Giustizia è fatta

29 luglio 1900: a Monza Gaetano Bresci uccide il re Umberto I

Il 6 giugno 1898, firmando il famoso dispaccio di congratulazioni a Bava Beccaris per il modo in cui si era condotto nei fatti di Milano, Umberto I di Savoia firmava anche la sua condanna a morte [1].

Inconsapevolmente, si è detto: ma risulta difficile credere che un monarca, dopo essersi comportato col suo popolo come Umberto (nel solco della tradizione sabauda) fece col popolo italiano, potesse ancora illudersi di essere, se non amato, quantomeno al riparo da tentazioni regicide. E dire che di esperienze in merito ne aveva già avute: la prima il 17 novembre 1878, a Napoli, per mano del cuoco Giovanni Passanante (o Passannante), in occasione della visita regale alle principali città italiane dopo il semestre di lutto per la morte di Vittorio Emanuele II, avvenuta il 9 gennaio dello stesso anno; e la seconda il 22 aprile 1897 (ventinovesimo anniversario delle nozze di Umberto con la cugina Margherita), a Roma, quando viene aggredito dal fabbro ferraio Pietro Acciarito mentre si reca su una semplice “vittoria” al Derby Reale delle Capannelle.
Del resto Umberto, soprannominato il “re buono” per essersi mostrato di persona sulle rovine del terremoto di Casamicciola nel 1883 e fra i malati di colera a Napoli nel 1884, non è molto apprezzato neanche nelle alte sfere: il 20 novembre del 1893 (genetliaco della regina Margherita), «in un banchetto palermitano offerto a Rudinì, non si osa fare un brindisi alla sovrana, tanto è scaduto il prestigio della corona. Rudinì assicura che non si nutre odio per Umberto, il re buono, perché “lo si ritiene buono… a nulla”» [2].
L’episodio non è isolato, ma rispecchia un clima piuttosto diffuso in quegli anni: in particolare, «i giudizi che, tra il ’92 e il ’94, i collaboratori e le persone vicine danno del sovrano sono un po’ tutti di questo tono, e completano un quadro assai negativo. Annoiato di non essere libero di sé, Umberto è quasi sempre a caccia e se Farini vuole informarlo, o sentirne il parere, deve rassegnarsi ad andare a caccia anche lui, scoprendo, mentre gli cammina a fianco, che il re spesso non sa nulla, non legge nemmeno i giornali. Per Brin, il re è loquace e inetto; per Rattazzi e Fortis, è un debole; per Gadda, è grandemente scaduto e tutti ne dicono male; agli occhi di Farini, i suoi torti sono in primo luogo di essere troppo buono con tutti, ma anche di essere poco schietto, volubile e, per giunta, un colabrodo: “Dal re ai ministri, il pettegolezzo e le notizie tendenziose scendono ai giornali” […] Qualche volta Farini è assalito dal dubbio che il re capisca poco. Non è, invece, un dubbio per Ferraris: Umberto, dice, è troppo inferiore al suo ufficio. E Vitelleschi: la Casa di Savoja è un cataplasma che l’Italia ha sullo stomaco”» [3].
Tutti questi giudizi, si badi, provengono da ambienti governativi e monarchici: Benedetto Brin, torinese, ammiraglio e deputato di Livorno e di Torino, fu ripetutamente ministro della marina tra il 1876 e il 1897 nonché ministro degli esteri nel 1892-93 (gabinetto Giolitti); Alessandro Fortis, deputato di Forlì, che era stato con Garibaldi a Mentana per passare poi dalla parte dei monarchici costituzionali, fu sottosegretario all’interno col primo gabinetto Crispi, ministro dell’agricoltura nel 1898-99 e presidente del consiglio nel 1905-6; Giuseppe Gadda, deputato di Saronno ed Erba, senatore dal 1869, fu prefetto a Perugia e Roma, concludendo la sua carriera politica come ministro dei lavori pubblici con Lanza; il liberale conte Luigi Ferraris, deputato, senatore e sindaco di Torino, fu ministro di grazia e giustizia con Di Rudinì nel 1891; il marchese Francesco Vitelleschi-Nobili, romano, fu senatore. Ma i taglienti giudizi sul figlio di Vittorio Emanuele II non sono una novità: il 7 giugno 1863 Silvio Spaventa, dopo aver accompagnato il giovane principe Umberto in un viaggio negli Abruzzi, così scriveva al fratello Bertrando: «[…] il giovane [Umberto] è purtroppo ignorante: vale a dire non ha la cultura necessaria ed adeguata a’ tempi ed al grado suo. Ha diciannove anni; ha fatto regolarmente gli studi di scuola d’ogni sorta, compreso il diritto costituzionale insegnatogli dal Mancini, ma dopo la scuola, non ha fatto altro e non fa altro, e non mi pare abbia voglia di altro. E questo forse non è piccolo male» [4].
Ma non si creda che la buona fama del Savoia avesse subito una flessione in seguito — che so? — allo scandalo della Banca Romana o alle storie chiacchieratissime di donne e donnine molto diverse dalla legittima Margherita: la vita di Umberto è da sempre accompagnata da critiche aspre e numerose, provenienti da ogni dove.

«Ei prode campion d’Italia
ella pietosa adjutrice dei miseri»

