Omaggio a Marguerite Yourcenar

Nella notte fra il 17 e il 18 dicembre di vent’anni fa, nel 1987, moriva Marguerite Yourcenar. Ho ritrovato lo scritto che le dedicai allora (“Orion” n. 40, gennaio 1988) e che ripubblico integralmente qui sotto.

Ad occhi aperti seguendo il dio

Finalmente oltre il limite —
Non più legami né dipendenza.
Com’è calmo l’oceano,
che sovrasta il Nulla.

Tessho

Non mi meraviglierei che Marguerite Yourcenar l’avesse fatto apposta ad andarsene, così sommessamente com’era vissuta, nella notte fra giovedì 17 e venerdì 18 dicembre 1987: l’imminenza delle abitudini natalizie ha attutito l’eco della sua morte presso un grande pubblico più spesso ignaro che disattento — e al quale, del resto, la Yourcenar non ha mai fatto nulla per imporsi. Senza dubbio conosceva la considerazione confuciana «Non mi affliggo di non essere conosciuto dagli uomini, mi affliggo di non conoscere gli uomini» [1].
Il 19 dicembre i grandi quotidiani le dedicano, come è d’uso, la terza pagina, attribuendole il precipuo titolo di merito d’esser stata la prima (e finora unica) donna ammessa all’Accademia di Francia, il 22 gennaio 1981; onore mai sollecitato prima, e mai ostentato dopo: «Forse si è capiti solo al momento delle Opere complete» [2].
Il modo migliore per avvicinarsi a un autore resta la lettura diretta delle sue opere: chi, ora, sia venuto a conoscenza di questo personaggio eccezionale solo attraverso quelle terze pagine ne avrà riportato, probabilmente, un’impressione falsata. In tutte s’indovina il “coccodrillo” [3], più o meno validamente corroborato da luoghi comuni e colpi d’ala personali (spesso, ahimé, impietosamente banali quando non di maniera o addirittura raffazzonati); tutte rivelano il saccheggio continuato e furtivo delle “conversazioni con Matthieu Galey” [4]; da tutte affiorano esegesi sbrigative e superficiali. Apprezzabili solo le testimonianze dirette.
Ci si sarebbe aspettati qualcosa di diverso, per una scrittrice del calibro di Marguerite Yourcenar. Così, invece, succede che G. Bogliolo, della “Stampa”, parli della Yourcenar come di una «grande moralista» [5]. Definizione che non può non stupire, considerando la formazione culturale e spirituale dell’autrice: se è vero, come crediamo, che Cultura (con la “C” maiuscola) e spiritualità sono tutt’uno, da ogni frase della Yourcenar affiorano la classicità ellenica, il cristianesimo “irlandese” [6], l’apertura mentale protestante [7]; e poi (e soprattutto, forse) il taoismo, il buddismo [8] e la “lama scintillante” dello Zen [9]. Dall’evangelico “non iudicetur” alla confuciana universalità del saggio [10], tutto nella Yourcenar denuncia l’innata e coltivata capacità di “sentire insieme” con gli altri esseri e con il cosmo: lei stessa la definisce «un interesse, una capacità di partecipazione che è in fondo religiosa, nel vero senso della parola (“religare”‘). Forse non sono nata per le inquietudini. Per il dolore, piuttosto, per l’infinito dolore della perdita, della separazione degli esseri amati, per la sofferenza degli altri, uomini e bestie, che mi sconvolge e mi indigna» (p. 31); e lei stessa, del suo costante impegno a comprendere, precisa: «A cercar di comprendere, certo, ma non tutti sono obbligati a comprendere, né a comprendere tutto. Ci sono dei campi, come la religione o la poesia, che devono restare oscuri. O abbaglianti, che è lo stesso» (p. 35).
