feb 29 2008

Fiera del Libro di Torino: appello degli e agli editori

Ricevo questo “appello degli e agli editori” perché venga revocato l’invito ad Israele come ospite (d’onore) alla Fiera del Libro di Torino. Iniziativa meritoria: mi chiedo se e in che misura verrà ascoltata. Per ora, almeno, l’importante è renderla nota: non vi si chiedono boicottaggi o rappresaglie, ma semplicemente la ferma condanna di quello che da molte parti ormai, e da molti decenni, viene considerato un atto di barbarie — forse l’atto di barbarie per eccellenza all’indomani di quel 1945 che nei voti di molte anime belle avrebbe dovuto significare il punto di svolta per l’edificazione di un mondo senza più guerre. Anime bellissime, ma assai miopi.
Speriamo che questo appello venga letto, e soprattutto sottoscritto.

Fiera del Libro di Torino. Un appello degli e agli editori
La cultura sia al servizio della pace tra i popoli, non della celebrazione del colonialismo

“Io non ritengo che uno Stato che mantiene un’occupazione,
commettendo giornalmente crimini contro civili, meriti di essere invitato
ad una qualsivoglia settimana culturale. Ciò è anti-culturale;
è un atto barbaro mascherato da cultura in maniera cinica.
Manifesta un sostegno ad Israele, e forse anche alla Francia
che appoggia l’occupazione. Ed io non voglio partecipare.
Cordiali saluti,
Aharon Shabtai”

Come editori, piccoli e non, sentiamo doveroso intervenire con un nostro punto di vista in merito alla polemica scatenatasi attorno alla prossima Fiera del Libro di Torino, a cui è stato invitato come paese ospite Israele.
Tale scelta ci sembra motivata non da ragioni di tipo culturale e dalla volontà di promuovere gli scrittori e la letteratura israeliani, ma da ragioni di tipo politico che nulla hanno a che vedere con gli scambi culturali tra i popoli e che rischiano di ritorcersi contro gli stessi artisti israeliani.

Come è emerso anche dalla stampa, il paese ospite doveva essere un altro, l’ Egitto, a seguito di accordi sottoscritti e sanciti nei mesi passati; dietro le pressioni degli organismi diplomatici israeliani, impegnati in tutto il mondo a organizzare le celebrazioni del sessantesimo anniversario della fondazione dello Stato di Israele, l’Ente Fiera del Libro ha deciso di cambiare il paese ospite.
Questa scelta ci sembra francamente inopportuna, dal momento che finge di non considerare quanto accade sul terreno in Palestina/Israele. Nello stesso momento in cui sessanta anni fa nasceva lo Stato di Israele, il popolo che sul quelle terre abitava è stato scacciato con la violenza e il terrore ed è divenuto profugo, o costretto a vivere in porzioni sempre minori della terra originariamente abitata proprio a causa dell’espansionismo nel neonato stato ebraico.
Sessanta anni fa iniziava per i palestinesi la nakba, la catastrofe, che non ha mai avuto fine. Più di tre milioni e mezzo di palestinesi vivono tuttora in campi profughi fuori dalla Palestina, mentre gli abitanti della Palestina vivono in Territori Occupati, sottoposti a tutte le limitazioni e alle angherie di una occupazione militare.
Decine sono le risoluzioni ONU che Israele non ha rispettato in questi sessant’anni.
Lo Stato di Israele non ha nulla da celebrare: sono forse degni di celebrazione la colonizzazione illegale delle terre palestinesi, la distruzione delle case e delle terre coltivate, gli omicidi “mirati”, il sequestro di parlamentari democraticamente eletti, le punizioni collettive inferte alla popolazione in modo indiscriminato o la negazione dei più elementari diritti umani ai palestinesi che vivono a Gaza e in Cisgiordania come l’accesso all’ acqua e la libertà di movimento, ecc.?
Nessuno dovrebbe dimenticare che i comportamenti adottati da Israele verso gli scrittori palestinesi e la cultura in generale non sono certo degni di celebrazioni, vedi l’uccisione mirata di intellettuali e scrittori palestinesi considerati scomodi (ricordiamo qui: Ghassan Kanafani, Wael Zwaiter, Kamal Nasser, Mahmoud Hamshari, Majed Abu Sharar) e la massiccia negazione del diritto allo studio per i bambini e i ragazzi palestinesi, che a causa del Muro, dei blocchi stradali, dei bombardamenti quotidiani non hanno la possibilità di raggiungere fisicamente le scuole.

Come possiamo far finta di non vedere l’ipocrisia di chi tenta di far passare per innocente operazione culturale una vera e propria scelta di parte? Se si fosse voluto usare il terreno culturale come momento di scambio e di creazione di ponti tra popoli e intellettuali, aldilà delle scelte dei propri governi, allora i paesi ospiti avrebbero dovuto essere due: Israele e Palestina, con pari dignità. Ma chi ha spinto affinché il Consiglio Direttivo della Fiera del Libro di Torino decidesse di invitare Israele proprio quest’anno, ha anche rifiutato con determinazione ogni ipotesi che prevedesse pari opportunità e spazio per la cultura israeliana e palestinese.

Vogliamo, infine, denunciare da subito chiunque ricorra alla pretestuosa accusa di antisemitismo per negarci il diritto a dissentire da una decisione dettata unicamente da esigenze politiche, con l’obiettivo di gettare fumo negli occhi dell’opinione pubblica. La cultura millenaria dell’ebraismo non è, per fortuna, rappresentata solo dallo Stato di Israele. Sono forse antisemiti quegli intellettuali e scrittori israeliani come Aaron Shabtai, Ilan Pappe e tanti altri, che per primi hanno considerato sbagliato l’invito a Israele
proprio in occasione dell’anniversario dell’inizio della tragedia del popolo palestinese? Sono forse antisemiti i movimenti che nello stesso Stato di Israele lottano coraggiosamente contro la politica del loro governo, o i giovani militari israeliani che preferiscono il carcere all’obbedienza cieca verso chi li vorrebbe strumenti del martirio di un altro popolo?

Facciamo dunque appello al Consiglio Direttivo della Fiera del Libro di Torino perché revochi questo invito inopportuno e perché respinga le pressioni politiche che vorrebbero trasformare la Fiera del Libro, da occasione di crescita culturale e formativa, a vetrina per la propaganda del volto umano di un paese colonialista e che pratica l’apartheid anche nei confronti dei cittadini arabi residenti in Israele.

