24 luglio 2003. Non c'è limite al peggio?

«Non c’è limite al peggio» è una vecchia frase che ho sempre ritenuto un po’ retorica, ma dopo aver letto le notizie di oggi credo che dovrò rivedere il mio giudizio. Forse a qualcuno è sfuggito, ma in un’intervista alla Cnn riportata oggi da ”Repubblica” l’ex presidente degli Stati Uniti, Bill Clinton, ha affermato: «Penso che la Casa Bianca abbia fatto la cosa giusta nel dichiarare: “Ok, forse non avremmo dovuto dire quella frase”. Ma ora dovremmo concentrarci sul punto a cui siamo arrivati, e quale sia la cosa giusta da fare adesso per l’Iraq». E va bene. Cane non mangia cane, e l’ex presidente appoggia l’operato del presidente in carica. Perché no?

Ma poi Clinton esagera, e mostrandosi più realista del re dichiara, con un pessimo gusto che finora era stato appannaggio esclusivo dell’unico inimitabile Bush jr., quanto segue: l’uccisione dei due figli di Saddam Hussein «è un’ottima notizia, ci aiuta a tenere meglio sotto controllo la situazione». E prosegue: «Sono lieto che i nostri soldati abbiano portato a termine questo incarico, come fanno sempre, del resto» per poi concludere: «Credo che quei tipi siano stati abbastanza stolti a non consegnarsi, ma questo non è certo il loro primo errore stupido».

Ora, “quei tipi” sono, per chi si fosse distratto, Uday e Qusay Hussein, i due figli di Saddam Hussein morti ammazzati l’altro ieri in uno scontro a fuoco a Mosul. E “quei tipi” non avevano abbandonato il Paese, ma erano rimasti lì, a casa loro, fra la loro gente — non come certi sovrani di casa nostra, tanto per intenderci. E sono morti con le armi in pugno.

Ma già, gli americani queste cose non le capiscono. Loro preferiscono quando il nemico si consegna vivo, così possono infliggergli ogni umiliazione, calpestare ogni suo diritto, processarlo e condannarlo in un delirio inquisitorio che esalta i fanatici, infiamma i tiepidi e tacita gli ignavi.

Preferiscono ancora di più quando possono fare giustizia sommaria, come ai bei tempi del vecchio West, icona principe del ristretto immaginario individuale del cow-boy Bush. E non si fermano davanti a nulla: leggo da www.arabmonitor.info di oggi la seguente notizia:

Poco chiare le circostanze dell’uccisione del figlio di Qusay

Baghdad, 23 luglio – […] sono poco chiare invece le circostanze in cui sarebbe morto il figlio quattordicenne di Qusay, che era insieme al padre. Dopo che gli americani hanno lanciato dei missili anticarro sulla casa, il fuoco dall’interno era cessato: le truppe hanno fatto irruzione nella sezione della villa, al secondo piano, dove si erano barricati Qusay e Ouday, trovandosi davanti un ragazzino ancora vivo. Secondo la versione che fa comodo ai militari statunitensi, il giovane avrebbe aperto il fuoco sui soldati, che lo avrebbero ucciso, ma secondo un’altra ricostruzione, il ragazzino sarebbe stato ucciso a sangue freddo, vicino al corpo del padre.

Sarò malpensante, ma chissà perché mi sembra più attendibile l'”altra ricostruzione”. A spulciare la storia degli Stati Uniti da un secolo a questa parte ci si imbatte in tali e tante turpitudini da far sembrare il Maramaldo un impeccabile gentiluomo. E adesso, con l’attuale amministrazione che il ministro degli Esteri iraniano ha definito senza mezzi termini “banda di gangster”, alla naturale arroganza di questi bambinoni che han preso poche sberle da piccoli si aggiunge anche la convinzione — questa sì veramente fondamentalista — di essere gli artefici di un grandioso disegno divino etc. etc.

Tant’è che ieri, parlando alla stampa nel Giardino delle rose della Casa Bianca — e affiancato dai soliti Donald Rumsfeld (segretario alla Difesa), Paul Bremer (amministratore americano dell’Iraq) e Richard Myers (generale, comandante delle forze armate Usa) — George W. Bush ha lanciato un appello alla comunità internazionale perché contribuisca alla ricostruzione e alla stabilizzazione dell’Iraq: «Sollecito le nazioni del mondo a contribuire militarmente e finanziariamente al compimento della visione della risoluzione 1483 del Consiglio di sicurezza dell’Onu per un Iraq libero e sicuro», ha detto Bush assicurando che gli Usa «hanno una strategia complessiva per traghettare l’Iraq in un futuro che sia sicuro e prospero». Certo, come no…

Premuroso, Bremer gli ha riferito la strategia per «accelerare i progressi» verso un rapido ritorno alla piena sovranità dell’Iraq e ha delineato «un piano di azione complessivo per portare maggiore sicurezza, servizi essenziali, sviluppo economico e democrazia al popolo iracheno». E Bush, per rinsaldare la fiducia degli iracheni e del mondo intero nelle magnifiche sorti e progressive del nuovo Iraq, ha pensato bene di ricordare l’uccisione dei due figli di Saddam Hussein, definendoli “due boia”, «responsabili delle torture, delle menomazioni e delle uccisioni perpetuate nei confronti di innumerevoli iracheni». Mi piacerebbe sapere come definirebbe, Bush, i dittatorelli piazzati strategicamente dalla Cia qua e là per il mondo a tutelare gli interessi della “nazione sotto Dio”.

Fortunatamente per il resto del mondo, però, i grandi States non possono prevedere tutto. E invece che con mazzi di fiori e festeggiamenti, i soldatini dello zio Sam vengono accolti a fucilate. Sta’ un po’ a vedere che i concetti di liberazione e democrazia non sono gli stessi ovunque… Proprio stamattina, tre uomini della 101ª Divisione Paracadutisti dell’esercito degli Stati Uniti sono stati uccisi in un attacco sferrato con un razzo esplosivo seguito dal fuoco di armi di piccolo calibro. Così sale a 158 il numero dei caduti statunitensi in Iraq: undici in più che durante la Guerra del Golfo del 1991. Va detto che il bilancio delle vittime non è però ufficiale e aggiornato: recentemente, infatti, il Pentagono ha rivisto le cifre e ha rivalutato alcuni episodi di di fuoco ostile, senza contare gli incidenti e il micidiale fuoco amico — che dall’inizio del conflitto avrebbero fatto almeno 79 vittime. Su queste basi, il conteggio totale ufficiale dei caduti statunitensi sarebbe dunque di 234, 96 dei quali (39 per fuoco ostile, 57 per fuoco amico o incidenti) dopo il 1° maggio 2003, quando il presidente George W. Bush annunciò la fine delle ostilità o almeno delle principali operazioni belliche.

Ovviamente questo non è e non dev’essere, per nessuno, motivo di consolazione o di sollievo. Ma che almeno ci si lasci qualche speranza, in attesa del peggio che verrà.

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