Accanto a un’improbabile Yourcenar “moralista”, però, troviamo anche una Yourcenar imperdonabilmente distratta e pasticciona. Riporto per intero questo piccolo capolavoro d’incomprensione e supponenza a firma G.C. Roscioni (“Repubblica”, sab. 19/X11/87, p. 3): «Alla Yourcenar gli antichi sembravano sostanzialmente simili ai suoi contemporanei (“anche loro, come noi, sgranocchiarono olive, bevvero vino, si impiastricciarono le dita di miele”); nutrita di letture classiche, umanista lei stessa, rifiutava fermamente lo spirito anti-umanistico della nostra cultura, al punto di non avvedersi che viviamo in un mondo in cui sempre più raramente capita di sgranocchiare olive o di impiastricciarsi le dita di miele. (…) la vera difficoltà non è calarsi nel personaggio e nel suo tempo così profondamente da restituire nella loro integrità la psicologia di un uomo e il tono di un’epoca. La posta è molto più grossa: si tratta, niente di meno, di riproporre, all’interno di una cultura anti-umanistica come la nostra, una visione e una letteratura antropocentriche come quelle, non dirò di Adriano, ma della grande tradizione umanistica europea. La Yourcenar ha scritto un bel libro, anzi diversi bei libri, ma non sono sicuro che abbia vinto la sua scommessa».
In queste poche righe c’è tutta Marguerite Yourcenar, e la sua negazione. Certo, gli antichi erano importantissimi agli occhi della grande scrittrice, e prima di lei l’aveva già detto Confucio: «Io non sono nato sapiente: sono uno che ama gli antichi e si sforza di ricercarli» [11]. Ma perché “ricercarli”? Per capire la storia: non quella dei libri di scuola o quella che pretende di rivisitare ciò che è stato applicandovi le categorie mentali odierne; bensì la storia etimologicamente intesa, quella che significa “ciò che è stato visto, ciò che si sa perché lo si è visto” [12]. Per immergersi, insomma, in quello che la Yourcenar chiama «il grande sogno della storia, cioè il mondo di tutti i vivi del passato» (p. 28), che lei amava profondamente e intelligentemente: «Quando si parla dell’amore per il passato, bisogna fare attenzione: si tratta dell’amore per la vita; la vita è molto più al passato che al presente. Il presente è un momento sempre breve, anche quando la sua pienezza lo fa sembrare eterno. Quando si ama la vita, si ama il passato perché esso è il presente qual è sopravvissuto alla memoria umana. Il che non vuol dire che il passato sia un’età d’oro: esattamente come il presente, è al tempo stesso atroce, splendido, o brutale, o semplicemente qualunque» (pp. 28-29). È comprensibile, quindi, a mio avviso, che la Yourcenar criticasse (e non rifiutasse) la contemporaneità: ma Roscioni qui confonde (lo farà anche poco più oltre) l’umanesimo con l’umanismo, ed entrambi con l’antropocentrismo. L’umanesimo non è una brutta cosa: è all’umanesimo quattrocentesco, per esempio. che si deve la riscoperta della paganitas da un punto di vista filosofico ed estetico, mentre l’umanismo, invece, sarà la volgarizzazione dell’umanesimo e da esso procederanno l’antropocentrismo, la desacralizzazione del quotidiano e la laicizzazione della società, che insieme apriranno la strada al liberalismo e agli “immortali princìpi” (con tutte le loro conseguenze e filiazioni) che ci appestano ancora oggi. La società in cui ci troviamo a vivere, dunque, è antropocentrica, umanistica e radicalmente anti-umanista: oltre a Dio, è morto anche l’Uomo, tranne pochi esemplari che faticosamente cercano di superarsi, e per riuscirvi devono necessariamente annichilire l’immanente e annichilirsi in quanto ancora li appesantisce di “troppo umano”… Ma questa è un’altra storia.
