A Milano romba il cannone. Maggio 1898: Bava Beccaris spara sulla folla

A dispetto dell’iconografia ufficiale, che vuole l’Italia del dopo-unità trionfante in una rinnovata coesione voluta dal popolo e benedetta da Dio, la seconda metà dell’Ottocento italiano fu invece un periodo di intensa lotta sociale, che vide il mondo operaio e contadino italiano impegnato nella costruzione di una propria organizzazione politica, ma fu destinato a concludersi tragicamente nel 1898.

Negli anni immediatamente successivi all’unità, era stato particolarmente il Sud a esprimere un profondo malcontento attraverso il fenomeno del brigantaggio, tanto che nel 1863 il governo (di destra, retto da Minghetti) vara una — se non la prima — di quelle innumerevoli “leggi speciali” che sono tuttora il piatto forte della legislatura nostrana: la legge Pica, che stabilisce lo stato di guerra nei territori dell’ex Regno delle Due Sicilie e contempla l’adozione della legge marziale. Risolto, almeno in apparenza e alla piemontese, il problema del brigantaggio, ecco che fra il 1868 e il 1869 si assiste al sorgere dei cosiddetti moti del macinato, scaturiti dalla spontanea sollevazione popolare contro il rincaro del prezzo del pane. Con fasi alterne, la protesta serpeggia più o meno latente in tutta Italia fino al 1874 (secondo governo Minghetti), quando in Emilia Romagna si verifica un tentativo insurrezionale soffocato sul nascere dall’opportuno intervento di quelli che una volta si chiamavano delatori e che oggi si fregiano del titolo di “collaboratori di giustizia”. Nel 1876 la destra al governo cede il posto alla sinistra, ma non per questo la protesta popolare viene meno: al contrario, si moltiplicano le trovate non sempre felici dei contestatori all’epoca più accesi, come gli anarchici — degni di nota sono gli attentati del biennio 78-’79, fra i quali si distingue il primo e sfortunato tentativo di eliminare Umberto I, ad opera di Giovanni Passanante. La situazione si fa rovente a partire dagli anni Ottanta, che registrano una serie di scioperi nel Nord: (a Cremona nel 1882 e in provincia di Rovigo nel 1884, sotto il governo Depretis, di sinistra). La catastrofe di Dogali nel 1887 (26 gennaio, governo Depretis) e lo scandalo della Banca romana nel 1889 (governo Crispi, di sinistra) non migliorano l’immagine delle istituzioni statali e delle forze politiche che le rappresentano presso il popolo. Il decennio successivo si apre con altre violente sollevazioni popolari nel Sud della penisola, che confluiranno nella fondazione dei Fasci siciliani fra il 1893 e il 1894; contemporaneamente il mondo contadino si agita anche in Lunigiana. Crispi, succeduto a Giolitti dopo lo scandalo del 1889, reprime le rivolte di contadini e minatori con l’aiuto dell’esercito, ponendo la Sicilia in stato d’assedio e riportando in auge, a ottobre, leggi speciali “contro la sovversione sociale” che decretano lo scioglimento delle associazioni operaie e socialiste.

La sconfitta di Adua, nel 1896 (1° marzo, governo Crispi), dà la mazzata finale al già compromesso prestigio del governo: nei giorni successivi, in tutta Italia si riaccende l’avversione per l’avventura africana; a Milano, Genova, Ancona e Napoli la rabbia popolare esplode in manifestazioni spontanee al grido di “Via dall’Africa!” e “Abbasso Crispi!”. I fatti più gravi accadono a Milano, dove le truppe affrontano la folla e un soldato uccide un operaio con un colpo di baionetta; il 5 marzo i manifestanti invadono la stazione ferroviaria per impedire che interi reparti dell’esercito partano per l’Africa. Anche a Parma si svolgono scene analoghe, e nel giro di pochi giorni Crispi, travolto dalle proteste, deve dimettersi; gli succede un altro siciliano, il marchese Antonio Starabba di Rudinì (1) (il cui governo verrà detto “dei galantuomini”), che concede un’amnistia ai detenuti politici per calmare le acque – in sostanza la politica governativa non si sposta di una virgola, anzi il nuovo governo intensifica fino al parossismo le misure repressive contro i “sovversivi”.

