lug 26 2007

Vado vinco e torno

Nel senso che vado in vacanza (più o meno), vinco la dipendenza da pc di cui sono vittima da sempre, e torno alla fine di agosto, più o meno e salvo imprevisti.
Riposerò, leggerò, studierò, mediterò — più probabilmente vegeterò in stato catatonico con l’occhio fisso all’equorea distesa, persa nel mio nirvana interiore. Insomma l’otium totale. Forse.
Un saluto a tutti.


lug 23 2007

Donne sull'orlo di una crisi d'identità

Non ci volevo credere, stamattina, quando spulciando il mio blog preferito ho letto questa storia dei sederi delle redattrici di “Repubblica” che mi sembrava una goliardata. Ma siccome l’ha scritta Gennaro Carotenuto, vedo che non c’è niente da ridere.

Anzi mi fa proprio un po’ tristezza, questo esibizionismo retrospettivo su carta stampata — che fa tanto intellettuale, pare. E non so perché ma mi viene in mente che anche i maschietti fino a una certa età parlano di quanto ce l’hanno lungo, ma poi smettono. Credo.

In ogni caso, suppongo che la Convenzione di Ginevra riconosca alle donne il diritto di parlare come dove e quando preferiscono del proprio derrière o di qualsivoglia altra parte anatomica (per dire, il mio epistrofeo ha sempre fatto impazzire gli uomini, ma mica metto i manifesti). Però non posso proprio fare a meno di chiedermi dove sono finiti gli anni del femminismo serio e costruttivo (che c’è stato, anche se tutti fanno finta di dimenticarsene e figurarsi se c’è qualcuno con cui parlare di Camille Paglia o Andrea Dworkin — a parte qualche dissennato). Me li sarò sognati, quegli anni etimologicamente formidabili ma ormai così color di lontananza… Continue reading


lug 21 2007

La signora fa paura

È proprio brava, Clementina Forleo — non sono ironica, sono serissima.

Due anni e mezzo fa aveva avuto il coraggio di assolvere dall’accusa di associazione con finalità di terrorismo internazionale (art. 270 bis) tre imputati islamici con la motivazione (derivata da una convenzione dell’Onu del 1999) che chiunque, appartenendo a «gruppi armati e movimenti diversi dalle forze istituzionali dello Stato», eserciti «attività violente o di guerriglia in contesti bellici» che non mirino ad «azioni di terrore indiscriminato verso la popolazione civile», non può essere definito terrorista ma la sua è una legittima azione di guerriglia. Era il 24 gennaio 2005, e la sentenza avrebbe suscitato scandalo e scalpore accomunando i forcaioli d’ogni bandiera. Anche la Cassazione l’ha sconfessata: ma il coraggio e l’onestà (merce sempre più rara) restano intatti.

Adesso il giudice Forleo ci riprova — richiedendo, com’è noto, al Parlamento di poter utilizzare nel procedimento penale relativo al caso Unipol 68 intercettazioni telefoniche effettuate nel corso delle indagini condotte a Milano.
Sembrerebbe tutto normale, e magari pure legittimo: sarà concesso a un giudice di avvalersi di tutti gli strumenti in suo possesso per esercitare la sua funzione, no?
No. Perché tra gli intercettati ci sono sei nomi eccellenti (?!?) che non piace vedere commisti a piccole storie ignobili di scalate truffaldine ed affari limacciosi. Parliamo di Massimo D’Alema, Nicola Latorre (ex capo della segreteria dell’attuale ministro degli Esteri), Piero Fassino, Luigi Grillo (trait d’union tra l’ex governatore della Banca d’Italia Fazio e Berlusconi), Romano Comincioli (ex compagno di scuola di Berlusconi stesso) e Salvatore Cicu (già sottosegretario alla Difesa).
Ora, i primi tre galantuomini sono “di sinistra”; gli altri tre, “di destra”. Questa che ai nostri occhioni ingenui appare come serena imparzialità si ammanta invece di scandalo (ma quanto scandalizza questa signora!) e financo di oltraggio, suscitando le ire di tutti a 360°. Insomma come si muove, quest’infelice sbaglia.

