10 febbraio: la storia scordata

Oggi, 10 febbraio, è la Giornata del ricordo. Dedicata, come dovrebbe essere noto, alle foibe (dò per scontato che tutti sappiano di che parliamo, e se così non è, pazienza).
Non ho aderito alla manifestazione virtuale che ha visto parecchi blog e siti inalberare il tricolore e tacere dalle 11 alle 12 di quest’oggi. Io ho taciuto perché a quell’ora stavo facendo la casalinga della domenica.
E non ho aderito perché mi sembra terribile il mercimonio intellettuale che si sta facendo intorno a vicende, come quella rammemorata il 27 gennaio, tutte imperniate sul numero dei cadaveri e sui litri di sangue versati passando per modalità variamente splatter e descrizioni lovecraftiane — io-ho-più-morti-di-te-cicca-cicca, ma-i-miei-sono-morti-peggio-gne-gne-gne-gne e via così.
Che gli infoibati siano italiani e/o fascisti ammazzati da sloveni e/o comunisti non me ne frega niente — ecco, l’ho detto.
In tempo di guerra le normali categorie che reggono il fragile equilibrio della società vanno in frantumi; e la ferocia della belva umana è nota da molto prima che Quasimodo e Guccini la mettessero in versi.
Il punto non è questo. Il punto è l’esistenza di una sorta di copyright dello strazio, che vieta ad alcuni di argomentare intorno al proprio dolore e concede ad altri la licenza di dire e fare qualsiasi (ma proprio qualsiasi) cosa in nome e per conto di quel copyright.
Così accade che a fronte di quel 27 gennaio in virtù del quale tutto è permesso (povero Dostoevskij, che s’accontentava di scomodare la morte di Dio!), si debba montare una bicicletta grande come una casa per poter avere il “diritto” (!) di dedicare un’altra giornata di questo nostro corposo calendario gregoriano al ricordo di altri poveri morti ammazzati, che però hanno il torto di essersi fatti accoppare dai vincitori cioè dai buoni anziché dai vinti cioè dai cattivi.
Io non ce l’ho coi partigiani titini e con gli infoibatori di allora: o per meglio dire ce l’ho nella misura in cui posso avercela con quanti, nel corso della storia, hanno fatto fuori quelli che mi stavano simpatici.
Ce l’ho molto di più con i pavidi e gli opportunisti pronti a negare, oltre all’evidenza, anche la libertà di fare storia e di chiamare le cose col loro nome, per quanto sgradevole possa essere.
E ce l’ho con chi, oggi, strumentalizza la faccenda; e si richiama agli infoibati in nome di un anticomunismo sterile o peggio ancora li ricicla in vista dei ludi schedaiuoli, come si diceva all’indomani del 23 marzo 1919.
Così, non chiedetemi di stuzzicare la mia memoria per soffermarmi sulle vittime ideologiche dei nazisti/tedeschi o dei comunisti/ sloveni; perché non passa giorno che io non mi ricordi anche delle vittime degli spagnoli, dei francesi, degli italiani, degli inglesi, degli americani, dei russi, dei giapponesi, dei cinesi, dei vietnamiti, degli israeliani… Non c’è una giornata dedicata anche a loro?

1 Comment on 10 febbraio: la storia scordata

  1. Ottima analisi, scagliarsi sempre contro il mercimonio della “Memoria”. Anche sulle Foibe, si stà giocando una partita, che ha un sapore sgradevole(dove il rispetto storico e umano per i caduti della ferocia titina?), sia da un punto di vista di più bieca “propaganda”, che di occulta strategia a favore della (loro, sistemica) più grande Memoria.

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