La pessima annata del 1897 e la conseguente stagione di rincaro della vita esasperano gli animi: il 1898 segna l’esplosione di una irrefrenabile collera popolare accumulatasi in quarant’anni. Solo tenendo conto di questo panorama (qui peraltro solo abbozzato) si può comprendere in tutta la sua portata il peso politico degli accadimenti del 1898. Non è azzardato sostenere che il 1898 rappresenta un autentico spartiacque, il punto cruciale in cui convergono e si intrecciano molti problemi fondamentali dell’Italia contemporanea, e fra i quali forse si annidano anche i prodromi del terrorismo di Stato.

1898, annus horribilis

L’anno si apre con una vittima, la prima, proprio in Sicilia: è il 2 gennaio quando, a Siculana, la polizia spara sulla folla che protesta per avere pane e lavoro uccidendo un contadino. Innumerevoli manifestazioni, sempre represse dal governo, si svolgono in tutta Italia per il pane, il lavoro e contro le imposte (i contadini sono costretti a pagare un’imposta anche sugli animali da tiro): a Santeramo, nelle province di Modena e Bologna, a Canicattì, a Montescaglioso intervengono interi reparti di fanteria, e la polizia arresta decine di persone.

Il 15 gennaio il prezzo del pane viene portato da 45 a 50 centesimi al chilo. La reazione popolare non si fa attendere: il 16 gennaio la polizia carica i manifestanti a Forlì, e fra il 17 e il 20 la rabbia popolare esplode anche ad Ancona e a Senigallia, dove interviene un battaglione di fanteria inviato da Pesaro, nonché a Macerata, Matelica, Iesi, Osimo e Chiaravalle. Il 20 gennaio Ancona viene affidata al generale Baldissera il quale, assumendo i pieni poteri militari, ordina arresti di massa. Intanto il governo decreta la riduzione di due lire al quintale del dazio sul grano.

La rivolta viaggia in tutte le direzioni: si manifesta a Trapani, Gallipoli, Firenze, Voltri (dove gli scontri fra gli operai licenziati da un cotonificio e la polizia fanno due morti, quattro feriti e una quarantina di arrestati); nei giorni e nelle settimane seguenti, scioperi e tumulti si contano a decine in Sicilia, in Campania, nelle Marche. Il 3 febbraio Perugia è posta in stato d’assedio. Il 16 febbraio la polizia interviene contro una manifestazione a Palermo. Il 18, a Troiana, la truppa spara su disoccupati, donne e ragazzi: il bilancio è di cinque morti e ventotto feriti. Il paese, posto in stato d’assedio, viene letteralmente invaso da due compagnie di fanteria. Il 22 febbraio, a Modica, soldati e carabinieri fanno cinque morti.

In marzo, a Bassano sono gli alpini a intervenire contro la popolazione, mentre a Molinella vengono arrestati un sindacalista e cinquanta mondine, e sciolte le cooperative.

In aprile scoppia la guerra ispano-americana, col risultato di far aumentare il prezzo del grano e della farina, anche grazie all’indifferenza del governo che avrebbe potuto benissimo evitare il rincaro del pane sospendendo almeno temporaneamente, come aveva chiesto l’opposizione, il dazio sulla farina.

