mag 27 2008

Bin Laden: un futuro da olimpionico?

Io non sono un’esperta in discipline sportive, però mi pare che esistano cose come il triathlon, il pentathlon e il decathlon etc.
Ora, vorrei umilmente suggerire a chi di dovere la codificazione di una nuova specialità estrema delle discipline citate, eventualmente da promuovere a livello olimpionico: tale specialità, infatti, mi risulta che venga già praticata benché a livello amatoriale; gli islamici a quanto pare sono fortissimi, e il titolo attualmente è detenuto da Osama bin Laden.
Il quale prima è vissuto in grotta per mesi; poi ha attraversato il deserto su una moto; e adesso è impegnato nella scalata del K2 — almeno a quanto sostengono fonti autorevoli come i servizi segreti americani — continuando ciononostante a esercitare full time pratiche rischiose come il terrorismo in tutte le sue forme. Nel frattempo potrebbe anche essere morto, ma proprio qui sta il punto di forza di questa disciplina così estrema da non piegarsi neanche alle leggi di natura — del resto, come campeggiava nella palestra di un amico mio, «quando il corpo dice “no”, la mente dice “sì”».
Si desume che la specialità in oggetto non contempla limiti di tempo né di età, ma sembra chiaramente assimilabile a una gara di endurance; non viene disputata su campi appositi, ma si richiedono unicamente condizioni proibitive; sono ammessi tutti i colpi e tutte le mosse come in una sorta di valetudo politically uncorrect; non è prevista la parità, ma si procede per eliminazione.
Chissà, potrebbe diventare lo sport del futuro. Provo a contattare il CONI, vediamo che mi rispondono.

P.S.: Mi fanno notare che forse a scappare in moto nel deserto è stato il mullah Omar: fa niente, il titolo resta in casa, per così dire.


mag 23 2008

Chi non vuole i classici on line?

Navigo un po’ in cerca di materiale per dare una mano a un giovane esaminando, e nel tentativo di recuperare qualche brano di D’Annunzio capito qui — dove apprendo la ferale notizia:

Aspettando il 1° gennaio 2010

Su richiesta della Mondadori e della fondazione “Il Vittoriale degli Italiani” ci vediamo costretti a interrompere la pubblicazione di diverse opere di Gabriele D’Annunzio.

Liber Liber ha pubblicato le opere di D’Annunzio nel pieno rispetto della legge, ma siamo comunque costretti ad accogliere l’ingiunzione dei legali della Mondadori non potendo sostenere un contenzioso legale, anche se certamente lo vinceremmo, perché non abbiamo fondi a sufficienza per assumere un avvocato e attendere i molti anni necessari a una sentenza.

È due volte ingiusto: perché le richieste degli avvocati della Mondadori e della fondazione “Il Vittoriale degli Italiani” impoveriscono il patrimonio culturale liberamente e legittimamente disponibile su Internet, e perché la lentezza e i costi della giustizia italiana creano una disparità fra chi, a torto o a ragione, ha i mezzi per sostenere una causa, e chi no.

Il tutto avviene in un contesto inquietante, con le multinazionali che fanno pressioni sui legislatori per deformare sempre di più le leggi sul diritto d’autore. Ne sono riprova alcuni provvedimenti recenti:

* l’estensione a 70 anni del copyright
ovvero il numero di anni in cui il proprietario di un diritto – tipicamente una multinazionale – può arrogare a sé lo sfruttamento esclusivo di un’opera, nonostante il decesso dell’autore. Soffocando così la libera concorrenza e tenendo alto il prezzo della cultura. Da osservare che negli Stati Uniti le multinazionali nel 2003 sono riuscite a estendere ulteriormente la durata del copyright, portandola a 95 anni dopo la morte dell’autore. E ora stanno provando a fare lo stesso in Europa;
* l’imposizione di una tassa su ogni tipo di supporto informatico
nel 2003 il Governo italiano ha varato un provvedimento che tassa hard disk, CDROM, floppy, DVD, ecc. allo scopo di “risarcire” le multinazionali dai pirati musicali, come se ogni proprietario di un hard disk o di un floppy fosse un criminale che deve risarcire un danno.

Si deve porre un argine a tutto questo, e puoi contribuire anche tu semplicemente informando i tuoi conoscenti. Denunciare queste manovre (che non hanno eco sulla stampa e nelle TV, di proprietà delle stesse multinazionali che vogliono queste leggi inique) è infatti il primo passo. Per saperne di più leggi lo speciale “Copyright: sempre peggio”.

Non so che dire. Davvero. Mi sembra una prevaricazione bella e buona. Anche perché la Mondadori e la fondazione del Vittoriale dovrebbero sapere che ogni vero appassionato lettore è disposto a (quasi) tutto pur di possedere l’oggetto del suo amore; e i testi on line vanno bene giusto per la consultazione e/o la veloce trascrizione di un brano ad uso di studio o di lavoro. Io, per esempio, possiedo quasi tutto l’opus dannunziano: ma ovviamente mi risulta molto più facile andarmi a cercare un brano on line piuttosto che mettermi a sfogliare pagine su pagine. Anzi, l’ho appena fatto con Germinal, di Zola: se avessi dovuto spulciarmi il cartaceo alla ricerca dei passi che m’interessavano, e poi ribatterli o scannerizzarli ci avrei messo il triplo del tempo.
I provvedimenti menzionati nel testo citato mi sembrano francamente liberticidi, e apertamente orientati a limitare gravemente la circolazione delle idee e in extenso del pensiero: ci dobbiamo vedere un tristo adeguamento al Pensiero unico?


mag 22 2008

"Germinal": la marcia dei minatori

Quello che segue è il risultato di un mio scarno copia-e-incolla da Germinal, di Emile Zola, su suggerimento di Diego, che ha commentato qui. Buona lettura.

