set 26 2008

I buoni propositi del vicesindaco Gentilini

In questi ultimi giorni ho avuto un po’ di cose da fare, e così mi sono persa il secondo anniversario della morte di Oriana Fallaci, il cui libro postumo deve aver già debitamente rimpinguato le borse della Rizzoli.
Non è grave, perché tanto le stesse cose che diceva la Fallaci le ha dette anche il vicesindaco di Treviso Giancarlo Gentilini alla festa della Lega Nord di Venezia, il 14 settembre scorso.
Siccome non mi piace soffrire da sola, riporto qui sotto il testo pressoché integrale delle esternazioni gentiliniane: non mi sono inventata niente — non sono così fantasiosa. E riporto scrupolosamente i link per convincervi della mia buona fede.
Di mio ci metto solo che Gentilini parla di vangelo e di decalogo, però di punti ne elenca 11 — sarà l’inflazione, o l’entusiasmo. Non aggiungo altro, perché sono certa che qualunque cosa dicessi incorrerei in qualche reato e non ne ho proprio bisogno, grazie. Buona lettura.

“Popolo della Legaaaa! La Lega si è svegliataaaaaa!
Le mura di Roma stanno crollando sotto i colpi di maglio della Lega.
La mia parola è rivoluzione.
Questo è il vangelo secondo Gentilini, il decalogo del primo sindaco sceriffo. Voglio la rivoluzione contro i clandestini.
Voglio la rivoluzione contro i campi dei nomadi e degli zingari.
Io ne ho distrutti due a Treviso. E adesso non ce n’è più neanche Uno!
Voglio eliminare i bambini che vanno a rubare agli anzianiiiiii! Se Maroni ha detto tolleranza zero, io voglio la tolleranza doppio zero.
Voglio la rivoluzione contro le televisione i giornali che infangano la Lega. Prenderò dei turaccioli per ficcarli in bocca e su per il culo a quei giornalisti. Non li voglio più vedere…
Voglio la rivoluzione contro le prostitute. Anche loro devono pagare le tasse. Tutti pagano le tasse e devono pagarle anche le prostitute.
Voglio la rivoluzione contro quelli che vogliono aprire le moschee e i centri islamici. Qui comprese le gerarchie ecclesiastiche, che dicono: lasciamoli pregare. No! Vanno a pregare nei desertiiiii! Aprirò una fabbrica di tappeti per darglieli ma che vadano a pregare nel deserto.
Bastaaaaaa! Ho scritto anche al Papa: Islamici, che tornino nei loro paesi.

Voglio la rivoluzione contro la magistratura. Ad applicare le leggi devono essere i giudici veneti.
Voglio la rivoluzione contro chi vuole dare la pensione agli anziani familiari delle badanti extracomunitarie. Sono denari nostriiiiii! E io me li tengo. Questo è il vangelo di Gentilini: tutto a noi e se avanza qualcosa agli altri… Ma non avanzerà niente!
Voglio la rivoluzione contro i phone center i cui avventori si mettono a mangiare in piena notte e poi pisciano sui muri: che vadano a pisciare nelle loro moscheeeee!
Voglio la rivoluzione contro i veli e il burqa delle donne. Io voglio vedere le donne in viso, anche perché dietro il velo ci potrebbe essere un terrorista e avere un mitra in mezzo alle gambe. Che mostrino l’ombelico caso mai….
Ho scritto al presidente della Repubblica che bisogna dare un riconoscimento all’usciere di Ca’ Rezzonico che ha vietato l’ingresso alla donna islamica.
Io voglio la rivoluzione contro chi dice che devo mangiarmi la spazzatura di Napoli. Io la prendo e la macino e poi se la devono mangiare loro perché sono loro che l’hanno prodotta! Io non lo tollero…
Io voglio la rivoluzione contro chi vorrebbe dare il voto agli extracomunitari. Non voglio vedere neri, marroni o grigi che insegnano ai nostri bambini. Cosa insegneranno, la civiltà del deserto?
Il voto spetta solo a noi. Ho bisogno del popolo leghista. Queste sono le parole del vangelo secondo Gentilini. Ho bisogno di voi. Statemi vicini. Non voglio vedere questa gente che gira di giorno e di notte. Un abbraccio a tutti, viva la Lega!”.

(tratto da www.peacereporter.net)


set 25 2008

Dalla parte dei pedofili

Tranquilli, è una provocazione.
Ma per un momento ieri ho provato una fitta di simpatia straziata per quella che mi appare come la meno condivisibile delle perversioni — ex aequo con la zoofilia (e lasciamoli un po’ in pace, ‘sti animali!).

