Un dio a stelle e strisce

È fatta: a Kabul le donne sopravvissute mettono il rossetto e i bambini ancora con due gambe corrono e fanno volare gli aquiloni. La caccia ai terroristi di al Qaeda continua, ma la pax americana è stata ristabilita, e tanto basta ai padroni del mondo e alle coscienze addormentate di questo turpe Occidente.
Dall’altra parte dell’Oceano, nel paese meraviglioso benedetto da Dio, là dove si trovano «la vegetazione lussureggiante, la regale e deliziosa profusione dei fiori e degli alberi che si piegano sotto frutti dai colori smaglianti» (da un articolo del “Jersey Chronicle” del 1795) — là, l’8 dicembre 2001, il presidente americano George W. Bush e la moglie Laura hanno dato il via al programma di aiuti umanitari per i bambini afgani, motivandolo con le seguenti parole: «Noi abbiamo dato ai bambini afgani qualche cosa per cui sorridere, perché i bambini d’America sono generosi e gentili e compassionevoli. Ci sono state vendite di torte e bancarelle di limonata; e salvadanai svuotati e tante altre iniziative per raccogliere soldi per i bambini afgani. Così abbiamo raccolto oltre 1 milione e mezzo di dollari per aiutare i bambini dell’Afghanistan. Questo è stato il risultato dell’impegno di tutti i nostri ragazzi. […] Ieri, sull’Enterprise, dove mi sono recato di persona a ringraziare i nostri soldati e marinai che difendono la libertà, un marinaio mi ha dato un dollaro da parte di sua figlia, e mi ha chiesto di assicurarmi che finisse nel fondo per i bambini afgani. […] Lo spirito che informa questo programma è scaturito dalla lettera che un bambino ha scritto. Diceva così: “Cari bambini dell’Afghanistan, Dio vi benedica. Il popolo americano vuole darvi una vita migliore. Tutti i bambini dovrebbero avere amore e rispetto. Io spero che questo vi aiuti in qualche modo”. […] Questi pacchi renderanno migliore la vita dei bambini afgani non solo durante il Ramadan, ma anche per tutto l’inverno. È un promemoria del fatto che noi siamo in lotta col regime dei Talebani, non con le brave persone innocenti dell’Afghanistan.
«Siamo dolorosamente consapevoli delle condizioni dei bambini afgani. Uno su tre è un orfano. Pressoché la metà soffre per la malnutrizione. Uno su quattro non supererà il quinto compleanno. Questa prima spedizione rappresenta la buona volontà dei bambini americani. E rappresenta anche la nostra speranza e il nostro desiderio che la sorte dei bambini afgani migliori: perché la vita può essere migliore per tutti i bambini nel mondo. […] I pacchi regalo, in numero di 10.000, contengono fra l’altro cappelli, guanti, materiale scolastico, spazzolini da denti e spazzole per capelli, dolciumi e giocattoli che noi speriamo e sappiamo porteranno la gioia a bambini che hanno sofferto pene così dure e incredibili.
«Ogni pacco regalo reca una dedica: “Un regalo ai bambini afgani dai bambini americani”. È scritta in molte lingue locali. Ma significa una cosa sola: l’amore non conosce confini.
«Gli americani di tutti i tempi amano profondamente tutti coloro che sono nostri amici, perché noi siamo davvero una nazione compassionevole. Noi siamo una nazione di buon cuore, giusta e amante della libertà. Eliminare il regime dei Talebani in Afghanistan è un modo per aiutare i bambini e le donne dell’Afghanistan. È un modo per garantire ai bambini e alle donne dell’Afghanistan una vita più decente e piena di speranza. […] Possa Dio benedire tutti i bambini nel mondo, e possa Dio continuare a benedire l’America»
.

