Perché boicottare la Fiera del Libro di Torino

Ci tengo a puntualizzare: “boicottare la Fiera del Libro di Torino” è altra cosa da “boicottare Israele”.
Lasciamo perdere Israele, per un momento, e concentriamoci invece sul perché una manifestazione come quella della Fiera del Libro di Torino, che è ormai da anni un classico nel panorama degli eventi italiani, di punto in bianco decida di lasciare a casa l’ospite d’onore designato e sui due piedi inviti al suo posto qualcun altro — e non stiamo parlando di un “qualcun altro” qualsiasi, ma di un’entità come lo Stato di Israele.
Ora, non più tardi del 19 gennaio John Dugard, rappresentante speciale dell’Onu per i diritti umani nei Territori palestinesi, ha denunciato Israele come colpevole di crimini di guerra:

Swissinfo, 19 gennaio 2008 – 14.41

Mo: Gaza, inviato Onu, Israele colpevole crimini guerra

GINEVRA – Il rappresentante speciale dell’Onu per i diritti umani nei Territori palestinesi, John Dugard, ha denunciato oggi i crimini di guerra “indiscriminati” commessi da Israele nella Striscia di Gaza con i raid aerei degli ultimi giorni. Israele inoltre, dice Dugard in un comunicato diffuso a Ginevra dall’Alto commissariato dell’Onu per i diritti umani, ricorre a punizioni collettive e non distingue tra obiettivi militari e civili.

“I responsabili di azioni così vigliacche si rendono colpevoli di gravi crimini di guerra e devono essere perseguiti e sanzionati”, afferma Dugard secondo il quale nel corso di questa settimana l’intervento israeliano ha causato la morte di 40 persone tra i palestinesi.

Il rappresentante Onu ha particolarmente condannato i tiri di missili contro un edificio amministrativo vicino a dove si stava svolgendo la cerimonia di un matrimonio, sottolineando che l’esercito israeliano non poteva ignorare il rischio di perdite umane tra i civili. Stati Uniti e gli altri paesi impegnati nel processo di pace di Annapolis, afferma ancora Dugard, hanno “l’obbligo giuridico e morale” di forzare Israele a porre fine al suo intervento nei Territori.

Su richiesta dei paesi arabi e islamici che hanno raccolto 22 firme, il Consiglio dei diritti umani dell’Onu si riunirà mercoledì prossimo in sessione straordinaria per esaminare la situazione nei Territori palestinesi.

Quindi il problema non è tanto Israele (ciò su cui ci si potrebbe soffermare per un’infinità di tempo), quanto piuttosto il fatto che l’ente fieristico di una città «medaglia d’oro al valor militare nella guerra di liberazione» si prenda la briga di invitare come guest star uno Stato che si distingue dalla sua fondazione per atteggiamenti così repressivi da essere correntemente bollato come “nazista” (assumendo qui il termine come paradigma del Male assoluto, secondo l’abitudine invalsa da qualche decennio a questa parte).
È chiaro che se anche io annunciassi Urbi et orbi la mia ferma intenzione di boicottare la Fiera del Libro di Torino, la cosa non smuoverebbe di un ette gli equilibri mondiali; e sospetto che in questo caso l’effetto farfalla non funzionerebbe affatto.
Ma per fortuna ad annunciare analoghe iniziative è un personaggio come Gianni Vattimo: così pubblicando quello che dice lui è come se pubblicassi quello che penso io. Col duplice vantaggio che io non faccio fatica, e che il messaggio ha più peso perché lo fa passare lui (che è qualcuno) e non lo dico io (che non sono nessuno). Grazie, professore.


Perché boicotto Israele

Gianni Vattimo (“La Stampa”, 4 febbraio 2008)

Confesso: sono uno dei pochissimi che finora hanno firmato un appello per il boicottaggio dell’invito di Israele come ospite d’onore alla prossima Fiera del Libro di Torino.

Se tutti i grandi giornali italiani fanno a gara nel deprecare questo boicottaggio, vuol dire che la minaccia dell’antisemitismo non è poi così incombente. Ma non di questo credo si debba discutere. L’invito a Israele — che, a quanto ne so ma forse sbaglio, ha sostituito improvvisamente quello che era già stato avviato per avere ospite quest’anno l’Egitto — è oggetto di un boicottaggio politico, perché politica è l’iniziativa della Fiera. Chi ci accusa, noi boicottatori, di voler «imbavagliare» gli scrittori israeliani, o è in mala fede o non sa quel che si dice.

Sono argomenti terribilmente simili a quelli usati nella recente polemica sull’invito al Papa a tenere la lezione magistrale alla Sapienza di Roma: anche qui sarebbe in gioco la libertà di parola, il valore supremo della cultura, il dovere del dialogo. Dialogo? Nel caso della Sapienza, si sa che razza di dialogo era previsto. Il Papa sarebbe stato ricevuto come il grande capo di uno Stato e di una confessione religiosa, in pompa magna, così magna che persino la semplice possibilità di una manifestazione di pochi studenti contestatori a molte centinaia di metri di distanza lo ha fatto desistere dal proposito. Questo caso di Israele alla Fiera è lo stesso.

Chi boicotta non vuole affatto impedire agli scrittori israeliani di parlare ed essere ascoltati. Non vuole che essi vengano come rappresentanti ufficiali di uno Stato che celebra i suoi sessant’anni di vita festeggiando l’anniversario con il blocco di Gaza, la riduzione dei palestinesi in una miriade di zone isolate le une dalle altre (per le quali si è giustamente adoperato il termine di bantustan nel triste ricordo dell’apartheid sudafricana), una politica di continua espansione delle colonie che può solo comprendersi come un vero e proprio processo di pulizia etnica. È questo Stato, non la grande cultura ebraica di ieri e di oggi (Picchioni e Ferrero hanno forse pensato di invitare alla Fiera Noam Chomsky o Edgar Morin?) che la Fiera si propone di presentare solennemente ai suoi visitatori, offrendogli un palcoscenico chiaramente propagandistico, certamente concordato con il governo Olmert (che del resto sta offrendo lo stesso «pacchetto» anche alla Fiera del libro di Parigi, due mesi prima che a Torino).

Nei tanti articoli che ci sommergono con deprecazioni e lezioni moralistiche sul dialogo (andate a parlarne a Gaza e nei territori occupati!) e la libertà della cultura, non manca mai, e questo è forse l’aspetto più vergognoso e francamente scandaloso, il richiamo all’Olocausto. Vergogna a chi (magari anche essendo ebreo, come quelli che si riuniscono nell’associazione «Ebrei contro l’occupazione») rifiuta di accettare la politica aggressiva e razzista dei governi di Israele. Chi boicotta la Fiera di Torino boicotta «gli ebrei» (PG Battista) e dimentica (idem) i rastrellamenti nazisti e lo sterminio nei campi. Uno studioso ebreo americano, Norman G. Finkelstein, ha scritto su questo vergognoso sfruttamento della Shoah un libro intitolato significativamente L’industria dell’Olocausto (in italiano nella Bur). Proprio il rispetto per le vittime di quello sterminio dovrebbe vietare di utilizzarne la memoria per giustificare l’attuale politica israeliana di liquidazione dei palestinesi. Nessuno dei «boicottatori» nega il diritto di Israele all’esistenza. Un diritto sancito dalla comunità internazionale nel 1948; proprio da quell’Onu di cui Israele, negli anni, non ha fatto che disattendere con arroganza i richiami e le delibere.

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