Sin dall’albeggiare, un fermento di rivolta aveva corso i borghi operai, avvisaglia della sommossa che ora andava crescendo minacciosa per le strade, dilagando per la campagna. Ma lo spargersi della notizia che cavalleria e gendarmi battevano la pianura, aveva consigliato di differire l’ora della partenza. […] Verso le sette e mezzo, al sorgere del sole, un’altra voce venne a calmare gli animi. Non di tradimento si trattava; bensì d’uno dei periodici spiegamenti di forza che, da quando era scoppiato lo sciopero, il comando del distretto ordinava, su invito del prefetto di Lilla. I minatori esecravano questo funzionario che, dopo aver promesso di intervenire in senso conciliativo, si limitava ora a far sfilare ogni otto giorni le truppe con l’evidente scopo di intimorirli. Sicché quando dragoni e gendarmi ripresero tranquillamente la via di Marchiennes, paghi d’avere intronato i borghi del trotto dei loro cavalli, i minatori risero alle spalle di quel bonomo di prefetto che ritirava le truppe proprio al momento buono. Sino alle nove rimasero sulle soglie a farsi buon sangue a contemplare con aria sorniona allontanarsi le schiene bonarie degli ultimi gendarmi. Crogiolandosi nei morbidi letti di piuma, i benestanti di Montsou dormivano ancora. […] Non un pozzo era presidiato: mancanza di previdenza che si verifica fatalmente al momento del pericolo e che dà la misura dell’incapacità d’un governo e degli errori di ogni sorta che commette quando si tratterebbe di non lasciarsi sorprendere dagli avvenimenti. E suonavano le nove, quando finalmente i minatori presero la via di Vandame per recarsi al posto di convegno. […] E per l’aperta pianura bianca di brina la banda avanzò sotto il pallido sole d’inverno, traboccando ai lati della strada, attraverso le piantagioni di barbabietole.
[…]
Quando si arrivò davanti alla Madeleine si era in millecinquecento. La strada d’accesso alla miniera scendeva con dolce pendio; la vociferante colonna dovette aggirare il terrapieno, per quindi spiegarsi sul piazzale della miniera. Erano in quel momento passate di poco le due. Ma i sorveglianti, avvertiti, avevano anticipato l’uscita delle maestranze; sicché all’arrivo dei dimostranti, stavano sbarcando dall’ascensore gli ultimi venti operai. Cercarono scampo nella fuga; furono inseguiti a sassate. Due furono picchiati, uno ci rimise una manica. Questa caccia all’uomo salvò il materiale; né i cavi né le caldaie soffrirono danni. Già la banda s’allontanava, diretta al pozzo vicino.
[…]
Sottolineato dai borborigmi del corno, il grido:
— Pane! pane! – si affievolì in lontananza.
Seguitando sempre a ingrossarsi, la banda, che adesso non contava meno di duemilacinquecento uomini, arrivò alla Gaston-Marie, tutto rovesciando e spazzando davanti a sé come un torrente in piena.
[…]
— Pane! pane! pane! — Era la banda degli scioperanti che irrompeva in Montsou; mentre, manco a dirlo, la gendarmeria se ne allontanava di corsa, diretta al Voreux che le risultava minacciato.
[…]
Urlanti e gesticolanti, le donne erano apparse; un migliaio o poco meno; scarmigliate dalla corsa, mal coperte da cenci che lasciavano intravedere qua e là la pelle, dei corpi di femmine sfiancate a forza di figliare. Alcune tenevano fra le braccia l’ultimo nato, lo sollevavano, lo mostravano come brandissero e agitassero un segno di vendetta e di lutto. Altre, più giovani, procedevano impettite come muovessero alla battaglia, impugnando bastoni; mentre le vecchie, simili a furie scatenate, urlavano così forte che nei colli scarniti le corde si tendevano quasi a schiantarsi. Seguiva la valanga degli uomini; duemila forsennati; manovali, braccianti, staccatori; una massa pigiata e confusa che avanzava compatta al punto che non vi si discerneva più nulla: camiciotti di tela o maglie a brandelli, tutto spariva in un’unica tinta terrea. Galleggiavano su quella uniformità solo il lampeggiare degli occhi, lo spalancarsi dei neri buchi delle bocche, bercianti la «Marsigliese»; le cui strofe naufragavano in un mugghio confuso, accompagnato dallo schioccare degli zoccoli. Sulla marea di teste irta di sbarre di ferro, un’ascia passò; e quell’unica ascia, tenuta verticale, che era come il vessillo della banda, si ritagliava sul limpido cielo con l’aguzzo profilo d’una mannaia.
[…]
L’ira, la fame, i patimenti che da due mesi duravano, la stanchezza prodotta da quello scalmanato correre di miniera in miniera, aveva infatti allungato quei pacifici visi in mascelle di belve. In quel momento il sole tramontava, insanguinando la pianura della cupa porpora dei suoi ultimi raggi.
Tinti di quella porpora, uomini e donne seguitavano a correre simili a beccai imbrattati di sangue; e fu come se, non più una folla, ma un fiume di sangue dilagasse per la strada.
[…]
Sì, il secolo non volgerebbe a termine, che in una rossa sera come questa, il popolo scatenato strariperebbe così per le strade: grondante del sangue della borghesia, agiterebbe sulle picche delle teste, sventrerebbe i forzieri e ne seminerebbe l’oro. Le donne urlerebbero; minacciosi come questi, gli uomini spalancherebbero fauci di belva. Sì, sarebbero gli stessi cenci che ricomparirebbero, lo stesso strepitio di zoccoli che rintronerebbe le vie; sarebbe la stessa raccapricciante folla, lacera, sudicia, dal fiato appestato, che spazzerebbe via il vecchio mondo sotto la sua barbarica spinta irresistibile. Incendi fiammeggerebbero; delle città non resterebbe pietra su pietra; si ritornerebbe all’esistenza selvaggia dei boschi, dopo il pauroso esplodere di foia, dopo l’immane orgia che vedrebbe in una notte i diseredati sfiancare le donne dei ricchi, mettere a sacco le loro cantine. Più nulla resterebbe; non un soldo delle fortune accumulate, non un titolo o una posizione sociale; sino al giorno in cui forse un nuovo mondo sorgerebbe sulle rovine dell’antico. Sì, era un’avvisaglia di questo, ciò che ora si scatenava su quella strada con la irresistibilità d’una forza di natura; era dell’imminente ciclone che essi ora ricevevano in viso la ventata che bastava a farli trascolorire.
Un grido sorse che soverchiò il canto della «Marsigliese»:
— Pane! pane! pane!