Ero in un bar per un caffè veloce e, mentre lo sorseggiavo, ho visto entrare una mamma con figlia al seguito. La mamma avrebbe potuto fermarsi a un dignitoso anonimato se non fosse stato per il tono di voce troppo stridulo con il quale informava gli astanti di essere appena andata a prendere la figlia alla lezione di catechismo; ma la figlia — la figlia! Una bimbetta sui nove anni, decisamente sovrappeso a conferma delle voci allarmistiche sull’obesità in età scolare, con un paio di jeans a vita così bassa da lasciar vedere una buona e cicciosa metà del lato B, con tanto di slippini in bella mostra. A nove anni. E non per scelta sua, suppongo, ma per inquietante inclinazione della madre convinta forse di rendere semplicemente omaggio alla moda.

Adesso, se non avessi altro da fare e non temessi di scivolare nel patetico, potrei anche dilungarmi sui guasti prodotti dallo show business come epifania della morte di Dio eccetera. Ma siccome son di fretta perché in realtà mi sto concedendo una pausa dal lavoro, mi limito a chiedermi se tanta madre di tanta figlia legga talvolta giornali che non siano certi fogli gossippari eccellenti quanto basta per pulire le bottiglie (si strappano le pagine a pezzetti e si infilano gli stessi nella bottiglia con un po’ d’acqua e sapone, poi si agita e si lascia riposare: risultati garantiti).

Perché se la signora fosse un po’ più informata su ciò che accade nel mondo, saprebbe almeno un paio di cose: che l’”adultizzazione” forzata dei bambini è responsabile di parecchi di quei danni che costituiscono il pane quotidiano per medici, magistrati, psicologi e sociologi; e che “Certo gli scandali non mancheranno mai. Però guai a quelli che li provocano. Se qualcuno fa perdere la fede a uno di questi piccoli, sarebbe meglio per lui che fosse gettato in mare con una grossa pietra al collo! State bene attenti!” (Luca 17, 1-3), come diceva quel tale di cui sua figlia va a studiare gli insegnamenti.

Sono certa che nessun pedofilo fa ragionamenti così speciosi. Credo che gli interessi di più violare in senso proprio e figurato l’innocenza perfetta di un bambino. E mi consolo pensando che forse una bimba così disinvolta nell’ostentare le sue grazie acerbe benché opulente non farà fremere d’insano desiderio nessun pervertito. Forse. Speriamo.


set 25 2008

Un libro per Gabriele Sandri

Esaurita prima tiratura del libro in ricordo di Gabriele Sandri

Esaurita in meno di 24 ore la prima tiratura del libro ”11 novembre 2007. L’uccisione di Gabriele Sandri di Maurizio Martucci”. Lo ha reso noto l’editrice Sovera che, in una nota ricorda che ”oggi Gabriele Sandri avrebbe compiuto 27 anni e, in Campidoglio, in occasione della presentazione del libro, la sala Carroccio straripava di persone”

Esaurita in meno di 24 ore la prima tiratura del libro-inchiesta ”11 novembre 2007. L’uccisione di Gabriele Sandri di Maurizio Martucci” sulla vicenda del giovane tifoso laziale ucciso da un agente della polizia stradale, in un’area di servizio su A1, mentre stava andando con gli amici a seguire la sua squadra in trasferta.

Lo ha reso noto l’editrice Sovera che, in una nota ricorda che ”oggi Gabriele Sandri avrebbe compiuto 27 anni e ieri, in Campidoglio, in occasione della presentazione del libro, la sala Carroccio straripava di persone”. Nel libro, che contiene un’intervista al fratello Cristiano Sandri, ci sono deposizioni, testimonianze, dichiarazioni e articoli di giornale. Si ripercorrono minuziosamente tutti gli accadimenti della giornata, la ricostruzione del viaggio lungo l’A/1 e la dinamica dell’assassinio.

Il racconto è completato da ”un’analisi accurata su come è stata gestita la comunicazione di crisi da parte del Ministero degli Interni, della Questura di Arezzo, della stampa”.

lanazione.ilsole24ore.com


set 25 2008

A quando la giustizia per Gabriele Sandri?

Annullata l’udienza preliminare del processo per l’omicidio di Gabriele Sandri

E’ stata annullata l’udienza preliminare del processo per l’omicidio di Gabriele Sandri, il tifoso ucciso nell’area di servizio di Badia al Pino, sull’Autosole, l’11 novembre del 2007.