Torniamo alla Yourcenar, che a dire il vero non (mi) è mai parsa illusa o sventata: anzi. Forse è proprio Roscioni a non avvedersi che, grazie agli Dèi, in questa società che definire orwelliana è un eufemismo noi possiamo ancora, come per millenni si è fatto, sgranocchiare olive (che oggi troviamo già incellofanate nei supermarket, debitamente snocciolate per non far fatica, o non perder tempo … o tutt’e due le cose), bere vino (anche se invece di spillarlo dalle botti ci dobbiamo accontentare di versarlo da un asettico tetrapak), e impiastricciarci le dita di miele (raffinato, fluidificato, depauperato, imbarattolato ma — perbacco! — ancora superbamente vischioso e appiccicaticcio, appunto, come duemila anni fa) [13)]. Notiamo poi di passata che non ci sembra irrilevante il riuscire a compenetrarsi tanto di un personaggio così da pensare ed esprimersi come lui, si trattasse anche di qualcuno lontano da noi secoli (come lo Zenone dell’Opera al nero) o millenni (come l’imperatore Adriano delle Memorie di Adriano): ma forse si tratta di opinioni strettamente personali.
Come dicevamo prima, Roscioni confonde umanesimo, umanismo e antropocentrismo: quindi non si tratta di riproporre dell’antropocentrismo in una situazione anti-umanistica, come vorrebbe appunto il Roscioni. Si tratta invece, a mio avviso, di riproporre una visione e una letteratura umaniste all’interno di una società antropocentrica e per ciò stesso, paradossalmente, disumanizzata, in cui l’uomo, spogliato del suo ruolo di tramite fra il materiale e il divino abdica allo spirito e s’inabissa nel mero apparire. L’essere, illuminato dalla scintilla divina, non esiste più, è sepolto. Del resto basterebbe leggere con attenzione il brano del De hominis dignitate di Pico della Mirandola apposto come epigrafe alla prima parte dell’Opera al nero (e interpretandola col giusto distacco temporale e le giuste categorie): «Non ti diedi né volto, né luogo che ti sia proprio, né alcun dono che ti sia particolare, o Adamo, affinché il tuo volto, il tuo posto e i tuoi doni tu li voglia, li conquisti e li possieda da solo. ( … ) Ti ho posto al centro del mondo affinché tu possa contemplare meglio ciò che esso contiene. Non ti ho fatto né celeste né terrestre, né mortale né immortale, affinché da te stesso, liberamente, come un buon pittore o un provetto scultore, tu plasmi la tua immagine». Emerge da qui come l’uomo sia — è vero — al centro dell’universo, ma per meglio contemplare ciò che in esso è contenuto; e come spetti all’uomo divenire ciò che è, usando come meglio crede di ciò che Dio gli ha donato. Dio, gli Dèi, il Lògos … Ha davvero importanza conoscerne il nome?
Ci consola comunque apprendere che «la Yourcenar ha scritto un bel libro, anzi diversi bei libri». È per questo che è entrata all’Académie, no?, grazie all’approvazione di Roscioni.