Le masse, già provate da un inverno durissimo, si riversano in piazza a Ferrara, Faenza, Pesaro, Napoli, Bari e Palermo. La protesta, mai così giustificata, divampa in tutto il paese, e le forze dell’ordine sono chiamate a intervenire dovunque. Il 25 aprile cavalleria e carabinieri occupano Bari, messa in stato d’assedio, mentre dal mare l’incrociatore Etruria punta i cannoni sulla città. Il 28 aprile il sindaco di Foggia viene costretto a ridurre il prezzo del pane, mentre le truppe reprimono la manifestazione con la consueta durezza. Il 30 aprile la polizia stronca numerose manifestazioni in Campania, dove la gente chiede soltanto “pane e lavoro”. I fermenti, non più contenuti dalle normali misure di pubblica sicurezza, si allargano a macchia d’olio coinvolgendo Rimini, Ravenna, Benevento e Molfetta, finendo con l’interessare, in breve tempo, gran parte della penisola. Il 1 ° maggio, a Molfetta si contano cinque morti, e il 5 maggio altri due. Da Bari accorre la fanteria, mentre anche a Minervino e altrove nella regione si accendono qua e là focolai di protesta: la situazione è critica, e il governo affida la Puglia al generale Pelloux. L’1 e il 2 maggio la truppa spara a Bagnacavallo: sei morti; il 2 maggio, un morto a Piacenza e uno a Figline Valdarno; il 4 maggio, 4 morti a Sesto Fiorentino. Il 5 maggio la protesta, ormai generalizzata, assume una svolta decisiva a Milano: comincia qui la tragica catena di eventi che sfoceranno in un epilogo sanguinoso.

In quello stesso giorno, infatti, a Pavia, la polizia fronteggia una manifestazione popolare. Il giovane Muzio Musso, figlio del sindaco di Milano, tenta un’opera di mediazione per evitare un eccidio, ma viene ucciso dagli agenti. A Milano, saputo il fatto, l’opinione pubblica al completo si commuove e si indigna. In meno di 24 ore l’organizzazione sindacale si attiva facendo stampare un manifesto e dei volantini di protesta, la distribuzione dei quali viene affidata ad alcuni iscritti.

Milano, 6-9 maggio 1898

È il 6 maggio: verso mezzogiorno, alcuni agenti di polizia si infiltrano tra gli operai della Pirelli di via Galilei; approfittando della pausa pranzo, in fabbrica si aggirano dei propagandisti che distribuiscono i volantini di protesta, su cui fra l’altro sta scritto che è il governo il vero responsabile della carestia che travaglia il paese. La polizia arresta sindacalisti e operai, e deve muoversi Filippo Turati (deputato dal 1896) per farli rilasciare praticamente tutti: in questura ne resta solo uno. I lavoratori della Pirelli reclamano la liberazione del compagno, e la loro protesta riceve la solidarietà delle maestranze di altre fabbriche cittadine. La giornata volge al termine, ma non il braccio di ferro tra operai e polizia: verso sera, in risposta alla sassaiola di un gruppo di dimostranti, la polizia spara qualche colpo; una compagnia di soldati, che si stava recando sul luogo per presidiare la zona, accorre e senza neanche sapere cosa stia succedendo apre il fuoco. Il bilancio è di tre morti e numerosi feriti.

La popolazione milanese reagisce compatta: per il giorno seguente, 7 maggio, viene proclamato uno sciopero generale di protesta al quale la cittadinanza aderisce in massa riversandosi nelle strade principali della città. Entra in azione la cavalleria, il cui effetto viene però vanificato dalle barricate prontamente erette e dalle tegole lanciate dai tetti delle abitazioni. Nel pomeriggio di quella stessa giornata, il governo, irremovibile nel vedere dietro i disordini una inesistente trama rivoluzionaria, decreta per Milano lo stato d’assedio, affidando i pieni poteri al generale Fiorenzo Bava Beccaris (1), che insedia sotto una tenda da campo, in piazza del Duomo, il suo quartier generale. L’8 maggio i cannoni entrano in azione contro le barricate e la folla, composta come sempre anche da donne, vecchi e bambini. L’ordine è di sparare ad alzo zero: restano uccise centinaia di persone, e accanto ai morti si potranno contare oltre un migliaio di feriti più o meno gravi. Il numero esatto delle vittime non è mai stato precisato, ma stime ragionevoli lo fanno risultare senza dubbio superiore a quello dei milanesi “caduti per la patria” durante le famose Cinque giornate del 1848 — circa 350 (le autorità di allora giocarono al ribasso, fissando in un centinaio i morti e in circa 400 i feriti).

