9 aprile 2003. È finita ma comincia

Dice che la guerra è finita. Tirano giù le statue dell’odiato tiranno, applaudono gli americani, fanno il segno della vittoria con le dita. Intanto spuntano i kamikaze (io continuo a chiamarli così, facciamo anche per comodità di linguaggio) che saltano per aria e si tirano dietro qualche marine. E qualcuno, intervistato, dice “grazie, siamo molto contenti che gli americani siano venuti fin qui a liberarci da Saddam, adesso però possono anche tornarsene a casa”. Che è esattamente quello che gli americani (e i loro alleati britannici) hanno intenzione di NON fare. Perché quello che vogliono fare è cominciare a ridisegnare il Medio Oriente, alla faccia del diritto internazionale e i popoli sovrani e l’autodeterminazione e tutte le belle fanfaluche che ci vengono propinate con particolare accanimento dalla fine della seconda guerra mondiale. Parlavo, nell’unico intervento che finora mi è riuscito di pubblicare (il trinomio lavoro-famiglia-sopravvivenza è esiziale per lo spirito: primum vivere, deinde philosophari, dicevano gli antichi — e c’azzeccavano), di Stati Uniti e Corte Penale Internazionale; e concludevo dicendo: «… a riguardo di questa famosa Corte Penale Internazionale, dobbiamo fare un passo indietro…».

Facciamolo, questo passo. Sembra che non c’entri niente con quello che succede in queste ore, e invece bisogna tornare al settembre 2002 (martedì 17, per la precisione), quando, nel disinteresse pressoché generale della non-America, la Casa Bianca rendeva pubblico un documento intitolato «The National Security Strategy of the United States of America» (la strategia per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti d’America), e considerata da più parti e a buon diritto come il manifesto dell’Impero: si tratta, infatti, del primo testo in cui l’America esprime apertamente, e motivandola dal punto di vista morale, la propria intenzione — non più discutibile o procrastinabile — di governare il mondo.

La novità principale contenuta in questo documento consiste nell’enunciazione di una Weltanschauung o, se si preferisce, di una precisa antropologia: è questo, infatti, il significato dell’affermazione iniziale che dalle grandi lotte del secolo XX è scaturito un modello unico fondato su tre (e tre soli) pilastri — libertà, democrazia e libera impresa. Il non voler, o non poter, adottare questo modello è condizione necessaria e sufficiente per essere annoverati fra i “cattivi” — i famigerati rogue states, gli Stati-canaglia. Ed è per questo, si suggerisce, che verrà dichiarata guerra all’Iraq: la prima guerra del nuovo Impero, pronto a prendere il posto dello Stato-canaglia eliminato in vista di una ridelineazione del Medio Oriente, come in un tragico Risiko giocato sulla pelle dei popoli.

Torniamo al testo. L’argomentazione è semplice: il 1989, con la caduta del Muro di Berlino, è stato interpretato come una vittoria della Guerra Fredda e dunque il giusto premio per l’atteggiamento evidentemente pagante tenuto dagli USA nel corso degli anni — oltre che una sorta di legittimazione davanti a Dio e agli uomini (siccome è il Bene che vince, e noi abbiamo vinto, noi siamo il Bene).

Meno di un anno dopo, nell’agosto del 1990, George Bush senior elabora la teoria del New World Order, il nuovo ordine mondiale, e la propone al mondo. A distanza di 12 mesi esatti, nell’agosto del 1991, venne emanata una direttiva ufficiosa nella quale già si delineavano i contenuti di quest’ultimo documento, paricolarmente in relazione al ruolo egemone degli Stati Uniti.

Un anno dopo ancora, nel 1992, Colin Powell — allora capo di Stato maggiore di Bush sr. — poteva dichiarare pubblicamente e con la massima serietà: «Siamo l’ultima speranza di bene per la Terra. Siamo l’unica superpotenza rimasta. Siamo una nazione destinata ad essere leader. Dunque dobbiamo guidare le vicende del mondo […] Le Forze armate sono una parte cospicua nell’edificazione dei nostri valori». Nello stesso anno, infatti, vedeva la luce una Guida alla pianificazione della Difesa, redatta da Paul Wolfowitz, all’epoca sottosegretario alla Difesa. Il “New York Times” anticipò questo testo nel quale, fra l’altro, si diceva che gli Stati Uniti intendevano scoraggiare la Difesa europea, in quanto potenziale fattore di offuscamento della Nato. Com’era prevedibile, il testo provocò un tale scompiglio da dover essere riscritto in termini più diplomatici dall’attuale vicepresidente Dick Cheney; e tuttavia restarono ben chiari e soprattutto indiscutibili alcuni principi di base, fra cui l’indivisibilità tra mercato e difesa, e l’intercambiabilità tra valori (piano etico) e interessi (piano economico) americani. La Guerra del Golfo del 1992 si configura come la prima applicazione pratica di questa teoria.