Ci sarebbe ancora molto da ricordare della scrittrice e della donna Yourcenar: possiamo provare ad enucleare qualche leitmotiv, e tratteggiarlo brevemente con le parole della Yourcenar stessa. Qualunque mediazione, qui, non le renderebbe giustizia..
È fondamentale, per esempio, l’afflato religioso che segna la vita della scrittrice fin da bambina, e ne indirizza la “cerca” personale: «Molto presto, ho avuto la sensazione […] che bisognasse scegliere fra la religione, quale la vedevo intorno a me, dunque la religione cattolica, e l’universo; preferivo l’universo. […] la Chiesa mi nascondeva la foresta» (p. 36); più tardi, la religiosità si manifesta nelle sue opere: «Le basi della mia cultura sono religiose, e il mio pubblico lo ignora completamente, non lo vede» (p. 32); e da ultimo la porta a constatare che «c’è ovunque una folla amorfa, e a volte una accozzaglia di gente che appartiene alla religione di cui porta il nome per screditarla» (p. 33).
Assiduo è anche lo sforzo limpido e tenace di attenzione al reale così come si manifesta negli altri e nel mondo, al di là di pregiudizi e moralismi: «(…) il contatto stretto con il reale è qualcosa che mi sembra assolutamente essenziale, quasi misticamente essenziale. In un senso quasi fisiologico, la verità, per quanto possiamo avvicinarla, dipende dal fatto di essere rimasti fedeli alla realtà, come Nietzsche parlava di restare fedeli alla terra (…) la realtà — questa nozione così mobile —, la conoscenza più esatta possibile degli esseri è il nostro punto di contatto, la nostra via di accesso alle cose che oltrepassano la realtà. Là dove usciamo da certe realtà molto semplici, raccontiamo favole, cadiamo nella retorica o nell’intellettualismo sterile» (pp. 50-51).
O, ancora, ricordiamo la sempre nuova meraviglia nel cogliere connessioni o intrecci casualmente divini (o divinamente casuali, è lo stesso…) fra cose e persone d’ogni tempo e spazio; il singolare sincretismo operato fra religioni e religiosità d’Oriente e d’Occidente le fa dire: «Ho molta considerazione per il caso. Credo a quell’accettazione dei fini stabiliti, e di una determinata vita già stabilita che bisogna prendere così come viene. ( … ) sequere deum, seguire il dio [*] . ( … ) Dico “il dio” perché non so bene quale sia. Un cristiano direbbe “la grazia”; un indù “il mio karma”» (pp. 109). Non per tutti è così, evidentemente: «( … ) alla gente non piace scoprire quanto la vita dipenda dal caso; è una cosa che li mette a disagio. Le persone vogliono avere una vita più o meno controllata da loro o, se non proprio da loro, dalle loro passioni, dai loro amori, perfino dai loro errori. Trovano che così è più bello, più interessante. Ma che una certa cosa sia dipesa semplicemente dall’autobus che si è preso… » (p. 139)[14].
E poi l’immenso, commovente amore per gli animali e per la natura, che affiora discretamente e costantemente in ogni suo scritto, e che forse si può brevemente compendiare come segue: «( … ) quello che mi pare importante è il fatto di possedere il senso di una vita racchiusa in una forma diversa. È già un grande arricchimento accorgersi che la vita non è contenuta soltanto nella forma in cui noi siamo abituati a vivere (. .. ) Poi, c’è il mistero delle migrazioni e delle comunicazioni animali, la genialità di certe specie , il modo in cui l’animale si è adattato, nel corso di milioni di secoli, ad ambienti naturali in perpetuo mutamento, e ancora si adatta o rifiuta di farlo e muore, a un mondo che noi abbiamo guastato. Inoltre, c’è sempre, per me, quell’aspetto sconvolgente dell’animale che non possiede niente, tranne la propria vita, che così spesso gli prendiamo. C’è quell’immensa libertà dell’animale, chiuso sì nei limiti della sua specie, ma che vive esclusivamente la sua realtà di essere, senza tutto il falso che noi aggiungiamo alla sensazione di esistere. Per questo la sofferenza degli animali mi commuove tanto. Come la sofferenza dei bambini: vi sento l’orrore del tutto particolare del coinvolgere nei nostri errori, nelle nostre follie, degli esseri che ne sono totalmente innocenti ( … ). Quando ci arriva addosso qualche calamità, possiamo sempre dire a noi. stessi che abbiamo la nostra intelligenza per trarci d’impaccio e, fino a un certo punto, è vero; possiamo sempre dirci, ed è pure tristemente vero, che siamo di fatto implicati, che tutti abbiamo, fino a un certo punto, fatto del male, o l’abbhiamo lasciato fare, che è ancora peggio. Mentre rispondere con la brutalità alla totale innocenza del bambino o dell’animale, che non capisce che cosa gli stiamo facendo, è un crimine veramente ripugnante» (pp. 244-245).
E, per finire, il pudore di sé e dei propri sentimenti: «Molti si raccontano meno di quanto non si ripetano» (p. 178); e la consapevolezza, serena e pacata, che la morte è solo un passaggio e, come tale, va accettato prima, e poi affrontato, con lucidità (se possibile) e determinazione: «La morte, forma suprema della vita… A questo proposito, io penso esattamente il contrario di Giulio Cesare, che si augurava di morire il più in fretta possibile ( … ). Per conto mio, credo che mi augurerei di morire in piena lucidità, con un processo degenerativo così lento da lasciare che in qualche modo la mia morte entri in me, e di avere il tempo di lasciarla manifestarsi interamente. Per non lasciarmi sfuggire l’ultima esperienza, il passaggio estremo. ( … ) un’esperienza essenziale. ( … ) Vuoto fiammeggiante come il cielo d’estate, che divora le cose, e a prezzo del quale il resto non è più che una successione d’ombre» (pp. 254-256).
Marguerite Yourcenar è morta dopo cinque settimane di ricovero in ospedale a seguito di una crisi cardiaca, stroncata da un’emorragia cerebrale. Avrà forse rimpianto la natura e lo scoiattolo Joseph, come diceva (p. 111) [15] … «Ovunque si muoia, si muore su un pianeta».