Sbaglia perché agisce da sola.
Sbaglia perché colpisce a destra e a manca — non solo metaforicamente parlando.
Sbaglia perché è una donna: sappiamo tutti che il femminismo (quello serio, che pure c’è stato ma si fa finta di ignorarlo) è passato invano, e il dover riconoscere la serietà e la competenza di un’esponente del gentil sesso urta generalmente la sensibilità di tutto il mondo (mi si dirà che invece il plauso per l’avvocato Giulia Buongiorno è unanime — certo, lei il potere lo difendeva. La Forleo lo attacca).
Sbaglia perché va controcorrente.
E questo per me la pone di diritto e irrimediabilmente dalla parte del giusto.
Auguri, giudice.


lug 18 2007

Giustizia è fatta

29 luglio 1900: a Monza Gaetano Bresci uccide il re Umberto I

Il 6 giugno 1898, firmando il famoso dispaccio di congratulazioni a Bava Beccaris per il modo in cui si era condotto nei fatti di Milano, Umberto I di Savoia firmava anche la sua condanna a morte [1].

Inconsapevolmente, si è detto: ma risulta difficile credere che un monarca, dopo essersi comportato col suo popolo come Umberto (nel solco della tradizione sabauda) fece col popolo italiano, potesse ancora illudersi di essere, se non amato, quantomeno al riparo da tentazioni regicide. E dire che di esperienze in merito ne aveva già avute: la prima il 17 novembre 1878, a Napoli, per mano del cuoco Giovanni Passanante (o Passannante), in occasione della visita regale alle principali città italiane dopo il semestre di lutto per la morte di Vittorio Emanuele II, avvenuta il 9 gennaio dello stesso anno; e la seconda il 22 aprile 1897 (ventinovesimo anniversario delle nozze di Umberto con la cugina Margherita), a Roma, quando viene aggredito dal fabbro ferraio Pietro Acciarito mentre si reca su una semplice “vittoria” al Derby Reale delle Capannelle.
Del resto Umberto, soprannominato il “re buono” per essersi mostrato di persona sulle rovine del terremoto di Casamicciola nel 1883 e fra i malati di colera a Napoli nel 1884, non è molto apprezzato neanche nelle alte sfere: il 20 novembre del 1893 (genetliaco della regina Margherita), «in un banchetto palermitano offerto a Rudinì, non si osa fare un brindisi alla sovrana, tanto è scaduto il prestigio della corona. Rudinì assicura che non si nutre odio per Umberto, il re buono, perché “lo si ritiene buono… a nulla”» [2]. Continue reading


lug 13 2007

Paolo Barnard

Ho appena finito di vedere “Virus”, la trasmissione di Funari su Odeon. Credo sia la prima volta in assoluto, perché non sopporto Funari.

Ma stasera c’era in studio una persona che stimo moltissimo, e devo ancora ringraziare l’amico che mi ha fatto la soffiata. La persona è Paolo Barnard: giornalista onesto e coraggioso, come da bambina m’illudevo che fossero tutti i giornalisti — un mondo che sognavo guardando troppi film (americani, lo ammetto), dove c’è il reporter bello e sfortunato che fra un whisky e una sigaretta si danna per dire la verità tutta la verità nient’altro che la verità a costo della vita e poi il bene trionfa e lui sposa la ragazza dei suoi sogni e the end.

Teoricamente, stasera Barnard avrebbe dovuto parlare del suo libro Perché ci odiano, che ho divorato appena uscito, che raccomando sempre a tutti e che mi piacerebbe sapere in quanti hanno letto. Ma siccome in studio c’erano anche un tizio di Forza Italia, tale Rivolta, e un altro “di sinistra” del quale ho rimosso il nome (ma non è tanto grave perché non ha detto cose intelligenti ma in compenso ha sparato anche poche cazzate), è andata a finire che Barnard e Samir al-Qaryouti (giornalista palestinese e opinionista di “al Jazeera”) non sono riusciti a dire quello che volevano e sono anzi stati quasi costretti a difendersi — come se i “colpevoli” fossero loro, a dire che sono antisionisti, e non la classe politica occidentale al completo, che giustifica da decenni il genocidio dei nativi palestinesi.

