano, si esprime in modo molto poco differente dal suo esecrabile predecessore. O credevate davvero che col centro-sinistra al potere i destini dell’Italia e della Nato si sarebbero finalmente divisi? E davvero pensavate che adesso Bertinotti e D’Alema ne avrebbero finalmente dette quattro sul muso degli israeliani denunciandone gli abusi e i soprusi ai danni dei nativi palestinesi? Oh, santa ingenuità…

Il vostro male, compagni, si chiama antifascismo. Viscerale, dissennato e cieco, vi perderà. Cominciate a pagarne ora il prezzo, dopo sessant’anni di acquiescenza funzionale al mantenimento di equilibri che non erano i vostri — ubriacati com’eravate dal trionfo di una vittoria letteralmente piovutavi dal cielo insieme alle armi e ai viveri degli Alleati, intenti a smantellare l’Europa per asservirla ai loro interessi e non già a liberare l’Italia dal fascismo e la Germania dal nazionalsocialismo. Ma vi piacque crederlo, per quel vostro improvviso ritrovarvi in armatura immacolata e corrusca contro l’Oscuro Signore destinato a soccombere (perché il Bene vince sempre, non è vero?). Ed eravate così ebbri da accettare supinamente, voi che “la religione è l’oppio dei popoli”, il nuovo monoteismo onnipervadente e totalitario (oh, quanto!) dell’Olocausto.
Eppure, anche allora, qualcuno che vi metteva in guardia c’era — e non parlo del saggio Voltaire, il cui Dizionario filosofico fu rapidamente purgato alla voce “Ebrei”. Oh, no: Voltaire ignorava Kishinev, e anche Auschwitz — il “discrimen epocale” secondo tanta intellighenzia sinistrorsa (Auschwitz? Ma davvero? E perché non il centro-America nel XVI secolo? O la Vandea nel XVIII?). Ma altri c’erano, a mettervi in guardia, che conoscevano Auschwitz: e che in un 1960 ancora lontano dalle leggi liberticide dell’ultimo scorcio di un secolo breve così scrivevano (riporto soltanto l’inizio e la fine del lungo illuminante articolo, disponibile su QUI):

«La stampa di sinistra ci mostra nuovamente che il razzismo, ed essenzialmente l’antisemitismo, costituisce in un certo senso il Grande Alibi dell’antifascismo: è la sua bandiera favorita e al tempo stesso il suo ultimo rifugio nella discussione. Chi resiste all’evocazione dei campi di sterminio e dei forni crematori? Chi non si inchina davanti ai sei milioni di ebrei assassinati? Chi non freme davanti al sadismo dei nazisti? Tuttavia siamo di fronte a una delle più scandalose mistificazioni dell’antifascismo, e per questo dobbiamo smontarla.
«Un recente manifesto del M.R.A.P. (Movimento contro il Razzismo, l’Antisemitismo e per la Pace) attribuisce al nazismo la responsabilità della morte di cinquanta milioni di esseri umani di cui sei milioni di ebrei. Questa posizione, identica a quella del “fascismo guerrafondaio” dei sedicenti comunisti, è tipicamente borghese. […] Gli ebrei sopravvissuti sono riusciti finalmente a trovarsi un posto. Con la forza, e approfittando della congiuntura internazionale, lo Stato d’Israele è stato costituito. Ma anche ciò è stato possibile solo rendendo esuli altre popolazioni: centinaia di migliaia di rifugiati arabi conducono da allora un’esistenza precaria (perché inutile al capitale) nei campi di raccolta.
«Abbiamo visto come il capitalismo abbia condannato a morte milioni di uomini respingendoli dalla produzione. Abbiamo visto come li ha massacrati estraendo da essi tutto il plusvalore possibile. Ci resta da vedere come li sfrutti ancora dopo la loro morte, come sfrutti la loro stessa morte.
«Sono innanzitutto gli imperialisti del campo alleato che se ne sono serviti per giustificare la loro guerra e per giustificare dopo la vittoria il trattamento infame inflitto al popolo tedesco. Si sono precipitati sui campi e sui cadaveri diffondendone ovunque le raccapriccianti fotografie ed esclamando: guardate che porci sono questi Crucchi! Come abbiamo avuto ragione di combatterli! E come abbiamo ora ragione a fargli passare la voglia di ricominciare! Quando si pensa agli innumerevoli crimini dell’imperialismo, quando si pensa, ad esempio, che nello stesso momento (1945) in cui i nostri Thorez cantavano vittoria sul fascismo, 45.000 algerini (provocatori fascisti!) cadevano sotto i colpi della repressione; quando si pensa che è il capitalismo mondiale il responsabile di questi massacri, l’ignobile cinismo di questa soddisfatta campagna dà veramente la nausea.

