13 maggio 2003. Attenti al lupo

Uno degli svantaggi di avere un figlio treenne consiste nel doversi scontrare con istituzioni che si pensava di essersi lasciati alle spalle — le strutture educative, appunto. E per chi, come me, è piuttosto allergico a etichette e schematismi, la cosa presenta qualche fastidio.

Mi spiego. Quando si dice “istituzione” si pensa, generalmente, a edifici solenni o a discorsi pomposi: e ci si dimentica che fra le istituzioni (sociologicamente intese) rientrano, per esempio, il linguaggio («vuolo i pocchi» «no, tesoro: si dice “voglio i biscotti”»), la famiglia (per quanto amorevole) e il sapere — nella sua accezione più ampia, a partire dalle fiabe per arrivare alla fisica nucleare. Come sottolineava il mai abbastanza compianto Michel Foucault, la relazione fra sapere e potere è sempre e strettamente biunivoca, nel senso che ogni sapere è espressione di un certo potere e ogni potere esprime (o si esprime attraverso) un preciso sapere: dunque non esiste sapere neutro/neutrale, bensì un complesso sapere = scienza = cultura ideologicamente cioè politicamente orientato.

Per la verità, dubito che le pazienti educatrici responsabili del quotidiano intrattenimento di mio figlio e di altre simili scatenate creature si pongano il problema della relazione sapere/potere eccetera. Naturalmente conoscono i testi di Bruno Bettelheim e di Vladimir Propp, sono versate in psicopedagogia e agiscono convinte di fare del bene: però, quando scelgono di “drammatizzare” fiabe come “Cappuccetto Rosso” e “I tre porcellini” o favole come “Pierino e il lupo” operano tali e tanti guasti nell’inconscio infantile da far drizzare i capelli in testa.

Ci siamo resi conto della cosa quando il bimbetto, cresciuto a contatto con cani e gatti nonché entusiasta frequentatore di agriturismi, parchi e oasi naturali, ha cominciato a dichiarare di aver paura del lupo. Così gli abbiamo preso un lupacchiotto di peluche, gli abbiamo fatto vedere documentari sui lupi, gli abbiamo mostrato un libro sulla vita e le abitudini del lupo — niente da fare: anche se in modo più pacato, il piccolo continua a nutrire una certa diffidenza nei confronti dell’animale in questione. (Probabilmente il nostro prossimo passo sarà l’introduzione in famiglia di un pastore tedesco, e speriamo bene). Così, durante uno di quegli incontri fra genitori e operatori didattici che non auguro a nessuno, si è chiarito l’arcano. Il lupo delle “drammatizzazioni” incarna la summa delle paure che ogni bambino si porta dentro, e alla fine di queste pregevoli pantomime educative si scatena l’esorcismo: ammazziamo il lupo, mettiamolo in pentola, bruciamolo, prendiamolo a bastonate, mettiamolo sotto terra, facciamolo a pezzi — ecco le gioiose iniziative proposte dai bimbi e incoraggiate dalle educatrici (?) in un parossismo catartico che dovrebbe, almeno teoricamente, fare piazza pulita delle loro angosce. Immagino che se facessi rilevare quanto segue alle buone signorine correrei il rischio di un ricovero alla faccia della “180”, e forse il bimbo mi verrebbe sottratto da qualche solerte assistente sociale: nelle società precristiane il lupo è, tradizionalmente, un animale totemico, investito di una duplice valenza, positiva e negativa, come si conviene a tutto ciò che è sacro e dunque, per dirla con l’insostituibile e classica definizione di Rudolph Otto, “ganz anderes”, totalmente altro.

Spulciando qua e là, troviamo che, poiché vede nel buio, il lupo è simbolo di luce e anche simbolo solare: questo è il suo significato presso le popolazioni nordiche (il lupo è il compagno di Odino) e presso i Greci, che ne facevano un attributo di Belen e di Apollo Licio (greco lykos = lupo). Per le popolazioni asiatiche assume un carattere nettamente celeste: i mongoli vedevano in lui l’antenato di Gengis Khan; i cinesi conoscevano un Lupo celeste (la stella Sirio) che fa la guardia presso il Palazzo celeste (l’Orsa maggiore). Inoltre, la forza e l’ardore in combattimento fanno del lupo un’allegoria guerriera presente presso numerosi popoli, primi fra tutti gli indiani della prateria nord-americana. A casa nostra, cioè nell’antica Roma, il lupo assume forma femminile e valenza ctonia (cioè terrestre): è la lupa che allatta Romolo e Remo e garantisce la fecondità e la potenza dell’Urbe, tant’è vero che il 15 febbraio (mese tradizionalmente dedicato alle purificazioni come preparazione al nuovo anno, che iniziava a marzo, secondo un ciclo calendariale arcaico di tipo pastorale: il verbo februare significa appunto purificare) si celebravano i Lupercalia, cioè i festeggiamenti in onore del dio Luperco (la radice del nome adombra la figura del lupo) — proprio in una grotta a lui sacra, posta ai piedi del monte Palatino, la mitica lupa avrebbe trovato Romolo e Remo. I Lupercalia univano il significato della purificazione a quello della propiziazione della fecondità umana e animale, il che ne fece una delle feste pagane a un tempo più longeve nella tradizione popolare (resistettero fino al V secolo d.C.) e più avversate dal cristianesimo — su questo tornerò. Inoltre il lupo (come il cane), ricopre anche il ruolo benigno di psicopompo, che accompagna le anime nel trapasso da questa vita all’aldilà.

