Parigi, o cara… (e poi non dite che non ve l’avevo detto)

Il pezzo che segue risale al dicembre 2005 (“Orion” n. 255), e si riferisce ai fatti francesi di allora. Ma visto quello che è successo negli ultimi giorni, mi sembra ancora così attuale da poterlo pubblicare tranquillamente. L’unica differenza è che Sarkozy non è più ministro — il che rende la situazione… peggiore? migliore? Boh, fate voi.

Naturalmente avrei voluto intitolare questo mio pezzullo “Parigi brucia?”, magari anche senza punto interrogativo: ma sembra che alcune migliaia di persone nel mondo abbiano avuto la mia stessa idea.
Così, per pura ed etimologica sympàtheia, mi sono orientata su un tòpos musical-letterario, con tante scuse a Giuseppe e Francesco Maria (che di lassù tutto vedendo comprenderanno…).
Parigi, dunque: che ha riempito i nostri sensi bombardati da immagini e suoni per parecchi giorni, mentre venti di rivolta parevano squassare impetuosi la douce France — e invece qualcuno aveva lasciato aperta la porta ed era solo uno spiffero [1].
Oddio, per la verità c’è stato un momento in cui davvero si è avuta la brividosa impressione che qualcosa stesse cambiando: tant’è che fra le molte cose sentite e lette mi sono rimaste in testa alcune frasi raccolte in rete — «la corda della storia appare molto tirata», «il coprifuoco in Francia è un evento epocale che segna il nuovo secolo in Europa», «il coprifuoco contro i propri cittadini può essere superato solo dagli spari sulla folla». Ci leggo dentro molto entusiasmo, molta speranza e gli echi ammalianti di un’idea che tanto tempo fa ha brillato e fatto brillare. (Oh, questo è un gioco di parole…).
Ma l’entusiasmo è appannaggio di pochi e dei loro dèi danzanti, la speranza forse nuoce alla salute mentale e insomma io, pur su un orizzonte indubbiamente cupo e desolato, doppiato in qualche modo il fosco fin del secolo morente, fatico un po’ a veder spuntare l’alba minacciosamente del dì fatato. Mi piacerebbe, però. Anche perché mi viene spontaneo pensare al 1905 [2] e a quel che successe nella Russia zarista… (vado matta per le date).

Vedo nella mia sfera fatata…

Non fatico, però, a vedere altre cose: prima di tutto, che conservatori si nasce (anche conversatori, se è per questo: ma è assai meno dannoso). E invece di guardare con interesse a certi sommovimenti che denunciando la crisi fra cittadini e istituzioni nella gabbia dorata dell’Occidente opulento inducono a riflessioni non peregrine né accademiche, sono in molti a stigmatizzare le agitazioni parigine e francesi come esplosioni di violenza gratuita da parte di qualche straccione dissennato — mettendosi così sul piano ineffabile (perché letteralmente non ci sono parole per definirlo) di Nicolas Sarkozy, pirotecnico ministro degli interni francese e ahiloro candidato favorito alle presidenziali del 2007. Quello, per intenderci, che il 20 giugno 2005 aveva dichiarato pubblicamente di voler «pulire col Karcher» il rione parigino di Courneuve, considerato un sobborgo “difficile”.

(Faccio un inciso)

Perché le agitazioni delle banlieues non sono funghi spuntati dall’oggi al domani sul finire d’ottobre, come si conviene alla specie — è già da un po’ che le periferie parigine vivono male, e l’esempio migliore è appunto la Courneuve, a circa 20 minuti di metropolitana dal centro di Parigi: zona off limits, innominabile, indicata in modo agghiacciante solo con un numero, quello del prefisso postale: la «zona 93». Che nel frattempo è diventata simbolo del degrado urbanistico e sociale, con i suoi enormi edifici grigi e fatiscenti, in parte abbandonati dai primi abitanti (operai parigini e immigrati della prima generazione) per lasciare il posto ai più emarginati e pertanto discriminati. Sono posti in cui bisogna vivere — e non attraversarli frettolosamente in pieno giorno infagottati nelle grisaglie del benpensantismo, o sbirciarvi dal buco della serratura mediatico con l’onanistica eccitazione del voyeur occasionale. Viverci. Per capire com’è che chi ci vive pretenda pure, bizzarramente, di non morirci.