Va detto che nell’occasione il governo italiano si mostrò assai più efficiente di quello austriaco: a partire dal giorno successivo, 9 maggio, quando ormai l'”ordine” era stato pienamente ristabilito a Milano e nel resto del paese, il generale Bava Beccaris, appoggiato dal governo riconoscente e con la benedizione della Chiesa nella persona del cardinale di Milano, Ferrari, emanò una serie di decreti liberticidi e ormai del tutto ingiustificati – fece sciogliere associazioni e circoli “sovversivi” e cattolici, arrestare deputati e organizzatori socialisti, repubblicani, anarchici, nonché sopprimere la stampa d’opposizione. Lo stato d’assedio venne mantenuto anche quando i milanesi, allibiti, erano stati ormai ridotti in condizioni di non nuocere. La degna conclusione di questa desolante pagina di storia patria fu il conferimento al valoroso generale Bava Beccaris della croce di Grande Ufficiale dell’ordine militare di Savoia – come si premurò di telegrafargli da Roma il capo del governo, Di Rudinì (2): «Ella ha reso un grande servigio al Re e alla patria». E meno di un mese dopo, il 6 giugno 1898, alle ore 21,20 il Re in persona mandava al Bava Beccaris il seguente telegramma: «Ho preso in esame le proposte delle ricompense presentatemi dal ministro della guerra a favore delle truppe da lei dipendenti e col darvi la mia approvazione fui lieto e orgoglioso di onorare la virtù di disciplina, abnegazione e valore di cui esse offersero mirabile esempio. A lei poi personalmente volli offrire di motu proprio [sic] la Croce di Grand’Ufficiale dell’Ordine Militare di Savoia, per rimeritare il grande servizio che Ella rese alle istituzioni ed alla civiltà e perché Le attesti col mio affetto la riconoscenza mia e della patria. Umberto» (3). Viva la destra, viva la monarchia, viva l’Italia.

giugno 1998

Note

(1) Di antica aristocrazia siciliana, il marchese Antonio Starabba di Rudinì (Palermo 1839 – Roma 1908) fu antiborbonico sin da quando era studente all’università di Palermo: infatti prese parte al tentativo rivoluzionario scoppiato il 4 giugno 1860, ma dopo il suo fallimento si rifugiò a Genova e poi a Torino. Nel nuovo regno d’Italia fu addetto al Ministero degli Affari Esteri e poi, nel 1864, fu nominato sindaco di Palermo. Il 16 settembre 1866 scoppiò in Sicilia una violenta rivolta contro il governo centrale: le istanze regionalistiche vennero represse dal Rudinì con pochi soldati ma molta durezza – condotta “patriottica” che gli valse poi una medaglia d’oro e la nomina a prefetto. Entrato in carica sul finire dello stesso anno, si dedicò per prima cosa al problema della sicurezza pubblica, sollecitato anche dalle pressioni dei “notabili proprietari”. Intanto, essendosi fatta torbida anche la situazione di Napoli, nel 1868 vi venne inviato come prefetto. Nel 1891-92 e nel 1896-1898 fu a capo di due governi, composti quasi esclusivamente da esponenti della destra, che si proponevano un controllo delle spese in politica interna e un riavvicinamento alla Francia in politica estera. Nel 1894 le agitazioni in Garfagnana e in Sicilia, combattute con asprezza dal Crispi, richiedevano una politica più sensibile al malcontento sociale e il Rudinì, in un primo momento, parve rispondere positivamente a queste aspettative. Ma ben presto si vide quanto anch’egli, appartenente ancora alla vecchia generazione risorgimentale, fosse del tutto impreparato ai nuovi problemi. Nel 1898, cedendo alle pressioni del re Umberto I e degli ambienti di Corte che volevano una politica più dura, decretò lo stato d’assedio a Milano e in altre città italiane a causa dei tumulti per il caropane, e altre misure restrittive che portarono all’arresto di molti esponenti dell’estrema sinistra e cattolici. Intanto, però, il paese mostrava di rifiutare una simile politica: senza comprendere l’importanza crescente dell’opinione pubblica, il Rudinì si dichiarò bellamente pronto a ricorrere all’esercito per non sconfessare il suo recente atteggiamento, e cercò di far approvare dal Parlamento una serie di leggi illiberali, che limitavano il diritto di sciopero, la libertà di stampa e di associazione. Ma fu abbandonato dal Re, che in fondo non si era mai fidato troppo di lui, e data l’ostilità della maggioranza parlamentare, il 29 giugno 1898 fu costretto a dimettersi: sostituito dal generale Luigi Pelloux (già responsabile della gestione militare della Puglia in occasione dei disordini del 1898) concluse così la sua carriera politica.