Già nell’aprile del 1868, in concomitanza con le nozze di Umberto e Margherita, una fatale coincidenza vuole che si discuta la famigerata tassa sul macinato — due lire per ogni quintale di grano, che provocano prima scioperi operai e poi tumulti contadini, entrambi stroncati con l’ausilio delle truppe; il pesante bilancio della repressione di questi moti — i primi a sfondo sociale nel neonato Regno d’Italia, che per l’occasione ode ancora grida di “Viva Francesco IV” e “Viva Pio IX” — è di 257 morti, 1099 feriti e 3788 arrestati. Fatale coincidenza, dicevamo: trent’anni dopo, i fatti si ripeteranno, assai più gravi e forieri di ben altri esiti per la dinastia sabauda. Le auguste nozze sono appena turbate dall’eco lontana di quegli accadimenti sanguinosi, ma gli osservatori più accorti cominciano a intravedere l’abisso che inizia a scavarsi tra la facciata di una monarchia sfarzosa e sicura di sé e la cruda realtà di una nazione lacerata da irrisolte problematiche sociali. E mentre già il popolo si interroga sulle effettive capacità di Umberto sovrano (su Umberto soldato esiste da tempo una leggenda eroica [5]), appare subito chiaro che toccherà a Margherita impegnarsi nel tentativo di risollevare le sorti di una dinastia appena affacciatasi alla scena unitaria e già minacciata dai fischi del loggione: l’aulico Giovanni Prati, in una poesia d’occasione sulle regali nozze, dichiara senza mezzi termini «Margherita, una grande speranza / per l’Italia comincia da te»; e Giuseppe Giacosa, incaricato dal municipio di Torino di scrivere un inno-cantata da mettere in scena, individua nella coppia principesca il “doppio onore” dei Savoia — forza e valore in lui, grazia e bellezza in lei; e così esorta (profetico o menagramo?) la novella sposa: «Sii benigna e cerca il pianto / fatti l’Angiol nel dolor» — e in verità la “povra tota” (in piemontese “povera ragazza”, secondo l’espressione dell’allora ministro Giovanni Lanza) non dovrà faticare molto per trovarlo, il dolore: le innumerevoli corna di cui la gratificherà il pur amato consorte, la sempre più scarsa popolarità della dinastia cui apparteneva doppiamente (per natali e per matrimonio), una spiccata propensione reazionaria che offuscò a più riprese l’immagine della corte sabauda.
Ma torniamo alle nozze: mentre Torino gioisce con la casa reale, a Milano si agitano fermenti repubblicani, soprattutto dalle pagine del “Gazzettino Rosa”, diretto da Achille Bizzoni (già volontario con Garibaldi nel 1866 e nel 1870) e sul quale scrive il poeta anticesareo per eccellenza Felice Cavallotti. Il “Gazzettino Rosa” è animato da un piccolo ma agguerrito manipolo di repubblicani, fermamente intenzionati a evitare che la monarchia come istituzione «si trasformi in mito che, rivolgendosi al sentimento e alla fantasia, non consenta più un’analisi razionale della realtà. Bisogna, scrive il “Gazzettino Rosa”, battersi con intransigenza per una rigorosa moralizzazione della vita pubblica, bisogna rivelare al popolo le vergogne che sono dietro la terza Italia regia. […] il “Gazzettino Rosa” indirizza i suoi strali prevalentemente sull’erede al trono. Il “Rosa” vuole impedire che l’Italia vera resti coperta da un velo zuccheroso di retorica dinastica e il ’68 è un anno cruciale per questa battaglia. La monarchia ha i poeti dalla sua? La democrazia ha Cavallotti, un poeta non classico e per eruditi, come Carducci, ma romantico e facile, capace di conquistare il cuore della gente umile e onesta; Cavallotti dalla penna sempre pronta a denunciare le ingiustizie, l’uomo dai molti duelli, dai molti amori, dall’oratoria infiammata» [6]: di fatto basta guardarsi intorno per cogliere mille segnali inquietanti, sufficienti da soli a dare egregiamente il polso di una situazione che a Torino si vuole ignorare.
Come struzzi, i Savoia e la loro corte sanno perfettamente che la dinastia non sta attraversando un momento dei più favorevoli, ma si ostinano a nascondere la testa sotto la sabbia dell’esteriorità e della propaganda: eppure, proprio mentre a Torino si firma il contratto di nozze, la mattina del 21 aprile, i muri di Milano si ricoprono di scritte chiaramente sovversive: «Gridiamo come a Bologna: abbasso la monarchia, viva la repubblica»; il Mezzogiorno è dilaniato dalla guerra civile — ché altro non è la famosa “lotta al brigantaggio” —: nei giorni dal 23 marzo al 30 aprile si contano almeno 10 briganti uccisi e altri 10 arrestati nel corso degli scontri a fuoco con le regie truppe, 12 arrestati nei paesi, 28 costituitisi spontaneamente; contemporaneamente la Sardegna e subito dopo l’Italia meridionale sono letteralmente invase dalle cavallette: la biblica piaga, unitamente alla guerra con l’Austria del 1866 [7], alla durezza dell’inverno 1867-68 e alla famigerata tassa sul macinato, mette in ginocchio l’economia nazionale; mentre il governo riduce le spese e aumenta le tasse, i lavoratori a reddito fisso vedono abbassarsi ulteriormente il loro già misero tenore di vita; dulcis in fundo, soltanto cinque giorni prima delle nozze principesche viene segnalato un repentino e terribile progredire del vaiolo — soltanto a Milano si contano ben 93 ricoverati [8].

Dietro la facciata

Fra i molti componimenti poetici che piovono sulla coppia reale, uno soltanto pesa come un macigno: s’intitola Le auguste nozze e l’autore è, naturalmente, il Cavallotti; che dedica il carme non già agli sposi, bensì — polemicamente — a Giovanni Prati, sempre pronto a tesser le lodi della monarchia sabauda. Cavallotti, seppure in versi, parla chiaro: c’è poco da gioire per queste nozze, dice, perché oggi in Italia si piange, e la gioia dei sovrani è destinata a finire presto quando non è anche gioia di popolo; il contadino contempla desolato i figli macilenti e i campi devastati dalla carestia e dalle tasse, e così saluta Margherita:

Salve! Salve! ghirlande ingemmate
intrecciamo alla bionda regina
colle angosce dell’arsa officina,
della gleba col pianto e i sospir.
Segna il volger dell’ore beate
ogni giro del mesto istromento
e misura il contato frumento
cogli istanti del vostro gioir.