La cosa confortante è che la trasmissione di stasera non sposterà gli equilibri mondiali in meglio, ma neppure in peggio: Funari a parte, Rivolta resta il forzitaliota che era, il tizio sinistrorso di cui non ricordo il nome continuerà a non colpire l’immaginazone dei telespettatori, al-Qaryouti proseguirà nel suo difficile mestiere di vivere da palestinese e Paolo Barnard non smetterà di essere meravigliosamente scomodo — vorrei quasi retoricamente chiamarlo un eroe dei tempi moderni ma mi viene in mente Brecht che sospira “beato il popolo che non ha bisogno di eroi”, e lascio perdere. Però un “bravo!” glielo devo dire…

P.S.: Mi dispiace soltanto che con Barnard mesi fa si sia creato un malinteso per cui non ho potuto dirgli seriamente quanto apprezzo lui e il suo impegno (e chissà se ci riuscirò mai): in ogni caso, il mio apprezzamento va ad aggiungersi alla stima che si è meritatamente guadagnato in questi anni e che in tanti gli hanno testimoniato.


lug 13 2007

Sorcières et sorcelleries: une question ouverte

(Conférence prononcée lors de la première université d’été de la FACE, Provence, 1993)

 Parler aujourd’hui des sorcières peut paraître curieux, sinon inutile. Mais un examen plus attentif du problème — car il s’agit véritablement d’un problème —  nous révèle que la question de l’essence et de la signification de la sorcellerie est toujours une question entièrement ouverte; une nouvelle prise en considération peut nous aider à mieux comprendre certains mécanismes et certaines situations d’aujourd’hui.

Si l’on nous dit que la sorcellerie implique un rapport de l’homme au sacré, alors nous assistons aujourd’hui à une recherche du sacré, mais une recherche désespérée voire distordue du sacré chez l’homme: en effet, sectes et cénacles prolifèrent, se disant parfois carrément satanistes. Prospèrent également prophètes, prédicateurs et voyants qui accumulent les rites et compilent les traditions, qu’ils revoient et corrigent de façons variées.

En somme, puisque le sacré est une exigence inconturnable chez l’homme  ‹nous oserions même dire qu’elle est une “fonction” de l’homme —  si la raison le chasse par la porte, il reviendra par la fenêtre de l’inconscient. Mais ce retour, il le fera en mauvais état, à la dérobée, si bien qu’il sera méconnaissable: c’est alors qu’interviennent sans retard tous ceux qui veulent l’exploiter, le tordre et le retordre à leur bon usage [1].

 

Points de vue

Mais revenons aux sorcières: les approches modernes du problème sont multiples, mais toujours réductrices et jamais exhaustives. Parmi les principales approches, nous pouvons distinguer: a) une approche idéologico-économique (Jules Michelet); b) une approche psychologique (Aldous Huxley); c) une approche historique (Robert Mandrou); d) une approche anthropologique (Margaret Murray, Hugh Trevor-Roper); e) une approche sociologique (Piero Camporesi); f) une approche politologique (Giorgio Galli). Passons-les brièvement en revue. Continue reading


lug 13 2007

Chi ha paura dello spettacolo?

Qualche sera fa in tv è passato di nuovo “Il gladiatore”, che ho rivisto volutamente a pezzi e bocconi — invecchiando mi si è indebolito un tantinello lo stomaco. Però quello che ho visto mi ha confermato nella convinzione che ciò che distingue l’uomo dagli animali non è soltanto il riso, come diceva Aristotele — è lo sguardo.

L’Homo sapiens è in realtà Homo spectans: non si limita a vedere, come gli altri esseri viventi — guarda. E gli piace farlo.

Non è certamente un caso se tutte le società, anche — o forse soprattutto — quelle considerate (a torto) “primitive” conoscono e praticano la spettacolarizzazione della realtà: la cerimonia e il rito sono prima di tutto rappresentazioni del sacro, più che rappresentazioni sacre. Lo sguardo risolve la contraddizione fra il distare e il partecipare: chi assiste alla rappresentazione ne prende le distanze, fisicamente; ma al tempo stesso ne è coinvolto emotivamente — vi prende parte, appunto.