L’avvocato di Luigi Spaccarotella, l’agente di polizia accusato dell’ucisione e imputato al processo, ha spiegato che il giudice per le indagini preliminari ha accolto un’eccezione della difesa: ad uno dei due difensori dell’agente non è stato notificato l’avviso di chiusura delle indagini. La procura adesso dovrà redigere un nuovo avviso e notificarlo alle parti interessate.

Si prevede che la prossima udienza si svolgerà tra circa due mesi. Gli atti saranno ora trasmessi al consiglio dell’ordine di Prato. L’avvocato della difesa della famiglia Sandri, Michele Monaco,
ha detto che si dovrà ora verificare “se si tratta di comportamento corretto”.

www.rainews24.it


set 18 2008

Settembre, andiamo. È tempo…

… di migrare, avrebbe detto il Vate sognando di pastori Abruzzo stazzi e mare.
Io, che non sono il Vate e certo volo assai più basso, constato invece che è tempo di outing un tanto al chilo. E la cosa non mi soprende neanche un po’ — merito in parte dell’età che ormai mi mette al riparo da facili stupori, e in parte della sfacciataggine di certe dichiarazioni.

Il precedente illustre è stato Paolo Rossi, che un annetto fa ha proclamato apertis verbis di non essere mai stato comunista.
Buon fiuto, il ragazzo. Ammenoché non abbiamo preso tutti fischi per fiaschi e non ci siamo mai accorti che il Rossi era un ca.di.si.fe. in camuffa. Può succedere, eh?

A imitarlo, adesso, è Alba Parietti, che ci deve aver pensato su un annetto prima di dichiararsi pronta a correre per Berlusconi e chissenefrega delle divergenze politiche d’antan. E pensare che io me la ricordo — in uno di quei talk-show disgraziati infarciti di tuttologi last minute e oche parlanti — sbracciarsi e ripetere ossessivamente “Piero, Piero” all’indirizzo del filiforme Fassino, sottintendendo lunghe frequentazioni e condivisioni di sincere fedi partitiche.
Si vede che quel bell’entusiasmo lì non le è venuto meno col passare degli anni, che dio la conservi: e questo repentino cambiamento di fronte forse è imputabile allo stesso meccanismo per cui, intorno ai cinquanta, un giorno leggi il giornale come niente e il giorno dopo devi correre in farmacia ad acchiappare i corpootto.

E finalmente, last but not least, ecco a voi Gianfranco Fini con l’inedita equazione destra = antifascismo — così ardita che la rivoluzione copernicana gli fa un baffo a manubrio.
Non so voi, ma io non me la sento di disquisire dottamente sulla questione. Mi viene più facile, invece, denunciare questa operazione di marketing marchettaro; e sottolineare che la “destra” come la si è voluta intendere e far intendere negli ultimi anni è effettivamente tutto ciò che il fascismo esecrava, e che non ha nulla a che spartire con la Destra — quella migliore.

Quella che, pur avvilendosi talvolta in pensieri parole ed opere di personaggi piccoli e piccini, ha comunque ispirato cattedrali dello spirito di non poco conto. Sulle quali si potrà e si dovrà discutere ad infinitum, se così piace, ma la cui solidità non è facile negare.
E se è vero che il Fascismo storico si proponeva di non essere né di destra né di sinistra, è pure vero che la destrucola bottegaia dei treni in orario, del liberismo economico e dei nouveaux riches liftati ha del Fascismo l’idea caricaturale contrabbandata da certa propaganda stracciona.

Ora, lo capisco benissimo che Fini e i suoi sodali mirano allo sdoganamento senza se e senza ma; né la cosa mi stupisce — ogni Potere, piccolo o grande che sia, tende inesorabilmente a conservare se stesso.
Però, se costoro vogliono tenersi il loro poteruccio da reggicoda, che si arrangino da soli. Senza lucrare sulla pelle di chi quella Destra se l’è scelta per bandiera, e senza fare strame della dignità di un’idea che per loro è, e fortunatamente resterà, irraggiungibile.

(oriononline)


set 12 2008

Impressioni di settembre (con tante scuse alla PFM)

È brutto da dire, ma anche settembre si avvia a diventare un mese noioso come aprile.