(Il “mesto istromento” è il marchingegno, richiesto dalla tassa sul macinato e messo a punto dall’implacabile burocrazia, per misurare meccanicamente le quantità di grano mietuto e vagliato).
Anche il giro di propaganda dinastica su e giù per la penisola, intrapreso dalla coppia di freschi sposi, non avrà sempre l’esito desiderato: le tappe sono Alessandria, Piacenza, Parma, Modena, Bologna, Firenze, Genova, Venezia, Milano (con qualche giorno di riposo a Monza prima di ripartire, ma questa volta per l’estero) e, alla fine dell’anno, Napoli, dove Umberto e Margherita risiederanno e dove nascerà l’erede. Al fitto elenco manca Roma: il cardinale Antonelli aveva pur autorizzato il passaggio per gli Stati pontifici (la breccia di Porta Pia è ancora di là da venire), ma il motivo è un altro. Il fatto è che Roma si prepara alla macabra cerimonia della decapitazione “ad esemplarità” (accompagnata cioè dall’esposizione delle teste per la durata di un’ora dopo l’avvenuta esecuzione) di Giuseppe Monti e Gaetano Tognetti, i due operai romani di parte garibaldina che il 22 ottobre 1867, nell’ambito dei fatti di Mentana, avevano minato e fatto saltare parte della caserma Serristori. Il pontefice ha rifiutato la grazia; dovunque nel Regno si aprono sottoscrizioni per le famiglie dei due sventurati; è poco bello che i neosposi attraversino col loro corteggio nuziale la città fattasi lugubre. Non può mancare il Cavallotti, che tra l’aprile e il novembre del 1868 sforna, oltre al carme per le auguste nozze, ballate e “danses macabres” per il giorno dello Statuto (concesso vent’anni prima da Carlo Alberto), l’anniversario della fallita impresa di Mentana e il caso Monti-Tognetti. Nella fosca immaginazione del Cavallotti, così efficace nella sua retorica voluta e pedagogica, mentre la carrozza principesca avanza alla volta di Roma appaiono i cadaveri dei due giustiziati che si rivolgono così a Margherita:

O bionda fanciulla dal candido velo
è fosca di sangue la luna nuzial
sul trono sabaudo s’annuvola il cielo
s’addensano l’ombre di notte fatal.
Oh!, fuggi allo scherno dei giorni più ignavi
O fior di Savoia, sta il nembo su te:
il pianto ed il sangue di martiri e schiavi
più squallido fato preparano ai re.

Di nuovo: presagio? malaugurio? Comprensibile la seconda ipotesi; quanto alla prima, forse non c’era bisogno di essere veggenti per immaginare che l’andazzo impresso da casa Savoia alle vicende italiane avrebbe finito col provocare qualche grosso guaio.

Ritorno a casa

Concluso il tour de force nuziale, Umberto e Margherita tornano a casa, cioè a Napoli. Non si è ancora spenta l’eco delle celebrazioni in onore dei due sposi regali che già cominciano a serpeggiare con insistenza voci inquietanti su di un presunto matrimonio “bianco” imposto da Umberto, ancora innamorato della duchessa Eugenia Litta Bolognini, alla consapevole e affranta Margherita. Intanto gli scandali dei tabacchi, del processo di Tombolo e della fucilazione del caporale Barsanti gettano ombre cupe sulla corte sabauda.
L’unico momento luminoso sembra, alla fine del giugno 1869, quello dell’annuncio che Margherita è in dolce attesa. Niente matrimonio “bianco”, dunque: la dinastia è salva. Il lieto evento si compie l’11 novembre, mentre la salute del re Vittorio Emanuele desta qualche preoccupazione (tanto da fargli sposare religiosamente, il 9, la sua Rosina). L’Italia esulta — quasi tutta, almeno; a distinguersi però è Napoli, dove il municipio, fra altri generosi provvedimenti, elargisce polizze di assicurazione da cento lire per i nati l’11 novembre da madre vedova (l’Alfassio Grimaldi, che stiamo saccheggiando, nel riportare il fatto commenta: «non saranno stati una folla», p. 74); e offre al principino una culla in tartaruga, madreperla e corallo di gusto atroce, che non mancherà di sollevare polemiche sociali piuttosto che estetiche. Infatti, mentre il filomonarchico “Pungolo” sottolinea commosso che i bambini delle scuole dei Veterani hanno offerto ottanta lire raccolte soldino su soldino come contributo alla culla, l’inesorabile “Gazzettino Rosa” bolla l’accaduto come roba da medioevo: «quei poveri fanciulli si sono levate di bocca parecchie chicche, ed analoghe castagne per contribuire a comperare una culla; loro che per la massima parte per culla ebbero l’immondo tettuccio che la Provvidenza nella sua alta sapienza e giustizia distributiva, concede al figlio del povero»; siamo dunque al punto che si fanno collette per i prìncipi, «e queste collette, nel mentre siamo circondati da miserie d’ogni sorta, si lasciano fare dai figli del povero, non per sollevare le miserie di qualcuno più povero di loro, ma per contribuire a comperare una culla ad un figlio di re».

Il Re è morto, viva il Re

Passano gli anni [9], arrivano il 1870 con la breccia di Porta Pia e il 1871 con la Comune di Parigi e l’internazionalismo bakuniniano; gli anarchici cominciano a dar voce allo scontento popolare e alla protesta contro uno Stato visto soltanto come sfruttatore e affamatore della “povera gente” — contadini e operai. Nel corso degli anni prendono corpo, qua e là per la penisola, numerosi tentativi insurrezionali: nell’agosto del 1874 gli anarchici, dando seguito ad alcuni appelli del “Comitato italiano per la rivoluzione sociale”, organizzano un tentativo insurrezionale a Bologna, a Firenze e in Puglia, che però viene stroncato sul nascere a causa del tradimento di alcuni partecipanti; a Bologna, dove la rivolta ha avuto un minimo di visibilità, vengono arrestate settanta persone: processate fra il 15 marzo e il 16 giugno del 1876, verranno tutte assolte e rimesse in libertà. L’anno dopo, alcuni anarchici internazionalisti ci riprovano: fra il 5 e il 12 aprile 1877, la “Banda del Matese”, fra cui spiccano Carlo Cafiero ed Errico Malatesta, si inoltra nei monti fra Benevento e Campobasso proclamando in numerosi piccoli comuni la rivoluzione sociale, aboliscono la tassa sul macinato, sabotano i “mesti istromenti” cantati dal Cavallotti e bruciano gli archivi. Una massiccia mobilitazione dell’esercito ha la meglio sul vivace ma sparuto gruppo di ribelli, che vengono processati a Benevento fra il 14 e il 25 agosto 1878: tutti assolti.
Ormai gli animi e i tempi sono maturi per porre fine alla favola bella della monarchia sabauda: il 9 gennaio 1878 muore Vittorio Emanuele II, forse l’unico vero simbolo di un’impossibile unità. Umberto viene acclamato re d’Italia, ma non mancano i dubbi sulle sue reali capacità.
Devono passare sei mesi di lutto dalla morte del primo re d’Italia perché il secondo possa intraprendere un altro viaggio di propaganda per il paese: La Spezia, Torino, Milano, Bergamo, Brescia, Vicenza, Venezia, Verona, Como, Mantova, Bologna, Firenze e finalmente, il 17 novembre 1878, Napoli: tra la folla in tripudio appare come una cupa meteora Giovanni Passanante (Passannante, per alcuni) [10]. Il suo coltello scalfisce appena il braccio del re, che scatta in piedi colpendo con una piattonata alla testa l’attentatore, al quale la regina ha gettato in faccia il suo mazzo di fiori gridando nel contempo al Cairoli “Salvi il re!”. Insomma, un nulla di fatto per Umberto, che esce dall’avventura aureolato di martirio. La fine, invece (e che fine!) per il disgraziato cuoco di Salvia in provincia di Potenza, prima voce a levarsi alta contro l’ingiustizia sociale del Regno d’Italia.