Per quanto riguarda la valenza negativa, nella tradizione nordica il lupo è il divoratore di mondi, e rappresenta perciò la morte cosmica: l’età ultima, che contempla la caduta degli dèi, è appunto l’Età del Lupo (il lupo gigante Fenrir, uno dei più implacabili nemici degli dèi). Per gli arabi, il lupo è di ostacolo al pellegrino, e lo stesso significato assume per Dante nella “selva oscura” del suo viaggio oltremondano. L’India gli attribuisce generalmente un ruolo malvagio e ne fa un attributo della divinità nel suo aspetto distruttivo. Un po’ dovunque, la (presunta) voracità dell’animale si accompagna all’insaziabilità sessuale, facendo della lupa il simbolo della sfrenatezza e della licenziosità (chi non ricorda “La Lupa” di Giovanni Verga?).

In ogni caso, come si è visto, la figura del lupo è onnipresente nella tradizione religiosa e iconografica dell’umanità. Ma tutto ha una fine: «Con il diffondersi del Cristianesimo oltre i confini del giudaismo e con la conversione delle nazioni gentili, si verificò un radicale, seppur graduale, mutamento. Il propagarsi di questa nuova e aggressiva fede tra i greci e i romani, e specialmente tra le tribù indo-germaniche dell’Europa del nord, portò inevitabilmente alla rimozione, alla degradazione e alla demonizzazione delle divinità dei proseliti, ai quali fu poi insegnato ad abiurare gli dèi dei loro padri e a denunciarli come demoni. Lo zelo dei missionari, dunque, […] contribuiva ad estendere il regno del Principe delle tenebre e ad aumentare il numero dei suoi sudditi e satelliti. I neofiti li immaginavano nascosti in luoghi oscuri: di giorno, rintanati in vallette ombrose d’alberi e nei torrenti di montagna, di notte, in agguato nei pressi delle abitazioni dell’uomo, in attesa del momento buono per ricondurlonall’antico culto o per vendicarsi della sua viltà. Qualsiasi avvenimento infausto offriva loro l’occasione di un intervento che poteva essere evitato o respinto soltanto dalla Chiesa con benedizioni, esorcismi o anatemi. Le autorità ecclesiastiche avevano quindi un interesse immediato ad incoraggiare tali supoerstizioni, che erano per loro una delle più importanti fonti di potere e proprio per questo motivo andavano predicando che le forze diaboliche erano all’opera in ogni inclemente manifestazione della natura e che prendevano corpo in ogni creatura nociva» (Edward P. Evans, Animali al rogo. Storie di processi e condanne contro gli animali dal Medioevo all’Ottocento, Editori Riuniti 1989, pp. 36-37).

Le fiabe, le favole e le novelle raccolte e trascritte dai vari Perrault, Grimm e Cocchiara sono state tutte elaborate in epoca post-pagana se non pienamente cristianizzata; e se poi consideriamo quanto a lungo sia sopravvissuta la celebrazione dei Lupercalia (ricordate? Quinto secolo d.C.: il famigerato Editto di Costantino è del 313 d.C.; nel 356 d.C. viene sancita la pena di morte per chi pratica i riti pagani; nel corso del VI sec. d.C. si dichiarano fuorilegge i fedeli pagani) e quanto strenuamente le popolazioni nordiche che veneravano il lupo abbiano resistito alla cristianizzazione forzata (Carlo Magno massacra 4.500 Sassoni a Verden sull’Aller nel 772, e deporta i superstiti tra il 799 e l’804) — insomma, si capisce perché il lupo detenga il discutibile primato di animale diabolicissimo, e perché nel corso dei secoli sia stato odiato, cacciato e torturato con particolare accanimento dai buoni seguaci del dio unico.

Non si ospita sul proprio territorio la sede papale impunemente: e in Italia non ci si può interrogare troppo sul senso esoterico ed essoterico di certe fiabe se non si vuole finire dritti filati all’indice. Il lupo continuerà a terrorizzare i bambini, e i cristianisti* continueranno a terrorizzare me. A mio figlio cercherò di offrire pensieri diversi.

* Non conosci i cristianisti? Vuoi saperne di più? Chiedi a kelebek.

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