Milano, 28/02/2008

Primi firmatari:

Zambon Editore
Edizioni “La Città del Sole”
Manni Editori
Edizioni Clandestine
Casa Editrice Filema


feb 28 2008

Gherardo Colombo sul "caso Barnard"

Ancora a proposito di Censura legale, mi tocca pure riportare il commento di un magistrato illustre come Gherardo Colombo. Cosa non si fa per Barnard…

P.S.: Ce ne fossero, di magistrati indipendenti; e ce ne fossero, di giornalisti onesti…

Ho seguito con attenzione il dibattito Barnard – Gabanelli sui limiti della tutela legale che la RAI garantisce ai propri collaboratori.
Non voglio entrare nel merito della vicenda specifica, che del resto è stata rappresentata attraverso il contraddittorio dei due protagonisti in modo che ciascuno è in grado di farsene un’opinione, e ciò a prescindere dal giudizio del Tribunale di Roma sulla lesività o meno del contenuto dell’inchiesta nei confronti di chi se n’è sentito offeso.
Ma mi interessa molto il problema che dalle dichiarazioni di entrambi i giornalisti sembra affiorare: quello della censura indiretta verso l’informazione, magari approfondita e veridica, ma proprio per questo spesso scomoda, che si attua semplicemente utilizzando il timore dei giornalisti di essere non tanto chiamati a rispondere della correttezza del loro lavoro, ma costretti a sostenere da soli tutte le spese legali a ciò necessarie, trovandosi magari paradossalmente contrapposti allo stesso ente che liberamente si è avvalso dei loro reportages.
Emerge che questa censura non ha bisogno neppure di dichiarazioni o di dinieghi, perché si maschera dietro un meccanismo legale capace di far leva sul timore delle conseguenze personali e familiari che un’inchiesta o un reportage può innescare; si avvale più o meno consapevolmente di autolimitazioni, del buon senso che spinge soprattutto chi tiene famiglia a chiedersi se ne valga la pena.
Mi viene in mente che ad analoghi risultati in termini di carenza di completezza e libertà di informazione può condurre il diffuso precariato anche nel mondo giornalistico.
Mi chiedo se stante la centralità del ruolo dell’informazione per l’effettività di una società democratica, dove la chiave del potere di scegliere sta nella nella reale possibilità di conoscere, non sia il momento di dare statura costituzionale a regole essenziali che garantiscano l’indipendenza dell’informazione, che mi pare sia divenuta, con l’esplosione dei mass media, una guarentigia non meno importante di quella dell’ordine giudiziario, perché è pur sempre di controllo dell’esercizio del potere nelle sue più varie forme di espressione che si tratta.
Forse la migliore risposta al dibattito in atto tra due persone molto stimate nella società civile, e alle domande che in molti si sono sollevate, sarebbe un approfondimento proprio televisivo del tema, una riflessione sincera su quanto il motivato timore dei singoli, stanti le regole del sistema, finisce per pesare sulla dose di verità e completezza dell’informazione RAI; e non solo.
Gherardo Colombo


feb 28 2008

Alex Zanotelli su Paolo Barnard e la censura legale

Devo dire che a me personalmente della democrazia post-moderna e delle sue attuali implicazioni/applicazioni non cale. Ma siccome ci vivo, in un sistema che insiste a proclamarsi democratico (se qualcuno se lo fosse scordato, proprio in questo 2008 la Costituzione italiana compie sessant’anni), allora mi adeguo e mi piacerebbe tanto che lo facessero anche gli altri. Così non è, e allora protestare denunciare farsi sentire è sacrosanto. Zanotelli è uno che lo fa. Ecco cosa scrive a proposito dell’incredibile “caso Barnard”:

Rimango esterrefatto per quanto è avvenuto al giornalista Paolo Barnard abbandonato a sé stesso dalla RAI e dalla stessa Milena Gabanelli, la conduttrice di Report.
Ho sempre ammirato il lavoro giornalistico di Paolo Barnard. Penso che le sue puntate su Report siano le più belle del giornalismo italiano.
Ora Paolo Barnard è stato portato in tribunale per la puntata ( “ Little Pharma & Big Pharma “) del 11/10/2001 e ripetuta, su richiesta del pubblico, il 15 /02/ 2003. Per quella inchiesta la RAI e la Gabanelli furono citati in giudizio il 16/11/2004. Nonostante le assicurazioni da parte della RAI, Paolo Barnard è ora abbandonato al suo destino. Questo è un comportamento a dir poco criminoso. E questo non solo perché tocca a Paolo Barnard, ma perché vengono così messi a tacere tanti giornalisti che troveranno così sempre più difficile fare giornalismo serio.
So che sempre più telegiornali sia della Rai che di Berlusconi escono con notizie decurtate dagli uffici Affari Legali delle rispettive aziende. Questo anche per la stampa e radio.
Chiedo che gli editori difendano i loro giornalisti che rischiano per il pubblico interesse, e che si impegnino a togliere le clausole di manleva dai contratti che gli stessi giornalisti sono obbligati a firmare.
Questo bavaglio ha e avrà sempre più potere paralizzante sulla denuncia dei misfatti italiani a mezzo stampa o Tv.
Questa è una lotta per la libertà di stampa, colonna portante di qualsiasi democrazia.

Alex Zanotelli

Niente da aggiungere.


feb 20 2008

Da Pavlov a Carotenuto

Non ho seguito molto internet in queste ultime settimane, ed è un peccato perché so di essermi persa diverse cosette, alcune gustose ed altre meno.
Fra queste rientra la desolata constatazione che anche un personaggio come Gennaro Carotenuto rientra nella schiera dei condizionati che appena sente pronunciare parole d’ordine appetitose come “antisemitismo” e “fascismo” scatta a molla prima ancora di essersi andato husserlianamente a sincerare di come stanno le cose.
Peccato, perché sul sito di Carotenuto figurano anche parecchie cose interessanti e lucidissime; ma questo scondinzolare sbavando al primo accenno di scampanellìo finisce per collocarlo d’autorità nella categoria ahimé affollata degli umani raziocinanti a intermittenza. Peccato davvero.


feb 20 2008

Lista nera, bufala vera

Oh, bene. L’ordine naturale delle cose si ristabilisce, a quanto pare. E dopo tanto rumore ecco puntualissimo il nulla.
Ovvero l’inesistenza di liste di proscrizione antisemite on oline — sapete, quel lungo elenco di docenti universitari ebrei e non solo che ha riempito gli spazi mediatici nelle ultime settimane. Elenco che, come ormai da tempo sanno tutti coloro che hanno una qualche dimestichezza con internet (quale instrumentum diaboli!), era già apparso a pagamento sul rispettabilissimo “Corriere della Sera” il 14 maggio 2005:

APPELLO DEGLI ACCADEMICI CONTRO L’ANTISEMITISMO
Apparso sul Corriere della Sera del 14 maggio 2005 p. 6

Denunciamo il grave episodio di boicottaggio delle istituzioni accademiche israeliane, promosso da un’associazione accademica britannica, l’ultimo di una serie di episodi intolleranza in diversi atenei europei: l’espulsione di un collega da una rivista scientifica britannica solo perché israeliano, la richiesta di congelare gli accordi di cooperazione scientifica con gli atenei israeliani votata dal Consiglio di amministrazione di Parigi VI nel 2002, gli episodi di intolleranza verificatisi di recente in Italia. Esprimiamo la nostra solidarietà ai colleghi respinti solo per il fatto di essere israeliani. Facciamo appello alla comunità scientifica perché respinga ogni forma di antisemitismo vecchio e nuovo.