NOTE

(1) Confucio, I Dialoghi, Rizzoli (BUR), Milano 1980, libro I, cap. I, 16 (p. 62).

(2) Ad occhi aperti. Conversazioni con Matthieu Galey, Bompiani, Milano 1982 e 1987, p. 181. A questo testo, nell’edizione del 1987, si riferiscono tutti i numeri di pagina fra parentesi presenti nell’articolo (testo e note), salvo diversa segnalazione.

(3) In gergo giornalistico, il “coccodrillo” è la biografia costante¬mente aggiornata dei personaggi illustri, che fa da canovaccio per i pezzi commemorativi al momento della scomparsa di quei personaggi.

(4) Op. cit., v. nota 2.

(5) «Yourcenar scolpita dal tempo», sabato 19/XII/87, p. 3.

(6) La citazione è lunga, ma vale la pena riportarla. «Il sacro è qualcosa che bisogna prendere molto sul serio. (…). La mia educazione è stata molto libera, (…) ma mi è comunque rimasta la percezione dell’immenso invisibile e dell’immenso incomprensibile che ci circonda. (…) Molto presto, ho avuto la sensazione — e forse ho avuto torto, perché esiste certamente il modo di mettere insieme le due cose, ma nessuno me l’aveva indicato — che bisognasse scegliere fra la religione, quale la vedevo intorno a me, dunque la religione cattolica, e l’universo (…). A quell’epoca, quei due aspetti del sacro mi apparivano inconciliabili. Non dico che un cattolico riesca a mettere insieme le due cose, soprattutto un cattolico fra i più aperti della nostra epoca, o, al contrario, dell’antichità. Ma nel cattolicesimo alquanto appiattito dell’inizio del secolo, non era possibile. L’ho ritrovata più tardi, questa fusione dei due aspetti, presso gli antichi santi d’Irlanda (…) che hanno avuto al tempo stesso questo sentimento della natura e questo sentimento della trascendenza», pp. 36-37.

(7) «(…) ho apprezzato soprattutto quella salda, perfetta integrità, quell’assenza di ogni sotterfugio, quel rispetto per la dignità delle persone, che sono spesso virtù protes¬tanti, piuttosto che cattoliche, il che non vuol dire, naturalmente, che tutti i protestanti le posseggano (…). Si può parlare, per lo meno in certi casi, di un’apertura mentale molto più grande nei protestanti che nei cattolici», p. 33. Sui monoteismi, comunque, ecco il giudizio della Yourcenar: «Per quanto mi riguarda, credo che, davanti alle “tre religioni del Libro”, il giudaismo, il cristianesimo e l’islam, farei volentieri mia l’espressione sprezzante che si sussurravano segretamente all’orecchio gli spiriti liberi del Medio Evo: “Le tre Imposture”. (…). L’impostura non è nei dogmi, nei riti o nelle leggende, che possono essere splendide e stimolanti per la psiche umana, ma nell’asserzione insolente, troppo spesso riscontrata in questi tre gruppi, in base alla quale essi soli sono, per così dire, in linea diretta con Dio» (p. 217).

