Verso un'immensa America

[L’articolo che segue è stato scritto all’indomani della strage di Bahawalpur (Pakistan) avvenuta il 28 ottobre 2001, quando un gruppo di fondamentalisti musulmani fece irruzione in una chiesa cristiana sparando sulla folla.]

È successo. In fondo era qualcosa che tutti si aspettavano, prima o poi, in questa infernale partita “America contro resto del mondo” della quale noi soliti pochi siamo soltanto spettatori — assai spesso infuriati e impotenti.
È successo che in Pakistan, in una domenica come tante, una domenica di ottobre forse non più sospetta di altre, un gruppo di musulmani è penetrato in una chiesa cristiana e ha fatto fuoco. Alla fine, sul terreno, quindici morti nel nome di Allah che vuol dire Dio e che è Unico per musulmani e per cattolici, per carnefici e vittime — usiamo questi termini per definire dei ruoli, e non come giudizio di valore.
Subito dopo il fatto di sangue, una suorina intervistata per l’occasione ha impartito una solenne lezione di Realpolitik ai cervelloni di mezzo mondo, dichiarando: «Da quando il presidente Bush ha parlato di “crociata”, le cose per noi stanno peggiorando e continueranno a peggiorare. Forse questo è solo l’inizio».

Giaurri e mammalucchi

Non si può darle torto. Perché anche se Samuel Huntington e i suoi epigoni continuano a parlare del conflitto di civiltà, in realtà l’Occidente (europeo e americano) percepisce e vive lo scontro in atto come uno scontro tra cristianesimo e islam tout court — cosa che non è, ma da cui deriva una percezione di quello che è l’islam e di quello che è il cristianesimo particolarmente e tragicamente distorta. E se nell’increscioso (per non dir di peggio) equivoco incorrono volentieri i marpioni della politica e dell’informazione, figuriamoci l’uomo della strada: come, per esempio, il ruspante signor Carlo che in un newsgroup su storia delle religioni scrive testualmente «non rimpiango che i cristiani abbiano mandato centinaia di barche turche a trovare i pesci nella battaglia di Lepanto. Che bel massacro fu quello, fu una mattanza di mammalucchi, che anche la madonna del rosario ci mise una mano!».
Eccolo qua il bel mito incapacitante che negli ultimi tempi tira molto: la battaglia di Lepanto, combattuta il 7 ottobre 1571 (a proposito, l’attacco americano all’Afghanistan è scattato proprio il 7 ottobre: ci avete fatto caso?) non già per difendere la teologia di Tommaso d’Aquino o le liturgie sacramentali cristiane, bensì per frenare l’impeto aggressivo dei Turchi nel Mediterraneo, la cui crescente importanza come potenza marittima metteva seriamente a repentaglio l’indipendenza economica dell’Europa con tutte le complicazioni del caso.
In fondo era semplice. E invece no, ci si è voluti inventare la difesa della Cristianità in termini metafisici, tanto da scomodare persino la Beata Vergine, che sarebbe apparsa miracolosamente per dare una mano davvero santa ai gioiosi macellatori in nome di Dio aiutandoli ad avere la meglio sugli altrettanto gioiosi macellatori in nome di Allah. Ma, tant’è, la mitologia delle crociate è fondante per l’immaginario collettivo dell’Europa “cristiana” (cioè battezzata nel sangue), e convertita (cioè strappata ai suoi millenari culti non monoteisti), in grazia non già di taglienti argomentazioni logico-teologiche, bensì di affilatissime lame, e illuminata non dalla luce folgorante della fede ma dal fuoco dei roghi.

Economia di guerra?