«Nello stesso tempo anche tutti i nostri bravi democratici antifascisti si sono gettati sui cadaveri degli ebrei. E li agitano sotto il naso del proletariato. Per fargli sentire l’infamia del capitalismo? No, al contrario: per fargli apprezzare, per contrasto, la vera democrazia, il vero progresso, il benessere di cui esso gode nella società capitalistica. Gli orrori della morte capitalistica devono far dimenticare gli orrori della vita capitalistica e il fatto che essi sono indissolubilmente legati fra di loro. Gli esperimenti dei medici SS dovevano far dimenticare che il capitalismo compie la sua gigantesca “sperimentazione” quotidiana con i prodotti cancerogeni, gli effetti dell’alcolismo sull’ereditarietà, la radioattività delle bombe “democratiche”. Se si mostrano le abat-jour di pelle umana è per far dimenticare che il capitalismo ha trasformato l’uomo vivente in abat-jour. Le montagne di capelli, i denti d’oro, i cadaveri divenuti merce, devono far dimenticare che il capitalismo ha fatto dell’uomo vivente una merce. È il lavoro, la vita stessa dell’uomo, che nel capitalismo è merce.
«Sta in ciò l’origine di tutti i mali. Utilizzare i cadaveri delle vittime del capitale per tentare di nascondere questa verità, servirsi di questi cadaveri per proteggere il capitale, è il modo più infame di sfruttarli fino in fondo» (da Auschwitz, ovvero il grande alibi, in: “Programme Communiste”, n. 11, aprile-giugno 1960).

E se il 1960 vi sembra troppo lontano, ecco, invece, quello che scrive un vostro compagno in questi giorni: «La sinistra italiana ed europea dovrebbe dunque scrollarsi da dosso ogni paura delle parole e recuperare categorie, linguaggi e iniziativa politica che consentano di denunciare i crimini israeliani o le violazioni della legalità internazionale né più né meno che per altri paesi. Che impongano ai propri giornali e ai propri leader politici di chiamare i “territori” come si devono chiamare cioè “Territori Occupati Palestinesi”. Che consenta di affrontare senza alcuna timidezza i settori e le personalità reazionarie del sionismo italiano quando interferiscono con la dialettica democratica del nostro paese. Che consenta di riaffermare come oggi in Medio Oriente ci sono occupanti e occupati, che gli occupanti hanno torto e gli occupati hanno ragione da vendere, che gli occupanti sono gli israeliani e che gli occupati sono i palestinesi e che se si vuole veramente la pace in Medio Oriente essa deve essere fondata sulla giustizia riconoscendo storicamente, politicamente i torti inflitti da Israele alla popolazione palestinese. Il risarcimento della storia verso gli orrori della Seconda Guerra Mondiale c’è stato. È tempo che la sinistra e i governi europei (a cominciare da quello italiano) mettano mano al risarcimento verso i palestinesi. Dire e fare altro diventa complicità con gli orrori di oggi, in Palestina come in Iraq» (Sergio Cararo, del Forum Palestina, in La sinistra e Israele, articolo pubblicato sull’ultimo numero de “L’Ernesto”).