(da Emile Zola, Germinal)


mag 21 2008

Un appello del "Patto permanente contro la guerra"

Bush torna a Roma per coinvolgere ancora di più l’Italia nella guerra permanente

Appello del Patto permanente contro la guerra

Il presidente degli Stati Uniti Bush l’11 giugno prossimo sarà di nuovo a Roma per discutere con il nuovo governo Berlusconi – uno dei suoi più fedeli alleati in Europa – un maggiore coinvolgimento dell’Italia nelle strategie di guerra degli USA nei vari scenari.

Bush è “un’anatra zoppa” ma prima di concludere il suo mandato vuole approfittare del favorevole clima politico bipartizan in Italia per aumentare gli impegni militari del nostro paese. In poche parole Bush vuole la disponibilità dell’Italia ai preparativi di guerra contro l’Iran, più truppe da combattimento in Afghanistan, nuove regole offensive per il contingente militare italiano in Libano da utilizzare contro l’opposizione libanese, il pieno utilizzo dei militari italiani nei Balcani a difesa della secessione del Kosovo, il via libera ai lavori alla base militare del Dal Molin a Vicenza e l’allargamento operativo delle altre basi USA sul nostro territorio, la partecipazione attiva allo Scudo missilistico che già si sta realizzando con le prime installazioni nei paesi dell’Europa dell’Est, una maggiore collaborazione tecnologica e militare tra aziende italiane e statunitensi (vedi l’escalation della Finmeccanica), la subalternità alle scelte della NATO, il rafforzamento della complicità militare e diplomatica tra Italia e Israele.
Una accresciuta aggressività militare finalizzata alla riconquista o all’ampliamento della propria sfera d’influenza sul mercato mondiale – oggi in evidente declino – è la risposta con cui gli Stati Uniti intendono rispondere alla recessione economica abbattutasi sull’economia USA. Il tentativo dell’amministrazione Bush è quello di accollare i costi economici, sociali e militari di questa sua crisi anche sui paesi alleati.

Su questa inquietante agenda di guerra, Bush troverà piena collaborazione da parte del governo Berlusconi, il quale si sta affrettando a far suonare le fanfare della guerra e del razzismo ed a peggiorare, se possibile, in Libano, in Afghanistan e di nuovo in Iraq, il ruolo di guerra dell’Italia, già delineato da D’Alema come quello la sesta potenza (coloniale) del mondo, in quanto a presenza di militari oltreconfine.

Questa agenda la vogliamo e la dobbiamo ribaltare con una mobilitazione contro la guerra che non ha fatto e non farà sconti a nessun governo e a nessun soggetto politico che si sia reso complice della guerra permanente, delle sue alleanze e dei suoi obiettivi.

Il Patto permanente contro la guerra lancia un appello alla mobilitazione a tutte le persone che vogliono un altro mondo possibile in cui la Pace sia il punto di riferimento della politica estera ed economica e la sicurezza sia inscindibile dalla solidarietà e dalla cooperazione e giustizia sociale. Non vogliamo che il nostro paese sia ancora complice della escalation di guerra e non vogliamo che dia il benvenuto a colui che massimamente ha incarnato in questi anni la guerra globale, la tortura e la sospensione dei diritti umani in tutto il mondo.

Per dire No a Bush e No alla guerra, per dire fuori l’Italia dalla guerra, chiamiamo tutte e tutti in piazza mercoledì 11 giugno a Roma e ovunque ci siano consolati e rappresentanze USA per protestare contro la visita di Bush, per lanciare il nostro grido di allarme contro l’escalation di guerra.

Per discutere gli scenari di guerra in cui siamo coinvolti e il ruolo che in essi gioca l’Italia, ma anche per discutere della manifestazione dell’11 giugno, invitiamo tutte e tutti al FORUM convocato per sabato 24 maggio a Roma (Casa internazionale delle donne, via della Lungara n.19, vicino a Regina Coeli dalle ore 10.00). Nel frattempo invitiamo a promuovere subito riunioni unitarie in ogni città per preparare la mobilitazione e discutere le possibilità concrete di iniziativa.

Per lunedì 2 giugno a Napoli, un’alleanza di forze pacifiste e antimilitariste ha lanciato la proposta di una manifestazione contro le basi militari da tenersi nella città sede del nuovo Comando Centrale della Marina militare USA, chiamando alla partecipazione tutti i comitati popolari impegnati nella lotta per lo smantellamento delle basi.