… e ancora vedo

Ora, “Karcher” (anzi “Kärcher”) è una delle più note marche di idropulitrici professionali oggi sul mercato: io non trovo particolarmente carino, da parte del ministro degli interni di un paese, assimilare una — qualsiasi — parte dei suoi cittadini all’immondizia che tocca agli operatori ecologici rimuovere dalle strade (ordure, la chiamano in Francia). E voi?
Come se non bastasse, con quel meraviglioso tempismo che spesso interviene in modo misterioso a determinare gli esiti di molte umane vicende, un paio di giorni prima dei fatti di Clichy-sur-Bois il ministro Sarkozy si trovava in visita ad Argenteuil, dove già rumoreggiavano i figli delle locali banlieues. E qui il grand’uomo ha pensato bene di definire pubblicamente “plebaglia” i giovani in agitazione.
E che ci vogliamo fare? Mica tutti hanno la fortuna di nascere nei salotti buoni: ma non per questo ci si deve sentire colpevoli… Figurarsi che ne parlava già Victor Hugo nell’Ottocento in quelli che sono divenuti dei classici della letteratura mondiale: ma forse in gioventù Nicolas compulsava codici e pandette, e studiava da presidente. Fatto sta che se ne è venuto fuori con questa bella espressione; e il 10 novembre (ma potrebbe anche essere il 9, abbiate pazienza), mentre finalmente si andava placando l’ondata di violenza delle due settimane precedenti, Sarkozy ha così espresso nuovamente il suo pensiero in televisione: «Smettete di chiamarli “giovani: sono feccia. Essi stessi si definiscono “feccia”. Sono delle canaglie, sono feccia, ribadisco e sottoscrivo». Ecco, appunto.
Ciò che ha portato Mathieu Kassovitz, il regista francese autore di “La haine” (profetico film del 1995, in italiano “L’odio”), a rispondere così al ministro che si dichiarava “non responsabile” delle violenze seguite alle disposizioni da lui stesso emanate in merito al mantenimento dell’ordine pubblico nelle banlieues devastate: «Lei non è responsabile. Effettivamente io penso che Lei sia irresponsabile» (www.mathieukassovitz.com/blog). Mah… Lo penso anch’io.

Pensieri e parole

E penso anche (lo so, lo so che è una brutta abitudine… ma sono proprio le brutte abitudini ad essere anche le più divertenti, sapete com’è) — penso, dicevo, che altrettanto irresponsabili siano tutti quei bravi paladini o crociati o cavalieri molto erranti che nell’occasione si sono affrettati a rispolverare la tesi affascinante dello scontro di civiltà lanciata con successo a cavallo del 2000 o giù di lì da Samuel Huntington, punta di diamante della strategia statunitense per il XXI secolo (è proprio quello in cui ci troviamo, sapete?).
È del tutto evidente, come si diceva prima, che non è stato l’episodio pur tragico di Clichy in sé e per sé a scatenare le prove generali di un abbozzo di guerra civile: i morti di Clichy sono stati la ciliegina insanguinata sulla torta marcia di un confronto fra cittadini e istituzioni — lo ripeto — che chiaramente non è poi così democratico come vuol far credere.
E in realtà i fatti di Francia non sono una “rivolta”: non si tratta di cittadini ingrati e psicopatici che si rivoltano contro lo Stato provvido. Qui si tratta, azzarderei, di una ribellione sociale, esplosa dopo decenni di compressione nelle rigide regole del mai sopito imperialismo francese, ultra-capitalista e occultamente razzista all’interno del proprio paese. Il processo di “decolonizzazione” è terminato, in Africa, ma stranamente ha lasciato le ex colonie in uno stato di dipendenza — dalla Banca di Francia per quanto riguarda la politica monetaria, e dall’esercito francese per quanto riguarda la cosiddetta autonomia decisionale…