Le origini politiche e sociali dell’antisemitismo classico sono state largamente studiate, i codici mentali e culturali ampiamente analizzati.
Ben diversa è la situazione di fronte al nuovo antisemitismo, che si alimenta della tragedia mediorientale e del conflitto israelo – palestinese, che ha come sfondo un’ostilità irriducibile nei confronti degli ebrei come stato e nazione.
Non si discute –sia chiaro- è il diritto alla libera critica delle scelte dei governi dello Stato d’Israele. Ad essere in discussione è la forma che spesso assume la critica nei confronti dello Stato d’Israele, i diversi pesi e misure utilizzati per argomentarla, i luoghi comuni che animano la scena del discorso, il gioco perverso dei simboli, con le “vittime” che si trasformano in “carnefici”. Per non parlare della falsificazione dei fatti, la demonizzazione di una parte rispetto all’altra, quando invece le parti avrebbero tanto bisogno di essere aiutate a riscoprire la comune tragedia, attraverso la ricerca del dialogo per una soluzione politica e pacifica del conflitto.
Negli anni della guerra fredda il conflitto arabo israeliano ha assunto il carattere di una metafora di scontro tra occidente e comunismo, democrazia e totalitarismo, imperialismo e antimperialismo, colonialismo e anticolonialismo. Il conflitto rischia oggi di essere avvolto nella spirale di uno scontro radicale d’identità e di simboli religiosi dalle conseguenze devastanti per l’intero bacino Mediterraneo.
Nel Medioevo gli ebrei trovarono rifugio in un oriente più ospitale, oggi il rifugio è in Occidente. Oggi come allora si trovano in mezzo, essi si trovano nel bel mezzo, come tramite e ponte tra civiltà e culture, con il rischio di diventare ostaggi se il dialogo tra le civiltà si spezza.
Nell’epoca delle crociate gli ebrei trovarono rifugio nei paesi islamici che allora erano di gran lunga più tolleranti dell’occidente cristiano. Come ogni “protezione”, quella islamica aveva le sue ambiguità e comportava una relazione di dominio e d’asimmetria con le sue paure, l’angoscia e l’insicurezza, in alcuni casi veri e propri episodi di marranesimo.
Dopo il grande esodo dal mondo arabo, gli ebrei vivono oggi principalmente nei paesi dell’area occidentale. Il loro “rifugio” è in Occidente dove sono percepiti nell’ambigua veste di cittadini membri dei singoli stati, e “parte” di una nazione posta nel punto di maggiore frizione dei rapporti internazionali, dove si gioca una terribile partita dai molteplici volti per il controllo delle fonti d’approvvigionamento della civiltà occidentale, nell’attesa che si passi ad un nuovo ordine economico basato sull’uso dell’idrogeno.
Nell’ostilità contro Israele l’antisemitismo arabo e islamico proietta le angosce di un futuro incerto, quando le risorse petrolifere saranno esaurite. Il terrorista che si fa saltare in aria uccidendo indiscriminatamente il più ampio numero di persone, rischia di diventare una metafora del destino tragico che attende una grande civiltà in una logica di cupio dissolvi, se non si affronterà con saggezza e lungimiranza la transizione verso il nuovo, sapendo che siamo tutti interdipendenti e bisognosi l’uno dell’altro.
Quanto più violento sarà l’impatto con l’esaurimento di tali risorse e il conflitto tra diversi sistemi economici e sociali, tanto più alto sarà il rischio di conflitti a catena che si riverbereranno sul resto del mondo, rischiando di far impallidire i problemi d’oggi. La questione va oltre il conflitto arabo israeliano e la tragedia israelo-palestinese. È in gioco qualcosa di più ampio, ed è terribile solo pensarci.
Memori del debito profondo che l’Europa ha verso Israele e l’intero bacino Mediterraneo, riaffermiamo il nostro impegno come studiosi e educatori a favore del dialogo fra culture e civiltà per una composizione politica dei conflitti che lacerano il bacino Mediterraneo.
Dalla tragedia del conflitto mediorientale si esce con una composizione politica fondata sul riconoscimento dei rispettivi diritti, riparando i torti, riscoprendo i valori comuni della pietas, ridando voce alla speranza di una riconciliazione profonda politica e religiosa, facendo appello alla fratellanza, rifiutando la deriva dell’antisemitismo.

LUZZATTO AMOS
Presidente Unione delle Comunità ebraiche italiane (UCEI)

MEGHNAGI DAVID
Università Roma Tre, Full Member International Psychoanalytical Association (IPA)