(8) «( … ) resto profondamente legata alla conoscenza buddista ( … ). Non solo la sua compassione per ogni essere vivente amplia le nostre, spesso anguste. nozioni di carità, non solo (…) ridà all’uomo una collocazione di passeggero in un universo che passa, ma anche (…) ci mette in guardia contro le speculazioni metafisiche ambiziose per spingerci invece a conoscere meglio soprattutto noi stessi. E (…) insiste sulla necessità di non dipendere che da noi stessi: “Siate per voi stessi una lampada …”» (p. 257). Nel corso della sua vita la Yourcenar pronunciò i “quattro voti buddisti”: «(…) per semplificare, si tratta: di combattere le proprie cattive inclinazioni; di dedicarsi allo studio fino alla fine; di perfezionarsi nella misura del possibile; e, infine, “per numerose che siano le creature in errore su tutta la superficie dei tre mondi”, vale a dire nell’universo, “di lavorare per la loro salvezza”. Dalla coscienza morale alla conoscenza intellettuale, dal miglioramento di sé all’amore degli altri e alla compassione verso di loro: mi sembra che tutto sia là, racchiuso in quel testo vecchio di circa ventisei secoli». Pronunciati, ma messi in pratica? «Una volta su mille. Ma pensarci è già qualcosa» (pp. 257-258).

(9) «Sono grata (…) allo Zen, questa lama scintillante» (p. 257).

(10) «Il saggio è universale e non partigiano, l’uomo volgare è partigiano e non universale», Confucio, op. cit., libro I, cap. II, 30 (p. 65).

(11) Confucio, op. cit., libro IV, cap. VII, 166 (p. 104).

(12) L’etimologia di “storia” è riconducibile al verbo greco oìda (perfetto di eìdon), che propriamente vorrebbe dire “ho visto, vidi, avevo visto”, dunque “so ciò che ho visto (perché l’ho visto)”.

(13) Roscioni ha visto, in 9 settimane e 1/2, cosa si può fare ancora oggi con olive, vino e miele (elementi evidentemente di facile reperibilità)? Che è poi quel che ci si faceva, ad esempio, già nell’an¬tichità romana, a sentire Sienkiewicz nel suo Quo vadis?. Che ci si possa ancora impiastricciare di miele, poi, l’ha dimostrato filosoficamente anche Sartre, ne L’Essere e il Nulla

[*] In realtà la traduzione italiana è errata: sequere deum non significa “seguire il dio”, bensì “segui il dio!”, sequere essendo la forma imperativa del verbo deponente sequor, sequeris, che all’infinito fa sequi. Questa nota non c’era nell’originale di vent’anni fa — sono un tipo distratto.

(14) È curioso che nessuno abbia citato, al riguardo, Il ponte di San Luis Rey, di Thornton Wilder: storia di esistenze diverse fra loro eppure “casualmente” intrecciate al momento della morte su quell’unico, comune, fatale ponte.

(15) «Del resto. potrei andarmene da qui senza alcuna difficoltà. Rimpiangerei gli uccelli, rimpiangerei Joseph, lo scoiattolo, e tutto finirebbe lì. Ovunque si muoia, si muore su un pianeta».

3 Comments on Omaggio a Marguerite Yourcenar

  1. giosanna pigoni | 10 gennaio 2010 at 22:32 | Rispondi

    interessante elaborazione critica che coglie profondamente in poco spazio il mondo ricco e variegato della Yourcenar.Purtroppo raramente nascono donne o uomini così dotati di intelligenza e sensibilità da produrre opere che resteranno un tesoro inesauribile di saggezza per le generazioni future,ci vuole la marcia in più della cultura ,quella però con la C maiuscula…

  2. miranda ranalli | 2 luglio 2008 at 00:07 | Rispondi

    bisognerebbe avvicinarsi in punta di piedi con gran circospezione e grazia di fronte a tanta vita perchè in altri post, ma non qui, ammassi di parole sulla vita di una stella di rara grandezza e luminosità

  3. “Memorie di Adriano” resta a distanza di anni uno dei migliori romanzi che ho mai letto, l'”Opera al nero” giace sul mio comodino da qualche mese e lo leggero’ presto. Tutto il resto che mi è capitato per le mani di leggere ne fa una scrittrice assolutamente straordinaria.

    saluti

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