Dieci anni di studio, ed eccoci alla dottrina Bush, esposta ufficialmente con questo documento sulla sicurezza nazionale. Le cose, naturalmente, sono state accelerate dai fatti dell’11 settembre 2001, grazie ai quali gli Stati Uniti hanno potuto presentarsi al mondo aureolati di martirio, e avanzare, proprio sulla base del loro sbandierato tributo di sangue alla causa della libertà (?) e della democrazia (??) la loro candidatura a guida suprema di un Mondo Unico.

Dei nove capitoli di cui si compone il documento (del quale consiglio a tutti la lettura in originale: il testo è reperibile qui) appaiono di particolare interesse il 3, il 5 (entrambi dedicati alla lotta contro il terrorismo e all’esportazione della democrazia), il 6 e il 7 (incentrati sulla teoria economica dell’amministrazione Bush e sullo sviluppo planetario).

In estrema sintesi rileviamo, nel terzo capitolo, la teorizzazione del liberismo armato: gli Stati Uniti dichiarano di essere disponibili ad agire, ad ogni livello, anche da soli, per mezzo di “azioni preventive” volte ad eliminare anche il semplice sospetto di una qualsiasi pur vaga minaccia alla sicurezza nazionale; e lo svilimento delle Nazioni Unite, delle quali si parla in modo che definire superficiale è eufemistico, assimilandole sbrigativamente alle Ong che si occupano di aiuti umanitari (a proposito di Ong, uno di questi giorni ve ne racconto una bella).

Nel quinto capitolo viene esposto il nòcciolo della strategia militare e politica: l’epoca della deterrenza è finita, e contro i leader degli Stati-canaglia deve operare il principio di difesa preventiva — ma attenzione, perché questo è un principio che gli altri Stati del pianeta, canaglie o no, non possono applicare né fra loro né, tantomeno, contro gli usa. Il copyright dell’attacco preventivo è una prerogativa e un privilegio degli Stati Uniti d’America. Al di là della palese ingiustizia sottesa a questo modo di vedere criminalmente unilaterale, è chiaro che l’amministrazione Bush ha fatto di tutto per costruire una giustificazione ideologica all’attacco contro l’Iraq; e non solo: ha fatto di tutto per legittimare l’instaurazione di un ordinamento internazionale che contempli la guerra come norma risolutiva delle crisi politico-sociali e come soluzione normativa in luogo della diplomazia classica.

Il capitolo 6 contiene invece il cuore della teoria economica e costituisce perciò il punto forse più rilevante dell’intero documento. In esso si afferma l’esistenza di un unico modello economico che dev’essere esportato e imposto a tutto il mondo: questo modello viene riconosciuto come valore ontologico, e ad esso viene attribuita cogenza morale — nel solco del miglior fondamentalismo made in Usa.

Lo stesso fondamentalismo ispira anche l’approccio alla questione ecologica, sfiorata nel capitolo 7 con l’unico obiettivo di non creare allarmismi. Non si parla di insostenibilità dell’attuale modello di sviluppo, né si accenna allo spreco delle risorse energetiche o al problema gravissimo dello smaltimento dei rifiuti, né ci si pone il problema della distribuzione delle risorse. Investimenti e biotecnologie sono semplici premi da elargire a quei paesi che si allineeranno con le aspettative americane. Le Nazioni Unite, lo si è già visto, scompariranno come centro di potere, mentre maggior risalto verrà conferito alla nato, purché prona agli interessi del suo creatore e padrone.

Per finire, nell’ultimo capitolo si può leggere una velata minaccia: gli Stati Uniti, sostituitisi di fatto alle Nazioni Unite, sfidano apertamente gli eventuali avversari sottolineando che la presenza e l’azione della Corte penale internazionale non può e non deve riguardare la Nazione sotto Dio: «Prenderemo le misure necessarie atte a garantire che i nostri sforzi volti alla realizzazione degli impegni presi in vista della sicurezza globale e della protezione degli Americani non siano ostacolati da eventuali investigazioni, inchieste o rinvii a giudizio da parte della Corte Penale Internazionale, la cui giurisdizione non si estende agli Americani e che noi non accettiamo» (The National Security Strategy of the United States of America, 17 settembre 2002, pag. 31).

Non si capiscono due cose: né in base a che cosa gli Americani possano arrogarsi questo diritto, e né perché mai nessuno nella comunità internazionale possa farglielo rilevare. Si tratta, credo, di interrogativi non retorici e soprattutto decisivi per il futuro del pianeta, che è la più alta posta mai messa in gioco nella storia dell’uomo. E sul pianeta ci siamo anche noi.

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  1. Alessandra Colla » 17 settembre 2003. … e non dite che non ve l’avevo detto

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