Per adesioni: comitatoaccademicovirgilio@it

ADERISCONO
• Alam Khaled Fouad, Università di Trieste
• Ascheri Mario, Università Roma Tre;
• Bagella Michele, Università di Tor Vergata, Roma.
• Baldassarri Mario, Università “La Sapienza” di Roma.
• Basevi Giorgio, Università di Bologna.
• Bassan Fiorella, Università “La Sapienza”, Roma.
• Beato Fulvio, Università “La Sapienza”, Roma
• Belelli Andrea, Università La Sapienza Roma.
• Benagiano Giuseppe, Università “La Sapienza”, Roma.
• Bernardini Francesca, Università di Pisa.
• Biagini Furio, Universita` di Lecce.
• Bordoni Manlio, Università “La Sapienza”, Roma.
• Bosetti Giancarlo, Univ. di Tor Vergata, Roma.
• Bravo Anna, Università di Torino.
• Brawer Anna, Università di Torino.
• Burgio Alberto, Università di Bologna
• Cabib Elio, Università di Udine.
• Caffiero Marina, Università “La Sapienza”, Roma.
• Calboli Gualtiero, Università di Bologna.
• Calimani Dario, Università di Venezia.
• Calogero Francesco, Università “La Sapienza”, Roma.
• Camiz Paolo, Università “La Sapienza”, Roma.
• Campanella Luigi, Università di Napoli.
• Campelli Enzo, Università “La Sapienza”, Roma…
• Campos Boralevi Lea, Università degli Studi di Firenze.
• Campos Emilio, Università di Bologna.
• Canestri Jorge, Università Roma Tre.
• Caparra Gianvittorio, Università “La Sapienza” Roma.
• Capuzzo Dolcetta Roberto, Università “La Sapienza”, Roma.
• Cayre Yvon, Università “La Sapienza”, Roma..
• Ceccherini Pier Vittorio, Università “La Sapienza” Roma.
• Cerulli Luciano, Università di Tor Vergata, Roma.
• Cerutti Fusco Annarosa, Università “La Sapienza”, Roma.
• Cipriani Roberto, Università Roma Tre.
• Coen Giorgio, Università “La Sapienza”, Roma.
• Colarizi Simona, Università “La Sapienza”, Roma.
• Compagnoni Roberto, Università di Torino.
• Consarelli Bruna, Università Roma Tre.
• Contini Bruno, Università di Torino.
• Corbellini Gilberto, Università di Roma “La Sapienza”.
• Corradini Luciano, Università Roma Tre.
• Corsetti Renato, Università di Roma “La Sapienza”.
• Cremaschi Marco, Università Roma Tre.
• Cristiani Marta, Università di Tor Vergata, Roma.
• Cubelli Roberto, Università di Torino.
• Dall’Aglio Giorgio, Università “La Sapienza” di Roma.
• Della Cananea Giacinto, Università Federico II di Napoli.
• D’Amato Marina, Università Roma Tre.
• D’Antonio Mariano, Università Roma Tre.
• De Arcangelis Giuseppe, Università di Bari.
• De Concini Corrado, Università di Roma “La Sapienza”.
• De Plato Giovanni, Università di Bologna.
• Di Cesare Donatella, Università La Sapienza Roma.
• Diamanti Ilvo, Università di Urbino.
• Di Castro Carlo, Università La Sapienza Roma
• Di Chio Giuseppe, Università di Torino.
• Di Giulio Marco, Università di Firenze..
• Di Porto Bruno, Università di Pisa.
• Di Segni Silvia, Università Federico II di Napoli.
• D’Ondero Franco, Università “La Sapienza”, Roma.
• Donno Antonio, Università di Lecce.
• Fargion Daniele, Università “La Sapienza”, Roma.
• Fattori Marta, Università “La Sapienza”, Roma.
• Ferrara Alessandro, Università di Tor Vergata, Roma.
• Fieschi Cesare, Università “La Sapienza”, Roma.
• Foa Anna, Università La Sapienza Roma.
• Freschi Marino, Università Roma Tre.
• Fuà Galli della Loggia Ernesto, Università di Perugia.
• Galli della Loggia Ernesto, Università di Perugia.
• Garrone Edoardo, Politecnico di Torino.
• Giorcelli Cristina, Università di Roma Tre, Roma.
• Giuliani Rita, Università“La Sapienza” di Roma.
• Goglia Luigi, Università Roma Tre.
• Gramigna Anita, Università di Ferrara.
• Grilli di Cortona Pietro, Università Roma Tre.
• Grutter Ghisi, Università Roma Tre.
• Hassan Claudia, Università di Tor Vergata, Roma.
• Ingrao Bruna, Università “La Sapienza”, Roma.
• Israel Giorgio, Università La Sapienza Roma.
• Lanchester Fulco, Università “La Sapienza” di Roma.
• Lanciani Giulia, Università Roma Tre.
• Leuzzi Maria Cristina, Università di Roma Tre.
• Levi Fabio, Università di Torino.
• Levi Raffaello, Politecnico di Torino.
• Levi della Torre Stefano, Politecnico di Milano.
• Levy Danielle, Università di Macerata.
• Longo Nicola, Università di Chieti.
• Luchetti Marcello, Università Roma Tre.
• Machì Antonio, Università “La Sapienza”, Roma.
• Maffettone Sebastiano, Università Luiss-Guido Carli.
• Magnarelli Paola, Università di Macerata.
• Mannheimer Renato, Università Bicocca di Milano
• Manzocchi Stefano, Università di Perugia, Università Luiss-Guido Carli, Roma.
• Maragliano Roberto, Università Roma Tre.
• Marchetti Valerio, Università di Bologna.
• Marietti Piero,Università La Sapienza Roma.
• Marramao Giacomo, Università Roma Tre.
• Martinelli Adriana, Università di Cassino.
• Marzano Ferruccio, Università “La Sapienza”, Roma.
• Mazzamuto Salvatore, Università Roma Tre.
• Melloni Alberto, Università degli studi di Modena e Reggio Emilia.
• Montani Pietro, Università “La Sapienza”, Roma.
• Mordenti Raul, Università Tor Vergata di Roma.
• Morrone Adele, Università “La Sapienza”, Roma.
• Mortara Elèna, Università di Tor Vergata, Roma.
• Mugnai Paolo, Università “La Sapienza” ,Roma.
• Nelken David, Università di Macerata.
• Nivarra Luca, Università di Palermo.
• Nocifora Enzo, Università “La Sapienza”, Roma.
• Novelli Giuseppe, Università Tor Vergata.
• Oliverio Alberto, Università La Sapienza Roma
• Oliverio Ferraris Anna, Università La Sapienza Roma.
• Ottolenghi Emanuele, St. Antonys College Oxford, Inghilterra.
• Ottolenghi Livia, Università La Sapienza Roma.
• Pallottino Giovanni Vittorio, Università “La Sapienza”, Roma.
• Pancera Carlo, Università di Ferrara.
• Peppe Leo, Università Roma Tre..
• Perfetti Francesco, Università Luiss-Guido Carli, Roma.
• Picardi Nicola, Università di Chieti.
• Piccione Vincenzo Antonio, Università Roma Tre.
• Piga Gustavo, Università di Tor Vergata.
• Pinelli Cesare, Università di Macerata.
• Pinter Annalisa, Università di Ferrara.
• Piperno Aldo, Università Degli studi di Napoli Federico II.
• Pitzalis MariaVittoria, Università di Bari.
• Pitzalis Mario, Università di Bari.
• Pompejano Valeria, Università Roma Tre.
• Pons Silvio, Università di Roma “Tor Vergata”.
• Pontecorvo Clotilde, Università “La Sapienza”, Roma.
• Prastaro Agostino, Università “La Sapienza”, Roma.
• Procesi Lidia, Università Roma Tre.
• Righetti Marco, Università di Ferrara.
• Rossi Pinelli Orietta, Università “La Sapienza”, Roma.
• Rusconi Gian Enrico, Università di Torino.
• Saban Giacomo, Università “La Sapienza”, Roma.
• Sacerdoti Giorgio, Università Bocconi di Milano
• Salomoni Antonella, Università di Calabria.
• Saraceno Sara, Università di Torino.
• Sardoni Claudio, Università La Sapienza Roma.
• Scaraffia Lucetta, Università “La Sapienza”, Roma.
• Simone Raffaele, Università Roma Tre.
• Sinigaglia Roberto, Università di Genova.
• Sofia Francesca, Università di Bologna.
• Somogyi Giovanni, Università “La Sapienza”, Roma.
• Sonnino Eugenio, Università “La Sapienza”, Roma.
• Spada Paolo, Università La Sapienza Roma.
• Spizzichino Fabio, Università “La Sapienza”, Roma.
• Stella Salvatore, Università di Chieti.
• Tabusi Massimiliano, Università per stranieri di Perugia.
• Tagliagambe Silvano, Università “La Sapienza”, Roma.
• Teodori Massimo, Università di Perugia.
• Tranfaglia Nicola, Università di Torino.
• Trevese Dario, Università “La Sapienza”, Roma.
• Trincia Francesco Saverio, Università “La Sapienza”, Roma.
• Tucci Gianrocco, Università di Roma “La Sapienza”.
• Veca Salvatore, Università di Pavia.
• Veltri Giuseppe, Università di Halle-Wittenberg (Germania)
• Vignuzzi Ugo, Università “La Sapienza”, Roma.
• Violani Cristiano, Università “La Sapienza”, Roma..
• Volli Ugo, Università di Torino.
• Zaslavsky Victor, Università Luiss-Guido Carli, Roma
• Zatelli Ida, Università di Firenze.
• Zecchini Mirella, Università Roma Tre.

Nota. L’appello non contiene tutti i nominativi dei membri che hanno operato nel comitato e che non era stato possibile contattare in tempo per la stampa del documento iniziale rivisto per la stampa. Dopo la pubblicazione dell’appello sono pervenute numerose altre adesioni pubblicate a parte.

(http://www.ucei.it/CONGRESSO2006/relazioni/antisemitismo.asp)

Sull’argomento ha scritto lucidamente Claudio Moffa, sottolineando amnesie e distrazioni di giornalisti, docenti e intellettuali in merito a questa vicenda; di mio aggiungo che questa labilità da parte dei custodi della memoria non depone a favore della validità del loro operato. Quis custodiet ipsos custodes?


feb 18 2008

Gianfranco La Grassa: «Ripulire il campo»

Da 21e33.blogspot.com, riprendo e posto questo intervento di Gianfranco La Grassa.


