Sulle radici cristiane dell’Europa

A giudicare da quel che si sente in giro, sembrerebbe di essere ripiombati nell’atmosfera esaltante dell’ottavo secolo, subito prima dell’epoca carolingia, quando una santa smania evangelizzatrice divorava innumeri uomini di buona volontà e gettava le basi per un’Europa unita sotto un unico dio. Ci mancava giusto un personaggio folkloristico — diciamo così — come Adel Smith per scatenare una furiosa voglia di croce che darà presto, temiamo, frutti non grati.

La faccenda è più complicata di quanto sembri: perché Smith dice chiaro e forte, in modo forse non elegante ma comprensibile a tutti, quello che altri hanno detto e ancora ripetono, sottovoce. E cioè che, dal momento che il cattolicesimo non è più religione di Stato, non si vede perché il simbolo di quello che è diventato ormai un culto come tanti altri debba per forza campeggiare sui muri dei luoghi pubblici di questo Paese.

La cosa, di per sé, non suona offensiva alle orecchie di nessuno. Ma Adel Smith è musulmano, ed è questo a scatenare un deplorevole spirito di crociata evidentemente mai morto. (Quando, in una domenica dell’ottobre 2001, in Pakistan, un gruppo di musulmani fece irruzione in una chiesa cristiana sparando sulla folla e lasciando sul terreno quindici morti, una suorina intervistata per l’occasione subito dopo il fatto di sangue impartì una solenne lezione di Realpolitik ai cervelloni di mezzo mondo, dichiarando: «Da quando il presidente Bush ha parlato di “crociata”, le cose per noi stanno peggiorando e continueranno a peggiorare. Forse questo è solo l’inizio». Infatti).

In questa risibile Italia sempre meno sovrana e sempre più prona ai diktat d’oltreoceano, l’insistito richiamo alle favolose radici cristiane di un’altrettanto favolosa Europa si leva da più parti: e pazienza per il Vaticano, che deve pur giustificare la propria esistenza. Pazienza anche per il centro-destra, cui difettano da sempre il senso della prospettiva storica e quello dell’umorismo (ricordate gli omaggi leghisti al “dio Po”?). Ma che dire della sinistra istituzionale, che dichiara solennemente come non sia possibile comprendere la storia del pensiero e della cultura italiana ed europea senza l’ausilio del filtro cristiano?

E poi, insomma, quali sarebbero queste benedette radici che tanti cattolici di risulta (il loro nome è legione) si accorgono tutt’a un tratto di avere?

Evidentemente non è noto a tutti che la cristianizzazione dell’Europa fu non soltanto forzata, ma assai sanguinosa: in nessun caso, mai, fu la spontanea conseguenza di un atteggiamento popolare maturato in modo pacifico ed inevitabile dal lento corrodersi dell’Impero romano. Sentiamo cosa scrive Léopold Genicot, docente all’Università cattolica di Lovanio (Belgio), nel suo illuminante «Profilo della civiltà medioevale» (1962): «Quello di annunciare ai pagani il Vangelo e di battezzarli, non fu che il principio; ora bisognava “cristianizzarli” nel senso profondo del termine, cioè modificare radicalmente la loro personalità […]. Ma espellere i vecchi fermenti, vincere le forse di una eredità millenaria e forgiare delle mentalità cristiane non è impresa di giorni né di anni. Nella folla del VI e del VII secolo — franca, sassone o quale che sia — che ascolta l’apostolo venuto da lontano a predicare una nuova religione, v’è certo chi subito comprende e opera […]. Ma gli altri? Gregorio di Tours afferma che “vi furono in quei tempi più lamenti che all’epoca delle persecuzioni di Diocleziano”. […] il seme cade spesso in un terreno impreparato. Molte conversioni sono troppo frettolose: i grandi sono mossi dall’interesse politico o dall’ambizione di esser pari ai romani colti professando la loro religione; gli umili dal desiderio di non scontentare un signore neofito. Forse gli evangelizzatori stessi ridussero al minimo la catechesi e cercarono di attenuare i contrasti fra l’idolatria e il cattolicesimo […]. Edificarono chiese sulle rovine dei templi, dedicarono ai santi le fonti sacre, trasformarono in solennità cristiane le antiche manifestazioni cultuali favorendo, forse, il persistere di antiche abitudini e, attraverso esse, di un certo spirito pagano. Se il cristianesimo dell’alto medioevo è mediocre, se il dogma si riduce a poche formule, se la morale è il più delle volte imposta col terrore e non ispirata dall’amore, se il meraviglioso vi occupa tanto posto, se le reliquie adempiono le funzioni di amuleti e le benedizioni di incantesimi magici, la colpa è dovuta solo al carattere delle popolazioni […] o alle deficienze del clero che prese il posto dei missionari? Non va ascritta un po’ anche a questi ultimi, come a quelli che avrebbero cercato troppo facili transazioni?» (op. cit., pp. 82-83).