Punire e perdonare

Ora che avete smesso di ridere (o di indignarvi, o tutt’e due), riflettete un momento su quello che avete letto — la lunghissima citazione era necessaria per evidenziare il tratto distintivo dello spirito statunitense. Non entro nel merito del discorso presidenziale, perché non è questo il mio intento. Voglio invece sottolineare l’atteggiamento profondamente teocratico sotteso alla concezione e alla percezione che l’americano Usa d.o.c. ha di sé e della Nazione in cui è così fortunato da vivere.
La storia degli Stati Uniti è piena zeppa di richiami insistiti e ispirati alla Bibbia, nella convinzione che all’America spetti il ruolo messianico dell’“evangelizzazione” (vulgo: americanizzazione) del pianeta: «”L’America è nata come una nazione cristiana — ha affermato Woodrow Wilson. — È nata per incarnare quegli elementi di sacra verità che ci vengono dalla rivelazione delle Sacre Scritture”. “L’America non ha altro scopo che di meritare il favore dell’Onnipotente Iddio”, ha dichiarato Calvin Coolidge. E perfino il cattolico John F. Kennedy, in omaggio al rituale della nazione, ribadì la sicurezza americana che la Nazione sotto Dio era, fin dalla nascita, il risultato dell’intervento divino: “La stessa fede nei principi rivoluzionari per cui i nostri antenati combatterono è in gioco oggi in tutto il mondo: la fede nel principio che i diritti dell’uomo non derivano dalla generosità dello Stato ma dalla mano di Dio”» [1]. Più o meno nello stesso periodo, era opinione comune che «La democrazia dev’essere oggetto di impegno religioso. Gli americani devono considerare l’ideale democratico (anche se non necessariamente il modo in cui viene quotidianamente praticato in America) come la volontà di Dio o, se preferiscono, la legge della natura»[2]. Meno di vent’anni dopo, in uno studio sulla percezione e l’interpretazione del Vangelo negli Usa, gli autori constatavano: «La convinzione che gli uomini godono di diritti naturali, che il perseguire la felicità individuale è un diritto inalienabile, che tutti gli uomini sono essenzialmente uguali, che la libertà personale è necessaria per il buon andamento della società sono principi che influenzarono non solo i Padri della Chiesa americana ma anche i Padri Fondatori della Repubblica»[3]. E questo concetto di “religione civile” presuppone, come conclude Roberto Giammanco (profondo e attento studioso delle dinamiche psicologiche e sociali degli Americani), «che nella Costituzione era incorporato il principio della Nazione sotto Dio, di quella sacra vocazione dell’America, Nuova Israele, assegnatale in cambio della libertà civile. “Tale fondamento della religione civile consente di esprimere ed affrontare problemi secolari in termini religiosi” (p. 274)[4]. Questa è forse la migliore definizione del fantomatico concetto, fondamentale per capire l’immaginario nazionale e il costante sostrato messianico della politica americana»[5].
Le conseguenze non sono da poco, e sono oggi, ancora una volta, sotto gli occhi di tutti: come la mano di Dio si abbatte sul reprobo per poi sollevarlo, così la collera terribile del “popolo eletto” (dopo la Diaspora) si abbatte su criminali e terroristi per poi alleviare le miserie da lui stesso inflitte nel nome del Bene assoluto.

Il nome della cosa

Perché sono gli Americani a stabilire chi è buono e chi è cattivo; sono loro a plasmare il mondo, a dare il nome alle cose, proprio come fece Jahvé e come, a sua immagine e somiglianza, fece Adamo nell’Eden: «Dio chiamò la luce “giorno” e le tenebre “notte”. […] Poi Dio disse: “Vi sia una distesa tra le acque, che separi le acque dalle acque”. Dio fece la distesa e separò le acque che erano sotto la distesa dalle acque che erano sopra la distesa. E così fu. Dio chiamò la distesa “cielo”. […] Poi Dio disse: “Le acque che sono sotto il cielo siano raccolte in un unico luogo e appaia l’asciutto”. E così fu. Dio chiamò l’asciutto “terra”, e chiamò la raccolta delle acque “mari”» (Genesi 1:5-10). «Dio il SIGNORE, avendo formato dalla terra tutti gli animali dei campi e tutti gli uccelli del cielo, li condusse all’uomo per vedere come li avrebbe chiamati, e perché ogni essere vivente portasse il nome che l’uomo gli avrebbe dato. L’uomo diede dei nomi a tutto il bestiame, agli uccelli del cielo e ad ogni animale dei campi» (Genesi 2:19-20).
Chi nomina crea, perché il nome evoca, chiama alla realtà, trae l’ordine dal caos — come si può leggere in qualsiasi testo non già di magia bensì di etnologia, antropologia culturale o storia delle religioni. E sta in questo, forse, il senso delle infinite proclamazioni che tutti i presidenti americani hanno fatto nel corso dei secoli: «in virtù dell’autorità conferita[gli] dalla Costituzione e dalle leggi degli Stati Uniti» (questa è la formula) qualunque presidente americano ha potuto, durante il suo mandato, “ribattezzare” un qualsiasi giorno dell’anno attribuendogli qualità e valenze specifiche che lo risucchiassero dalla quotidianità di un calendario comune, laico per così dire, al fine di proiettarlo in un tempo nuovo, santificato dalla scelta operata in nome e per conto della “nazione sotto Dio”. Così, il giorno dopo aver pronunciato il delirante discorso di cui avete potuto leggere qualche brano più sopra, George W. Bush ha proclamato «il 10 dicembre 2001, giorno dei Diritti umani; il 15 dicembre 2001 giorno del “Bill of Rights”; e la settimana che comincia il 9 dicembre 2001 settimana dei Diritti umani. Io faccio appello al popolo degli Stati Uniti per onorare l’eredità di diritti umani trasmessaci dalle generazioni precedenti e impegnarsi affinché tali libertà prevalgano nella nostra Nazione e in tutto il mondo ora che entriamo nel 21esimo secolo.
«A testimonianza della qual cosa, levo qui la mia mano per dichiararlo solennemente in questo nono giorno di dicembre, nell’anno di nostro Signore duemilauno, e nel duecentoventiseiesimo dell’Indipendenza degli Stati Uniti d’America»
.
Nella stessa ottica vanno visti i nomi veramente immaginifici assegnati, negli ultimi cinquant’anni, alle innumerevoli missioni (o aggressioni, come preferite) militari compiute dagli Stati Uniti. Qualche esempio?
# Aprile 1975, Vietnam: New Life, Vita nuova;
# Ottobre-novembre 1983, Grenada: Urgent Fury, Furia che preme;
# Dicembre 1989 – gennaio 1990, Panama: Just Cause, Causa giusta;
# Giugno 1991, Filippine: Firy Vigil, Vigilia di fuoco;
# Agosto 1995 – febbraio 1997, Kuwait: Vigilant Sentinel, Sentinella vigilante;
# Agosto 1998, Sudan e Afghanistan: Infinite Reach, Potere infinito;
# Aprile-autunno 1999, Kossovo: Shining Hope, Speranza brillante.[6]
Gli esempi sono citati dal celebre scrittore americano Gore Vidal, che dopo aver elencato non meno di 194 (è la cifra minima ricavabile, se non ho contato male) interventi militari americani in poco più di sei pagine conclude: «In queste svariate centinaia di guerre contro il comunismo, il terrorismo, il narcotraffico e a volte contro niente di speciale, tra Pearl Harbor e martedì 11 settembre 2001, siamo sempre stati noi a sferrare il primo colpo»[7].