RIPULIRE IL “CAMPO”

di Gianfranco La Grassa

Vorrei poter dire che il popolo italiano mantiene un po’ di memoria e non si farà fregare da un Veltroni. Un niente è passato dalla caduta di Prodi, il quale resta presidente del Pd e parla tranquillamente alle “grandi riunioni” del partito invece di far dimenticare la sua ottusa faccia, rappresentativa di un governo, ma soprattutto di una politica, che ha ridotto pressoché a zero l’Italia. Teniamo certo conto che la crisi è più generale, che la UE non ride e tanto meno gli Usa. Non c’è dubbio però che la sinistra italiana si è particolarmente distinta nel mettere a terra il paese, che si rialzerà dopo gli altri (quando si rialzeranno), e molto meno di questi. Sembra quasi che Veltroni non ci fosse quando non solo Prodi, ma Visco, e non solo questo ma Bersani, e non solo questo ma tutti gli altri, ne combinavano di tutti i colori. Forse Veltroni, oltre ad aver distanziato la sinistra estrema (prima delle elezioni, perché dopo gli accordi si torneranno a fare, eccome!), ha compiuto qualche altra mossa per farci capire che rinnega l’intera politica precedente? Manco per sogno, anzi dice che Prodi ha governato “complessivamente bene”. Lui annuncia che ridurrà le imposte, e intanto approva il governo che ha portato la pressione fiscale al suo record assoluto del 43,7% del reddito.

Paradigmatico quel che è accaduto a Napoli, nella più totale indifferenza della magistratura che si preoccupa di difendere uomini di sinistra dalle indagini di magistrati non ben allineati; oppure indaga sulle vallette raccomandate (e mai assunte in seguito alle raccomandazioni), mentre sui rifiuti si scoprono cose indegne ma non pubblicizzate a sufficienza. Già da tempo qualcuno, benemerito, ha tentato di sollevare lo scandalo di migliaia di netturbini napoletani (a 1200 euro al mese) del tutto inutilizzati, ma che chiedono di poter lavorare, manifestano sotto il Comune (nel più totale oblio della TV e dei maggiori giornali) per ottenere le attrezzature e macchinari necessari, esistenti eppur negati. E perché? Perché nel frattempo si sono create società miste (51% del Comune e 49% dei privati) che assumono, per via clientelare, altri netturbini; e a queste società vengono fornite le attrezzature e macchinari “mancanti” per gli altri. C’è poi un rigiro di fondi europei, complicato e che non sto a spiegare. Il tutto è stato portato un paio di volte in TV, ma senza insistere e nessuno ne ha più parlato. Tanto meno si è mossa la magistratura su quelle che sono autentiche truffe e malversazioni. Sia chiaro: non so se le denunce fatte (e su cui si è steso il silenzio) riguardino fatti veri o meno; però non vengono né smentite né si dà corso a indagini.

Adesso se ne è inoltre scoperta un’altra di “bella”. I tecnici, incaricati “ufficialmente” dalle autorità locali di studiare i problemi inerenti all’apertura di nuove discariche, ne avevano indicate alcune, sollevando le solite proteste popolari, ecc. Il commissario De Gennaro, diffidente, si è rivolto ad altri tecnici al fine di valutare le proposte avanzate da quelli “ufficiali”. Dopo un mese e più (perso a questo punto!), questi nuovi tecnici hanno messo in luce che gli “altri” hanno falsificato i dati, e che le discariche segnalate non sono assolutamente adatte allo scopo. Ma chi aveva attribuito l’incarico a quelli ufficiali? E perché, e su indicazione di chi, questi hanno falsificato i dati della situazione? Vorrà la magistratura fare qualche indagine sul personale di sinistra che guida la Regione e il Comune? Oserei dire di no, non si farà nulla.
Intanto, e come semplice misura temporanea, si cerca di mandare in Germania i rifiuti con costi pazzeschi. Non bastano i treni (che già non sono uno scherzo); si dovranno usare pure navi per portare le centinaia di migliaia di tonnellate di “roba” da gettare. Ci si rende conto del viaggio che debbono compiere queste navi (lente per di più) per arrivare in Germania?

Insomma uno scandalo, incredibilmente tollerato perché alla guida di quella regione c’è la sinistra. Dice qualcosa Veltroni di questo scandalo? E perché non ha mai nominato nemmeno una volta i termovalorizzatori, così maltrattati da Bassolino e da Pecoraro Scanio? E con questi comportamenti vuol farsi passare per il nuovo che avanza! Per farsi credere, metta a soqquadro l’intero apparato del Pd, liquidi tutti i vertici regionali di Campania e Calabria, scaraventi in discarica tutti quelli che sono stati ministri nell’ultimo governo, ecc. ecc. Quest’uomo, visto che non mantiene le sue promesse di ritiro dalla politica (fatte reiteratamente), dovrebbe essere preso di forza, caricato su una nave assieme ai rifiuti ed essere inviato …..non in Germania, bensì in Africa dove “sognava” di finire la sua esistenza. Purtroppo, bisognerebbe parlare anche del sacco di Roma degli ultimi anni, e di quello adesso previsto con le ultime misure approvate subito prima delle dimissioni da sindaco del “nostro”. Anche qui, totale omertà bipartizan. Solo “Il Messaggero” ha sollevato lo scandalo, ma perché, contrariamente a quanto avvenuto sino ad ora, sembra che il nuovo piano favorisca costruttori diversi, e concorrenti del padrone del giornale appena nominato. Siamo alla Francia di “Napoleone il piccolo”, quella descritta mirabilmente da Balzac in “Illusioni perdute” e decine di altri romanzi.

Qui da noi, però, la connivenza è “trasversale”; e gli intellettuali, scadenti e immorali, sono tutti pagati dai poteri finanziario-industriali e quindi si guardano bene dal dire mezza parola sulla sinistra, la parte politica di questi “poteri”. La “destra”, né tanto meno il “centro”, ha alcuna capacità di contrasto; anzi, entrambi tali schieramenti corrono appena possibile al compromesso e alla complicità. Occorre una forza capace di usare la scopa per spazzare via questo marciume, questa corruzione ormai generale e mortifera.
Sarebbe necessaria una radicalità tutta “francese”, che purtroppo in Italia non si è mai vista, per rigenerare questo popolo incapace di un minimo di serietà. Si pensi a quella sua orrenda porzione che vota a sinistra qualsiasi cosa accada.

Veltroni ha promesso di condurre una campagna elettorale senza demonizzare nessuno. Diciamo intanto che la non demonizzazione conviene a lui che sta dalla parte dei più marci del paese, ma che finora sono sempre riusciti, grazie all’appoggio dei “poteri forti”, dei loro mass media, del ceto intellettuale ad essi venduto, di una magistratura inerte (in certi casi), a evitare quello che si meriterebbero. Inoltre, nel mentre lui finge di essere “buono e democratico”, c’è chi insiste sui vecchi toni; si pensi a D’Alema, e a molti altri. Poi, c’è il “popolo di sinistra” che resta a ringhiare tutta la sua ottusa acredine, perché vive, in specie al centro-sud, di sussidi statali, di imbrogli, di stipendi “rubati” nelle amministrazioni pubbliche, ecc. Un popolo in parte di veri coglioni, in parte di laidi furbastri. Ma sono tanti; non è un caso che il paese è in affanno.

