28 aprile 2003. Sotto a chi tocca

Guerra? In Iraq? E chi se la ricorda più? Adesso nel mirino degli USA ci sono Siria e Iran, altri due stati-canaglia meritevoli di una bella lezione.

La notizia, per la verità, non dovrebbe sorprenderci: già il 19 marzo 2003, poche ore prima dell’attacco americano all’Iraq, l’agenzia d’intelligence statunitense “Stratfor” dichiarava: «Oltre la campagna in Iraq — Se la campagna in Iraq si concluderà, come generalmente ci si aspetta, con la vittoria degli Stati Uniti, gli interrogativi più delicati al riguardo sono due: quale sarà la prossima campagna americana? E che cosa succederà? Ci sono pesanti pressioni sugli Stati Uniti perché blocchino le operazioni attualmente in corso. Tuttavia gli eventi non lo permettono, e il luogo più probabile per un futuro coinvolgimento è l’Iran» (www.stratfor.com). Fra il 21 e il 24 marzo, nella disattenzione pressoché generale, lo spazio aereo iraniano è stato ripetutamente violato da apparecchi statunitensi, che hanno attaccato le installazioni petrolifere di Khorramshar, Abadan e Manyuhi, non lontano dalla penisola di Faw già controllata dagli angloamericani. Fra il 30 e il 31 marzo il mondo ha ascoltato, attonito, le dichiarazioni del trio Rumsfeld-Cheney-Powell sulla necessità che Siria e Iran adottino alla svelta un “comportamento più responsabile” smettendola di “sostenere Saddam e i gruppi terroristici”: gli USA stanno già monitorando tutti quegli Stati che si ostinano a “non seguire un modello di comportamento accettabile”. Il 10 aprile, il giornalista dell’estrema destra israeliana Uri Dan scriveva sul “Jerusalem Post” che «dopo l’Iraq la guerra continua»: Dan, che vanta stretti legami con la destra statunitense oggi nella stanza dei bottoni, è il portavoce di quanti, in Israele, sostengono la necessità di un’azione decisa contro il nemico iraniano e soprattutto contro la Siria, considerata ben più pericolosa.

Insomma, ci troviamo di fronte alla realizzazione pratica di quel progetto di “ridelineazione del Medio Oriente” così ben espresso, e a più riprese, dallo staff di Bush junior. Che fare? Possiamo sperare nell’effetto farfalla — non c’è azione, per quanto piccola, che non comporti ripercussioni imprevedibili a lungo termine — o nel consolidarsi di un’opinione pubblica mondiale che sembra aver preso finalmente atto del pericolo gravissimo costituito dagli Stati Uniti.

Di certo non stiamo con quelli che dicono “fermate la guerra” — perché la guerra non “si fa” da sola. C’è qualcuno che la fa, e qualcun altro che la subisce. La storia, soprattutto la più recente, c’insegna che la guerra di solito la fanno gli americani. Forse sarebbe il caso di fermare gli americani. Cioè gli Stati Uniti — o la loro amministrazione. Insomma Bush e la sua cricca. Prima che ce ne manchi il tempo.

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