Dio lo vuole

In un bel saggio del 1985 sulla paranoia, lo studioso junghiano James Hillman[8] scrive: «Quando i deliri paranoidi hanno un contenuto e uno stile religiosi, allora la religione offre alla paranoia un rifugio […] Questi tipi di delirio […] hanno origine in Dio. […] Se esiste […] uno stato paranoide dell’anima […] possiamo a-spettarci di trovare un’analoga psicologia paranoide nello Stato. Le convenzionali descrizioni dell’anima paranoide possono dunque essere lette anche come descrizioni dell’anima dello Stato paranoide.
«“Sospettosità e diffidenza pervasive e infondate”. “Il soggetto è ipervigile e prende precauzioni contro le minacce percepite”. […] “Tende a non assumersi la colpa anche quando essa è dimostrata”. […] “Mette in dubbio la lealtà altrui”. “Insiste sulla necessità della segretezza”. “È severo e critico nei confronti del prossimo”. “Tendenza a reagire attaccando”. “Non è disposto ad accettare compromessi”. “Intensa rabbia repressa”. “Competitivo, ambizioso, aggressivo, e ostile e distruttivo più della norma”. “Provoca negli altri disagio e paura”. “Evita le attività di gruppo se non detiene il ruolo dominante”. […] “Smodata paura di perdere la facoltà di determinare gli eventi secondo i suoi personali desideri”. “Trasformazione della tensione interna in tensione esterna”. “Continuo stato di mobilitazione totale”. […] “Non è amichevole; vuole solo sembrarlo”. […] “Disprezza le persone che considera deboli, concilianti, malate o minorate”»
. E in nota l’autore segnala: «Per un’analisi della paranoia politica specificamente americana, si veda Richard Hofstadter, The Paranoid Style in American Politics, Knopf, New York 1965, dove però l’autore si preoccupa di sottolineare che “lo stile paranoide è un fenomeno internazionale”».
Per quanto poco possa piacerci, le cose stanno esattamente così. È il bello del monoteismo, questo arrogarsi ogni diritto su non importa cosa — tanto altre etiche improntate ad altre religioni non esistono o, se esistono, sono assolutamente risibili e perciò calpestabili senza difficoltà. Gli Americani, come abbiamo visto, ci credono ciecamente. Io no. E voi?

(dicembre 2001)

Note

[1] Roberto Giammanco, L’immaginario al potere. Religione, media e politica nell’America reaganiana, Antonio Pellicani Editore, Roma 1990, p. 135.

[2] J. Paul Williams, What American Believe and How They Worship, Harper&Row New York 1962, p. 486, cit. in: R. Giammanco, op. cit.

[3] John D. Woodbridge, Mark A. Knoll, Nathan O. Hatch, The Gospel in America, Zondervan, Grand Rapids 1979, p. 31, cit. in: R. Giammanco, op. cit.

[4] Ivi, p. 274.

[5] R. Giammanco, op. cit., p. 337.

[6] Naturalmente le traduzioni sono letterali perché è difficile sviscerare in tutti i loro significati queste parole scelte in base al loro potere evocativo: per esempio, reach significa “abilità, potere, capacità, possibilità” ma anche “limite, sfera d’azione”…

[7] Gore Vidal, La fine della libertà. Verso un nuovo totalitarismo?, Fazi Editore, Roma 2001, p. 32.

[8] James Hillman, La vana fuga dagli dèi, Adelphi, Milano 1991, pp. 24-79.

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