Per ultimo e con difficoltà – tanto è il disgusto che provo – noto anch’io come G.P. l’indecente “astuzia” di candidare nel Pd, oltre al presidente dei giovani industriali (uno dei rappresentanti della peggiore finanza e industria parassitarie), il povero operaio sopravvissuto al rogo della Thiessen-Krupp. Siamo alla peggiore rappresentazione della “concertazione”, del “collaborazionismo di classe”; alla farsesca imitazione dell’ideologia “corporativa” inneggiante alla “cooperazione” tra capitale e lavoro (che fa da pendant, certo in forma di massima corruzione, alla limitatezza del conflitto capitale/lavoro, con cui certa sinistra detta “estrema” si balocca facendo finta di essere “rivoluzionaria”). Non voglio entrare nei panni di quell’operaio, se accetterà la candidatura; preferisco non giudicare gli individui, soprattutto quando hanno passato dei momenti terribili. Giudico però il fatto in sé: si tratta di un vero tradimento dei poveri morti. Tutte le lacrime e lo sdegno profusi sulla loro orribile fine sembrano solo aver preparato questa mossa da mélò, da “soap opera”, da “feuilleton” di fine ottocento, vero indice della mentalità “buonista” (cioè perversa e laida) dei sinistri all’amatriciana. Questo è autentico marciume morale, corruzione dell’intelligenza, decadenza e morte di ogni costume di minima dirittura e dignità.

Eppure, il “popolo di sinistra”, ci metto sopra una scommessa, accetterà questa vergogna morale, la prenderà come qualcosa di “meraviglioso”, di “buono”. E poi hanno il coraggio di insistere che è Berlusconi a corrompere il costume con le sue TV. Non c’è invece “grande fratello” che tenga, non c’è alcun “talk-show” per quanto demenziale; le manovre “bassoelettoralistiche” del Pd sono quelle che più dimostrano la corruzione e il marcio in questa società, e sono “creazione” di certa sinistra, non di Berlusconi! La sinistra (non tutta, ma quella di gran lunga maggioritaria al momento) è il cancro che farà morire la nostra società; o lo si estirpa presto, e con le misure adeguate, o siamo finiti. A me poco tange questo degrado; mi pesa, mi rende insofferente, ma “di poco mi fregano” (come suol dirsi). Ci pensino i giovani, se ancora rimane in loro un barlume di intelletto e di senso morale. Si deve combattere il “morbo” oggi rappresentato da Veltroni, ma non certo come singola persona. Non è lui il male; è il degrado che da decenni sta subendo questa sinistra, in modo del tutto particolare quella italiana. Ricordiamo però sempre che la sinistra è il peggio della società sol perché rappresenta il “migliore” personale politico di gruppi capitalistici (finanziari e sedicenti produttivi) che ci hanno portato nella situazione della “Chicago anni ‘20”.

*****

Sintetizziamo. Il problema non è la scelta tra destra e sinistra, bensì l’esistenza di un capitalismo intessuto di finanza e industria parassite, per di più dipendenti da un paese straniero predominante.
Il problema è una radicale ristrutturazione di questo capitalismo, battendo e mettendo in mora questi parassiti. Il che implica una diversa politica industriale e un cambiamento radicale di quella estera; altro che riconoscere il “fantoccio” creato dagli Usa in Kosovo, come si appresta a fare un governo, il cui ministro degli esteri è il “vecchio” bombardatore della Jugoslavia per conto del “democratico” Clinton (e mentre bombardava, questo post-piciista orwelliano parlava di “difesa integrata”). Gli attuali gruppi capitalistici (sub)dominanti (dominanti all’interno, servi verso lo straniero “imperiale”) sono un viscido impasto di finanza e industria parassita. Essi si servono anche della destra, ma soprattutto della sinistra, il loro effettivo punto di riferimento privilegiato; ciò è dimostrato non solo dalla candidatura di Colaninno jr. nel Pd, ma da tutti i “bei tomi” accorsi a votare Veltroni alle primarie; e anche la prossima presidente di Confindustria non nasconde le sue simpatie.

Alcuni diranno: ma si tratta della sinistra moderata, poi c’è invece la sinistra “estrema”. Bravi gonzi! Quella sinistra che fino all’ultimo ha appoggiato “l’amico” della banca Intesa-San Paolo (a sua volta legata alla Goldman, ecc.), che ha gridato al tradimento contro coloro che l’hanno mandato a casa. Quella sinistra che, fino all’ultimo, ha cercato l’accordo con “Uolter”, e si è imbufalita per non averlo ottenuto (prima delle elezioni, il che comporterà la perdita di forse cento parlamentari; per questo schizza veleno dato che, dopo, l’accordo dovrà essere fatto al ribasso e con molti “tirapiedi” ormai privi dello stipendio di 20.000 euro al mese).

Non c’è spazio per alcuna forza di radicale ristrutturazione del capitalismo italiano – con pedate nel sedere a tutti i parassiti – fino a quando non si sia ripulito il campo soprattutto di questa sinistra. Non è che le preferiamo la destra; solo dei mascalzoni in mala fede, che falsificano i fatti, cercano di sostenere questo. Più semplicemente, la sinistra occupa quello spazio in cui dovrebbe nascere una forza di ristrutturazione del nostro capitalismo parassita e dipendente dagli Usa; questo è quindi il terreno da disinfestare, da bonificare. La sinistra – la moderata perché fautrice della pappa collaborazionista con i poteri capitalistici parassitari; l’estrema perché si affanna a cercare un accordo con la precedente onde godere dei posticini ben remunerati che sappiamo (e non certo solo in Parlamento o al Governo) – è il nemico primo e principale. Bisogna combatterla senza sosta. La destra fa certamente schifo; ma è un riflesso dell’altro schieramento, gioca di sponda, fa da supporto (urla e sembra opposta, ma quando non si tocchino i veri “grandi interessi”; allora diventa bipartizan e tace su tutto).

La destra non trova appoggi della stessa entità nei gruppi capitalistici dominanti parassitari odierni. E anche il suo filo-americanismo è smaccato, fa venire il vomito, ma non ha la stessa efficacia reale (non meramente “verbale”) di quello della sinistra, al cui interno viene recitato uno sporco gioco delle parti: la moderata in più scoperto servilismo, l’estrema che si finge pacifista e antimperialista, ma non si oppone alle scelte dell’altra sol che riceva in pagamento qualche beneficio e privilegio (quelli dei servi di più basso rango!)

Spero sia chiaro una volta per tutte! Intanto, ripuliamo il campo dalla sinistra; è il compito nettamente prioritario, pena la fine di ogni velleità anche solo riformatrice!

PUBBLICATO DA GRUPPO DI INFORMAZIONE E DENUNCIA IN DIFESA DEGLI
ARTICOLI 21 E 33 DELLA COSTITUZIONE ITALIANA A LUNEDÌ, FEBBRAIO 18, 2008

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(http://21e33.blogspot.com/2008/02/ripulire-il-campo.html#links)=


feb 15 2008

Giulietto Chiesa: chi ha paura del PFR?