L’11 giugno saremo in piazza a Roma e in altre città contro la visita di Bush e le politiche di guerra del nuovo governo Berlusconi, per riaffermare la nostra piattaforma:

- il ritiro immediato delle truppe italiane dall’Afghanistan, dal Libano, dai Balcani

- la revoca della decisione di costruire una nuova base militare a Vicenza e lo smantellamento delle basi militari USA/NATO nel nostro territorio per riconvertirle ad uso civile

- la revoca dell’adesione dell’Italia allo Scudo missilistico USA,

- la revoca della partecipazione alla costruzione degli F35

- la revoca dell’accordo di cooperazione militare tra Italia e Israele

- il taglio delle spese militari a favore di quelle sociali.

Il Patto permanente contro la guerra


mag 15 2008

Medicine alternative: il potere della disinformazione

Terribile la storia della ragazza diabetica morta a Firenze per aver sospeso l’assunzione di insulina.
Disgustosa, invece, la campagna di disinformazione messa in atto dalla stampa: che si tratti di propaganda o di semplice ignoranza, le cose cambiano poco. Si continuano a confondere (e a far confondere) gli ambiti della naturopatia e dell’omeopatia, che sono cose ben diverse: proprio come diverse sono, per esempio, la psicoterapia e la psichiatria.
Ma è chiaro che criminalizzare le medicine alternative paga sempre parecchio, in termini di successo di critica e di pubblico. Mi aspetto interviste e talk-show con i soliti noti pronti a pontificare sulla bontà della medicina ufficiale, che causa ogni anno “effetti collaterali” tranquillamente paragonabili (a detta di alcuni) a quelli di certe intelligentissime bombe americane di qualche anno fa…


mag 7 2008

Paolo Barnard: «La replica di Marco Travaglio»

Come talvolta accade nella vita, la verità si offre da sé. Mi è arrivata la più cristallina conferma che quanto vado dicendo di certi nuovi ‘paladini’ di questa povera Italia è vero. Essi necessitano adulazione, ma una volta sottoposti a critica reagiscono esattamente come i personaggi del Sistema-Potere, quelli cioè che proprio loro così alacremente contestano.

Marco Travaglio non mi ha ovviamente risposto, ma ha replicato a un cittadino che gli chiedeva del caso Censura Legale e di cosa pensasse della mia ‘Lettera aperta’ a lui destinata. Ora leggete:

From: “piero deola” piero.deola@****
To: “travaglio” marco.travaglio@****
Cc :
Date : Wed, 30 Apr 2008 10:23:20 +0200
Subject : Lettera aperta a Marco Travaglio. Di Paolo Barnard

Caro Travaglio
La leggo e la seguo in tutti i modi possibili per la chiarezza di esposizione e per la mancanza di peli sulla lingua. Ricevo però da Barnard l’allegata (Lettera aperta, nda) e sarei anch’io felice se assieme allo staff di “Anno Zero”, avesse il coraggio, fin quì negato, di trattare la questione Gabanelli/Barnard. Ho piu’ volte scritto alla redazione della trasmissione senza avere riscontro (siamo in un regime democratico o piu’ o meno tutti hanno imparato dal Caimano?). Non mi deluda e dipani questa intricata matassa che doverosamente gli uomini liberi e giusti, come io La intendo, dovrebbero sentire il dovere forte di fare. Con stima Le invio i piu’ cordiali saluti.
Piero Deola
__________

To: “piero.deola” Sent: Thursday, May 01, 2008 2:18 PM
Subject: Re:Lettera aperta a Marco Travaglio. Di Paolo Barnard

SONO TUTTE BALLE.
SALVE
MT
__________

>From : “piero deola” piero.deola@****
To: marco.travaglio@****
Cc :
Date : Thu, 1 May 2008 15:24:50 +0200
Subject : Re: Re:Lettera aperta a Marco Travaglio. Di Paolo Barnard

Grazie per il riscontro ma non per la frettolosa risposta. In certi casi anche la forma richiede di essere onorata e la sostanza giustificata. Cordialmente Piero Deola
___________

From: To: "piero.deola" Sent: Thursday, May 01, 2008 3:31 PM
Subject: Re: Re:Lettera aperta a Marco Travaglio. Di Paolo Barnard

è che non ho tempo da perdere dietro ai delirii di uno squinternato che mi diffama su internet senza avermi mai visto nè coniosciuto con processi alle intenzioni. ciao m,t

_________

“Sono tutte balle”. Ho fornito le prove nero su bianco in atti giudiziari pubblici della collusione di Milena Gabanelli con la RAI in Censura Legale. Inoltre io e il gruppo di cittadini censurati da Report e da Beppe Grillo abbiamo fornito le prove nero su bianco di quella censura. A montagne. Abbiamo lanciato un allarme perché quei fatti, incontestabili, colpiscono al cuore la libera informazione italiana, e proprio per mano di coloro che si autoproclamano i suoi ultimi bastioni. Ho scritto che “il giorno in cui dovessimo scoprire che ‘Il nemico marcia alla nostra testa’, quello sarebbe il giorno più tragico per le speranze della società civile italiana”.
Marco Travaglio, attento esaminatore di documenti, non ha letto nulla e non si è documentato su nulla in questo caso, e spara sentenze esattamente come faceva Berlusconi quando gli contestavano i suoi misfatti prove alla mano: “Tutte balle”. Questa è ignoranza e tracotanza, Travaglio come Berlusconi, come Ferrara o Feltri. Vedete quanto poco ci vuole a replicare il Sistema?

