Ufficio complicazioni affari semplici

Fa caldo, ho poco tempo, devo aggirarmi per la Rete in cerca di testi sugli antichi pensatori cinesi e càpito qui. Comincio a leggere, e già dalle prime righe mi chiedo come avranno mai fatto a comunicare la signora Candreva e François Jullien: poiché lui «per prima cosa ci ha rivolto le sue scuse perché non avrebbe parlato italiano», essendo francese — e ci può stare. Ma neanche Rosa Candreva se la cava tanto bene né con l’italiano né con altre cose, a giudicare da quello che riesce a scrivere in una sola riga:

Uno: Elogio del Insapore: ‘Ma come? L’insapore!’, concetto inconcepibile, perdonatemi l’accusativo alla greca […]

Comprenderete il mio malumore.
Intanto, perché “del Insapore”? Perché non un onesto “dell’Insapore” con tanto di doppia “l” e apostrofo, come si usava e forse si usa ancora? Mistero insondabile. Evola diceva che la religione è un’equazione personale — che anche la grammatica appartenga a tale categoria?
E poi, che c’entra qui l’accusativo alla greca? Ammetto di averci messo un po’ a capirlo: perché l’accusativo alla greca è una squisita tortura riservata agli studenti del liceo classico (ma esiste ancora?), e che in nessun modo mi è riuscito di rievocare leggendo il testo candreviano.
Pensa che ti ripensa, mi concentro sul “concetto inconcepibile” e mi sorge il sospetto che l’autrice, confondendosi, volesse riferirsi a quell’altra diabolica chicca nota come “accusativo dell’oggetto interno”.
Insomma, quello che avrebbe potuto essere qualificato (a mio sommesso avviso) come un tranquillo ossimoro è diventato un pastrocchio imbarazzante per chi l’ha scritto e per chi legge. Vi scorgo un vago fondo di masochismo, e mi fermo qui.

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