Ho sempre apprezzato Giulietto Chiesa: il suo impegno anticonformista, la sua onestà intellettuale mi sono sempre piaciuti e hanno fatto sì che lo seguissi per anni con attenzione.
Ora, però, l’uomo mi scade.
Vengo infatti a sapere soltanto ora che nel maggio 2007 Chiesa, in veste di parlamentare europeo, ha presentato alla Procura di Roma un formale esposto denunciando la ricostituzione del Partito Fascista Repubblicano (nientepopodimeno).
Sta’ a vedere che il Duce marciava di nuovo su Roma e non se n’è accorto nessuno, ho pensato.
Invece no. Chiesa si è allarmato andando a visitare il sito www.partitofascistarepubblicano.it. Non lo linko perché non c’è più, e quindi non sono in grado di valutare se l’apprensione del nostro iperestesico Giulietto fosse o no motivata.
Ma suppongo, per il mio conoscere un po’ il pittoresco arcipelago della “destra”, che si trattasse di un sitarello velleitario e sognatore messo su da un gruppo di nostalgici e/o visionari. Nulla di cui preoccuparsi seriamente, mi pare, a paragone di realtà meno virtuali e più concrete.
Per dire, nel maggio 2007 un civile iracheno veniva ucciso proditoriamente da un sergente dell’esercito d’occupazione americano. Il quale, dopo avergli sparato a bruciapelo e senza motivo, aveva infierito sul corpo premurandosi di rilasciare false dichiarazioni per nascondere l’accaduto. Robetta, insomma. È di questi giorni la notizia che il militare è stato condannato a 10 anni di carcere dalla Corte marziale di Camp Victory in Iraq, che ha inoltre disposto la sua radiazione con disonore dalle forze armate statunitensi.
Ma questo fatterello, all’epoca, non era apparso sui media; e anche se fosse apparso, non avrebbe suscitato poi tanto allarme. Mentre agli occhi attenti dei censori telematici non poteva certo sfuggire la ben più grave minaccia rappresentata da un sito un po’ sfigato inneggiante alla (improbabile) ricostituzione di un partito unico consegnato alla Storia da qualche decennio.
Non voglio pensare che Chiesa sia così ingenuo da andare in fibrillazione per così poco; e allora vesto i panni della dietrologa per supporre che la sua roboante denuncia sia stata — che so? — un altro modo per procurarsi visibilità all’epoca del lancio del suo film “Zero – Inchiesta sull’11 settembre”. Non so, è un’ipotesi. In alternativa, non c’è che l’antica e abusata pratica dell’antifascismo militante in s.p.e., che garantisce audience e consensi in tutte le stagioni. È squallidissimo, lo so. Ma la denuncia mica l’ho fatta io.


feb 13 2008

Dilettanti allo sbaraglio

Ricevo e volentieri faccio girare.


COMUNICATO STAMPA CON PREGHIERA DI PUBBLICAZIONE E DIFFUSIONE

DILETTANTI ALLO SBARAGLIO

Stiamo parlando dei giornalisti italiani. Osserviamo infatti che tre quotidiani pubblicano, in data odierna, la foto di una colonna del passaggio pedonale della strada che costeggia il Politecnico. La colonna riporta la scritta “FERMIAMO ISRAELE” e la firma “BMPT” con il simbolo dell’ape. La scritta è parzialmente cancellata e parzialmente ricalcata.
I tre quotidiani ne fanno un uso improprio…e soprattutto differente. Il quotidiano “La Repubblica” (quello che ci ha accostato alle coltellate del Barrocchio ed alle bombe in Val di Susa), inserisce quella foto a pagina 16, con la didascalia “scritte antisemite”, a margine di un articolo che riguarda la lista pubblicata in rete con i 162 nomi di professori universitari ebrei.
I giornaletti gratuiti e distribuiti ovunque “Leggo” e “City”, invece, parlano di una scritta trovata nella mattinata di ieri, riconducendola alle proteste – di cui, fino ad ora, non ci siamo occupati – contro la scelta di dedicare ad Israele il salone del libro.
Poiché abbiamo la memoria più lunga dei giornalisti che hanno diffuso queste falsità (riscontrabili da chiunque percorra quella strada ogni giorno), ma soprattutto perchè siamo soliti passare molto tempo in giro e poco sulla rete internet, vorremmo rettificare ufficialmente.
Quella scritta, come altre simili, è comparsa nel luglio del 2006, quando Israele invase il Libano, stato sovrano, e la comunità internazionale, insieme ai giornalisti dei quotidiani citati, era voltata dall’altro lato. In quell’occasione, Progetto Torino organizzava una vasta campagna di controinformazione e di protesta, sostenendo attivamente i gruppi che si impegnavano a fare arrivare materiale di prima necessità in Libano, partecipando alla fiaccolata avvenuta in piazza Castello, intervistando giornalisti libanesi e corrispondenti italiani non embedded in Libano. Tutto ciò è comodamente reperibile sul nostro sito www.progettotorino.org, dove c’è anche scritto chiaramente che non siamo di destra. Contestualmente scoprivamo che ignoti, evidentemente nostri simpatizzanti o che condividevano il nostro intento, avevano scritto “FERMIAMO ISRAELE” in giro per la città, firmandosi col nostro nome. Scritte che ci fecero molto piacere.
Concludendo:

1.
le scritte non sono apparse l’altra notte, ma oltre un anno e mezzo fa, quindi niente scoop;
2.
le scritte riguardavano una guerra, non la festa del paese, quindi niente scoop.

Torino, 12 febbraio 2008

Base Militante Progetto Torino
ufficiostampa@progettotorino.org


feb 10 2008

Ancora sulla Fiera del Libro di Torino

Ricevo e volentieri faccio girare quest’articolo di Sergio Cararo, del Forum Palestina. In calce alla mail che me lo segnala c’è un “nota bene”: «Il presente articolo è stato inviato il 7 febbraio al Manifesto con richiesta di pubblicazione, ma ancora non è stato pubblicato». Non dico niente.


Fiera del Libro di Torino. Il problema non è la penna ma la spada
di Sergio Cararo*

Chiunque disponga di un minimo di buonsenso o si sia preso la briga di leggere gli appelli per il “boicottaggio” della Fiera del Libro di Torino, non avrebbe tardato a capire che al centro del conflitto non sono gli scrittori israeliani né i loro libri. Chi, al contrario, ha concentrato su questo aspetto polemiche e dibattito, lo ha fatto in perfetta malafede o con grande superficialità . La dinamica della discussione e dei conseguenti anatemi, somiglia molto a quella messa in campo in relazione alla contestazione per l’intrusione “culturale” del Pontefice all’Università di Roma.

1. Innanzitutto ci sembra che la campagna di “boicottaggio” abbia prodotto un primo risultato. L’ambasciata e le autorità di Israele, non potranno utilizzare la Fiera del Libro come propria vetrina politica in occasione del sessantesimo della nascita del loro Stato senza che ciò produca opposizione e resistenza evidente anche all’opinione pubblica. Una parte dell’operazione – tutta politica – messa in campo per l’edizione della Fiera di quest’ anno, è stata pubblicamente svelata e compromessa dall’azione pacifica ma determinata delle reti, associazioni, organizzazioni, centri sociali, intellettuali che non hanno abdicato alla solidarietà verso il popolo palestinese. Una prima verifica su questo la faremo all’indomani
della prima manifestazione già convocata per il 29 marzo a Torino. Una seconda la faremo nella settimana di mobilitazione prevista in contemporanea con la Fiera stessa e che culminerà il 10 maggio con una nuova manifestazione nazionale a Torino.
Sarà in quei giorni che verificheremo concretamente se la Fiera del Libro tornerà alla sua dimensione naturale di incontro, marketing, scambi editoriali e culturali oppure sarà occupata politicamente e materialmente dagli apparati ideologici di stato (per dirla con Althusser) di Israele.