“I delirii di uno squinternato”. Sono giornalista da quando Travaglio era al liceo. Ho co-fondato Report e ho lavorato in RAI per 14 anni partendo da Samarcanda, poi Report per arrivare a RAI Educational; sono scrittore e saggista pubblicato da alcune delle maggiori testate italiane; sono ideatore e membro di una Consulta presso il Ministero della Salute.
Giovanni Minoli ha detto pubblicamente di me: “Su un giornale e anche su un blog, leggevo di una polemica di un socio fondatore di Report, Paolo Barnard, che è stato sicuramente uno che a Report ha dato tantissimo, che ha fatto la maggior parte delle inchieste di grande successo dei primi anni di Report e anche successivamente. E lui era severo, severo con Milena . Però mi colpiva che un uomo etico come Barnard, una persona che dedica molto del suo tempo, della sua vita, ad assistere i malati terminali, quindi un uomo e una persona che ha un impegno sociale e civile di primissimo ordine, chiedeva conto a Milena del perché è stato abbandonato”.
L’ex magistrato di Mani Pulite Gherardo Colombo mi ha definito per iscritto “una persona molto stimata nella società civile”.
Giuliano Amato mi ha telefonato per commentare così il mio ‘Per un Mondo Migliore’: “Lei ha finalmente detto ciò che lo fa accadere (il cambiamento, nda). L’ho citata e la citerò”.
Alex Zanotelli ha scritto di me “Ho sempre ammirato il lavoro giornalistico di Paolo Barnard. Penso che le sue puntate su Report siano le più belle del giornalismo italiano”.
Ma soprattutto migliaia di cittadini mi hanno scritto per esprimermi la loro gratitudine e il loro apprezzamento.

Io ho posto a Marco Travaglio una questione che va al cuore dell’etica del nostro mestiere: il rapporto fra fama/potere e libertà di espressione. Lui non mi risponde e mi insulta volgarmente per interposta persona con, di nuovo, una tracotanza impressionante. L’impasto di ignoranza del tema trattato e di arroganza volgare sono in Marco Travaglio, qui, la replica esatta di come hanno sempre reagito i peggiori personaggi del Sistema Potere a chi li criticava o a chi ne esponeva le ipocrisie.

“I processi alle intenzioni”. Sabina Guzzanti ha replicato così alla lettura della mia Lettera aperta a Marco Travaglio: “Tu dici che Marco starà in tv 20 anni? Che si corromperà? Può darsi, ma è un pò prematuro darlo per certo non ti pare? Tua Sabina”.
Le ho risposto: “Marco si è già corrotto. Come fa a stare nel salotto di uno che ha fatto scempio del mandato elettorale di tanti italiani per scendere da Strasburgo (dove ha soggiornato a spese dei cittadini) a riprendersi il suo ‘giocattolo’ preferito? Cos’è un mandato elettorale? Un parcheggio temporaneo? Una cura ricostituente? E costui, cioè Santoro, oggi sta in TV a bacchettare il malcostume della politica (sic). Può Marco dire quanto sopra in faccia a Santoro in diretta ad Anno Zero? Eppure è un fatto, conclamato. Può? Lo ha fatto?
Può Travaglio dire che la sua casa editrice Chiarelettere è diventata il fans club di un magistrato e della magistratura con tanto di striscione e motto sul sito (caso unico in occidente), facendo così a pezzi il più sacro dei principi dei checks and balances nel giornalismo? Può? Lo ha fatto?”.

E aggiungo qui: può Travaglio spiegarci cosa ci sta facendo in prima serata TV dopo aver perentoriamente dichiarato nel 2006 quanto segue:
“In televisione è vietato tutto ciò che è libero, indipendente e autonomo. Perché? Perché non si sa mai cosa può dire uno libero, che non risponde, non si sa mai cosa potrebbe fare, non si sa mai cosa potrebbe raccontare… Se uno è asservito è controllabile, si conoscono le dimensioni del suo guinzaglio, e si sa anche chi lo tiene in mano il guinzaglio. Chi non ha il guinzaglio in televisione in questo momento non lavora e chi ci lavora in un modo o nell’altro un suo guinzaglio ce l’ha.
Si tratta a volte di scoprirlo, per quelli più furbi, che lo nascondono meglio, per altri si tratta di capire quanto è lungo, ma non c’è dubbio che chiunque lavori in televisione nei posti chiave, che si occupano di informazione, di attualità, o che si occupano disettori limitrofi, il guinzaglio c’è e lo tiene in mano qualcuno. Poi ci può essere qualcuno che ha il guinzaglio e pure è bravo (sic, nda), non è mica escluso, è difficile, ma non è escluso; la regola è comunque che ciascuno deve essere controllabile e ciascuno deve essere prevedibile , ciascuno deve avere qualcuno che garantisce per lui altrimenti sulla base delle proprie forze e delle proprie gambe lì dentro non ci si entra”?

Quanto sopra, dovrebbe in un pubblico sano destare una profondissima preoccupazione e molte domande.

Nel mio Considerazioni sul V-day (http://www.disinformazione.it/lettera_paolo_barnard.htm) e nelle mie interviste su Arcoiris TV ho lanciato appelli alla società civile organizzata, cioè all’ultimo residuo di speranza dell’Italia di emergere dal buio. Potete leggerli e ascoltarli, ma ripeto qui alcuni punti fondamentali.