Proprio per questo non c’è molta differenza fra gli spettatori di un circo romano di duemila anni fa e noi che guardiamo il telegiornale nel salotto di casa nostra. La vecchia formula “panem et circenses”, pane e giochi, è sempre attuale: «gli spettacoli occupavano il tempo, allettavano le passioni, distraevano gli istinti, sfogavano l’attività. Un popolo che sbadiglia è maturo per la rivolta. I Cesari non hanno lasciato sbadigliare la plebe romana, né di fame né di noia: gli spettacoli furono la grande diversione alla disoccupazione dei loro sudditi, e, per conseguenza, il sicuro strumento dell’assolutismo; dedicando agli spettacoli ogni cura, dilapidandovi somme favolose, essi provvidero scientemente alla sicurezza del loro potere» (Jerôme Carcopino, La vita quotidiana a Roma).

I tempi cambiano, direte voi. Mica tanto, dico io. Basta accendere l’onnipresente scatola nera e dare un’occhiata (Karl Popper, dove sei?) per rendersi conto che sei ancora quello della pietra e della fionda, uomo del mio tempo… Continue reading


lug 13 2007

La povertà globalizzata

«Arrestare l’impoverimento dei paesi in via di sviluppo cancellando, entro il 2000, tutti i debiti che non possono essere ripagati».

Dirlo è molto più facile che farlo: eppure è l’obiettivo che numerose realtà laiche ed ecclesiali (raccolte sotto il nome “Sdebitarsi. Per un millennio senza debiti” e in coordinamento con la coalizione internazionale Jubilee 2000) si sono poste già dall’anno scorso, nella scia dell’appello lanciato all’inizio dello scorso anno dalla Cimi — l’organismo che riunisce 16 istituti missionari italiani — per liberare i paesi poveri dal debito.

Secondo un primo bilancio effettuato dalla rivista “Nigrizia” (Vicolo Pozzo, 1 – 37129  Verona), «Il 27 febbraio scorso sono state consegnate al presidente del consiglio Romano Prodi 300.000 firme; e all’Angelus del 1° marzo papa Giovanni Paolo II ha rinnovato il suo appello a chi ha il potere decisionale affinché venga alleviato al più presto il debito che “grava come un macigno sul destino di molte nazioni del mondo”. A metà maggio a Birmingham (Gran Bretagna), in occasione dell’incontro del G8, 70 mila persone tenendosi per mano hanno simboleggiato la catena del debito. L’iniziativa veniva da Jubilee 2000 (la coalizione ufficiale di una settantina di organizzazioni religiose e laiche che organizza la  campagna a livello internazionale). C’erano anche le delegazioni di 16 paesi diversi e rappresentanze di centinaia di ong di molti paesi del mondo. A quella data erano già state raccolte un milione e mezzo di firme. L’obiettivo è 21 milioni di adesioni entro il 2000. Nel documento finale del G8 diffuso il 17 maggio, i grandi del mondo si sono impegnati a sostenere la rapida e puntuale applicazione dell’Hipc, che è il programma della Banca mondiale e del Fondo monetario internazionale lanciato nel 1996 per una certa riduzione del debito (applicato finora solo a Mozambico, Uganda e Costa d’Avorio, e in fase avanzata di esame per Guyana, Bolivia, Burkina Faso, Mali e Guinea-Bissau). Ma l’Hipc è già stato criticato da molti: troppo pochi i paesi contemplati, troppo lunghi i tempi di attuazione. Jubilee 2000 propone un rimedio radicale: la cancellazione di tutti i debiti non sostenibili».

A giudicare da quanto più volte ripetuto dal teologo Leonardo Boff, la posizione ufficiale della Chiesa in merito non corrisponderebbe alla realtà dei fatti — ma questo è un altro discorso. Vediamo invece più da vicino che cosa s’intende per debito. Continue reading


lug 13 2007

Vivisezione: un aspetto del problema

Per quanto possa sembrare scomoda l’affermazione che segue, va detto che la pratica della vivisezione (o “ricerca”, o “sperimentazione animale”, o “sperimentazione in vivo”, come viene talvolta definita con espressione meno cruda) non costituisce di per sé un problema: vale a dire che è profondamente sbagliato considerare la vivisezione come un sistema chiuso, come qualcosa cioè che nasce, si sviluppa e si mantiene in modo autonomo, obbedendo a leggi e/o esigenze proprie, supportate da condizioni necessarie e sufficienti. In realtà la vivisezione è un aspetto — sicuramente cospicuo, sicuramente terribile — di un problema ben più vasto: un problema che è, forse, il problema dei nostri tempi.

