Parcere victis

Le abbiamo viste tutti, quelle immagini sempre diverse e sempre uguali di un vinto e un vincitore che i media amano riversarci addosso per tema che qualche distratto non si accorga del Grande Evento: l’ex dittatore Saddam Hussein mostrato impietosamente alle telecamere senza neanche concedergli il beneficio di una ripulita preliminare, stravolto e maneggiato da un asettico militare aureolato di democrazia. Prima di lui, gli afghani a Guantanamo o Abdullah Ocalan in Turchia — Oriente contro Occidente, barbarie contro civiltà.

Ma ne siamo sicuri? Siamo proprio certi che il discrimen fra l’una e l’altra faccia dell’umanità stia tutto nella pulizia delle divise, nell’efficienza dei mezzi coercitivi, nella raffinatezza delle torture? Non starà da qualche altra parte, la differenza?

Personalmente, di fronte all’ebetudine sorridente di Fede (Rete4) e al viscido ressentiment di Barenghi (Manifesto) — guaiolanti e sbavanti per la gioia di compiacere il padrone — non ho potuto fare a meno di pensare agli esuberanti frequentatori dei circhi romani, esaltati dal sangue ed eccitati dall’ultima umiliazione inferta ai perdenti. Non credo che le cose siano cambiate molto, da allora. Anche adesso, in questo terzo millennio cominciato sotto auspici quanto mai infausti, c’è bisogno di pane e giochi per controllare una società sempre più magmatica e sfuggente.

Ma allora, perlomeno, una cosa era il pubblico del Colosseo e un’altra i governanti: tant’è vero che, a partire da Cesare Augusto, per fini etico-didattici la nascente cultura europea ripete spesso e volentieri la contrapposizione fra la crudezza del “Vae victis!” gridato dal barbaro Brenno e il pacato “parcere victis” che fonda al contempo la virtus e la pietas del cittadino romano. Il minaccioso “guai ai vinti!” non può trovare posto in un mondo che ha visto nascere e ha coltivato per secoli quelle norme di giustizia sulle quali ancora si regge gran parte della giurisprudenza moderna: se è vero che bisogna (è lecito) abbattere il tiranno e schiacciare l’arroganza dell’oppressore, è altrettanto vero che il vinto, spogliato di tutto e ridotto a meno che niente, va risparmiato e tutelato, per evitare che la vendetta, magari privata, possa rimpiazzare l’amministrazione della giustizia — certo implacabile, forse durissima, ma contenuta entro limiti precisi e verificabili.

Quei limiti che oggi non si vedono da nessuna parte. E che sicuramente non rientrano nell’angusto panorama culturale e mentale dei nuovi padroni del mondo — gli Stati Uniti, dico.

Profondamente convinti di occupare il posto centrale «nell’ambito della vasta prospettiva di un disegno divino» (secondo le parole pronunciate dallo stesso Bush il 14 settembre 2001 nella National Cathedral di Washington), gli Usa si ergono di fronte a un mondo divenuto “cosa loro” nel nome di un ecumenismo integralista che niente e nessuno, almeno per il momento, sembra in grado di arginare. Anche perché il fondamentalismo religioso che ispira la politica (interna ed estera) americana a partire dall’epoca del presidente Reagan si richiama senza mezzi termini all’Antico Testamento: nel quale, com’è noto, i richiami alla vendetta e allo sterminio del nemico vinto si sprecano. Questa è la parola di Dio, quel «Dio che fa la mia vendetta e mi sottomette i popoli» (2Samuele 22:48 e Salmi 18:47); quel Dio che non può non stare dalla parte degli Stati Uniti, se perfino Geremia profetizza: «Questo giorno, per il Signore, per il DIO degli eserciti, è giorno di vendetta, in cui si vendica dei suoi nemici. La spada divorerà, si sazierà, si ubriacherà del loro sangue; poiché il Signore, DIO degli eserciti, immola le vittime nel paese del settentrione, presso il fiume Eufrate» (Geremia 46:10).

Su queste basi, sembra difficile credere che la questione Iraq possa mai trovare una soluzione secondo giustizia: perché secondo ingiustizia è cominciata e viene perpetuata. L’iniquità delle sanzioni varate e applicate per anni contro una popolazione civile inerme e già costretta a fare i conti con un regime dittatoriale; l’assoluta illegittimità dell’aggressione iniziata nel marzo 2003; e ora la condanna senza appello pronunciata da Bush e dai suoi accoliti contro l’hic et nunc vinto ex dittatore — tutti questi fattori concorrono a farci ritenere senza ombra di dubbio che qualunque provvedimento a carico di Saddam Hussein e degli altri iracheni sequestrati dall’esercito occupante andrà contro ogni legge internazionale e calpesterà a 360 gradi ogni diritto umano.