Primo. Non esistono spiriti liberi nel circo delle Star e della fama. La fama dà potere e, una volta acquisito, il suo mantenimento diviene prioritario rispetto alla libertà d’espressione (come dimostrato sopra). Inoltre il potere e la fama inducono spesso a comportamenti meschini. Nell’estate del 2006, per fare un esempio, Beppe Grillo negava al cineamatore Pietro Campoli il permesso di diffondere su Arcoiris Tv le immagini del suo intervento alla marcia di Quarrata “perché non ricordo ciò che ho detto e non posso più sostenere le cause che mi arrivano” (sic). Grillo denuncia un reddito di 4,2 milioni di euro all’anno. Arcoiris vive di contributi volontari.

Secondo. Il lavoro di Travaglio e soci nella ‘Industria della Denuncia e della Indignazione’ che hanno fondato è inutile. Inutile perché 16 anni dopo Mani Pulite, e dopo 16 anni di denunce e di indignazione sfornati a ritmo ossessivo, con decine di libri fotocopia, l’Italia è messa peggio di prima. E sapete chi lo ha scritto questo? Marco Travaglio nel suo libro ‘Mani Sporche’. E qui sta l’ironia: Travaglio ha scritto di suo pugno che quello che fa non serve a un accidenti. Ma non se nè accorto. L’‘Industria della Denuncia e della Indignazione’ ha fallito interamente i suoi scopi, e naturalmente i suoi ‘industriali’ sono ben lontanti da qualsiasi autocritica su questa evidenza. E ben lontani dal pensare di fare altro.

Terzo, lavoro di Travaglio e soci è anche dannoso. Dannoso perché i Travaglio, Grillo, Stella e co., con gli attacchi ossessivi alla Casta, stanno fornendo agli italiani un alibi colossale per fuggire dall’unica verità che sarebbe utile all’Italia: e cioè che la Casta siamo noi, tutti noi, noi mafiosi, parrocchiali, omertosi, e ladri di 270 miliardi di euro di sola IVA, confronto ai quali il mantenimento della Casta politica, la mafiosità di un pugno di amministratori, l’omertà dei furbetti italici sono ben poca cosa. Va riportato il cittadino al centro, al centro delle sue responsabilità per il Paese che ogni giorno crea con le sue azioni, e gli va detto che Berlusconi, Mangano, Consorte, Pio Pompa, Bossi e gli altri sono solo la proiezione sul muro della sua ombra. Null’altro.

Ma dannoso soprattutto perché questi nuovi Personaggi/eroi della nuova Italia hanno finito per replicare lo Star system del sistema commercial-mediatico. Sono oggi vere celebrità. Ponendosi come tali, inevitabilmente trasmettono alle persone la sensazione di sapere sempre più di loro, di contare più, di avere più carisma, più coraggio, più visibilità. E più sapere, capacità, importanza, carisma, coraggio e visibilità le persone gli attribuiscono, meno ne attribuiscono a se stessi. Il paragone inevitabile fra la (generalmente fragile) autostima della gente comune e l’immagine di ‘grandezza’ dei Personaggi, fra il limitato potere della gente e quello invece di chi è famoso, è ciò che finisce per annullare tantissimi. E infatti in assenza dei Personaggi, la maggioranza dei loro seguaci non osa più esporsi, anzi, scompare. Ecco perché le migliaia che si riversano nelle piazze ogni anno sembrano regolarmente sparire nel nulla all’indomani.
I Travaglio, Grillo e soci dovrebbero rimpicciolisi, sgonfiare la loro ipertrofica presenza e aiutare invece i cittadini a ingrandirsi, a divenire infatti i Personaggi di se stessi, i Travaglio-Grillo-Ciotti-Zanotelli ecc. di se stessi, a ‘scrivere’ cioè il ‘libro’ della propria denuncia dei fatti, a fare loro personale Tg, a credere solo nella propria verità, senza mai, mai e mai aderire acriticamente alla verità di alcuno, chiunque esso/a sia, qualunque sia la sua fama, provenienza, carisma o potere. Insomma, a scintillare non dovrebero essere i Grillo e i Travaglio, ma ogni singola persona comune, per sé, in sé.
Solo il percorso sopraccitato avrebbe garantito la nascita di un insieme di cittadini capaci di agire sempre, indipendentemente da qualsiasi cosa, capaci di combattere anche da soli, anche in assenza dei trascinatori, per sé e con sé, dunque potenti, affidabili e durevoli, protagonisti. Questo avrebbe fatto tremare i palazzi, questo li avrebbe spazzati via, questo e solo questo avrebbe cambiato la nostra Italia.

Sono queste le riflessioni che da due anni pongo a Marco Travaglio e ai suoi colleghi ‘paladini’. Le risposte non sono mai venute. Da loro ho unicamente censure, insulti, disprezzo.

Ma il punto è ben altro. Il punto siete voi che leggete. Le domande che non vi fate. L’affettività del tutto irrazionale con cui difendete questo triste stato di cose e i suoi ‘eroi’. Dopotutto le evidenze di quanto poco distanti siano alcuni di questi ‘paladini’ dai modi del Sistema-Potere che vorrebbero abbattere sono davanti ai vostri occhi. Perché non fate qualcosa per voi stessi? Perché non aprite gli occhi e non vi mettete voi sui palchi da centomila, dietro ai tavoli coi microfoni, al centro del mondo delle idee per cambiare?

Paolo Barnard


mag 6 2008

Nicola Tommasoli: morto per niente?