(2) Fiorenzo Bava Beccaris (Fossano, Cuneo 1831 – Roma 1924), piemontese purosangue, incarna alla perfezione l’uomo d’ordine della vecchia scuola sabauda, alla quale apparteneva anche il famigerato colonnello Pietro Fumel, responsabile delle sanguinosissime repressioni nella Calabria postunitaria. Dopo aver partecipato alla guerra di Crimea e alle guerre del 1859 e del 1866, il Bava Beccaris fu direttore generale d’artiglieria e genio al Ministero della Guerra, e tenne il comando del VII e del III Corpo d’armata. Nel maggio 1898, in occasione dei gravi tumulti milanesi, il governo guidato da Antonio di Rudinì proclamò lo stato d’assedio e il generale, in qualità di regio commissario straordinario, ordinò di sparare sulla folla. In segno di riconoscimento per l’azione, Bava Beccaris ricevette dal re Umberto I la gran croce dell’Ordine militare di Savoia, e il 16 giugno 1898 ottenne un seggio al Senato. Fu collocato a riposo nel 1902.

 

 

(3) Umberto I di Savoia (Torino 1844 – Monza 1900), figlio del primo re d’Italia Vittorio Emanuele li, salì al trono nel 1818 dopo essersi distinto in numerose battaglie — fra tutte quella di Custoza, nel 1866 — combattute contro gli austriaci per l’unificazione dell’Italia. Nel 1882 firmò con Austria-Ungheria e Germania il patto di difesa militare noto col nome di Triplice Alleanza, che segnò l’inizio della divisione dell’Europa in due schieramenti ostili e che in seguito sfociò nella prima guerra mondiale — in quell’occasione l’Italia, nel solco di una tradizione già consolidata ma che avrebbe raggiunto l’apogeo l’8 settembre 1943, pensò bene di abbandonare gli alleati per schierarsi dalla parte dei probabili vincitori. Nonostante le critiche degli irredentisti, Umberto persegui una decisa politica di espansione coloniale in Africa, il che portò, oltre a un notevole impegno militare, anche a una crescente tensione con il regno d’Etiopia. La politica del governo di Francesco Crispi, benché oscillante fra mille incertezze, si risolse per uno scontro aperto con il re etiope Menelik; se all’epoca ci fossero stati i sondaggi, avrebbero rivelato impietosamente il netto calo della popolarità di Umberto I tra i ceti inferiori, soprattutto in seguito alla disfatta subita dall’esercito nella battaglia di Adua, il I ° marzo 1896. Con scarsa lungimiranza, nel 1898 Umberto accentuò i tratti conservatori del proprio regno: conferendo un alto riconoscimento al generale Bava Beccaris, il secondo re d’Italia firmò la propria condanna a morte — il 29 luglio del 1900, a Monza, verrà assassinato dall’anarchico Gaetano Bresci, che dichiarerà esplicitamente di aver voluto vendicare i morti del maggio 1898.

1 Comment on A Milano romba il cannone. Maggio 1898: Bava Beccaris spara sulla folla

  1. il sanculotto | 14 luglio 2007 at 21:09 | Rispondi

    Come al solito riesci ad unire nei tuoi articoli ottima cultura storica e un invidiabile libertà ideale, anche su temi difficili, cmq e da te è bene impresso nello scritto… la fantasia e la magia della rivolta anche quando soccombe vive!

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  1. Milano belle epoque « Le cittá sono la ricchezza delle nazioni

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