Ma era così comoda quella confusione tra fascismo nazismo antisemitismo e antisionismo; era così semplice da capire e da inculcare; era così meravigliosamente perfetta per far quadrare il cerchio sbilenco della democrazia imposta a suon di bombe — non ve la siete sentita di discuterla. E quando qualcosa non è più suscettibile di discussione ovvero di critica ovvero ancora di revisione, diviene un assioma; vi si fonda una tavola di valori — ma attenti: dalle tavole dei comandamenti al diluvio universale il passo è breve.

Avete accettato quell’assioma, dunque. E su quello avete edificato cattedrali del pensiero, e tranciato giudizi, e dispensato condanne e assoluzioni dagli scranni purpurei di quei comitati di salute pubblica che tanto vi sono cari. E non avete esitato a crocifiggere i vostri stessi compagni (quei pochi) quando brechtianamente costoro hanno osato avanzare qualche dubbio o porsi qualche domanda. Ma sospetto che in troppi preferiate la marcia dei soldati alla danza dei poeti, e quante divisioni aveva Esenin? Del resto, al potere c’è andato Stalin, mica Majakovskij.

Ora i nodi vengono al pettine. E con tutta la vostra democrazia e il vostro pacifismo, di fronte a 73 risoluzioni Onu disattese e a decine di migliaia di vittime civili falciate non in una guerra guerreggiata ma in una colossale operazione di pulizia etnica; di fronte a queste imprese dello Stato terrorista di Israele voi siete smarriti. Avete creato un mostro, e non sapete più come contenerlo. Di più: l’avete legittimato, e le leggi che avete fatto ad hoc ora vi si rivoltano contro. È assai pesante la responsabilità che dovete portare, compagni.

Mi rivolgo a voi, camerati “di destra” (estrema, radicale, istituzionale) fra i quali annovero mille conoscenti e ben pochi (forse) amici.

In questi giorni di guerra vi vedo confusi, ma per nulla agitati. Quello che accade laggiù da qualche parte fra i cedri e gli olivi non sembra toccarvi troppo, e se i vertici dei vostri partiti di riferimento sono un po’ in allarme in questo frangente è solo perché quando gli ricàpita un’occasione così? C’è da mangiarsi le mani: Gianfranco con la kippah, Pera che riceve a più riprese i rappresentanti dell’American Jewish Committee, Sua Finezza la Santanché travestita da Calamity Jane al grido di “siamo tutti americani!” — quanta fatica sprecata… Non resta che insistere con sommessi richiami sulla più volte conclamata fedeltà della destra italiana allo Stato di Israele, magari anche per risciacquarsi le coscienze da quell’antisemitismo neanche tanto strisciante che vi portate dietro da quel dannato 1938, quando vennero varate le leggi razziali che ancora oggi pesano sui vostri curricula. Però siete stati bravi: siete diventati dei filosionisti perfetti — sarà per questo che siete così graditi ai vostri nuovi padroni americani. Eppure, sessant’anni fa, sono stati gli americani a bombardare le vostre città, ad ammazzare i vostri padri e nonni, a riportare la mafia in Sicilia e a fare di questa “patria” che tanto vi riempie la bocca la cinquantunesima stellina sulla bandiera americana.

Ma a ben guardare non è poi così strano, il vostro percorso: Otto Skorzeny, l’incensato autore della liberazione di Mussolini dal Gran Sasso, dopo la guerra finì sul libro-paga della Cia e a far da consulente ad Israele — lo sapevate, vero? E certo sapete pure che Léon Degrelle, il capo di Rex, l’uomo che Hitler (dicono) avrebbe voluto come figlio, dopo la guerra finì in Spagna a dirigere i lavori di costruzione delle basi americane in Andalusia. E questo accadeva più o meno negli stessi anni in cui i compatrioti di Skorzeny e i commilitoni di Degrelle morivano letteralmente di fame e di stenti nella Germania occupata e nei campi di concentramento prestamente allestiti dagli americani vittoriosi (che di parcere victis se ne sono sempre alquanto stropicciati). Del resto, come si dice? — “ognun per sé e per tutti il Ciel”.