L’inizio della fine

Anche in quest’occasione non mancano le invettive in prosa e in rima contro la criminale cecità della casa regnante nei confronti di un’altra Italia, meno visibile ma non per questo meno concreta, che soffre e invoca l’attenzione dei suoi governanti; il sacerdote Giuseppe Manni ammonisce il Re:

Odimi, Umberto,
non la tua spada o l’amoroso grido
di Margherita trepidante a lato,
non Cairoli:a te da l’empie mani
fu schermo Iddio…

E continua esortandolo:

Ma tu la rabbia incontro a Dio sonante
per ogni strada, e l’onte, e le bestemmie
sillogizzate con superbo metro,
o re, non senti?

Margherita ha commentato l’accaduto con poche parole, destinate a entrare nella storia e nella leggenda: «Si è rotto l’incantesimo di casa Savoia!». La corona non è più sacra né inviolabile; la questione sociale si affaccia minacciosa sulla scena e prepara inquietanti coreografie. Al grido di “Passanante non ti pentire!” sono sempre più numerosi i moti d’insofferenza verso una monarchia sentita sideralmente lontana dalle esigenze degli strati meno abbienti della popolazione. Anche da parte colta si levano voci di protesta e di denuncia; nel 1879 — anno di arresti e di repressione con parecchie condanne inflitte agli internazionalisti sulla base dell’art. 426 per “associazione di malfattori” — Rocco De Zerbi, sulla “Nuova Antologia”, scriveva fra l’altro: «Qui [cioè in Calabria, n.d.r.] si muore di fame. Mi è stato detto di contadini, vaganti per le campagne in cerca di erbe per le loro donne, i quali dopo alcune settimane di quell’esistenza da capre, morirono fra atroci dolori; mi han parlato di fantolini rimasti senza latte, perché era mancato alle madri il nutrimento».
La situazione sembra restare stazionaria per qualche anno, ma i guai ricominciano: nel 1883 un terremoto colpisce l’isola d’Ischia, devastando Casamicciola, e nel 1884 scoppia il colera, che flagella duramente il Sud del paese e soprattutto Napoli: in entrambe le occasioni Umberto si reca premurosamente sui luoghi delle sciagure — qualche maligno suggerisce che l’abbia fatto per ridare un po’ di smalto alla sua immagine decisamente appannata.
Faticosamente l’Italia umbertina procede verso la fine di un secolo travagliato, che vede l’Europa intera in bilico fra tradizione e modernità, fra reazione e rivoluzione. Nel 1893 esplode lo scandalo colossale della Banca Romana, che vede la monarchia macchiata ancora una volta da sospetti indegni e mezze verità insultanti — dunque Umberto avrebbe rubato allo Stato per dare alle sue amanti? È un’ipotesi degradante, ma giudicata più che attendibile da molti, ormai. Nel 1894 le nozze d’argento della regal coppia sabauda hanno poco di gioioso, e anche l’avventura d’Africa sembra non entusiasmare al punto giusto il popolo, che deve fare i conti con una situazione economica e sociale in continuo peggioramento: i fatti di Dogali (1887) sono ancora ben vivi nella mente e nel cuore degli italiani, e i disastri di Amba Alagi, Macallé e Adua, fra il dicembre 1895 e il marzo 1896, danno il colpo di grazia all’impossibile avventura coloniale del Regno d’Italia [11]. In più, la sanguinosa repressione dei moti popolari di Lunigiana e di Sicilia voluta dal Crispi ha messo seriamente in crisi il “governo dei galantuomini” e la sua credibilità.
Si avvicina a grandi passi il 1898, i cui gravi fatti, secondo il Giolitti (Memorie), «furono occasionati nel loro inizio dalla miseria in cui si trovava il paese […] A mio parere fu allora un errore il credere che si trattasse di un grande movimento politico e sovversivo, mentre si trattava di un’esplosione di malcontento. Ma perdurava ancora nelle classi dirigenti uno stato d’animo paurosissimo di qualunque agitazione popolare e delle sue manifestazioni, e il governo, rispecchiando tale sentimento, si lasciò andare a provvedimenti eccessivi. Così fu proclamato lo stato d’assedio in provincie e luoghi dove non c’era nessun pericolo». E Benedetto Croce (Storia d’Italia dal 1871 al 1915) ribadisce: «[…] anche più certo è che in nessun luogo, e neppure a Milano, i tumulti ebbero una preparazione politica insurrezionale, con direzione e guida da parte di socialisti e repubblicani, e che essi furono veri e propri moti incomposti di non molti popolani, con molte donne e ragazzi, senz’armi, senza combattimenti e resistenze; come, del resto, è dimostrato dal fatto che la forza pubblica ebbe, a Milano, in quelle tre giornate, due soli morti: una guardia di pubblica sicurezza, colpita, per non essersi ritratta in tempo, da una scarica della truppa, e un soldato del quale neppure fu chiaro che fosse stato ucciso dai tumultuanti».
Si arriva a Milano partendo dalla Sicilia: il 2 gennaio, infatti, cade la prima vittima dell’ordine galantuomo: è un contadino di Siculana, dove la forza spara sulla folla in tumulto che chiede pane e lavoro. Manifestazioni analoghe si ripetono nei giorni seguenti risalendo la penisola; le richieste sono sempre le stesse: pane, lavoro e diminuzione delle imposte (i contadini sono costretti a pagare un’imposta anche sugli animali da tiro: cavalli, muli, asini). La forza governativa interviene sempre, a Santeramo, Canicattì, Montescaglioso (qui è addirittura la fanteria a sedare i disordini), in provincia di Modena e di Bologna — gli arrestati sono decine.
Il 15 gennaio, con mossa di rara lungimiranza, il governo aumenta il pane di 5 centesimi al chilo — da 45 a 50. Com’è naturale, la reazione popolare non si fa attendere: nel corso delle settimane il malcontento popolare si diffonde dovunque e risale la penisola, fino ad approdare a Milano ai primi di maggio. Qui la situazione si fa subito particolarmente critica: il 5 maggio, a Pavia, la polizia scende nelle strade per sedare una manifestazione di popolo; il giovane Muzio Musso, figlio del deputato radicale vicepresidente della Camera, si prodiga per tentare di placare gli animi, ma negli scontri che inevitabilmente si accendono viene ucciso dagli agenti. A Milano l’opinione pubblica s’infiamma: si organizzano scioperi un po’ dovunque, mentre il governo decide di proclamare lo stato d’assedio.
Il 6 maggio suona l’ora della gloria per il generale Fiorenzo Bava Beccaris, che alla fine del bagno di sangue milanese sarà da molti definito “l’eroe delle Cinque giornate alla rovescia”. Acquartierato in piazza del Duomo con le sue truppe, dà ordine di sparare sulla folla col cannone ad alzo zero; sguinzaglia i suoi uomini casa per casa — l’ordine è di sparare, non di trattare con i “rivoltosi”; fa mitragliare la folla armata soltanto di bastoni; non ha un attimo di cedimento nemmeno quando gli viene gettato ai piedi il cadavere di una donna ammazzata dai suoi soldati. In compenso si distingue per una serie di provvedimenti che ai nostri giorni saranno forse eguagliati soltanto dalle bande chiodate di Cossiga: vieta l’uso delle biciclette, scioglie la Società Umanitaria, espugna il convento dei Cappuccini dove un gruppo di poveracci sta aspettando la quotidiana scodella di minestra. Alla fine il generale lascia sul campo 79 morti e 502 feriti (parliamo di civili: perdite militari 2, dicesi due, soldati), e nelle patrie galere centinaia di imputati, ai quali il tribunale di guerra di Milano affibbierà, secondo le stime di Napoleone Colajanni, 1480 anni di reclusione e 307 di sorveglianza. Fra le vittime illustri della repressione si contano anche Filippo Turati e Anna Kuliscioff per aver tentato di placare gli animi, e Andrea Costa e Leonida Bissolati per essere accorsi a Milano dopo aver udito la (falsa) notizia della morte di Turati.
L’11 maggio 1898 la calma è tornata a Milano: il “regio Commissario Straordinario tenente generale F. Bava Beccaris” indirizza alle truppe il seguente messaggio: «Ufficiali, sott’ufficiali e soldati, funzionari ed agenti di Pubblica Sicurezza. In questi tristissimi giorni, non badando né a fatiche né a disagi, voi avete reso un grande servizio al Re, alla Patria, alla Civiltà. Per opera vostra la pace è restituita a questa grande Metropoli, la quale 50 anni or sono, per virtù, per valore e per concordia di tutti i suoi cittadini, seppe risorgere a libera vita. I malvagi di ogni partito, concordi nel folle intento di sovvertire le Istituzioni e disfare l’Italia, l’avrebbero ripiombata in una servitù peggiore della prima. Voi l’avete impedito: nel nome del Re e della Patria vi ringrazio». Meno di un mese dopo, il 6 giugno 1898, re Umberto ringrazia a sua volta il generale Bava Beccaris con un dispaccio che, divulgato sui giornali, decreterà la morte del suo estensore.

