Il Primo maggio secondo De Amicis

Ho scovato il Primo Maggio di Edmondo De Amicis sullo scaffale stracolmo della sezione “Socialismo e anarchia” di una deliziosa libreria nel centro di Perugia, parecchi anni fa.
Il libro veramente era uscito nel 1980, ma all’epoca io ero giovane, sapevo molto meno di quel poco che so adesso e l’evento mi sarà passato inosservato, presa com’ero dalle mille faccende che affaccendano i ventenni.
Per me, allora, il De Amicis era quello del libro Cuore, e pur avendo letto diverse cose sue (mio padre lo apprezzava molto e mi aveva passato tutti i suoi libri) non sapevo nulla della sua “conversione” al socialismo, di cui si favoleggiava e che l’autore stesso tenne a lungo nascosta.
De Amicis iniziò a scrivere Primo Maggio nel 1891, all’indomani della prima celebrazione italiana dell’evento, risoltasi un po’ ovunque in disordini che lasciarono sul terreno qualche morto e diversi feriti. Poi l’opera rimase incompiuta e vide la luce soltanto nel 1980, con un’edizione realizzata sulla base della parte già revisionata dal De Amicis (e da lui considerata pronta per la stampa), a cui fu aggiunta la prima stesura del resto dell’opera, debitamente ripulita.
Da quando ce l’ho, celebro a modo mio il 1° maggio leggendone qualche pagina ogni anno, e finendo puntualmente per rileggere in volata tutto il libro… Repetita juvant.
Quest’anno, metto in rete un brano per condividerlo con eventuali lettori.
Buona lettura.

 


[…] La folla tumultuante faceva nero tutto lo spazio intorno alla rotonda del Meridiano; la piazza era chiusa da compagnie di fanteria; il corso San Martino da una doppia schiera di cavalleggieri; i bersaglieri chiudevano il corso Beccaria; gruppi di carabinieri e di guardie di polizia a tutti gli angoli; e dietro alle masse scure e silenziose delle truppe, di cui scintillavano qua e là le uniformi e le baionette al lume dei lampioni, la piazza e i viali eran solitari, i portici deserti, le botteghe chiuse, le case senza lumi, cieche e mute come corpi abbandonati. La città, dalla parte delle truppe, pareva morta. La folla, in alcuni punti folta, in altri rada, fluttuava, avanzando e retrocedendo a vicenda, lanciando sassi, che non si vedeva dove andavano a cascare, emettendo urli da selvaggi, fra cui si distinguevano grida d’incitamento e di comando […]. Nel frastuono si continuava a sentire fragorii di fanali spezzati. Delle forme nere si chinavano a raccoglier pietre per terra, tenendo il viso alto, per non perder d’occhio la truppa. Altri giravano rapidamente, come per diffondere una parola d’ordine. I più avanzati parevano i più giovani, fra cui c’eran dei ragazzi. Tutta quella massa aveva delle mosse brusche, strane, come delle scosse che ricevessero tutti ad un punto, come se fosse agitata dagli scossoni d’una febbre violenta. E davanti a quella agitazione furiosa, pareva più terribile, più solenne l’immobilità impassibile delle truppe lontane, che chiudevan tutte le vie davanti come muraglie viventi.
Il Bianchini si ritirò dalla finestra, profondamente agitato. […] La folla urlava sempre più, e gli parve che avanzasse. Si sentivano suonar delle trombe. […] sentì un colpo di fucile, e poi subito una grandinata di colpi, che risonarono nella piazza con un fracasso tremendo. […] Egli si lanciò alle persiane e vide la folla fuggire disperatamente verso San Donato e il viale di Rivoli, urlando e imprecando, tutti curvi, piegati in due, come per fuggire alle palle. […] Vide tutte le truppe avanzarsi, mandando baleni dalle baionette. Vide passare sotto le sue finestre, a corsa rapidissima, una compagnia di bersaglieri […]. Dei carabinieri e delle guardie seguivan correndo le truppe, e sparando colpi di pistola. Egli notò i lampi del fuoco diretti in alto, quasi verticali. Delle grida violente di rimando s’intesero di sotto la casa: — Via! Via! Via! — Più lontano vide avanzarsi la massa — Poi un rumore pesante di passi di corsa: un gruppo di fanteria passava per i giardini della casa per prendere di fianco la turba. Dopo non si vedeva più un dimostrante da nessuna parte. […]

La mattina dopo svegliandosi, fresco di forze e chiaro di mente, al primo pensiero che il 1° Maggio era passato, il Bianchini ebbe un grande piacere, e si vergognò un poco del turbamento e delle sinistre previsioni da cui s’era lasciato abbattere la sera avanti. Ma nell’animo rassicurato gli risorse più forte lo sdegno contro l’audacia dei perturbatori che avevano fatto passare a un galantuomo par suo una così triste giornata. […] Quella mattina alle dieci, tornato dalla sua passeggiata solita, mentre sua moglie e sua figlia erano andate a messa, gli capitarono in casa Alberto e la nuora. […] Sedettero un momento tutti e tre intorno a una tavola rotonda, di contro alla finestra, donde entrava un raggio di sole. E il Bianchini interrogò subito il figliuolo sugli avvenimenti del giorno innanzi, scherzando, parato a una scrollata di spalle di lui, che viveva tutto nella letteratura, e d’ogni altro argomento non si curava.