C’è il fondato sospetto che il mondo stia per assistere a una nuova Norimberga — uno stupro giuridico già condannato all’epoca e duramente stigmatizzato negli anni a venire. A Norimberga, come anche a Tokyo, non ci si limitò a costituire un tribunale “internazionale” che giudicasse secondo legge e coscienza i responsabili di crimini odiosi: si vararono per l’occasione leggi retroattive e si fece in modo che il collegio giudicante fosse composto esclusivamente dai vincitori. Il 2 ottobre 1946, giorno successivo a quello della sentenza, l’americano “Chicago Tribune” così commentava: «La triste verità è che nessuno dei vincitori è innocente dei crimini che sono stati attribuiti agli sconfitti», e ospitava questa dichiarazione di William L. Hart, giudice alla Corte suprema dell’Ohio: «Sia la Costituzione del tribunale di Norimberga che i processi che ne sono seguiti sono un condensato di frode e illegalità. Degli atti commessi da un militare in guerra deve rispondere il suo stato e non lui individualmente». Analoghe considerazioni vennero espresse ripetutamente da alti gradi militari alleati [1], giuristi [2], filosofi [3] e statisti [4], tutti rigorosamente al di sopra di ogni sospetto.

È chiaro che la storia non insegna niente: se non c’è più stata un’altra Auschwitz, non per questo negli ultimi cinquant’anni non si sono massacrati milioni di innocenti; e se Norimberga non ospiterà un altro tribunale, non per questo i vincitori di turno (sempre gli stessi, a quanto pare) rinunceranno a esercitare il loro strapotere che prevede, non soltanto per gusto personale ma per edificazione delle genti, l’umiliazione e l’annientamento dei vinti, spogliati di ogni dignità, reificati e ridotti a non-persone — qualcuno ricorda Orwell?

Non è questa, la civiltà che vogliamo; e da quest’Europa smarrita che coltiva impossibili sogni di grandezza si levano, forse non molte ma certo chiare e forti, le voci di quanti pretendono giustizia e non vendetta. Nel nome di una resistenza all’oppressore, qualunque esso sia, per la libertà dei popoli e delle coscienze.

(19 dicembre 2003)

 

 

Note

(1) «Il tribunale di Norimberga non può essere considerato un tribunale in quanto nato da considerazioni politiche. In quei processi la giustizia venne accantonata e si offese la tradizione giudiziaria britannica e americana» (Hugh Champion de Crespigny, comandante del XXI gruppo delle Royal Air Force britannica, 1943-1944). «I processi di Norimberga contro ufficiali di una nazione sconfitta che avevano ubbidito a degli ordini offendono la giustizia» (Orvil A. Anderson, vice comandante della VII compagnia delle forze aeree americane, 1944-1946).

(2) «I processi di Norimberga consentirono ai vincitori di punire gli sconfitti per aver fatto il loro dovere di soldati. Pur non avendo particolare simpatia per quegli imputati, riconosco che avevano il dovere di ubbidire agli ordini» (Michael Francis Doyle, giudice del tribunale internazionale dell’Aja).

(3) «Un tribunale costituito dai vincitori e non basato su norme preesistenti può solo definirsi strumento di vendetta e non di giustizia» (Benedetto Croce, in un discorso al Parlamento nel 1947).

(4) «La costituzione degli Stati Uniti, che non consente l’introduzione di leggi retroattive, non è una raccolta di parole soggette a libera interpretazione: è il fondamento della nostra giustizia. È disgustoso che a Norimberga si sia venuti meno ai nostri principi costituzionali per punire un avversario sconfitto. Queste conclusioni sono condivise, ritengo, da molti americani di oggi. E furono condivise, sia pure riservatamente, da molti americani del 1946. Un processo tenuto dai vincitori a carico dei vinti non può essere imparziale perché in esso prevale il bisogno di vendetta. E dove c’è vendetta non c’è giustizia. Nei processi di Norimberga noi accettammo la mentalità sovietica che antepone la politica alla giustizia, mentalità che nulla ha in comune con la tradizione anglosassone. Gettammo discredito sull’idea di giustizia, macchiammo la nostra costituzione e ci allontanammo da una tradizione che aveva attirato sulla nostra nazione il rispetto di tutto il mondo» (John F. Kennedy, Profiles in courage, Ed. Harper&Row, New York, 1956).

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