«Ho ucciso un principio»

La mattina del 29 luglio 1900, una domenica particolarmente calda, Umberto di Savoia pensa con impazienza a Cogne, dove si recherà l’indomani per dedicarsi alle sue amate battute di caccia. Per quella sera gli tocca un altro impegno — l’invito della società ginnastica monzese “Forti e Liberi!” che organizza un saggio finale. La giornata scorre tranquilla: messa, pranzo, siesta, passeggiata, cena. Il re è di ottimo umore: si alza da tavola alle nove, per recarsi alla cerimonia. E mette in fila una serie di imprudenze che faciliteranno grandemente il compito al ventinovenne Gaetano Bresci, nato a Coiano, vicino Prato, nel 1869, emigrato in America nel 1897 e rientrato in Italia ai primi di giugno di quell’anno: è dal 1894 che il giovane riflette sulle responsabilità governative che stanno dietro alle repressioni in Sicilia e in Lunigiana; poi i morti d’Africa del 1896, i cannoni di Bava Beccaris nel 1898 e soprattutto l’incredibile onorificenza conferita al “feroce monarchico” lo confermano nella sua decisione — vendicare «tutte le vittime pallide e sanguinanti del sistema che lui [il Re] rappresenta e fa difendere» (sono parole dello stesso Bresci, durante l’interrogatorio del 30 luglio). Per il gran caldo Umberto ordina una carrozza scoperta e non indossa la maglia d’acciaio sotto il panciotto; inoltre fa allontanare uno dei due uomini di scorta, l’ispettore Piano, non troppo benvisto a corte per la sua intransigente severità.
La cerimonia inizia alle nove e mezza; tutto procede senza intoppi fino alle dieci e mezza, quando, conclusa la premiazione (coppa della Città di Monza alla squadra di Trento), Umberto scende dal palco e sale sulla carrozza. Mentre i cavalli muovono i primi passi, intralciati dalla ressa, si odono quattro colpi: Bresci è saltato sul predellino della carrozza e ha sparato quattro volte, colpendo Umberto alla spalla, al polmone e al cuore.
«Non ho ucciso Umberto. Ho ucciso un re. Ho ucciso un principio!», dichiara Bresci subito dopo l’attentato. Giustizia è fatta.

