Voglio bandire una crociata

Voglio bandire una crociata. Voglio selve di spade pronte ad abbattersi sui molti colli inutili a reggere teste incapaci di ritenere poche regole grammaticali, ortografiche e sintattiche.
Non ne posso più di leggere “un pò” , “qual’è”, “redarre”, “donne in cinta”, per non parlare di “emblema” confuso con “enigma” e “fobia” al posto di “mania”, o del recentissimo “ho saputo che il tale è cintura nera quinto down” — orrori frequenti dai quali non sono immuni, purtroppo e troppo spesso, certi intellettualini pretenziosi e scribacchini acculturati. Non ce la faccio più a ricevere fax compilati da fanciulle smarrite che esordiscono “come d’accordi” palesando la totale ignoranza della differenza che intercorre tra le locuzioni “d’accordo” e “da accordi”.
Passi per gli anacoluti, gli idiotismi e le allitterazioni ovviamente non volute che, lungi dal conferire forza espressiva alla frase, la rendono invece faticosa e sgraziata — mica tutti si chiamano Gadda (umanamente mi ripugna, ma perdio se sapeva scrivere…): ma quando sento dettare «la nostra ditta si qualifica pertanto come trait d’union etc.» e nel resoconto della sedicente segretaria leggo «la nostra ditta si qualifica pertanto come trade union etc.» voglio vedere il rosso. Del sangue, non dell’inchiostro.
Perché la lingua di un popolo è una cosa viva: e vederla così oltraggiosamente smembrata e offesa è cosa che grida vendetta. Parlo, come sempre, per me, anche se so di non essere sola in questa smania di riscatto linguistico. Vedo, però, che il disamore per la nostra lingua in favore della conoscenza, come si è visto ugualmente sciatta e approssimativa, di lingue estere si diffonde a macchia d’olio: e mi coglie sempre più di frequente l’angoscia singolare e un po’ buzzatiana di fluttuare in un universo ostile nel quale mi risulta impossibile comunicare.
La cerchia delle persone con cui riesco a conversare utilizzando larghissima parte dei molti termini di cui si compone la lingua italiana – e che rappresentano un multiplo corposo delle due centinaia risicate che costituiscono il bagaglio abituale di strati sempre più ampi della popolazione autoctona – quella cerchia, dicevo, si riduce sempre più finendo per confluire nella categoria malinconica degli “happy few”, sopraffatta dall’altra categoria che napoletanamente definirò dei “ciucci e presuntuosi”: di coloro, cioè, che beati nella loro pochezza di spirito e paghi della gloriuzza derivante dal godere dell’attenzione di un pubblico qualsivoglia (siamo o non siamo nel regno della Quantità?), non perdono occasione per scrivere o parlare ad ogni piè sospinto, senza tema né del ridicolo né dell’errore.
Così, per esempio, accade che un tale Cesare Sangalli, concludendo la sua dotta (?) trattazione sull’esser di estrema destra oggi (“Max” di giugno, pag. 36) voglia generosamente spezzare il pane della scienza per i suoi lettori, e scriva «perché, come diceva Seneca, “Nihil humanum a me alienum puto”, niente di ciò che è umano mi è davvero estraneo». Che bella frase. Peccato che sia di Terenzio (nell’Heautontimoroumenos, tanto per esser precisi). Seneca si limita a citarla, considerando l’ammonimento ancora e sempre valido nonostante i quasi due secoli che lo separano dall’autore.
A conforto della mia personalissima tesi sui ciucci e presuntuosi, aggiungo che prima di scrivere le righe immediatamente precedenti sono andata a farmi un giro veloce di controllo sul web, perché va be’ che ho una buona memoria, ma non si sa mai, e mi sono imbattuta in uno scritto del Sac. Prof. Mons. Raffaele Ferriero Penitenziere Maggiore del Duomo di Napoli Vice Superiore della Reale Arciconfraternita dei Sette Dolori in S. Ferdinando di Palazzo, che scrive testualmente: «Nel leggere il penetrante studio mi sono ricordato più volte della famosa espressione di Terenzio che nelle Antentourommeros dice “Homo sum et nihil humani a me alienum puto”. Sono uomo e niente di umano mi è estraneo» — laddove “le Antentourommeros” di Terenzio corrisponde verosimilmente al già citato Heautontimoroumenos (Il punitore di se stesso) del medesimo autore. Qualcuno mi crede se dico che mi è venuto da piangere? (Io auspico che l’errore non sia del Sac. Prof. Mons. Lup. Mann. etc., bensì — che so? — del curatore del sito, per esempio, che possiamo supporre esperto in informatica ma non necessariamente in letteratura latina. Lo auspico vivamente).
Pazienza. Forse sono io che sono troppo pignola. Però quella crociata vorrei bandirla lo stesso.

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