29 aprile 2003. Cartoons!


Uno dei vantaggi di avere un figlio treenne consiste nella possibilità di godersi in pace qualche bel cartone animato o film-per-bambini senza sentirsi in colpa e soprattutto senza essere guardati con compatimento da parenti e amici. Così, qualche sera fa, io e il pargolo ci siamo visti “Bug’s life”, in cui si narrano le peripezie di una colonia di formiche vessate da un gruppo di bieche cavallette: il lieto fine è scontato, i cattivi saranno puniti, gli innamorati di turno vivranno felici e contenti eccetera.

Ma la cosa carina è stata un frammento del film, là dove il capo delle cavallette spiega ai sottoposti che «non è una questione di cibo: il nostro rapporto con loro [le formiche] è di 1 a 100, e se vogliamo continuare a mantenere il nostro stile di vita dobbiamo continuare a terrorizzarle». Frase che mi ha fatto scattare qualche inquietante collegamento.

Per esempio quel «[…] documento interno scritto nel 1948 da George Kennan, capo del settore pianificazione del Dipartimento di Stato nel primo dopoguerra: “abbiamo il 50% circa della ricchezza mondiale, e solo il 6,3 per cento della popolazione mondiale […]. In siffatta situazione non possiamo evitare di essere oggetto di invidia e risentimento. Nei tempi a venire, il nostro compito sarà di mettere a punto un tipo di relazioni che ci permetta il mantenimento di tale posizione di disparità senza che da ciò sia compromessa la nostra sicurezza nazionale. A tal fine, dovremo abbandonare qualunque sentimentalismo e concentrare ovunque la nostra attenzione sugli interessi nazionali immediati. È inutile fingere di poterci concedere il lusso dell’altruismo e della beneficenza a livello mondiale […]. Dovremmo smettere di parlare di obiettivi vaghi e, per quanto riguarda l’Estremo Oriente, irrealistici, come i diritti umani, l’innalzamento dei livelli di vita, la democratizzazione. Non è lontano il giorno in cui dovremo occuparci di veri e propri problemi di potere, e allora sarà bene non avere gli impacci di certi slogan idealistici”» (“Policy Planning Study” (PPS), 23/24 febbraio 1948, FRUS 1948, I (parte seconda); ristampato parzialmente in: Thomas Etzold e John Lewis Gaddis, Containment, Columbia, 1978, pp. 226 e segg.; cit. in: Noam Chomsky, La quinta libertà, Elèuthera, Milano 1987, pp. 82-83; e in: Nafeez Mosaddeq Ahmed, Dominio. La guerra americana all’Iraq e il genocidio umanitario, Fazi Editore, Roma 2003, p. 9; cfr. anche G. Kennan, Memoirs, Boston, Little, Brown & Co., 1967, p. 361).

Kennan, considerato troppo “morbido”, fu sostituito il 1° gennaio 1950 da un fautore della “linea dura”, Paul Nitze, e gli fu assegnato l’incarico di Consigliere del Dipartimento di Stato. Nello stesso anno Kennan, in una nota destinata agli ambasciatori statunitensi in America Latina, sottolineava che una delle preoccupazioni principali della politica estera americana doveva essere «la protezione delle materie prime» (cit. in Noam Chomsky, La quinta libertà, Elèuthera, Milano 1987, pp. 85-86). Queste dichiarazioni sono il frutto di una serie di studi effettuati durante il periodo bellico dal War and Peace Studies Project del Council on Foreign Relations, che in diverse sessioni tenute fra il 1939 e il 1945 ha «prodotto un nutrito numero di programmi per il dopoguerra, volti a definire quali avrebbero dovuto essere le necessità degli Stati Uniti “in un mondo sul quale intendevano esercitare il proprio potere incontrastato”. Fin dall’inizio del 1940 è stato chiaro che gli Stati Uniti sarebbero usciti dalla guerra con una posizione di predominanza senza pari […]. Il Council ha messo a punto il concetto di “Grande Area”, intesa come una regione subordinata alle necessità dell’economia americana. […] la Grande Area era una regione “strategicamente necessaria al controllo mondiale”. Tale analisi geopolitica concludeva affermando che la Grande Area avrebbe dovuto includere l’emisfero occidentale, l’estremo oriente e l’ex impero britannico, smembrato e aperto alla penetrazione e al controllo Usa […]. Man mano che la guerra procedeva, è apparso evidente che anche l’Europa era destinata ad essere inclusa nella Grande Area, così come i Paesi produttori di petrolio del Medio Oriente, dove gli americani stavano espandendo la propria influenza a spese dei loro rivali più grossi, cioè la Francia e l’Inghilterra, processo che sarebbe continuato anche nel periodo postbellico» (cit. in Noam Chomsky, La quinta libertà, Elèuthera, Milano 1987, pp. 107-108).

Oppure «le parole del Presidente Lyndon Johnson, ai tempi in cui l’aggressione USA contro il Vietnam era all’apice: “Ci sono 3 miliardi di persone al mondo, e noi siamo solo 200 milioni. Ci superano di 15 a 1. Se potessero, invaderebbero gli Stati Uniti per prenderci ciò che abbiamo. Noi abbiamo quello che essi vogliono”» (cit. in Noam Chomsky, La quinta libertà, Elèuthera, Milano 1987, p. 110).

O ancora il principio, più volte riaffermato negli anni Ottanta da Ronald Reagan e attualmente da George W. Bush, secondo cui “il tenore di vita del popolo americano non è negoziabile”.

E, per finire (ed è cosa che ci riguarda un po’ tutti), l’amara constatazione che «il rapporto tra gli emolumenti dei manager e quelli dei dipendenti è passato da 45:1 nel 1980 a 550:1 nel 2002» (Giulietto Chiesa – Marcello Villari, Superclan. Chi comanda l’economia mondiale?, Feltrinelli, Milano 2003, p. 40).

Guarda un po’ alle volte cosa succede a guardare i cartoni animati…

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