I comunisti non mangiano i bambini. Ma scrivono male.

Leggo sull’“Unità” di oggi:

«Io ho fatto solo la corte a dei senatori, in maniera solare e lineare». Si schernisce dietro un romantico corteggiamento Silvio Berlusconi dopo che la Procura di Napoli lo ha iscritto nel registro degli indagati per corruzione e per istigazione alla corruzione.

Ora, non m’importa niente di Berlusconi, né della Procura di Napoli né tantomeno dell’“Unità”.
M’importa moltissimo, invece, dell’estensore dell’articolo e del correttore di bozze — se esiste come essere umano e se non è il mesto istromento (come avrebbe detto il Cavallotti) in dotazione ad ogni asettico programmino di scrittura.
Perché inciampare, ancora una volta, nell’atroce confusione fra schermirsi e schernire è cosa che mi esaspera: passi per il salumiere all’angolo, per la ragazzina che sogna un futuro televisivo e perfino per il commercialista dell’ottavo piano. Ma per uno che dello scrivere — cioè dell’usare la lingua italiana — fa il suo mestiere, è imperdonabile.
In gioventù ho lasciato sui due piedi un fidanzatino perché costui, essendo io all’epoca infatuata di D’Annunzio, pensando di impressionarmi se ne venne fuori parlandomi di tale “Pampìla”, l’infelice intendendo con ciò la Pamphila del Poema paradisiaco.
Adesso che sono cresciuta, uno come l’articolista dell'”Unità” lo lascerei sicuro. Ma non prima di avergli messo del Guttalax nel caffè.

2 Comments on I comunisti non mangiano i bambini. Ma scrivono male.

  1. Ho casualmente sottomano il Liddell-Scott, e trovo l’aggettivo a due uscite pàmphilos, on, con la iota breve.
    Il fidanzatino non ne valeva poi tanto la pena… e mica solo per la pronuncia :-)

  2. Pampìla… dunque, io l’accento lo metterei tendenzialmente sulla sillaba prima, ma sono molto affezionato alla pronuncia scientifica del greco classico.

    Dove effettivamente ci dovrebbe essere una “p” aspirata, non una “f”.

    Vabbe’, non ti ho convinta a ritornare con il fidanzatino…

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