(luglio 2000)

NOTE

[1] «Roma addì 6 giugno 1898, ore 21,20 – Ho preso in esame la proposta delle ricompense presentatemi dal ministro della guerra a favore delle truppe da lei dipendenti e col darvi la mia approvazione fui lieto e orgoglioso di onorare la virtù della disciplina, abnegazione e valore di cui esse offersero mirabile esempio. A Lei poi personalmente volli conferire motu proprio la Croce di Grand’ufficiale dell’Ordine Militare di Savoia, per rimeritare il servizio che Ella rese alle istituzioni ed alla civiltà e perché Le attesti col mio affetto la riconoscenza mia e della Patria. – Umberto». Il popolo, invece, preferiva ricordare il Bava Beccaris a suo modo, con una canzone:

IL FEROCE MONARCHICO BAVA
Alle grida strazianti e dolenti
dì una folla che pan domandava
il feroce monarchico Bava
gli affamati col piombo sfamò.
Furon mille i caduti innocenti
sotto il fuoco degli armati caini
e al furor dei soldati assassini
“morte ai vili” la plebe gridò.
Deh non rider, sabauda marmaglia,
se il fucile ha domato i ribelli,
se i fratelli hanno ucciso i fratelli:
sul tuo capo quel sangue cadrà.
La panciuta caterva dei ladri
dopo avervi ogni bene usurpato
lor sete ha di sangue saziato
in quel giorno nefasto e feral.
Su piangete mestissime madri
quando scura discende la sera
per i figli gettati in galera
per gli uccisi dal piombo fatal.

[2] Ugoberto Alfassio Grimaldi, Il re “buono”, Feltrinelli, Milano 1970, p. 307.

[3] Ivi, p. 295.

[4] Cfr. ivi, p. 25.

[5] Com’è naturale, la carriera militare di Umberto comincia presto e procede veloce; in più i torinesi la sveltiscono offrendogli i gradi della loro Guardia Nazionale. Ma ecco il fitto curriculum dell’erede al trono d’Italia:
• 17 dicembre 1819: nominato milite onorario della Guardia Nazionale di Torino.
• 28 aprile 1853: promosso, per voto dei legionari, colonnello in seconda della prima legione della Guardia Nazionale (la promozione è convalidata da un decreto reale).
• 14 marzo 1858: nel giorno del suo quattordicesimo compleanno, un regio decreto dichiara: «Noi Vittorio Emanuele II ecc. volendo dare al nostro amatissimo figlio Umberto, R. Principe di Piemonte, un contrassegno della nostra soddisfazione, ed affezionarlo fin d’ora al valoroso nostro Esercito, col quale dovrà dividere i pericoli e la gloria, qualora la difesa e l’onore della patria il richiedano, abbiamo determinato di nominarlo capitano nell’arma di fanteria…», destinandolo al 3° regg.to, brigata Piemonte.
• 4 maggio 1858: colonnello in prima nella prima legione della Guardia Nazionale.
• 14 marzo 1859: promosso maggiore.
• 14 luglio 1860: promosso luogotenente colonnello.
• 1 giugno 1861: promosso colonnello per la festa dello Statuto, sempre nel 3° regg.to fanteria.
• 14 marzo 1862: assume il comando dei Lancieri d’Aosta.
• 18 settembre 1862: promosso maggiore generale.
• 30 novembre 1862: comanda la prima brigata cavalleria di linea, con residenza a Milano.
• 5 dicembre 1862: assume il comando della medesima brigata.
• 11 ottobre 1863: comanda la brigata granatieri di Lombardia, di stanza a Napoli.
• 12 maggio 1864: collocato a disposizione del ministero.
• 23 giugno 1864: destinato al comando della prima divisione di manovra al campo di Somma.
• 25 luglio 1864: promosso luogotenente generale.
• 13 ottobre 1864: comanda la divisione territoriale di Milano, sostituendo il generale conte Agostino Petitti Bagliani di Roreto (ministro della guerra nel gabinetto La Marmora).
• 7 dicembre 1864: comanda la divisione territoriale di Napoli (ma l’anno dopo riprende il comando della divisione di Milano).
• 18 gennaio 1866: comanda il dipartimento di Napoli.
• 10 maggio 1866: comanda la 16a divisione.
• 24 giugno 1866: nella III guerra d’indipendenza combatte contro gli austriaci a Custoza, presso Villafranca. Questa è peraltro l’unica apparizione di Umberto sul campo di battaglia: Vittorio Emanuele II ha voluto che tutti e tre i suoi figli maschi partecipassero alla guerra («i miei figli sono soldati e devono battersi») — Emanuele di Mirafiori (figlio della “bela Rosìn”), Amedeo e, appunto, Umberto.
• 19 novembre 1870: nominato comandante del primo corpo d’esercito in Roma, dal quale dipendono le divisioni di Roma, Firenze, Chieti e Perugia.
• 1872: riceve dal ministro della guerra Ricotti l’incarico di dirigere, tra i laghi Maggiore e d’Orta, le grandi manovre.
• 1873: comanda tutte le truppe che hanno sede nella Capitale.
• maggio 1877: comanda, sempre in Roma, il 7° Corpo d’armata.

[6] Cfr. ivi, p. 55.

[7] Lo scoppio della terza guerra d’indipendenza vide arruolati numerosissimi volontari — fra essi anche Felice Cavallotti, in seguito fiero oppositore della monarchia sabauda — ma conobbe anche la profonda diffidenza e lo scontento della gente semplice; i soldati veneti, per esempio, modificarono come segue una strofa della classica “La bela Gigogin”: «Su coriamo a batalioni / tra le ’renghe e i scopetoni, / la polenta senza sal, / ’l nostro re i ne fa star mal». E qualche temerario cambiava l’ultimo verso con l’auspicio «viva ’l re in fondo al mar».
Insomma sul campo di battaglia di Custoza a comportarsi bene fu, pare, soltanto la truppa: e in mezzo alla truppa i tamburini, quei ragazzini generosi e incoscienti che battevano il tempo delle operazioni belliche suonando il loro strumento. Fra i tamburini di Custoza c’era anche il tredicenne “Giuanìn”: diminutivo piemontese per Giovan Crisostomo Martino, nato a Sala Consilina (Salerno) il 28 gennaio 1853. Sopravvissuto a Custoza, la guerra ce l’ha nel sangue: nel 1873 “Giuanìn” è uno dei tanti italiani esuli oltreoceano, e il 1° luglio 1874 si arruola nel 7° Reggimento Cavalleria come trombettiere, col nome (americanizzato) di John A. Martin. Partecipa a vari episodi della “guerra indiana” finché, il 25 giugno 1876, è al fianco del generale Custer come trombettiere di servizio a Little Big Horn: il generale lo incarica di portare un messaggio con la richiesta di rinforzi e munizioni al capitano Benteen, che si trova nelle retrovie. Il ragazzo di Sala Consilina è l’ultimo a veder vivi Custer e i suoi: quando tornerà dalla missione affidatagli, sarà troppo tardi. Sopravvissuto anche a Little Big Horn, Martin partecipò ad altri episodi della “guerra indiana”, sempre nel 7° Cavalleria, fino al 1879, quando si sposò con Julia Higgins e passò nel 3° Artiglieria. Venne definitivamente congedato dall’Esercito il 7 gennaio 1904 col grado di sergente maggiore. Nella vita civile fece il bigliettaio nella Metropolitana di New York, e morì banalmente di broncopolmonite il 24 dicembre 1922: fu sepolto nel Cipress Hills National Cemetery di Brooklyn, lasciando la vedova e cinque figli — una femmina e quattro maschi, due dei quali si arruolarono a loro volta nell’esercito Usa diventando ufficiali di carriera.