Avremmo anche fatto volentieri a meno di parlarne se non fosse che ne parlano tutti; e siccome questo è uno di quei frangenti in cui si è più notati quando si arriva in ritardo, eccoci anche noi a parlare dei vari 8 e 11 settembre, nel silenzio improvvisamente calato sulle celebrazioni di rito.

Giorni che sono sempre gli stessi. Perché è da anni che su queste date fatidiche si riversano e si rimasticano puntualmente le medesime considerazioni, proprio come accade per il soporifero 25 aprile.

E pensare, invece, che sarebbe così bello per una volta lasciarsi alle spalle la lettura manieristica di quell’8 settembre che — immarcescibile — schiera ogni anno e con rivoltante prevedibilità i soliti “fascisti” da un lato e i soliti “antifascisti” dall’altro. Sarebbe così bello, per una volta, fare mente locale (mai espressione fu più appropriata) e soffermarsi sulla Sicilia: su quello che era allora e su quello che sarebbe diventata poi. Si finirebbe per scoprire che in quell’8 settembre non si verificò soltanto il tradimento di un generale e di un monarca (visto da destra), né soltanto si udì il vagito della riscossa antifascista verso una nuova Italia (visto da sinistra). No. No: perché l’8 settembre 1943 segna il punto di convergenza di almeno un paio di catastrofi, i cui effetti su questo paese che fu nazione sovrana permangono disastrosi benché criminalmente ignorati: 1) un forte sentimento antifascista e in ultima istanza anti-italiano diffuso particolarmente nelle classi dirigenti siciliane; e 2) una vergognosa alleanza fra servizi segreti americani e malavita siciliana, mirante a ottenere la vittoria in guerra senza curarsi delle ripercussioni che tale alleanza avrebbe avuto sul già disastrato tessuto sociale italiano e preoccupandosi anzi di come volgere a proprio favore la rovina di una nazione.

Del pari, sarebbe non bello ma bellissimo, per una volta, lasciarsi alle spalle la commozione e l’esecrazione e lo sdegno per le vittime dell’11 settembre — che ci sono state, per carità, e non chiederti per chi suona la campana. Al fine di (con mente lucida e spirito critico) interrogarsi sulle molte verità sottese al crollo delle Twin Towers e delle speranze di un mondo multipolare. E magari, con un ardito esercizio metalogico che farebbe invidia a Pindaro, giustapporre l’attentato in cui il 9 settembre 2001 fu ucciso il comandante afghano Ahmad Shah Massoud e l’attacco alle Torri dell’11 settembre 2001 e l’invasione dell’Afghanistan da parte degli Usa il 7 ottobre 2001: e leggere gli eventi del 9 e dell’11 settembre come prodromo e giustificazione per un attacco all’Afghanistan accuratamente pianificato in precedenza.

Macché. Prendiamocela col terrorismo islamico, leviamoci tutti per la difesa dell’Occidente e soprattutto non chiediamoci mai perché ci odiano. Sarà anche noioso, ma al momento è più comodo: e noi, qui nel Primo mondo, siamo abituati a tutti i comfort.

(oriononline)


set 11 2008

Fasci, zecche e blablabla

Uno non può mai fare programmi. Progettavo di passare un simpatico venerdì sera a Torino in compagnia del giornalista Ugo M. Tassinari, e invece ciccia. Nisba. Zero preciso.
E perché, poi? Perché Ugo M. Tassinari si è macchiato del reato gravissimo di intelligenza col nemico (o inelligenza e basta) — lui di sinistra, con un passato militante di tutto rispetto, ha passato gli ultimi anni a indagare il mondo sommerso della destra radicale, senza preconcetti ovvero, come si diceva una volta, sine ira et studio.
Non sia mai. Non sia mai che qualcuno preferisca andare a vedere come stanno le cose invece di sbrodolarsi addosso frasi fatte predigerite e rigurgitate da altri. Meglio tirare avanti a forza di slogan ammuffiti e lasciare in pace quelle povere sinapsi ossidate che neanche con una duracell potrebbero ritrovare un guizzo di energia.
Eppure, nonostante il profondo fastidio che provo, mentirei se dicessi che la cosa mi stupisce o m’indigna davvero. Perché dal loro punto di vista — proprio un puntino, eh? — questi antifascisti hanno ragione. Così come hanno ragione (dall’altra parte) gli anticomunisti che non possono neanche immaginare la possibilità di una serena apertura con gli odiati “rossi”. Nel triste paesaggio interiore grigio e uniforme che entrambi abitano, i colori del nero e quelli del rosso sono tanto abbaglianti da accecare. E così antifascismo e anticomunismo si confermano vettori di segno opposto ma di identica direzione.