Il vostro male, camerati, si chiama anticomunismo. Viscerale, dissennato e cieco, vi perderà. Ne state pagando il prezzo da molti anni, ormai — da Valle Giulia, certo, o forse, risalendo più addietro ancora, da quel disatteso Appello ai fratelli in camicia nera lanciato da Togliatti — lo ricordate, vero? E ricorderete pure che Lenin definiva Mussolini l’unico vero rivoluzionario italiano…

Ma la destra è Dio patria e famiglia. E a Dio avete sostituito la Chiesa, col suo rassicurante paternalismo, con la sua contiguità alle stanze del potere e il suo conservatorismo tenace. La Chiesa che accettò di buon grado i fascisti volontari in Spagna a difesa dei conventi, per poi sconfessarli lestamente all’indomani dell’8 settembre — un don Calcagno o un fra’ Ginepro, come le rondini in avanscoperta, non fanno primavera.

Di quella Chiesa, dunque, assumeste l’anticomunismo e gli echi fascinosi di un passato lontano che vide la croce scontrarsi con la mezzaluna. Dimentichi di Federico II e di un più prossimo Mussolini, avete preferito guardare all’Islam come al nemico par excellence, escludendolo dal vostro orizzonte culturale e geopolitico che pure, badate!, è e resta mediterraneo. Non celtico o scandinavo.

Così, ignorando il Medio Oriente ma dovendo scegliere fra la Russia sovietica minacciosamente squallida e gli Stati Uniti ugualmente minacciosi eppure rutilanti nel perfetto kitsch degli anni Sessanta, avete optato per la plastica colorata e i jingles accattivanti della pubblicità, optando nel contempo per la Baia dei Porci a Cuba, per l’Agente Arancio in Vietnam, per l’assassinio di monsignor Romero in Salvador e per l’uranio impoverito in Kosovo. Non è un caso se il segretario del vostro partito (quel partito che rappresenta per tanti di voi un’irresistibile calamita — o calamità) ha ammesso pubblicamente di essere diventato di destra dopo aver visto Berretti verdi. E non è un caso neppure che uno dei vostri punti di riferimento culturale degli ultimi anni, il francese Guillaume Faye — che ha spezzato più cuori della Bella Otéro adesso, che la testa non l’aiuta, di quando era lucido — abbia dichiarato: «Il nemico principale dell’Europa è il Sud del mondo riunito sotto il vessillo dell’Islam […] L’ipotesi di una guerra civile etnica in Europa, sovrapposta a una guerra di religione con l’Islam, non è più soltanto un’ipotesi per il XXI secolo. A mio avviso, del resto, è solamente in questa prospettiva che potrà aver luogo una reconquista [europea]» (Nouveau discours à la nation européenne, L’Æncre 1999, pp. 15 e 140, traduzione mia).

Siate Europei, dunque. Siate Occidentali. Ma sappiate valutarne le conseguenze: perché è assai pesante la responsabilità che dovete portare, camerati.

È tutto. Ma questi, in fondo, erano solo dati di fatto: una lettera come si conviene deve pur contenere qualcosa di personale.

E così io, che non sto né a destra né a sinistra perché non sono una scarpa né tantomeno un barattolo da collocare su questa o quella mensola — io, dunque, biblicamente vi dico, compagni e camerati: il sangue dei palestinesi e dei libanesi ricadrà sulle teste di tutti noi, ma la vergogna e la colpa di questo genocidio macchieranno soltanto le vostre mani e le vostre coscienze, se ancora le avete. E non saranno certo tutte le essenze d’Arabia a potervele sbiancare. Che un dio qualsiasi, se esiste, abbia pietà di voi.


Milano, luglio 2006

1 Comment on Lettera aperta….

  1. il sanculotto | 14 luglio 2007 at 21:02 | Rispondi

    credo che questo tuo intervento su una questione cruciale e sintomatica, sia stato coraggioso e altamente educativo. ne condivido gran parte. io come te non sto ne a “sinistra” e ne a “destra”… ovviamente seguo con piacere i tuoi scritti, perchè sò che sei vera e onesta, che le tue parole non sono sterile voler stupire…quindi recepisco e imparo molto dalle tue riflessioni…

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