Lonardo & Mastella: fatti di gente per bene

Se la cosa in sé non fosse drammatica, ci sarebbe da ridere.
Perché stavolta la piccola storia ignobile ha toccato le alte sfere e non i soliti furbetti del quartierino, parvenus giunti per un momento a lambire le stanze dei potenti. Qui stiamo parlando della moglie del ministro della giustizia, mica di quella del salumiere all’angolo.
Come sempre accade nelle italiche cose, anche qui la tragedia e la farsa si mischiano attingendo vette sublimi di ridicolo, tanto da lasciarmi assai indecisa sull’attribuzione del record: concorrono 1) Berlusconi e 2) Lonardo in Mastella.

1) Berlusconi esprime solidarietà a Mastella per la “gravità inaudita” di “quello che gli è successo” — oh bella: e cosa gli è successo? Una disgrazia? Un incidente? Un po’ tutt’e due, è vero: l’incidente è che hanno beccato sua moglie. E se non è una disgrazia questa…

2) La Lonardo in Mastella si piazza bene anche lei, con la dichiarazione lagnosa che lei e il marito sarebbero criminalizzati per il fatto che incarnano i valori cattolici — ma mi faccia il piacere, mi faccia…

Mi sa che opto per la 2.

In realtà la faccenda non mi stupisce affatto: queste son cose di ordinaria deboscia in un’Italia che a mio avviso non ha alcun bisogno di esser moralizzata a parole, ma che meriterebbe invece uno scossone tale da far giustizia (sommaria) di queste oligarchie straccione che sfigurerebbero anche nel Centro-america violentato dagli Stati Uniti.

Non posso fare molto: ma nel mio piccolo dedico loro volentieri queste rime d’antan.


Amen, with all my heart!
Shakespeare, Otello, V, 2.

Alla signorina Vera Zassoulitch (anarchica russa)

Vorrei che questa mia povera penna
fosse un ferro rovente
per bollarvi tra gli occhi la cotenna
canaglia prepotente.

E quando in faccia a i miseri ruttate
la vostra infame gioia,
perdonatemi voi che m’ascoltate,
vorrei essere il boia

e compir sopra voi la gran vendetta
di chi per fame langue.
Vorrei vedervi con la gola stretta
da ‘l singhiozzo de ‘l sangue.

Io che pur soglio lacrimar di pièta
de’ vati su le carte,
io ch’ho in petto il gentil cor de ‘l poeta,
se me ne manca l’arte,

che piango insino gli scordati eroi
d’Ilio combusto e domo,
io non ho senso di pietà per voi,
non ho viscere d’uomo.

Nè voi n’avete cui non basta a ‘l gusto
stracco la carne ignuda
per chi stentando il pane a frusto a frusto,
sangue, lacrime suda;

per chi senza speranza e senza amore
vive ed invidia il cane,
per chi miniere a voi scavando, muore
senz’aria e senza pane.

Ridan le vostre donne a cui ne ‘l petto
de l’òr brucia la sete:
ridan beate che ne ‘l vostro letto
coniaron le monete,

e su ‘l talamo altrui de le figliole
vendean la bianca vesta;
a la virtù che vender non si vuole,
ecco, il delitto resta.

E grida, udite, il volgo macilente:
– “Noi, plebe, non morremo,
ma ne ‘l gran giorno, in faccia a ‘l sol lucente
giustizia ci faremo.

Da le città, da gli abituri foschi
che il sol mai non abbella,
giù da i monti, da ‘l mar, da gli aspri boschi
che l’aquilon flagella,

innumeri, feroci e disperati,
noi plebe maledetta,
incontro a voi discenderemo armati
di ferro e di vendetta.

Siete voi che rideste allor che invano
pietà per Dio pregammo
ed una pietra ci metteste in mano
quando un pan mendicammo.

Non sperate pietà dunque ne ‘l santo
giorno de l’ira eterna.
Troppo, dinanzi a voi, troppo abbiam pianto.
Vigliacchi, a la lanterna!” –

(Lorenzo Stecchetti, Iustitia)

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