[8] «Tra il 1865 e il 1867, quasi tutta l’Italia, dopo le epidemie del 1835-37, 1849-50, 1854-56, venne colpita dal colera, che mieté, nel corso del triennio, 160.000 vittime, di cui l’80% nel solo 1867, anno di esplosione della malattia infettiva. […] le cause del colera, secondo la mentalità dell’epoca […] erano il veleno, in particolare, e la scomunica di Pio IX; e ciò perché […] l’impossibilità di fronteggiare la malattia generava paura e credenza negli avvelenatori. L’epidemia, con tutte le sue conseguenze, accentuava, in tal modo, la già aspra conflittualità sociale [presente in Calabria], producendo una carica d’odio che trovava il suo sfogo nel ribellismo brigantesco. […] Cessato il colera, ecco, nell’ottobre del 1868, comparire il vaiolo […]. In definitiva, il periodo che va dal novembre 1866 alla fine del 1868 è caratterizzato da due ondate epidemiche di natura diversa (colera e vaiolo), che incisero profondamente all’interno di una società già, sconvolta dalla guerra brigantesca. […] Il 3 marzo 1868, il ministro della Guerra, E. Bertolé-Viale, richiese al generale G. Sacchi, comandante la divisione militare territoriale di Catanzaro, un suo parere sulle condizioni in cui versavano le province calabresi in seguito all’epidemia di colera e di vaiolo che, sommandosi alla carestia causata dal cattivo raccolto, aveva provocato, in altre province, una recrudescenza del brigantaggio. La risposta del Sacchi (datata 10 marzo) è, al riguardo, assai dettagliata. […] Per attuare il vasto programma del Sacchi, il ministro della Guerra nominò capo di stato maggiore il colonnello Bernardino Milon, già ufficiale dell’esercito borbonico […]. La strategia repressiva messa in atto, con estrema decisione, dal Milon si rivelò, nel lungo periodo (maggio 1868 – dicembre 1869) assai efficace. Di fatto, furono messi fuori combattimento 90 briganti […]. Inoltre, i briganti arrestati e, poi, uccisi per “tentata fuga” tra il maggio 1868 e l’agosto del 1869 ammontavano a venti […]. I metodi del Milon erano, certo, efficaci e assai esemplari; ma, per la loro brutalità, suscitarono una serie di reazioni, anche in sede parlamentare, com’è testimoniato dalla interpellanza svolta alla Camera dei deputati il 10 giugno 1869, dall’on. G. Ricciardi […]: “[…] lo non leggerò per intero ciò che mi è stato scritto da vari punti delle Calabrie, non darò che un cenno dei fatti ond’è accusata l’autorità militare. […] bisogna assolutamente che la luce si faccia, bisogna che cessi uno stato di cose mostruosamente anormale. Dai fogli che ho fra le mani risulta che i conventi furono mutati in carceri, che i carcerati furono sottoposti ai più barbari trattamenti, che talune volte alcuni furono liberati e poi fatti fucilare alle spalle siccome fuggitivi […] Taccio di soprusi minori. Taccio degli arsi casolari e delle taglie imposte e dei piantoni mandati a coloro che non si prestano a mandare i loro guardiani o mandriani a cooperare alla repressione del brigantaggio, il quale, sia detto in parentesi, non è stato ancora represso, ma solo diminuito. Potrei sino ad un certo punto chiudere gli occhi, se questa orribile piaga delle provincie meridionali fosse almeno estirpata, ma ciò non è”» (Francesco Gaudioso, Calabria ribelle. Brigantaggio e sistemi repressivi nel Cosentino 1860-1870, FrancoAngeli, Milano 1996, pp. 121-130).