set 7 2008

Morto un maiale, se ne fa un altro

Stavo per staccare, quando un’ultima veloce occhiata alle agenzie mi svela questa notizia, che riporto quasi per intero:

Gb, arrivano suini ogm “umanizzati”
Annuncio shock di esperto inglese

Dopo la pecora Dolly, la genetica fa un ulteriore passo: i suini ogm con cuori, fegati e reni trapiantabili su esseri umani. Tra tre mesi ne inizierà la produzione negli Stati Uniti. L’annuncio a sopresa viene dal massimo esperto britannico in fecondazione artificiale, Robert Winston. La tecnica da lui messa a punto vorrebbe risolvere in un decennio il problema della scarsità di organi da trapianto. Ma apre un nuovo dibattito etico.

Tecnica “semplificata”
La tecnica, ha spiegato lo stesso professor Winston al Sunday Times, è “semplificata” e consente di dar vita – tramite la manipolazione genetica dei suini – a organi “umanizzati” che non siano rigettati dai sistemi immunitari dei pazienti. Inserendo negli animali una serie di geni umani viene così neutralizzato il rischio di rigetto. E allo stesso tempo escluderebbe la trasmissione di pericolosi virus dall’animale all’uomo.
[...]

Il progetto parte in America
Il progetto del professore, che è fra l’altro Lord della corona inglese, è stato realizzato con la collaborazione della dottoressa Carol Readhead del California Institute of Techonology. La fase concreta, dopo gli studi teorici, sarà avviata nel Missouri perché gli Stati Uniti offrono più finanziamenti e meno restrizioni legali rispetto alla Gran Bretagna.

Fattorie per organi
Secondo lord Winston molto presto si potrebbe arrivare alla costruzione di fattorie dove centinaia di suini geneticamente modificati vengono allevati simultaneamente per lo sviluppo di organi da trapianto da prelevare quando l’animale ha compiuto un anno d’età.

Non mi pare che ci sia da commentare un granché; non foss’altro che per risparmiarsi il solito blablabla — perché tanto poi si risolve tutto (sempre e comunque) nella contrapposizione di due Weltanschauungen così irriducibili che tentare un dialogo risulta, più che impossibile, inutile.
Però mi si lasci sottolineare quell’ultima frase, delizioso eufemismo scodellato lì apposta per non turbare nessuno: «costruzione di fattorie dove centinaia di suini geneticamente modificati vengono allevati simultaneamente per lo sviluppo di organi da trapianto da prelevare quando l’animale ha compiuto un anno d’età» — laddove il gentile e chirurgico “prelievo” ben difficilmente comporterà, com’è intuibile, la sopravvivenza del suino. Animali allevati per fornire pezzi di ricambio all’uomo: se non è meccanicismo questo…


set 3 2008

Lettera ad un amico che (non) se n'è andato

Cher Carlo (“caro Carlo” l’ho sempre trovato insopportabilmente cacofonico, ricordi?) — cher Carlo, dunque: mi sembra così strano scriverti ora, sapendo che non mi risponderai mai (non nei modi consueti, almeno). Dovrò farci l’abitudine, anche se avere abitudini non mi è mai piaciuto troppo. Pazienza. Anzi farò, come si dice, di necessità virtù — ed è un peccato che di questa espressione si usi e si abusi a sproposito, senza mai soffermarsi sulla sua profondità… Ne avevamo parlato, qualche volta, in relazione a certi tuoi condizionamenti meramente fisici che facevano di te esattamente quello che eri e che rimani — per quanti ti hanno conosciuto e per il mondo sul quale hai lasciato la tua impronta.

Non hai idea di quanto tu sia sulla bocca di tutti, ora: e di come tutti si ricordano — quella volta che…, e quando hai fatto…, e lo sai che Carlo mi aveva detto…? e via rammemorando. Se fossi quella serpe che sono e che sai, troverei terribilmente sospetto tutto questo polverone intorno a te: ma in un sussulto per me inconsueto di carità trovo umanissimo ogni segno voluto e sentito di partecipazione al tuo essere su questa terra, in un lasso di tempo che per fortuna ha incrociato il mio.