Al di là dell’ormai dimostrata inutilità della vivisezione sul piano scientifico e della sua ovvia gratuità sul piano etico, le domande da porsi sono due: perché da secoli ci si dedichi a questa pratica e come mai essa sia divenuta l’asse portante della ricerca scientifica in tutti i paesi del mondo, indipendentemente da regimi politici o religioni.

Cercare di rispondere a entrambi questi interrogativi in modo esauriente e nel breve arco di tempo e di spazio concesso da questa occasione è praticamente impossibile, tuttavia cercherò di suggerire delle chiavi di lettura che possano permettere a chiunque lo voglia di approfondire il discorso — impresa per la quale è necessaria una buona dose di onestà intellettuale e di coraggio morale, dal momento che si tratta qui di mettere in discussione i capisaldi stessi su cui si fonda la società contemporanea come la conosciamo noi oggi e che, anche se a molti di noi non piace del tutto, costituisce però il tessuto nel quale siamo impigliati e attraverso il quale filtriamo la realtà. Continue reading


lug 11 2007

La banalità del male

Sto leggendo contemporaneamente tre libri — Tedeschi in fuga. L’odissea di milioni di civili alla fine della seconda guerra mondiale, di Guido Knopp; Diario segreto 1938-1944. L‘opposizione tedesca a Hitler, di Ulrich von Hassell; e La Germania bombardata. La popolazione tedesca sotto gli attacchi alleati 1940-1945 di Jörg Friedrich.

Nessuno dei tre appartiene al genere cosiddetto d’evasione, ma talvolta amo farmi del male. Lo amo a tal punto che dirò come da questi scritti emerga una visione del nazionalsocialismo molto diversa da quella ufficiale che ci viene propinata con cadenza martellante da sessant’anni. E sosterrò che questa diversità costituisce la cifra non dell’alterazione dei fatti, ma della loro verità stessa.

Il terzo Reich, dunque, non era l’impero del male. Era una nazione guidata da un uomo che, come succede troppo spesso, a un tratto credette di essere Dio; e in questa nazione pericolante le generazioni degli over 30 (quelli, cioè, che nel 1933 erano già maggiorenni) erano seriamente allarmate dalla piega che avevano preso gli avvenimenti, mentre i politici seguivano ciecamente le direttive del partito — anzi dell’uomo — e i vertici militari cercavano disperatamente un modo per salvare la Germania e il suo popolo dalla rovina.

Eppure la propaganda liberatrice ci ha ripetuto per decenni che il dissennato popolo tedesco appoggiò criminalmente il Satana moderno Adolf Hitler (mi pare sia l’ottimo padre Gabriele Amorth ad aver sostenuto, in più di un’occasione, che il Führer fosse in diretto contatto con Belzebù in corna ed ossa), e che per questo il sangue versato direttamente o indirettamente da quel diabolico Volk sarebbe ricaduto sui suoi incolpevoli discendenti fino alla settima generazione o giù di lì. Qualcuno, meno anatematico e più analitico, ha spinto la propria benevolenza fino a chiedersi come poté un intero popolo farsi complice del Male assoluto. E la risposta di Hannah Arendt sulla banalità del male non parve soddisfare certe malsane curiosità.

Ora siamo a poche ore dall’apertura delle elezioni presidenziali in USA: e la passione con cui larga parte degli americani si schiera a favore dell’uno o dell’altro candidato dovrebbe far pensare. Come può un (quasi) intero popolo (parliamo degli aventi diritto al voto, che sono comunque una minoranza) farsi complice di un ex alcolizzato poi baciapile con le mani sporche non solo di petrolio che è andato bellamente a bombardare l’Afghanistan e finalmente ha invaso l’Iraq dopo aver rovesciato sui suoi elettori e sul resto del mondo una valanga di panzane? O garantire la futura connivenza con uno del quale ancora non si sono scoperti gli altarini ma che ha già dichiarato senza mezzi termini che “la causa di Israele è la causa degli Stati Uniti d’America” prospettando così scenari apocalittici per il già martoriato Medio Oriente? Che dobbiamo pensare di costoro? E dei loro discendenti? Il Reich millenario durò di fatto dodici anni. Gli Stati Uniti agiscono così da oltre un secolo. Visti i precedenti, sarà lecito porsi delle domande sull’eticità dello Stato e del popolo americano? Io credo di sì — e, più che lecito, doveroso.

(2005)