[9] Fra il 1869 e il 1870 l’Italia conosce alcuni scandali rilevanti, il primo del quali è la cosiddetta “faccenda dei tabacchi”: dietro la concessione del monopolio per 15 anni al Credito Mobiliare di Genova stanno vergognosi finanziamenti politici e illeciti guadagni personali: vi è implicato anche Pietro Bastogi, già ministro delle finanze con Cavour e a suo tempo coinvolto con la concessione delle Ferrovie Meridionali. Accusato di aver corrotto alcuni deputati, nel luglio 1864 era stato costretto a dimettersi dalla Camera; in compenso, il re l’aveva nominato conte. Segue poi il processo di Tombolo: il giornale mazziniano “L’Unità Italiana” accusa i guardiacaccia del re di avere ammazzato, nella tenuta reale di Tombolo, dei contadini presunti bracconieri, e casa reale cita in giudizio i giornalisti responsabili; il processo si svolge a Milano e rivela che il re dispone di un gran numero di tenute con tanto di parchi enormi dove, come dice l’avvocato Bottero (uno dei giornalisti accusati), «invece di selvaggina cadono gli uomini che sono colpiti dal piombo dei guardiacaccia»; lo appoggia l’on. Toscanelli, deputato clericale convocato come teste, che esibisce in aula un elenco di 23 tra impallinati, uccisi, feriti o amputati. I giornalisti vengono condannati: l’avvocato difensore non ha potuto terminare la sua arringa perché, avendo detto «[…] queste cose non accaddero giammai nemmeno sotto i governi assoluti. è passato il tempo che un re possa far squartare il ventre di un suddito…», il presidente gli toglie la parola. L’ultimo è l’affare Barsanti: la primavera del 1870 è agitata da fermenti repubblicani che culminano, il 24 marzo, in un vano assalto a una caserma; ci va di mezzo il caporale Pietro Barsanti, 21 anni, lucchese, volontario, affiliato alla “Alleanza repubblicana universale”, che viene arrestato con due pistole in tasca; processato a tambur battente, dopo due mesi dall’arresto viene condannato a morte — fucilazione alla schiena, da eseguirsi dopo tre mesi. Il Cavallotti commenta: Suonate o squille, o tube, o bronzi a festa! / Che bel giorno nei fasti di Savoia / e che bell’ora per l’Italia è questa: / Evviva il boja.
Nei tre mesi fra la condanna e l’esecuzione il paese conosce una profonda commozione: ci si mobilita dovunque per la vita del Barsanti — Pasquale Stanislao Mancini presenta il ricorso di grazia appoggiato dalla marchesa Anna Trivulzio Pallavicini (moglie di Giorgio, il martire dello Spielberg) che ha raccolto le firme di quarantamila donne e cerca di farle arrivare fino al re: è suo cugino, dal momento che il Re gli ha conferito il Collare dell’Annunziata. Il presidente del Consiglio, Lanza, le fissa un’udienza alle ore 14 del 27 agosto: la marchesa, accompagnata dal Mancini, vi si reca — invano, perché nello stesso momento il povero Barsanti viene fucilato nel Castello Sforzesco di Milano. Per protesta, il marchese Trivulzio Pallavicini restituirà al re il Collare.

[10] Giovanni Passannante, un cuoco lucano vissuto quasi sempre a Salerno, il 17 novembre 1878, a Napoli, con un coltello da otto soldi, attenta — per protesta e in nome della “Repubblica universale” — al re d’Italia. Umberto I riporta solo una piccola ferita. L’attentatore, che, qualche ora prima, ha venduto al mercato dei panni vecchi la giacca per poter acquistare il coltello, viene subito arrestato e sottoposto a torture perché sveli un’inesistente congiura. Scatta in tutto il paese la repressione, ma non mancano numerose testimonianze di solidarietà: il grido sovversivo di «Viva Passannante!» echeggia da un capo all’altro della penisola; Giovanni Pascoli scrive un’«Ode a Passannante» e patisce quattro mesi di carcere; il governo italiano, che dopo poco — accusato di debolezza — cadrà, ottiene la soppressione di un giornale, che, in Svizzera, si è occupato dell’attentato…
Il sindaco del paese di Passannante deve recarsi dal re a Napoli per scusarsi, ma non ha una giacca adatta all’incontro e la fitta. La piccola comunità lucana deve espiare la “colpa” di aver dato i natali all’attentatore ed è costretta a cambiare denominazione al paese: così Salvia diventa Savoia di Lucania, nome che conserva ancora oggi, ad oltre mezzo secolo dalla caduta della monarchia.
Quando il re ritorna a Roma, carabinieri e soldati, a cinquanta metri l’uno dall’altro per paura di altri attentati, sorvegliano la linea ferroviaria…
Repubblicano, anarchico, internazionalista con venature religiose, Passannante — sorpreso a leggere i giornali rossi del tempo, un’attività ritenuta, nell’Italia unita abitata da milioni di analfabeti, fortemente sovversiva e pericolosa — era stato licenziato dal lavoro. Figlio di miserrimi contadini nullatenenti, partendo da una condizione di estrema emarginazione sociale e culturale da solo ha imparato — gravissimo reato! — a leggere e a scrivere. Nel 1870, trovato nottetempo ad affiggere dei proclami repubblicani per una rivolta popolare scoppiata in Calabria, era stato arrestato a Salerno, dove gestiva un’osteria, nella quale per lo più si mangiava gratuitamente.
Definito mostro e parricida, dopo che una perizia psichiatrica l’ha riconosciuto inaspettatamente sano di mente, processato il 6 e il 7 marzo 1879, viene condannato a morte in pochissimi minuti per aver avuto l’intenzione di ferire Umberto l. è una mostruosità giudiziaria. Graziato dal re, che commutò la pena nell’ergastolo, è rinchiuso nel penitenziario di Portoferraio, in condizioni di incredibile disumanità: nel buio totale, incatenato ad una catena di diciotto chilogrammi in una cella al di sotto del livello del mare, isolato da ogni contatto umano, consumato dallo scorbuto e dalla salsedine, è costretto a cibarsi dei propri escrementi. La persecuzione si estende alla famiglia e i fratelli, definiti pazzi, vengono internati in manicomio.
L’ergastolo è peggiore della morte. Ridotto ad una larva, dopo dieci anni di patimenti, grazie alla denunzia dell’on. Agostino Bertani e della giornalista Anna Maria Mozzoni, viene trasferito nel manicomio criminale di Montelupo Fiorentino, dove, grazie alla sua forte fibra di contadino meridionale, muore nel 1910.
La crudeltà nel suoi confronti registra una nuova raccapricciante atrocità. In pieno secolo XX viene decapitato: il cranio e il cervello sono tuttora esposti nel Museo Criminologico di Roma (cfr. Giuseppe Galzerano, Giovanni Passannante, Galzerano Editore, Casalvelino Scalo 1997).

[11] «Il 1° marzo per la quarta volta in cinquant’anni delle forze militari organiche italiane si trovano “sole” a fronte del nemico; e per la quarta volta esse hanno dato prova della identica incapacità a combattere: mancanza di resistenza e di coesione fra i soldati, inettitudine ed anarchia nel comando. Da Novara a Lissa, da Custoza ad Abba Garima la stessa conclusione rigida, inesorabile, emerge: l’Italia potrà fornire qualche banda di avventurieri; ma un esercito organico, reale, solido, no. Che abbia da fare con gli austriaci, o con un nemico assolutamente inferiore come gli abissini, l’impotenza militare della razza trae a risultati eguali. Datele una flotta corazzata, e si farà battere dai vascelli di legno di Tegetoff, datele un esercito che costa 260 milioni all’anno e si farà battere dagli ignudi “fannò” e dagli scapigliati cavalieri galla di Menelik» (Edoardo Scarfoglio, “Il Mattino”, 3 novembre 1896).

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