2. In secondo luogo, il dibattito sul “boicottaggio” nel nostro paese avviene in una sorta di vuoto pneumatico in cui i soggetti e l’oggetto del boicottaggio scompaiono insieme alla storia, ai processi reali, agli obiettivi e ai risultati delle azioni concrete.
Il ragionamento è semplice. I governi che si sono succeduti nello Stato di Israele in questi sessanta anni dalla sua nascita, hanno impedito materialmente e politicamente che nascesse lo Stato Palestinese. I fatti e le responsabilità sono evidenti a tutti. La Palestina come Stato non è potuta nascere perché un altro Stato (Israele) glielo ha impedito militarmente, economicamente e politicamente (con quel politicidio richiamato opportunamente da Kimmerling), dando vita ad una relazione di tipo classicamente coloniale tra Israele e i palestinesi dei Territori Occupati tuttora vigente ed anzi diventata ancora più brutale.
Dedicare a Israele per i sessanta anni dalla sua nascita un evento ufficiale come la Fiera del Libro di Torino, assumeva in sé come legittima questa vulnerazione della storia, del diritto internazionale e del diritto dei popoli, in modo specifico quello palestinese. Se questo dubbio o questa sensibilità, avesse sfiorato le istituzioni che animano la Fiera del Libro non si sarebbe arrivati a questa situazione. Né può essere accettabile a posteriori che gli scrittori o la cultura palestinese siano ammessi ancora una volta dalla “porta di servizio” ad un evento che celebra i sessanta anni dello Stato che ha negato ai palestinesi la terra, la libertà, l’identità,la dignità, l’indipendenza.

3. Infine, ma non per importanza, il boicottaggio nasce come sanzioni dal basso da parte della società civile di fronte all’inerzia o alla complicità dei governi e delle istituzioni internazionali predisposte per attuare sanzioni verso uno stato che violi la legalità e i diritti umani e dei popoli.
Noi non abbiamo gli strumenti o la possibilità di far revocare l’accordo di
cooperazione militare tra Italia e Israele siglato dal governo Berlusconi ma tuttora vigente, né possiamo far revocare le collaborazioni nel campo delle alte tecnologie tra Regione Lazio e Israele, né di far revocare i finanziamenti per le cure ai bambini palestinesi assegnati però alle strutture israeliane e non agli ospedali palestinesi dalla Regione Toscana.
Tantomeno abbiamo la possibilità di mettere fine al vergognoso paradosso, per cui le uniche sanzioni internazionali adottate fino ad oggi sono state adottate non contro Israele ma contro la popolazione palestinese di Gaza già in emergenza umanitaria ancora prima dell’embargo adottato dall’Unione Europea (e dall’Italia).

4. Dunque se qualcuno – anche nella sinistra – ha paura delle parole, possiamo chiamare da oggi in poi il boicottaggio sanzionaggio. La forma sarebbe più rassicurante per alcuni, ma la sostanza e gli obiettivi rimangono i medesimi: ottenere attraverso una pressione internazionale crescente un cambiamento della politica di uno stato e dei suoi governi nei confronti di una popolazione sottoposta a insostenibili violazioni dei propri diritti. Con il Sudafrica dell’apartheid questo modello ha ottenuto dei risultati decisivi. Nel 1989 – con Mandela ancora in carcere e il movimento antiapartheid reduce da una sconfitta dolorosa – nessuno di noi avrebbe immaginato che nel 1994 Nelson Mandela sarebbe diventato presidente del Sudafrica. Non solo, ma nessuno ha mai chiesto a Mandela e ai movimenti che nel proprio paese e nel mondo lo sostenevano di dare vita a due Stati: uno per i bianchi ed uno per i neri. Perché mai oggi dovremmo arretrare anche sulla prospettiva niente affatto utopica dello Stato unico per israeliani e palestinesi, uno stato laico, democratico, multireligioso?
Anche su questo il dibattito si è finalmente riaperto. Chissà se si riuscirà a discuterne anche dentro e fuori la Fiera del Libro di Torino nei prossimi mesi? Vista così, la campagna di “boicottaggio” ha avuto il merito di porre al centro dell’agenda politica questioni decisive che erano state pesantemente rimosse anche nel nostro paese, anche dalla sinistra nel nostro paese.

* Campagna 2008 anno della Palestina/Forum Palestina


feb 10 2008

10 febbraio: la storia scordata

Oggi, 10 febbraio, è la Giornata del ricordo. Dedicata, come dovrebbe essere noto, alle foibe (dò per scontato che tutti sappiano di che parliamo, e se così non è, pazienza).
Non ho aderito alla manifestazione virtuale che ha visto parecchi blog e siti inalberare il tricolore e tacere dalle 11 alle 12 di quest’oggi. Io ho taciuto perché a quell’ora stavo facendo la casalinga della domenica.
E non ho aderito perché mi sembra terribile il mercimonio intellettuale che si sta facendo intorno a vicende, come quella rammemorata il 27 gennaio, tutte imperniate sul numero dei cadaveri e sui litri di sangue versati passando per modalità variamente splatter e descrizioni lovecraftiane — io-ho-più-morti-di-te-cicca-cicca, ma-i-miei-sono-morti-peggio-gne-gne-gne-gne e via così.
Che gli infoibati siano italiani e/o fascisti ammazzati da sloveni e/o comunisti non me ne frega niente — ecco, l’ho detto.
In tempo di guerra le normali categorie che reggono il fragile equilibrio della società vanno in frantumi; e la ferocia della belva umana è nota da molto prima che Quasimodo e Guccini la mettessero in versi.
Il punto non è questo. Il punto è l’esistenza di una sorta di copyright dello strazio, che vieta ad alcuni di argomentare intorno al proprio dolore e concede ad altri la licenza di dire e fare qualsiasi (ma proprio qualsiasi) cosa in nome e per conto di quel copyright.
Così accade che a fronte di quel 27 gennaio in virtù del quale tutto è permesso (povero Dostoevskij, che s’accontentava di scomodare la morte di Dio!), si debba montare una bicicletta grande come una casa per poter avere il “diritto” (!) di dedicare un’altra giornata di questo nostro corposo calendario gregoriano al ricordo di altri poveri morti ammazzati, che però hanno il torto di essersi fatti accoppare dai vincitori cioè dai buoni anziché dai vinti cioè dai cattivi.
Io non ce l’ho coi partigiani titini e con gli infoibatori di allora: o per meglio dire ce l’ho nella misura in cui posso avercela con quanti, nel corso della storia, hanno fatto fuori quelli che mi stavano simpatici.
Ce l’ho molto di più con i pavidi e gli opportunisti pronti a negare, oltre all’evidenza, anche la libertà di fare storia e di chiamare le cose col loro nome, per quanto sgradevole possa essere.
E ce l’ho con chi, oggi, strumentalizza la faccenda; e si richiama agli infoibati in nome di un anticomunismo sterile o peggio ancora li ricicla in vista dei ludi schedaiuoli, come si diceva all’indomani del 23 marzo 1919.
Così, non chiedetemi di stuzzicare la mia memoria per soffermarmi sulle vittime ideologiche dei nazisti/tedeschi o dei comunisti/ sloveni; perché non passa giorno che io non mi ricordi anche delle vittime degli spagnoli, dei francesi, degli italiani, degli inglesi, degli americani, dei russi, dei giapponesi, dei cinesi, dei vietnamiti, degli israeliani… Non c’è una giornata dedicata anche a loro?