26 gennaio 2007. Fare storia fa male

Sul filo di lana, una rapida esternazione: mi pare che l’Onu abbia testè approvato una risoluzione di condanna per i negatori dell’Olocausto, e la proposta di Mastella sta per vedere la luce.

A quanto pare, dunque, l’Italia si allinea ossia si adegua ovvero si mette a 90° — e spero che nessuno si scandalizzi per l’ardita metafora.
L’impedimento a fare storia assurge agli onori giuridici: non sarà più, d’ora in poi, manifestazione di entità individuali o collettive, magari autorevoli ma comunque isolate. Nossignori: d’ora in poi l’impedimento a fare storia sarà l’espressione di un sentire sancito dalla legge e codificato istituzionalmente. E in Neolingua non si dirà più “impedimento a fare storia” bensì “riconoscimento della verità accertata” (non sono io il censore o il legislatore, e quindi non garantisco sull’esattezza dei termini impiegati: ma la sostanza, temo, sarà la stessa).
Porsi delle domande su alcuni episodi del passato diventerà condizione necessaria e sufficiente per imparare a conoscere il meraviglioso mondo giudiziario con tutti i suoi cavilli, processi, incartamenti, appelli, ricorsi, incidenti probatori, arrighe e paradossi. La mia ingenua compagna di scuola che in anni molto lontani, alla vigilia dell’esame di maturità, mi chiedeva perplessa “Ma noi la seconda guerra mondiale l’abbiamo vinta o persa? E stavamo con i tedeschi o con gli americani?” se l’è sfangata mica male: all’epoca era diciannovenne, e l’avrebbero blindata alla veloce senza se e senza ma.
E anche Renzo De Felice se l’è sfangata alla grande — è morto. Nel suo ultimo libro-intervista Rosso e nero diceva che lo storico non può non essere revisionista… Immagino che l’avrebbero processato per questo.

E argomenta validamente un altro amico mio che non posso linkare in alcun modo perché il personaggio, luddisticamente, rifugge da ogni e qualsivoglia contaminante contatto telematico. Però usa il telefono (satanico di un Meucci!) e stasera ci siamo scambiati qualche idea al riguardo: per esempio, diceva lui, torneremo indietro di trent’anni, quando non si faceva tutto ‘sto parlare di revisionismo e si sopravviveva lo stesso.

Vero, gli ho risposto io: però trent’anni fa non si faceva tutto ‘sto parlare di revisionismo perché mancava l’oggetto stesso del revisionismo — l’assolutizzazione dell’evento, l’attribuzione del copyright, l’assunzione del singolo fatto storico a discrimen epocale ha iniziato a manifestarsi in tempi più recenti. Quindi oggi il non poter più parlare di certi argomenti ormai entrati nel dibattito comune non potrà non avere ripercussioni mai sperimentate prima.

Può anche darsi, come ho sentito dire in giro, che l’anatema mastelliano sortisca invece l’effetto contrario alle intenzioni del suo caldeggiatore: e cioè che scateni torride e inconsuete voglie di autocoscienza, allevando nuovi ricercatori che si riuniranno in catacombe e diffonderanno sulfurei samizdat. Può darsi.

Ma l’accanirsi sull’evento olocaustico svia l’attenzione, a mio parere, da quello che considero il vero punctum dolens — e cioè l’approccio storiografico. Che deve, per esser tale, affidarsi alle fonti: e deve farlo a 360°. Nel momento in cui lo spazio di manovra sarà ridotto a 180° o magari a 90° e perfino (chissà!) a 45°, il concetto stesso di storiografia decade, e vi subentra la propaganda.

È questo il senso in cui mi pare di poter intendere le parole del presidente Napolitano, quando parla dell’antisemitismo travestito da antisionismo «perché significa negazione della fonte ispiratrice dello Stato ebraico, delle ragioni della sua nascita, ieri, e della sua sicurezza oggi, al di là dei governi che si alternano nella guida di Israele che si vuole colpire»: come dire che l’Olocausto con annessi e connessi può pure passare in cavalleria, tanto adesso è un altro tipo di pensiero non conforme che si deve annientare.
Credo, realisticamente, che i tempi si faranno cupi.

1 Comment on 26 gennaio 2007. Fare storia fa male

  1. il sanculotto | 15 luglio 2007 at 19:00 | Rispondi

    I tempi sono cupissimi, dopo Teramo, credo che bisogna serrare le fila, e riconoscere la validità di uomini e donne, che in difesa della libera ricerca hanno impostato una battaglia di libertà, Moffa, agisce su questa strada! e gli attacchi anche recentissimi su La Stampa e L’Unità degli scorsi giorni ne sono il segno… analizzando meglio le “cose” forse qualche gran “camerata” o qualche “compagno”, dovrebbe ritornare in modo critico su certi atteggiamenti sulla vicenda Faurisson!!! cmq, allerta, e non piegare!

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