— Hai visto, eh! — gli domandò — hai sentito ieri sera, quei mascalzoni?

Il figliuolo rispose indifferentemente: — Ho visto. — E tacque un momento, come se gli rincrescesse di soggiungere quello che aveva in mente. — Ma che vuoi… — disse dopo — per me… mi fa pena una società che, quando quelli che la fanno vivere domandano un po’ meno di lavoro e un po’ più di benessere, per tutta risposta, mostra loro le baionette.

Il padre lo guardò.

— Capisco —, rispose poi — ma lo domandino in un altro modo.

— È un pezzo che lo domandano in altro modo — osservò il figliuolo sorridendo — Che cosa hanno ottenuto finora?

— Bisogna vedere se le loro domande sono ragionevoli. Insomma, la condizione degli operai s’è migliorata molto… da una volta.

— È opinione discutibile. Se migliorata per alcuni, s’è peggiorata per altri, è diventata più precaria per tutti. Riconosco che stessero peggio una volta… […]

— Però ― disse [il Bianchini] — lasciamo andare; il migliorare la propria condizione dipende anche in gran parte da loro. Facciano anche un po’ d’economia, smettano i vizi, s’istruiscano…

— Ma caro papà — gli disse con un sorriso amorevole il figliuolo —; quando il salario basta appena alla vita come vuoi che basti a fare economia? I vizi! Dio mio, noi lo sappiamo bene che grandi vizi si possono avere senza danaro! E che tempo è lasciato loro per istruirsi?

— Che tempo è lasciato loro per istruirsi! — ripeté il padre — dunque, tu sei per le otto ore di lavoro?

— Certo.

— E credi che le otterranno?

— No. Gl’industriali dicono che non possono ridurre le ore, se in tutti i paesi i governi non le riducono; ciò che è vero. E i governi dicono che non possono perché le condizioni dei vari paesi, per industrie, clima etc., son troppo diverse.

— Vedi dunque che lo stato attuale delle cose è inevitabile.

— No, papà. Tu vuoi dire lo stato attuale delle cose era inevitabile che avvenisse, se prodotto necessariamente, come ogni fase d’uno sviluppo; questo è vero; ma è un’altra cosa. Come lo stato attuale è derivato da un altro, così un altro, col tempo, succederà a questo, necessariamente, per forza indipendente dalla volontà dei proletari e dei governi.

Il Bianchini poi con stupore scrollò il capo, non persuaso. Poi domandò improvvisamente: — In che maniera?

— Ah! quanto a questo — rispose sorridendo il figliuolo — io non lo posso sapere. Si può prevedere a che cosa arriverà la società, ma non segnare la via o le vie per cui passerà per arrivarvi.

— Vorresti dire una rivoluzione? — domandò il padre fissandolo.

— Può anche essere, o se non una rivoluzione, una serie di scosse violente, di convulsioni sociali, che, a poco a poco, modificheranno radicalmente lo stato attuale.

— E credi che comincerà presto questa… serie di rivoluzioni? — domandò il padre con un sorriso di chi dubita se il discorso sia serio o faceto.

— Credo che sia già cominciata — rispose, serio, il figliuolo. […]

— Ma insomma — disse il padre prendendosi la fronte colle dita riunite della mano — dimmi proprio chiaro e preciso quello che pensi.

