12 luglio 2006. Voglia di identità

Premesso che di calcio non ci capisco niente e che l’ultima volta che ho visto una partita, tolto questo campionato, è stata appunto Italia-Germania del 1982, mi scappa di dire un paio di cosucce.
La prima è che non me la sento di biasimare senza appello le folle festanti che in quest’ultima settimana si sono riversate per strade e piazze sventolando il tricolore e cantando a squarciagola l’inno più brutto del mondo. Siamo una colonia non riconosciuta degli Stati Uniti; abbiamo una classe politica esecrabile; la nostra economia è in crisi; il nostro premio Nobel per la letteratura è un guitto; la nostra giornalista più nota all’estero è una psicopatica; come ministri abbiamo avuto tra gli altri Giovanardi e Calderoli; le nostre fiction si chiamano “Distretto di polizia” e “Carabinieri”… Avremo diritto a esultare quando facciamo una bella figura?!?

E non entro nel merito di calciopoli o del comportamento dei singoli calciatori: mi limito a valutare i risultati — e siccome non siamo alle Olimpiadi, qui si guarda a chi vince, e non a chi partecipa. E ha vinto l’Italia. Gli italiani si esaltano: in fondo quali altri motivi hanno, per esaltarsi?

Io, in questo, ci vedo una gran voglia d’identità. Una gran voglia di tornare a credere in qualcosa che possa fare dell’Italia un paese degno di rispetto, non lottizzato dalle ideologie o dai pescecani dell’economia globale. Se poi l’unico motivo di coesione e di orgoglio nazionale è costituito da una squadra di calcio, vuol dire che l’Italia, agli italiani, non è capace di dare nient’altro.

E non mi si tiri fuori la vecchia frase di Kennedy — «non chiedetevi che cosa l’America può fare per voi, ma che cosa potete fare voi per l’America» — che, mutatis mutandis, si attaglia anche a noi. Perché l’Italia, questa Italia, per gli italiani ha fatto e fa ben poco. Impone tasse esorbitanti ma non è in grado di controllare l’evasione fiscale; offre un servizio sanitario pubblico ma se si vuole essere davvero curati bisogna andare nelle strutture private; il sistema scolastico fa acqua da tutte le parti; non facciamo abbastanza figli ma non si fa nulla per aiutare chi vuol mettere su famiglia o per agevolare le madri che lavorano; siamo un paese di anziani ma non si offre un’adeguata assistenza per i medesimi; si conculca la libertà di scelta terapeutica ma non si provvede all’assistenza per i malati terminali; siamo tutti spiati e intercettati ma nessuno è immune da furti, rapine e ammazzamenti; siamo la patria del diritto ma essere proprietari della casa in cui si vive è considerato un lusso; abbiamo inventato il monte di pietà ma siamo strozzati dalle banche usuraie; il nostro patrono è san Francesco d’Assisi ma se potessimo stermineremmo tucte le sue creature per i nostri comodi… Che faccio, continuo?

Chiamatelo qualunquismo, se volete. Io l’inno non lo canto e la bandiera non la sventolo, però quell’uno-due con la Germania e quei cinque rigori con la Francia mi sono piaciuti.

La seconda cosa è che posso capire le ragioni squisitamente ideologiche che hanno portato un sacco di persone ad auspicare la sconfitta dell’Italia, vedendo nella sua vittoria una grande coperta in grado di occultare le molte magagne degli ultimi tempi. Ci può stare (anche se sono proprio le ideologie ad operare ancora oggi pericolose divisioni fra cittadini di serie A e cittadini di serie B… ma questo è un altro discorso).

Ma non capisco quelli (e ne conosco) che per partito preso stanno da qualunque parte tranne che con l’Italia — tipo quelli che “ho sempre tifato per la Francia”, “io nell’82 piangevo” e via così. Costoro sono sempre critici nei confronti dell’Italia: pur essendo italiani, non c’è una cosa dell’Italia che gli vada bene. Vanno in vacanza all’estero perché come sono civili gli altri…; comprano griffato ma non made in Italy; mangiano esotico perché non fa ingrassare; guardano soltanto brasiliane svettanti ed eteree est-europee (salvo ripiegare sulla tracagnotta italiota dietro casa perché quello passa il convento e perché le brasiliane e le est-europee col cavolo che guardano loro).

Eppure questa gente dall’Italia non se ne va. Eppure nell’Unione europea vige la libera circolazione: se ti fa così schifo l’Italia, che cappero ci fai ancora qui? Il fatto è che parecchi di questi personaggi appartengono alla triste categoria degli sfigatissimi: non hanno completato un regolare cursus studiorum per manifesta incapacità; non sono riusciti ad entrare nel mondo del lavoro per lo stesso motivo; non hanno situazioni sentimental/familiari stabili o appaganti; sono essi stessi un cumulo di frustrazioni e contraddizioni. E così sognano: tutto questo gli succede perché sono in Italia, ‘sto paese di merda, ma se fossero altrove…

Se fossero altrove, sospetto, parlerebbero di pizza e mandolini con gli occhi lucidi.

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