È morto ieri Nicola Tommasoli, il ragazzo aggredito il primo maggio da un gruppetto di sfaccendati confusi.
Non uso la parola “branco”, e non classifico neanche questi ragazzi come “naziskin” o “fascisti” — lo stanno facendo tutti e io non sono “tutti”. Resto sgomenta, invece, di fronte alla profonda banalità di questa morte, alla sua gratuità, al suo essere frutto di una coazione a ripetere indotta da decenni di martellamento culturale. Non sono la sola — in questi giorni l’ambiente della destra radicale è in fermento: tutti s’interrogano sui meccanismi perversi (e non è retorica, questa) che hanno portato cinque ragazzi qualsiasi a inventarsi un’appartenenza ideologica in nome della quale giustificare la licenza di uccidere.
Perché guardiamoli bene, questi ragazzi improvvisamente assassini: tutto sono fuorché naziskin. Niente teste rasate, niente tatuaggi, niente simboli in evidenza. Sono ragazzinormali, che studiano, che lavorano, che vivono in famiglia: sono quelli che “io li conoscevo bene”, “non avrei mai pensato”, “chi l’avrebbe mai detto” e via banalizzando.
Mi rendo conto che è la seconda volta che uso il termine “banale” in poche righe: ma non mi viene in mente altro, di fronte alla piattezza dell’equazione obsoleta fascismo = violenza. Preciso che non è “violenza” la parola che m’inquieta, ma “fascismo”: nei confronti del quale si è commesso il tragico errore di assimilarlo a un monolito liscio, compatto e impenetrabile come neppure Arthur C. Clarke avrebbe saputo immaginare (analogo e non meno tragico errore, del resto, lo si è compiuto attribuendo la stessa massiccia opacità all’antifascismo, sia chiaro).
“Fascismo”, dunque, è diventato sinonimo di male assoluto, come sappiamo: cosa su cui si potrebbe discutere fino alla fine dei tempi senza arrivare a nulla, e quindi lasciamo perdere. Non lasciamo perdere, invece, anzi raccogliamola — e teniamola da conto come l’indizio prezioso che di fatto è — la constatazione che nel confuso immaginario collettivo degli ultimi decenni è andata prendendo piede la caricatura del fascismo: ovvero lo stravolgimento del termine e del suo significato, operato in base all’identificazione di un’intera costruzione ideologica con uno solo dei suoi elementi — la violenza, appunto.
Che è esistita, naturalmente, proprio come esiste tuttora la violenza dei e nei regimi c.d. democratici. Nessuno, mi auguro, vorrà negarlo: l’esercizio della violenza — vogliamo chiamarla coercizione, così le anime belle si agitano meno? — l’esercizio della coercizione, dunque, è parte integrante della natura umana; anzi costituisce la base fondante di ogni istituzione sociale a partire dalla famiglia per passare attraverso la scuola etc. (Qui ci starebbe bene anche un accenno al nome santo d’anarchia, ma finiremmo troppo lontano e non voglio divagare).
Grazie a quello stravolgimento, allora, il fascismo ha perso ogni significato politico per divenire unidimensionale: spogliato di ogni complessità, esso ha finito per diventare immediatamente percepibile/fruibile da tutti e da chiunque nella sua scarna concretezza di violenza quintessenziale, per così dire.
Il procedimento ha avuto buon gioco nel condizionamento culturale, politico e quindi sociale del post-’68, da una parte e dall’altra: a “sinistra” perché l’identificazione del “punto nero” come qualcosa su cui sparare a vista cioè a prescindere rendeva tutto più facile; e a “destra” perché il fascino indiscreto del ghetto è dimostrato e indiscusso — potrei anche tirare dottamente in ballo la labelling theory, ma preferisco citare un personaggio sulfureo come Pierluigi Concutelli: «da quando i fascisti sono diventati emarginati, gli emarginati si credono fascisti».
Ed eccoci tornati al punto di partenza: i ragazzi che hanno ammazzato Nicola Tommasoli non sono skin, e pare che neanche frequentassero sedi di partito. Più semplicemente, avvertivano forse un lieve disagio sociale: sembra frequentassero lo stadio e gli piacesse giocare a fare i duri menando le mani (all’occorrenza e con sfumature razziste); e dove lo trovi, oggi, uno più duro e cattivo di un fascista? Perché pare proprio che siano in troppi, oggi, a pensare che sfondarsi di birra, fare risse e salutare a braccio teso siano tutto quello che serve per collocarsi a “destra”. Il massimo risultato col minimo sforzo, insomma. Pragmatici, questi figlioli.
Nasce da questa constatazione, come scrivevo prima, la discussione lacerante che in questi giorni scuote parecchie realtà della destra radicale, e che in estrema sintesi si può ridurre ad un’unica domanda: che cos’è, oggi, “fascismo”?
Ossia: il significato (etico, politico, ideologico, sociale, economico, psicologico, storico) che a “fascismo” attribuisce il militante di “destra” coincide effettivamente col significato che gli attribuisce il resto del mondo? O ciascuno dei due si fa un suo film personalissimo e un po’ paranoico in base al quale agire e giudicare l’altro?
Sarebbe interessante, oltre che profittevole per tutti, scoprirlo. Se ne era accorto già Aristotele che se non si concorda sul significato da attribuire alla medesima parola si finisce per esser come tronchi — pezzi di legno, insomma, con i quali non si parla se non nelle favole.
Ma il tempo delle favole è finito, e la realtà da affrontare, al momento, è quella di un ragazzo morto per niente. Facciamo in modo che questo “niente” diventi almeno un pretesto per capire.


