Il "Santa Rita" di Milano: eccezione o norma?

Ci sono notizie di fronte alle quali non si sa mai bene come comportarsi.
Prendiamo, per esempio, la brutta faccenda dello scandalo all’Istituto clinico Santa Rita di Milano: se ne parla ovunque, i fatti sono noti nella loro brutalità (ma pare che siamo ancora agli inizi) e non staremo quindi a farne un riassunto. Però non si sa, ripeto, quale atteggiamento tenere: se rallegrarsi per il trionfo di quella che per una volta sembra davvero una giustizia degna di questo nome; o se ritrarsi sgomenti di fronte all’abisso spalancato dai medici indagati.
I quali, in un giorno evidentemente ormai lontano dai loro occhi e dal loro muscolo cardiaco (“cuore” mi sembra una parola grossa, dato il contesto, mi perdonerete) ebbero a pronunciare il Giuramento d’Ippocrate — sia pure con lo stesso pathos con cui si recitano le tabelline.
Ed è proprio a partire da questa considerazione che a me, in presenza di siffatti ceffi, vengono in mente allo stesso tempo e con la stessa intensità Hannah Arendt e H.Ph. Lovecraft. Perché entrambi — la prima per la sua teoria sulla banalità del male, e il secondo con la sua concezione di Azathoth, “il dio cieco e idiota che gorgoglia e bestemmia al centro dell’universo” — mi sembrano aver colto perfettamente l’essenza stessa del male, proprio quella che tante volte ci affanniamo a inseguire per fissarla in qualche teoresi adamantina, abbastanza algida e complicata da poterne parlare senza affanni: l’assenza di senso.
Ovvero l’incapacità di riconoscere una forma, una regola, una misura, una gerarchia, una proporzione — e quindi una bellezza — nell’esistente, sia esso animato oppure no, vasto come il cielo stellato che ammutoliva persino Kant o minuscolo come la struttura elegantemente frattale di un cristallo di neve, naturale come un’onda anomala o studiato a tavolino come una macchina di Leonardo.
Insomma si potrebbe strologare per molto tempo (e inutilmente, credo) sulla perdita del centro, sul dissolversi del limite e sulla reificazione del vivente: i macellai in oggetto hanno dichiarato che i tumori erano un’eccellente fonte di reddito, e si passavano scambievolmente i “polmoni” — a guisa di brandelli d’interiora appesi ai ganci come nelle beccherie d’antan, ma qui si parla di medici ovvero di persone che dovrebbero ridonare la salute ad altre persone
Per farla breve, però, mi pare che in fondo Pier Paolo Brega Massone, Pietro Fabio Presicci, Arabella Galasso, Francesco Pipitone, Maurizio Sampietro, Gianluca Merlano, Augusto Vercesi, Giuseppe Sala, Renato Scarponi, Mario Baldini, Paolo Regolo, Maria Pia Pedesini, Giorgio Raponi, Eleonora Bassanino e Marco Pansera non meritino di essere annoverati tra i malfattori ovvero coloro che fanno il male, che lo agiscono soggettivamente; per me, mi accontento di metterli tra i cattivi ovvero i prigionieri ottusi di un qualche “diabolus” straccione ingolosito da questi decenni inquieti e sciatti: ognuno se lo chiami un po’ come gli pare.
A me, che sono un’anima semplice, viene in mente il Kali-yuga.

2 Comments on Il "Santa Rita" di Milano: eccezione o norma?

  1. Sebastiano, ti ringrazio per le belle parole che non sono sicurissima di meritare.
    Ho risposto alla tua mail di qualche giorno fa e a quella di oggi: spero ti siano arrivate.
    Non conosco il libro di Tesson che citi: potrebbe essere una buona lettura per le “vacanze” di quest’anno. Grazie della segnalazione.
    E’ giusto provare tristezza (e molti altri sentimenti che qui non dico) di fronte a certe cose: ed è anche buon segno, secondo me — significa che siamo vivi, e che per noi la vita è tutto tranne che qualcosa di monetizzabile. E’ un risultato eccellente, credimi ;-)

  2. Ti scrissi una brevissima e-mail qualche giorno fa’.
    Il tuo modo poetico di scrivere mi affascina sempre…
    Mi vengono in mente le altrettanto poetiche pagine del mio ultimo libro letto:
    ” Elogio dell’ energia vagabonda ” di Sylvain Tesson.
    Ma vengo ora al tuo post:
    Di fronte a queste ” notizie”, provo solo tristezza, quella che provo spesso nel constatare che la vita è diventata un bene convertibile in denaro anche se non per me, per molti.

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