"Germinal": la marcia dei minatori

Quello che segue è il risultato di un mio scarno copia-e-incolla da Germinal, di Emile Zola, su suggerimento di Diego, che ha commentato qui. Buona lettura.

Sin dall’albeggiare, un fermento di rivolta aveva corso i borghi operai, avvisaglia della sommossa che ora andava crescendo minacciosa per le strade, dilagando per la campagna. Ma lo spargersi della notizia che cavalleria e gendarmi battevano la pianura, aveva consigliato di differire l’ora della partenza. […] Verso le sette e mezzo, al sorgere del sole, un’altra voce venne a calmare gli animi. Non di tradimento si trattava; bensì d’uno dei periodici spiegamenti di forza che, da quando era scoppiato lo sciopero, il comando del distretto ordinava, su invito del prefetto di Lilla. I minatori esecravano questo funzionario che, dopo aver promesso di intervenire in senso conciliativo, si limitava ora a far sfilare ogni otto giorni le truppe con l’evidente scopo di intimorirli. Sicché quando dragoni e gendarmi ripresero tranquillamente la via di Marchiennes, paghi d’avere intronato i borghi del trotto dei loro cavalli, i minatori risero alle spalle di quel bonomo di prefetto che ritirava le truppe proprio al momento buono. Sino alle nove rimasero sulle soglie a farsi buon sangue a contemplare con aria sorniona allontanarsi le schiene bonarie degli ultimi gendarmi. Crogiolandosi nei morbidi letti di piuma, i benestanti di Montsou dormivano ancora. […] Non un pozzo era presidiato: mancanza di previdenza che si verifica fatalmente al momento del pericolo e che dà la misura dell’incapacità d’un governo e degli errori di ogni sorta che commette quando si tratterebbe di non lasciarsi sorprendere dagli avvenimenti. E suonavano le nove, quando finalmente i minatori presero la via di Vandame per recarsi al posto di convegno. […] E per l’aperta pianura bianca di brina la banda avanzò sotto il pallido sole d’inverno, traboccando ai lati della strada, attraverso le piantagioni di barbabietole.
[…]
Quando si arrivò davanti alla Madeleine si era in millecinquecento. La strada d’accesso alla miniera scendeva con dolce pendio; la vociferante colonna dovette aggirare il terrapieno, per quindi spiegarsi sul piazzale della miniera. Erano in quel momento passate di poco le due. Ma i sorveglianti, avvertiti, avevano anticipato l’uscita delle maestranze; sicché all’arrivo dei dimostranti, stavano sbarcando dall’ascensore gli ultimi venti operai. Cercarono scampo nella fuga; furono inseguiti a sassate. Due furono picchiati, uno ci rimise una manica. Questa caccia all’uomo salvò il materiale; né i cavi né le caldaie soffrirono danni. Già la banda s’allontanava, diretta al pozzo vicino.
[…]
Sottolineato dai borborigmi del corno, il grido:
— Pane! pane! – si affievolì in lontananza.
Seguitando sempre a ingrossarsi, la banda, che adesso non contava meno di duemilacinquecento uomini, arrivò alla Gaston-Marie, tutto rovesciando e spazzando davanti a sé come un torrente in piena.
[…]
— Pane! pane! pane! — Era la banda degli scioperanti che irrompeva in Montsou; mentre, manco a dirlo, la gendarmeria se ne allontanava di corsa, diretta al Voreux che le risultava minacciato.
[…]
