15 maggio 2003. Il giorno dell’altra memoria

Oggi è il 15 maggio. Per molte persone (più di quante non si pensi) è questo il vero giorno della memoria, che ricorda la nakbah, la catastrofe: così la chiamano i nativi palestinesi.

Perché un altro 15 maggio di molti anni fa, nel 1948, davanti a 240 persone riunite nel Museo di Tel Aviv, Ben Gurion proclamava la costituzione dello Stato di Israele. Meno di 24 ore prima sir Alan Cunningham, delegato della Corona Britannica, si era imbarcato su un incrociatore segnando così la fine della presenza inglese in Palestina. Meno di un’ora dopo il presidente americano Harry S. Truman sarà il primo a riconoscere il nuovo Stato — in cambio, così si disse allora, di soldi per il finanziamento della campagna elettorale per il suo secondo mandato.

Il peso degli Stati Uniti nella spartizione della Palestina è imponente: nel novembre 1947, quando le Nazioni Unite dibattevano aspramente sulla decisione da prendere in merito, la politica aggressiva degli Usa si manifestò con chiarezza ottenendo «dall’Assemblea Generale che il voto fosse rinviato “per prendere tempo e portare in linea con le loro [degli USA] vedute alcune repubbliche dell’America Latina” […] Alcuni delegati accusarono i dirigenti USA di “intimidazioni diplomatiche”. “Senza le tremende pressioni esercitate dagli USA su paesi che non potevano affrontare il rischio di rappresaglie americane, la risoluzione non sarebbe mai passata” […]» (John Quigley, Palestine and Israel: A Challenge to Justice). E nell’occasione il presidente Truman dichiarò apertamente: «Mi dispiace, signori, ma devo rispondere a centinaia di migliaia di persone ansiose per il successo del sionismo. Non vi sono centinaia di migliaia di arabi tra i miei costituenti» (cit. in Anti Zionism, ed. by Teikener, Abed-Rabbo & Mezvinsky). Truman, voglio ricordarlo, successe al defunto Roosevelt nell’aprile del 1945, facendosi carico delle decisioni relative alle ultime fasi del conflitto mondiale: fu lui, a Potsdam (17 luglio – 2 agosto 1945), a disattendere parzialmente gli accordi di Jalta relativi alla “normalizzazione” della Germania nel dopoguerra con la scusa dell’imminente guerra fredda; e fu ancora lui, poche ore dopo, ad autorizzare l’impiego della bomba atomica contro il Giappone.

Nel discorso divenuto — con la firma di tutti i presenti — l’atto ufficiale di fondazione del nuovo Stato, Ben Gurion pronunciava parole di pace: Israele «garantirà l’assoluta eguaglianza di diritti sociali e politici a tutti i suoi abitanti indipendentemente da criteri di religione, razza o sesso, assicurerà la libertà di religione, opinioni, lingua, educazione e cultura, salvaguarderà i luoghi santi di tutte le religioni e si manterrà fedele ai principi espressi dalla Carta delle Nazioni Unite», e lanciava un messaggio carico di speranza: «chiediamo agli abitanti arabi dello Stato d’Israele di mantenersi in pace e di partecipare alla costruzione dello Stato sulla base delle piena uguaglianza dei diritti di cittadinanza e con una adeguata partecipazione a tutte le sue istituzioni provvisorie e permanenti». Contemporaneamente la Lega Araba (Arabia Saudita, Iraq, Siria, Egitto, Libano e Giordania) dichiarava guerra ad Israele; e nelle stesse ore, secondo quanto rileva lo storico israeliano Teddy Katz, il villaggio palestinese di Tantura, nei pressi di Haifa (occupata illegalmente già dal 22 aprile), veniva quasi completamente raso al suolo dalle neocostituite truppe israeliane: decine di morti, oltre un migliaio i profughi — al posto del villaggio sorgeranno il kibbutz Nahsholim e un parcheggio per la vicina spiaggia.

Oggi i rifugiati palestinesi e i loro discendenti sono milioni: «Secondo l’Agenzia delle Nazioni Unite di soccorso e lavoro per i rifugiati di Palestina (Unrwa), organizzazione creata nel 1949, in base ai dati del 30 giugno 1998, i rifugiati palestinesi e i loro discendenti sono 3.521.130, il 30% dei quali vive nei campi. Si definisce rifugiato: “una persona che ha avuto la sua normale residenza in Palestina nel periodo compreso fra il 1° giugno 1946 e il 15 maggio 1948 e che, a causa del conflitto, ha perso sia la sua abitazione che i suoi mezzi di sussistenza e di lavoro e ha trovato rifugio nel 1948 in uno dei paesi dove l’Unrwa fornisce soccorso”. I rifugiati si trovano in tre stati, oltre che in Cisgiordania e a Gaza. Sono 1 milione e 460 mila in Giordania (270 mila dei quali vivono nei campi), 365.000 in Libano (di cui 200.000 nei campi), 365.000 in Siria (di cui 105.000 nei campi). A Gaza sono 770.000 (di cui 420.000 nei campi) e in Cisgiordania 550.000 ( di cui 150.000 nei campi)» (“Le Monde diplomatique”, dicembre 1998).

Quello che accade in Palestina lo si può leggere di nuovo tutti i giorni sui quotidiani, ora che i riflettori sull’Iraq si sono spenti (ma la guerra continua ancora, come ancora continua in Afghanistan). Navigando nella Rete si trovano migliaia di pagine; i libri sull’argomento non si contano. Per questo, il minimo che si può fare è non dimenticare: per non lasciare che la memoria sia appannaggio di pochi, e per poter dire, un giorno, ai nostri figli, “io c’ero”.

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