Ogni tanto metto in funzione la sveglia a forma di rana che mi hai regalato (e in macchina si mise a suonare e non sapevamo più come fermarla e ridevamo come gli scemi che riuscivamo ad essere insieme — e io ancora lo sono, però da sola ahimé è molto diverso), e indosso parsimoniosamente l’orecchino ovviamente a forma di rana che mi avevi consegnato con aria di sfida pensando che non avrei mai avuto il coraggio di mettermelo, e invece sì. E frugando in mezzo al caos che mi è proprio e che non rispecchia tanto la feconda complessità del reale come diceva il mio professore di italiano quanto piuttosto il mio disordine patologico croce (molta) e (scarsissima) delizia di chi mi vive accanto, frugando fra le mie cose, dicevo, mi saltano fuori ogni momento i biglietti, gli oggettini e le infinite spillette di cui mi eri prodigo: a parte le solite con le rane (oh, le collezioni son collezioni), ecco quella dei mujaheddin del popolo iraniano al tempo di Khomeyni, e quella con la bandiera palestinese, e una dell’Armata Rossa… Io ti avevo ricambiato con una biancoceleste graficamente poverissima “las Malvinas son argentinas”, prodotta e diffusa da me stessa medesima col concorso di altri due dissennati all’epoca in cui Mrs. Thatcher cercava di difendere il suo orticello dai predoni latinoamericani.

Ma non di sole spillette vive l’aspirante rivoluzionario: e tu mi sei stato prodigo di molto altro. Magari non te lo ricordi, ma quando ci siamo conosciuti, più di vent’anni fa (il tempo passa e sembra ieri, Carlo, e invece ci sta in mezzo una vita…) io avevo ancora qualche prurito reazionar-perbenista: e il modo appassionato in cui parlavi della storia e delle rivoluzioni che l’hanno fatta — o delle rivoluzioni e della loro storia, che è poi lo stesso — mi aveva prima spiazzato e poi conquistato senza condizioni. (E chissà che penseresti del fatto che adesso, a un secolo tondo dai risultati concreti della prima rivoluzione russa, quella del gennaio 1905, sembra che non gliene importi più niente a nessuno).

Mica parlavamo solo di rivoluzione, però. E in un’estate torrida come sanno esserlo certe estati fiorentine, tra un insospettabile frappé alle noci che prima o poi berrò di nuovo alla tua salute e una birra ghiacciata, mentre branchi di ippopotami ideali si crogiolavano pigramente in un Arno divenuto tropicale tu mi facevi sognare la geografia — materia mai amata e finalmente aborrita dall’anno in cui un’insegnante con alcuni problemi ci ingiunse di imparare a memoria i nomi dei 50 stati americani con relative capitali, affibbiando un 10 per l’en plein, 9 a chi ne azzeccava 40 e via così a scalare. Poi dice che uno diventa anti-…

Ma con te la geografia era tutta un’altra cosa: ed è da te che ho imparato chi era Elisée Reclus — geografo grandissimo, anarchico e comunardo. (Morto nel 1905, anche di lui non è che si parli mica tanto, quest’anno. E se lo si celebra come studioso, si ammassano alla svelta in cantina i suoi bei trascorsi vermigli sulle barricate di Versailles, nella focosa primavera del 1871 che fece tremar le vene e i polsi alla Francia di allora e non solo alla Francia…). A dirla tutta, e mi scuserai, sono rimasta ignorante (non solo) in geografia. Però ne ho imparato l’importanza, e il senso, e il valore in relazione alle mille variabili e alle poche costanti dell’agire umano — ché, per politicus e oggi sommamente oeconomicus che sia, l’homo che vi è sotteso resta irreparabilmente un uomo.

Che altro ti dico, Carlo? Non mi viene in mente più nulla, e mi viene in mente tutto — tutto il non detto di questi ultimi anni, e i silenzi, e le pause spaziotemporali a punteggiare come in uno spartito tipico nostro le molte affinità e le poche differenze che ci hanno unito in questo scorcio di vita divisa.

Prima o poi capiterò ancora a Firenze, amico mio, e sta’ certo che passerò a trovarti. Anche se adesso non sarai più tu ad ospitarmi, ma sarò io a portarti nella memoria — l’ultimo luogo incontaminato dove può abitare, per sempre, chi amiamo davvero.

Alla prossima, Carlo. E aspettami lì dove sei, che prima o poi magari ci arrivo anch’io.

Un abbraccio forte

A.

N.B.: Carlo Terracciano è scomparso il 3 settembre 2005. A tre anni di distanza, lo voglio ricordare qui con le righe che scrissi allora su “Orion” n. 252. Non ho nulla da aggiungervi.