Urlanti e gesticolanti, le donne erano apparse; un migliaio o poco meno; scarmigliate dalla corsa, mal coperte da cenci che lasciavano intravedere qua e là la pelle, dei corpi di femmine sfiancate a forza di figliare. Alcune tenevano fra le braccia l’ultimo nato, lo sollevavano, lo mostravano come brandissero e agitassero un segno di vendetta e di lutto. Altre, più giovani, procedevano impettite come muovessero alla battaglia, impugnando bastoni; mentre le vecchie, simili a furie scatenate, urlavano così forte che nei colli scarniti le corde si tendevano quasi a schiantarsi. Seguiva la valanga degli uomini; duemila forsennati; manovali, braccianti, staccatori; una massa pigiata e confusa che avanzava compatta al punto che non vi si discerneva più nulla: camiciotti di tela o maglie a brandelli, tutto spariva in un’unica tinta terrea. Galleggiavano su quella uniformità solo il lampeggiare degli occhi, lo spalancarsi dei neri buchi delle bocche, bercianti la «Marsigliese»; le cui strofe naufragavano in un mugghio confuso, accompagnato dallo schioccare degli zoccoli. Sulla marea di teste irta di sbarre di ferro, un’ascia passò; e quell’unica ascia, tenuta verticale, che era come il vessillo della banda, si ritagliava sul limpido cielo con l’aguzzo profilo d’una mannaia.
[…]
L’ira, la fame, i patimenti che da due mesi duravano, la stanchezza prodotta da quello scalmanato correre di miniera in miniera, aveva infatti allungato quei pacifici visi in mascelle di belve. In quel momento il sole tramontava, insanguinando la pianura della cupa porpora dei suoi ultimi raggi.
Tinti di quella porpora, uomini e donne seguitavano a correre simili a beccai imbrattati di sangue; e fu come se, non più una folla, ma un fiume di sangue dilagasse per la strada.
[…]
Sì, il secolo non volgerebbe a termine, che in una rossa sera come questa, il popolo scatenato strariperebbe così per le strade: grondante del sangue della borghesia, agiterebbe sulle picche delle teste, sventrerebbe i forzieri e ne seminerebbe l’oro. Le donne urlerebbero; minacciosi come questi, gli uomini spalancherebbero fauci di belva. Sì, sarebbero gli stessi cenci che ricomparirebbero, lo stesso strepitio di zoccoli che rintronerebbe le vie; sarebbe la stessa raccapricciante folla, lacera, sudicia, dal fiato appestato, che spazzerebbe via il vecchio mondo sotto la sua barbarica spinta irresistibile. Incendi fiammeggerebbero; delle città non resterebbe pietra su pietra; si ritornerebbe all’esistenza selvaggia dei boschi, dopo il pauroso esplodere di foia, dopo l’immane orgia che vedrebbe in una notte i diseredati sfiancare le donne dei ricchi, mettere a sacco le loro cantine. Più nulla resterebbe; non un soldo delle fortune accumulate, non un titolo o una posizione sociale; sino al giorno in cui forse un nuovo mondo sorgerebbe sulle rovine dell’antico. Sì, era un’avvisaglia di questo, ciò che ora si scatenava su quella strada con la irresistibilità d’una forza di natura; era dell’imminente ciclone che essi ora ricevevano in viso la ventata che bastava a farli trascolorire.
Un grido sorse che soverchiò il canto della «Marsigliese»:
— Pane! pane! pane!

(da Emile Zola, Germinal)

2 Comments on "Germinal": la marcia dei minatori

  1. Il guaio, Diego, è che anche all’ultimo volger di secolo si sono levate le medesime grida, e altre simili se ne leveranno ancora — certo per adesso non qui, nell’Occidente opulento: anche se come sappiamo il divario fra i sempre più pochi e i sempre più troppi continua ad aumentare. Ma il nuovo mondo sembra ancora di là da venire…

  2. “Sì, il secolo non volgerebbe a termine, che in una rossa sera come questa, il popolo scatenato strariperebbe così per le strade: grondante del sangue della borghesia, agiterebbe sulle picche delle teste, sventrerebbe i forzieri e ne seminerebbe l’oro. Le donne urlerebbero; minacciosi come questi, gli uomini spalancherebbero fauci di belva”.
    Intendevo proprio questo nel mio commento al blog. E capisco anche il perchè della tua volontà di affrontare il 1898 italiano: anche in questo caso un volger di secolo e le grida “pane, pane, pane”.

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  1. Chi non vuole i classici on line? | Alessandra Colla

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