Il figliuolo rispose con pacatezza quasi dolce: — Ecco quello che penso. Penso che la parte che è data ai lavoratori sul prodotto generale della ricchezza non è proporzionata alla parte che essi rappresentano nell’opera generale della produzione della ricchezza medesima. Penso che non è giusto che quella parte della società che fa il lavoro più faticoso e più necessario per nutrire, vestire, alloggiare e dare a l’altra parte i mezzi e l’agio di educarsi, non guadagni abbastanza da nutrirsi, vestirsi e alloggiarsi umanamente, e sia esclusa dalla possibilità di istruirsi. Penso, insomma, che il lavoro non raccoglie i benefici che arreca il progresso della civiltà, perché questi benefici gli sono intercettati da un difettoso organamento sociale. […] perché si debbono tenere nelle condizioni peggiori quelli che lavorano di più e che sono più necessari? Perché ci dev’essere tanta gente che lavora troppo, e non mangia abbastanza, e tant’altra gente che, lavorando la metà, vive nell’agiatezza, e tant’altra che, non lavorando punto, nuota nell’abbondanza? […] La libertà e l’eguaglianza furono una conquista di fatto per alcuni; una parola muta per tutti gli altri. L’eguaglianza non può sussistere fin che l’esistenza del maggior numero dipende dal capriccio o dalla fortuna buona o cattiva posta nelle mani del numero minore, fin che c’è da una parte chi ha tutto e dall’altra chi non ha nulla. La libertà non è che per chi ha mezzi e cultura. Chi non ha né gli uni né l’altra, è schiavo della miseria, dell’ignoranza e del caso. La strada a migliorare non è aperta a tutti, perché tutti quelli che nascono in migliori condizioni di fortuna si trovano già a mezza via, e non c’è uno su mille degli altri che li possa raggiungere. Pensaci un poco, papà. È una rivoltante ingiustizia. Se noi non ce n’accorgiamo, è perché i nostri interessi ci hanno falsata la coscienza. […] Penso che, così com’è ora, la società è tutta organizzata e diretta a beneficio d’una piccola minoranza, che sfrutta tutte le energie dei lavoratori, con la protezione della legge, che ha fatto essa sola e per sé sola; che tutto l’edifizio si regge sull’ignoranza e sull’abbrutimento delle moltitudini; che è la sola violenza che lo tiene insieme; che questo stato di cose ci corrompe tutti, è come un’infezione nell’atmosfera morale; la causa prima di tutte le più tristi passioni e delle più nefande azioni e dell’affanno di tutti, e della menzogna d’ogni istituzione e d’ogni parola; e che questo stato non può durare, e non durerà, e che è sacro dovere d’ogni uomo onesto il far tutto il possibile perché non duri, se anche si dovesse sconvolgere il mondo. […] Io vedo ora il mondo sotto un aspetto nuovo, che è il vero. Credevo che il mondo fosse la bellezza, la scienza, la politica, e tutta la gente fortunata che s’occupa di queste cose: e non vedevo altro: ora vedo che il mondo è la moltitudine quasi relegata fuor del progresso, che alla società dà tutto e non ne riceve presso che nulla, che suda sopra la terra, e sotto la terra, e si logora nelle officine e copre delle sue ossa i campi di battaglia, senza cavarne altro frutto che di non morire di fame; che per miseria è costretta a vendere la carne e l’anima, l’onestà delle donne, il sangue dei fanciulli, e per miseria minaccia, ruba, si dispera, impazzisce, uccide, s’uccide, fa del mondo un inferno; mentre un piccolo numero, in disparte, canta degli inni alla patria e alla civiltà, e trova che è bella la vita. Ma io mi son persuaso che a tutto questo c’è rimedio, come altri milioni d’uomini se ne son persuasi. Questa convinzione m’è entrata nell’animo come un raggio di sole. Sarà un errore: il rimedio non sarà quello, saranno altri. Comunque sia, la prima cosa a farsi per guarire un male, per sopprimere un’ingiustizia, è quella di riconoscerla, è di proclamare il buon diritto di chi si lamenta. Non posso far altro; faccio questo; faccio eco alla voce degli oppressi, degli sfruttati, dei miserabili, — rifiuto la complicità del mio silenzio — all’oppressione — e protesto. Non posso più aver pace e dignità di coscienza che nell’adempimento di questo dovere. E lo adempirò a qualunque rischio e a qualunque costo!

3 Comments on Il Primo maggio secondo De Amicis

  1. Hai ragione a citare “Germinal”. Se non mi sbaglio, è qui che si tratteggia il “gran soir”, il redde rationem, che vede i minatori in sciopero aggirarsi come lupi famelici intorno al palazzo lussuoso dei loro padroni. Un’immagine che si è impressa con forza in ambienti anarchici e anche sindacalisti rivoluzionari, desiderosi di portare il Primo Maggio alle sue origini ribelli in barba al “tralignamento” festivo.

  2. Diego, io lo trovo semplicemente affascinante. Altre eccezionali descrizioni del genere si trovano in “Germinal”, di E. Zola, se non ricordo male.

  3. Libro poco conoosciuto, ma interessante. Rende bene l’atmosfera di assedio e di terrore che la buona borghesia, tappata dietro le persiane, mostrava alla vigilia delle prime manifestazioni (non feste) del Primo Maggio. Quando, pure, preferiva scappare in campagna per sfuggire alla rivoluzione.

1 Trackbacks & Pingbacks

  1. “Germinal”: la marcia dei minatori | Alessandra Colla

Leave a comment

Your email address will not be published.

*