Scusate, mi sono lasciata prendere la mano. Ma non posso fare a meno di pensare che, in qualche modo, abbiamo anche noi i nostri talebani: sono i cattolici tradizionalisti e integralisti, che per secoli han fatto il bello e il cattivo tempo nella cultura e nella società. E non posso fare a meno di ricordare che all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, dove ho studiato, ancora nei primi anni Ottanta la facoltà di Filosofia ignorava o quantomeno scoraggiava lo studio dei filosofi della natura (Bruno, Telesio, Campanella e Cusano), ostentatamente passati sotto silenzio — è giusto, a casa sua ognuno fa quello che vuole.
Ma il fatto è che i cattolici, con questa storia dell’ecumenismo, a casa loro ci sono stati sempre pochino. E ancora oggi, forse, qualcuno non gradisce.
È per questo che parlare di crociata coi tempi che corrono non aiuta: un po’ perché si rinfocolano odi sotto sotto mai sopiti, anche in grazia di certa bella ignoranza storica; e un po’ perché così facendo si perde di vista il nòcciolo del problema — perché gli Stati Uniti ce l’hanno così tanto con l’Afghanistan. Ma porsi una domanda tanto delicata rischia di compromettere la stabilità e il vantaggioso (a senso unico) assetto dell’edificio mondiale post-guerra fredda. Scusate se è poco.
Tanto più che anche le crociate “ vere” presentano un risvolto interessante sul piano storico, oltre che di toccante attualità: «L’Occidente era pieno di feudatari grandi e piccoli come di semplici milites per i quali la crociata parve significare l’uscita da una situazione di pericolo e di ristrettezze. la generale crisi delle strutture feudali e il progressivo affermarsi del principio dell’indivisibilità del feudo […] gettavano nell’indigenza molti cavalieri che, rimasti senza alcuna garanzia economica, non avevano altra risorsa che porre la propria spada al servizio d‘un signore in guerra. Il cavaliere privo di mezzi di sostentamento aveva bisogno della guerra: questa era il suo naturale modo di essere, non solo perché in essa si esaurivano le sue competenze, ma anche perché era il tempo del benessere, il tempo dell’abbondanza, il tempo della gioia». Lo scrive Franco Cardini nel suo testo ormai classico Le crociate tra il mito e la storia, da leggere con particolare attenzione anche perché l’autore, com’è noto, è un serio cattolico che negli ultimi tempi sta spezzando freneticamente tutte le lance a sua disposizione a favore dell’islam — del che gli sono (per quel che vale) personalmente grata.

Giochi di ruolo

A questo punto, però, visto che la posta in gioco è ben più alta che non la celebrazione di una vittoria di qualche secolo fa (Lepanto o il Kahlenberg) o la (ri)valutazione di qualche pellegrinaggio armato che in definitiva fruttò all’Occidente la lebbra (secondo Voltaire) o l’albicocca (secondo Le Goff), dal momento che si tratta di qualcosa che va a smuovere gli equilibri del mondo, mi sembra che non si possa più ammettere un atteggiamento non dico di chiusura verso l’islam, perché ci può essere una chiusura ragionata: ma di isterismo collettivo come quello a cui stiamo assistendo di questi tempi.
Questi tempi in cui, fra l’altro, anche stimati intellettuali — come, per esempio, Robert Steuckers — si divertono a fare i giochi di ruolo: per cui, lontanissimi dalla Realpolitik che minaccia il globo, che cosa fanno? Ipotizzano alleanze con una Cina ideale piuttosto che con un’India risvegliata al paganesimo o con una Russia imperiale, senza minimamente domandarsi se la Cina, l’India e la Russia reali abbiano o no un qualche piacere o interesse ad allearsi con quella scalcagnata accozzaglia di nazioni americanizzate che si ostina a riempirsi la bocca col nome di Europa. Salvo poi rituffarsi in un più confortante passato per recuperare i fulgidi esempi di Lepanto, il Kahlenberg ed Eugenio di Savoia a Zenta.
Qui non si tratta di rinnegare la croce per abbracciare la mezzaluna, come tanti credono — o fingono di credere. Qui, più semplicemente e in modo più drammatico, si tratta di non poter più tollerare certe ignoranze, certe chiusure, certe mancanze di prospettiva storica che, appunto, confondendo l’essere con il dover essere impediscono di ragionare in modo lucido su quello che si sta compiendo in questi giorni — il nostro futuro, senza di che non ci saranno più né Europa né Islam, ma soltanto un’immensa America. È questo che vogliamo?

(ottobre 2001)

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