Contratti a termine

È noto che l’individuo accetta di vivere in uno Stato e lo legittima in virtù dell’impegno che lo Stato medesimo si assume a garantirgli sussistenza e sicurezza: è per questo che si pagano le tasse — in cambio di un servizio. Ma nel momento in cui lo Stato non garantisce più né sussistenza (diritto alla casa, al lavoro, all’assistenza sanitaria) né sicurezza (da furti, aggressioni, rapine, vandalismo, discriminazioni su base razziale o religiosa o ideologica), non si vede perché il cittadino dovrebbe continuare a legittimare quello Stato. Di fatto, laddove lo Stato rende univoca la relazione contrattuale, imponendo al cittadino troppi doveri in cambio di troppo pochi o nulli diritti, il cittadino cessa di essere tale e diventa suddito — ciò che rappresenta la negazione stessa del concetto di democrazia. Niente male, per la patria della liberté-égalité-fraternité
E non importa se a ridursi ovvero ad essere ridotti in sudditanza sono dieci, cento o mille cittadini: qui entra in gioco, e sommamente, la famosa e terribile questione di principio — la qualità, insomma, oltre e al di sopra della quantità. (E questo, tra l’altro, è il motivo per cui io, se a qualcuno interessasse mai saperlo, non voto: perché nessuno mi ha mai garantito né mi garantisce niente, e non mi sento moralmente obbligata a partecipare a un gioco al quale so in anticipo che non vincerò mai, pur pagandone regolarmente le (im)poste…).

Cummannà è mmeglio ca fottere

Non traduco perché si capisce, mi sembra. Lo diceva sempre il compianto professor Gianfranco Miglio (mai obnubilato dalle sue fugaci simpatie leghiste), quando principiava a spiegarci i meccanismi del potere. L’espressione si presta a interessanti allargamenti analogici, evidenziati impeccabilmente dalle tristissime argomentazioni (e dio sa se ne ho lette e sentite, in questi ultimi tempi) di quanti se ne stanno ancora lì arroccati nella loro torre d’avorio un po’ ingiallito a parlare di “civiltà europea” da difendere, e “tradizioni europee” da salvaguardare, e “baluardi contro la barbarie” da erigere, e protezionismo etnico modello WASP e via elencando… a tutela di una pretesa superiorità ontologica che in realtà nessuna grazia divina o volontà nazionale hanno mai — né mai potrebbero — giustificare. Non oggi. Non in questo momento storico.

Più buio che a mezzanotte non viene

I fieri custodi dell’ortodossia (inutile specificare, ce n’è sempre una) mi dicono allarmatissimi: «Ma lo sai che in Francia e in Belgio ci sono quartieri in cui i bianchi sono così in minoranza che se esci dopo il tramonto vedi soltanto negri?!?». Oh bella. Ma lo sanno, questi signori, che qui a Milano ci sono quartieri in cui i bianchi sono così in minoranza che se prendi il tram in pieno giorno finisce che gli unici bianchi siete tu, se non ti sei fatto la lampada, e (forse) il tranviere? Perché tutti gli altri sono cinesi. E la differenza sta nel fatto che mentre i “negri” sono marocchini, algerini, maghrebini, etiopi, somali eccetera e per generica estensione arabi (perché “negro” qui da noi finisce col designare chiunque abbia un colore un po’ più scuro del bianco), i cinesi sono tutti cinesi.
A quei signori, dunque, sempre pronti al “quando c’era Lui, caro Lei…”, vorrei dire che persino quel Mussolini tanto citato ma raramente compreso non disdegnò di parlare, in altri tempi, di “pericolo giallo” proprio con riferimento alla Cina e al suo potenziale tutto da scoprire — nel bene e nel male.
A quei signori, anche, vorrei ricordare che proprio quel Mussolini tanto citato ma raramente compreso diceva che il Mediterraneo, se per gli altri è una via, per gli italiani è la vita: e ribadiva che solo la proficua collaborazione con le genti dell’Africa avrebbe potuto garantire all’Italia il suo posto nel mondo (va bene, poi ci fu l’avventura coloniale su cui per certi versi è bene stendere il proverbiale velo pietoso… ma l’idea di un Mediterraneo unito in comunità di destino è assai antica).
E a quei signori, da ultimo, vorrei per una volta ricordare che proprio quell’Evola tanto citato ma raramente compreso additava una possibile ma assai lubrica (etimologicamente) via d’uscita: «Potrebbe, cioè, esser perfino opportuno contribuire a che quel che già vacilla ed appartiene al mondo di ieri, cada, anziché cercare di puntellarlo e di prolungargli artificialmente l’esistenza. […] Il rischio di un simile comportamento è evidentissimo: non è detto chi avrà l’ultima parola» — ma se si è intimamente guerrieri non si bada a vittoria o sconfitta.
E non ci si bada neppure se si è giocatori — chi gioca solo per vincere si chiama baro.