Lo scrive uno studioso cattolico, e forse sarebbe il caso di credergli. Anche perché così facendo si riuscirebbe a vedere il problema da un’altra angolazione: e cioè da quella della strumentalizzazione politica che, a mio personalissimo avviso, si presta assai bene a render ragione di certi atteggiamenti.

In soldoni: a fronte delle preoccupazioni europee e russe per un’immigrazione in crescita, per i fermenti che agitano pericolosamente il mondo musulmano, e per la necessità vitale di non indispettire la superpotenza americana (che vuol dire Fmi, Banca mondiale, Nato e Onu fra le altre cose) impegnata in una planetaria “lotta al terrorismo”, l’improvvisa, febbrile riscoperta delle c.d. radici cristiane dell’Europa appare sempre più come lo spauracchio di un apocalittico nemico comune agitato in vista di una ricompattazione di comodo, funzionale all’instaurazione del famigerato Nuovo Ordine Mondiale già voluto anni fa da Bush padre e ora ostinatamente perseguito da Bush figlio e dal terrorismo dei neo-cons a stelle e strisce, autonominatisi “in missione per conto di Dio” — lo dicevano anche i Blues Brothers, ma quello, per fortuna, era solo un film. Qui le cose sono serie, purtroppo. E qui gli evangelici Stati Uniti hanno buon gioco: la mitologia delle crociate è fondante per l’immaginario collettivo dell’Europa “cristiana” (cioè battezzata nel sangue), e convertita (cioè strappata ai suoi millenari culti non monoteisti), in grazia non già di taglienti argomentazioni logico­teologiche, bensì di affilatissime lame, e illuminata non dalla luce folgorante della fede ma dal fuoco dei roghi.

La cinica rivalutazione di qualche pellegrinaggio armato — che in definitiva fruttò all’Occidente la lebbra (secondo Voltaire) o l’albicocca (secondo Le Goff) — non può portare nulla di buono per nessuno dei contendenti. Ancora una volta, lo zio Sam soffia sul fuoco delle divisioni che tradizionalmente e periodicamente lacerano la vecchia Europa per i suoi scopi. Che, a quest’ora se ne saranno accorti tutti, non sono — e mai sono stati — né nobili né limpidi. Caduto il Muro, bisognava inventarsi qualcos’altro per impedire che l’Europa e il Mediterraneo trovassero un punto d’incontro: eventualità chiaramente esiziale per lo strapotere americano.

Quanti si ostinano a sostenere la necessità di una terza via — né con gli USA né con l’Islam, ma con l’Europa — non riescono a capire (o non vogliono farlo) che ci troviamo in uno di quei momenti epocali in cui è vitale, più che necessario, operare una radicale scelta di campo. Qui ci troviamo di fronte a due Weltanschauungen contrapposte: da una parte il Nuovo Ordine Mondiale, e dall’altra tutto ciò che gli si oppone. Ora, bisogna decidere da che parte stare, e scegliere se si preferisce stare con una Weltanschauung che contempla almeno qualcuno dei valori in cui si crede, pur appartenendo a un altro schieramento religioso-ideologico, o arroccarsi nella torre d’avorio dell’ideologia più sterile correndo il rischio di abdicare a tutti i valori di riferimento.

Non esiste terza via, a meno che non si voglia fare la parte della noce nello schiaccianoci. E di quelle radici, poi, se esistessero, ci sarebbe davvero da andare orgogliosi? Ma questa, come si dice, è un’altra storia.

 

(3 novembre 2003)

Leave a comment

Your email address will not be published.

*