mag 1 2008

Il Primo maggio secondo De Amicis

Ho scovato il Primo Maggio di Edmondo De Amicis sullo scaffale stracolmo della sezione “Socialismo e anarchia” di una deliziosa libreria nel centro di Perugia, parecchi anni fa.
Il libro veramente era uscito nel 1980, ma all’epoca io ero giovane, sapevo molto meno di quel poco che so adesso e l’evento mi sarà passato inosservato, presa com’ero dalle mille faccende che affaccendano i ventenni.
Per me, allora, il De Amicis era quello del libro Cuore, e pur avendo letto diverse cose sue (mio padre lo apprezzava molto e mi aveva passato tutti i suoi libri) non sapevo nulla della sua “conversione” al socialismo, di cui si favoleggiava e che l’autore stesso tenne a lungo nascosta.
De Amicis iniziò a scrivere Primo Maggio nel 1891, all’indomani della prima celebrazione italiana dell’evento, risoltasi un po’ ovunque in disordini che lasciarono sul terreno qualche morto e diversi feriti. Poi l’opera rimase incompiuta e vide la luce soltanto nel 1980, con un’edizione realizzata sulla base della parte già revisionata dal De Amicis (e da lui considerata pronta per la stampa), a cui fu aggiunta la prima stesura del resto dell’opera, debitamente ripulita.
Da quando ce l’ho, celebro a modo mio il 1° maggio leggendone qualche pagina ogni anno, e finendo puntualmente per rileggere in volata tutto il libro… Repetita juvant.
Quest’anno, metto in rete un brano per condividerlo con eventuali lettori; altre cose sul Primo maggio si trovano anche qui.
Buona lettura.


[...] La folla tumultuante faceva nero tutto lo spazio intorno alla rotonda del Meridiano; la piazza era chiusa da compagnie di fanteria; il corso San Martino da una doppia schiera di cavalleggieri; i bersaglieri chiudevano il corso Beccaria; gruppi di carabinieri e di guardie di polizia a tutti gli angoli; e dietro alle masse scure e silenziose delle truppe, di cui scintillavano qua e là le uniformi e le baionette al lume dei lampioni, la piazza e i viali eran solitari, i portici deserti, le botteghe chiuse, le case senza lumi, cieche e mute come corpi abbandonati. La città, dalla parte delle truppe, pareva morta. La folla, in alcuni punti folta, in altri rada, fluttuava, avanzando e retrocedendo a vicenda, lanciando sassi, che non si vedeva dove andavano a cascare, emettendo urli da selvaggi, fra cui si distinguevano grida d’incitamento e di comando […]. Nel frastuono si continuava a sentire fragorii di fanali spezzati. Delle forme nere si chinavano a raccoglier pietre per terra, tenendo il viso alto, per non perder d’occhio la truppa. Altri giravano rapidamente, come per diffondere una parola d’ordine. I più avanzati parevano i più giovani, fra cui c’eran dei ragazzi. Tutta quella massa aveva delle mosse brusche, strane, come delle scosse che ricevessero tutti ad un punto, come se fosse agitata dagli scossoni d’una febbre violenta. E davanti a quella agitazione furiosa, pareva più terribile, più solenne l’immobilità impassibile delle truppe lontane, che chiudevan tutte le vie davanti come muraglie viventi.
Il Bianchini si ritirò dalla finestra, profondamente agitato. […] La folla urlava sempre più, e gli parve che avanzasse. Si sentivano suonar delle trombe. […] sentì un colpo di fucile, e poi subito una grandinata di colpi, che risonarono nella piazza con un fracasso tremendo. […] Egli si lanciò alle persiane e vide la folla fuggire disperatamente verso San Donato e il viale di Rivoli, urlando e imprecando, tutti curvi, piegati in due, come per fuggire alle palle. […] Vide tutte le truppe avanzarsi, mandando baleni dalle baionette. Vide passare sotto le sue finestre, a corsa rapidissima, una compagnia di bersaglieri […]. Dei carabinieri e delle guardie seguivan correndo le truppe, e sparando colpi di pistola. Egli notò i lampi del fuoco diretti in alto, quasi verticali. Delle grida violente di rimando s’intesero di sotto la casa: — Via! Via! Via! — Più lontano vide avanzarsi la massa — Poi un rumore pesante di passi di corsa: un gruppo di fanteria passava per i giardini della casa per prendere di fianco la turba. Dopo non si vedeva più un dimostrante da nessuna parte. […]

La mattina dopo svegliandosi, fresco di forze e chiaro di mente, al primo pensiero che il 1° Maggio era passato, il Bianchini ebbe un grande piacere, e si vergognò un poco del turbamento e delle sinistre previsioni da cui s’era lasciato abbattere la sera avanti. Ma nell’animo rassicurato gli risorse più forte lo sdegno contro l’audacia dei perturbatori che avevano fatto passare a un galantuomo par suo una così triste giornata. […] Quella mattina alle dieci, tornato dalla sua passeggiata solita, mentre sua moglie e sua figlia erano andate a messa, gli capitarono in casa Alberto e la nuora. […] Sedettero un momento tutti e tre intorno a una tavola rotonda, di contro alla finestra, donde entrava un raggio di sole. E il Bianchini interrogò subito il figliuolo sugli avvenimenti del giorno innanzi, scherzando, parato a una scrollata di spalle di lui, che viveva tutto nella letteratura, e d’ogni altro argomento non si curava.

— Hai visto, eh! — gli domandò — hai sentito ieri sera, quei mascalzoni?

Il figliuolo rispose indifferentemente: — Ho visto. — E tacque un momento, come se gli rincrescesse di soggiungere quello che aveva in mente. — Ma che vuoi… — disse dopo — per me… mi fa pena una società che, quando quelli che la fanno vivere domandano un po’ meno di lavoro e un po’ più di benessere, per tutta risposta, mostra loro le baionette.

Il padre lo guardò. Continue reading