Note

[1] 27/28 ottobre, notte – Nella periferia parigina di Clichy-sous-Bois due ragazzi, ritenendosi inseguiti dalla polizia in seguito ad un intervento degli agenti, si rifugiano in una centralina elettrica e muoiono fulminati. Immediate le proteste e le manifestazioni rapidamente intensificate e diffuse alle altre periferie della capitale.
28 ottobre – Il ministro dell’Interno, Nicolas Sarkozy, dichiara che i due minorenni non erano inseguiti dalla polizia: in risposta, oltre 20 automobili vengono date alle fiamme da gruppi di giovani che infrangono le vetrine di numerosi edifici pubblici e causano danni a stazioni di autobus a Clichy-sous-Bois.
29 ottobre – I partecipanti agli scontri salgono a circa 400 persone, la maggior parte delle quali giovani. Sette agenti di polizia risultano feriti, e 14 giovani vengono fermati. La gente del posto organizza una marcia silenziosa, alla quale aderiscono circa 500 persone, in memoria dei due giovani rimasti uccisi.
30 ottobre – Altre automobili vengono incendiate a Clichy-sous-Bois.
31 ottobre – Per la quarta notte consecutiva, si registrano scontri. Sarkozy annuncia l’adozione di duri provvedimenti e “tolleranza zero” per riportare la calma.
1 novembre – I provvedimenti non sortiscono alcun effetto e per la prima volta la violenza si estende a tutte le periferie della capitale francese. Sarkozy viene criticato dallo stesso governo per le sue dichiarazioni sull’ordine pubblico.
2 novembre – I disordini si allargano ad altri sobborghi in quattro dipartimenti nei pressi di Parigi.
3 novembre – I disordini continuano e coinvolgono altre periferie. Ora, oltre alla capitale, sono interessati Digione ed altri centri nel sud e nel nordest del paese. Centinaia le auto in fiamme.
4 novembre – Numerose automobili e autobus vengono incendiati anche in città come Marsiglia, Digione, Le Havre oltre che nelle periferie parigine. I politici dell’opposizione chiedono le dimissioni di Sarkozy.
5 novembre – Oltre ai disordini registrati in quasi tutte le regioni, a Evreux, vicino Parigi, esplodono scontri di piazza tra polizia e giovani.
6 novembre – Per la prima volta dall’inizio degli incidenti, il presidente Jacques Chirac interviene pubblicamente per proclamare la priorità del ripristino della sicurezza e dell’ordine pubblico dopo una sessione straordinaria del Consiglio Nazionale di Sicurezza a Parigi. Le molotov colpiscono anche nel centro della Capitale.
7 novembre – Muore un pensionato aggredito 3 giorni prima da un gruppo di giovani a Stains. Il bilancio è da guerra: 4700 veicoli dati alle fiamme e 1220 persone fermate dalla polizia. Enormi i danni causati anche a esercizi commerciali, scuole, biblioteche, edifici pubblici e privati. Il primo ministro Dominique de Villepin annuncia che ai prefetti verrà conferito il potere di imporre il coprifuoco, ma esclude l’intervento dell’esercito.
7/8 novembre, notte – In queste ore la rivolta più importante scatenatasi in Francia dopo quella del maggio 1968 raggiunge i livelli massimi. A partire dal 9 novembre, la situazione andrà via via placandosi.

[2] San Pietroburgo, domenica 9 gennaio 1905: una folta folla di operai con le loro donne e i loro figli, guidata dal monaco Gapon, si dirige verso il Palazzo d’Inverno in maniera pacifica, senza inni, senza bandiere, senza discorsi. I manifestanti vogliono chiedere al “Piccolo Padre” soltanto pane e lavoro, ma vengono fermati dalle truppe che gli impediscono di proseguire. La gente non si ritira, e le truppe attaccano: a colpi di sciabola e fucile, Ulani e Cosacchi si avventano sulla folla. Più tardi, un rapporto di polizia conterà sul terreno un migliaio di morti e oltre duemila feriti. La sera stessa Gapon diffonde un comunicato che recita: «Ai soldati ed ufficiali che hanno ucciso fratelli innocenti, i loro figli, le loro donne, a tutti gli oppressori del popolo, giunga la mia maledizione sacerdotale. Ai soldati che aiuteranno il popolo a conquistare la libertà vada la mia benedizione. Io sciolgo il loro giuramento di fedeltà allo Zar traditore per ordine del quale è stato versato tanto sangue innocente».

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