Little Big Horn: memoria e lezioni

«Quando un esercito dei bianchi combatte gli indiani e vince,
questa è considerata una grande vittoria,
ma se sono i bianchi ad essere sconfitti,
allora è chiamata massacro.»

Chiksika (fratello di Tecumseh)

Se l’altro giorno qualcuno non me lo avesse fatto notare, giuro che non mi sarei mai ricordata del centotrentaduesimo anniversario della battaglia di Little Big Horn.
Non ci spendo neanche tante parole, perché la vicenda è nota — il 25 giugno 1876 il 7° Cavalleggeri del tenente colonnello (non generale!) George Armstrong Custer venne letteralmente annientato dai nativi Lakota-Cheyenne, mossi fra l’altro dal desiderio di vendicare la carneficina del Sand Creek, avvenuta dodici anni prima: se avessero potuto strappare il cuore al colonnello Chivington l’avrebbero fatto, ma anche Custer, evidentemente, andava benissimo.
Mi chiedo perché proprio questo 132esimo anniversario debba avere così importanza, e non piuttosto il 127esimo o il 136esimo — poco male. L’importante è ricordare, tanto più che proprio nella recente eppure ormai così sbiadita campagna elettorale si sono visti circolare dei manifesti in cui il destino dei nativi americani veniva equiparato al nostro, vittime di chissà quale terribile invasione allogena. Personalmente ho trovato la cosa di pessimo gusto, perché mi pare che non dovrebbero più sussistere dubbi sul fatto che l’invasione dei territori americani fu tutt’altro che pacifica, e il pur coreografico sventolìo di croci e bandiere non bastò a nascondere la luce corrusca delle spade e dei fucili — insomma mi si perdonerà se non vedo analogie fra quell’impresa e lo sbarco di un po’ di clandestini sulle amate sponde del nostro paese da tempo svenduto agli United States.
Ma non è questo il punto della celebrazione di Little Big Horn: perché mi è capitato di leggere, a proposito di quell’evento, anche appelli alla solidarietà con altre genti in armi per la propria libertà e autodeterminazione — palestinesi, iracheni e tibetani. Solidarietà selettiva che non mi trova per nulla d’accordo.
Sappiamo che i palestinesi si battono contro gli occupanti israeliani; gli iracheni contro gli occupanti americani; i tibetani contro gli invadenti vicini cinesi. Mi chiedo perché non si parli dei Ceceni, che pure devono fare i conti con vicini altrettanto invadenti e altrettanto incazzosi; o perché non si parli dell’Iran, che pur non essendo ancora occupato militarmente è da considerarsi senza dubbio sull’orlo della crisi diplomatica con mezzo mondo; o perché, ancora, non si rivolga nemmeno uno sguardo all’America centro-meridionale, occupata da decenni e a vario titolo dai soliti yankees, e ultimamente a rischio di essere abbandonata persino da Santa Madre Chiesa — che, nella persona dell’attuale teutonico vicario di Cristo, esecra la teologia della liberazione e si schiera al fianco delle oligarchie modello TFP.
Ma non è ancora questo il punto: e adesso che ci arrivo so che diventerò di colpo antipatica. Perché i palestinesi, gli iracheni, i tibetani etc. hanno a che fare con entità extraeuropee — israeliani, americani, cinesi etc. Così, sono in molti a fare gli splendidi (come si diceva ai tempi miei) con il nemico lontano — ciò che è certamente più comodo che confrontarsi con se stessi allo specchio tutte le mattine — e a dimenticarsi che la responsabilità delle molte mattanze che insanguinarono il continente americano ricade in primis sulle spalle e sulle coscienze degli Europei, bianchi e cattolici, il cui gentil seme oggi sono in parecchi a voler difendere. Insomma, si ha un bel tracciare linee di demarcazione e arrovellarsi in distingui e distinguini (ah, Di Pietro, se non ci fosse dovremmo inventarcelo) separando Europa da Occidente: la matrice è quella. E richiamarsi alla bella Europa del mito e delle origini (arie, indoeuropee, iperboree) fa un gran bene all’intelletto ma aiuta poco sul piano pratico: la cifra dell’uomo europeo sembra essere davvero quella della conquista — ma non sempre quella conquista fu foriera di civiltà e giustizia, com’era nei voti di Anchise profeta del destino di Roma. Tutt’altro, a giudicare dalla storia degli ultimi cinque secoli.
Eppure è così facile scordarsene, perché il nemico è sempre e solo “l’altro” — vecchia lezione, così semplice eppure così difficile da imparare.

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