Lettera ad un amico che (non) se n'è andato

Cher Carlo (“caro Carlo” l’ho sempre trovato insopportabilmente cacofonico, ricordi?) — cher Carlo, dunque: mi sembra così strano scriverti ora, sapendo che non mi risponderai mai (non nei modi consueti, almeno). Dovrò farci l’abitudine, anche se avere abitudini non mi è mai piaciuto troppo. Pazienza. Anzi farò, come si dice, di necessità virtù — ed è un peccato che di questa espressione si usi e si abusi a sproposito, senza mai soffermarsi sulla sua profondità… Ne avevamo parlato, qualche volta, in relazione a certi tuoi condizionamenti meramente fisici che facevano di te esattamente quello che eri e che rimani — per quanti ti hanno conosciuto e per il mondo sul quale hai lasciato la tua impronta.

Non hai idea di quanto tu sia sulla bocca di tutti, ora: e di come tutti si ricordano — quella volta che…, e quando hai fatto…, e lo sai che Carlo mi aveva detto…? e via rammemorando. Se fossi quella serpe che sono e che sai, troverei terribilmente sospetto tutto questo polverone intorno a te: ma in un sussulto per me inconsueto di carità trovo umanissimo ogni segno voluto e sentito di partecipazione al tuo essere su questa terra, in un lasso di tempo che per fortuna ha incrociato il mio.

Ogni tanto metto in funzione la sveglia a forma di rana che mi hai regalato (e in macchina si mise a suonare e non sapevamo più come fermarla e ridevamo come gli scemi che riuscivamo ad essere insieme — e io ancora lo sono, però da sola ahimé è molto diverso), e indosso parsimoniosamente l’orecchino ovviamente a forma di rana che mi avevi consegnato con aria di sfida pensando che non avrei mai avuto il coraggio di mettermelo, e invece sì. E frugando in mezzo al caos che mi è proprio e che non rispecchia tanto la feconda complessità del reale come diceva il mio professore di italiano quanto piuttosto il mio disordine patologico croce (molta) e (scarsissima) delizia di chi mi vive accanto, frugando fra le mie cose, dicevo, mi saltano fuori ogni momento i biglietti, gli oggettini e le infinite spillette di cui mi eri prodigo: a parte le solite con le rane (oh, le collezioni son collezioni), ecco quella dei mujaheddin del popolo iraniano al tempo di Khomeyni, e quella con la bandiera palestinese, e una dell’Armata Rossa… Io ti avevo ricambiato con una biancoceleste graficamente poverissima “las Malvinas son argentinas”, prodotta e diffusa da me stessa medesima col concorso di altri due dissennati all’epoca in cui Mrs. Thatcher cercava di difendere il suo orticello dai predoni latinoamericani.

Ma non di sole spillette vive l’aspirante rivoluzionario: e tu mi sei stato prodigo di molto altro. Magari non te lo ricordi, ma quando ci siamo conosciuti, più di vent’anni fa (il tempo passa e sembra ieri, Carlo, e invece ci sta in mezzo una vita…) io avevo ancora qualche prurito reazionar-perbenista: e il modo appassionato in cui parlavi della storia e delle rivoluzioni che l’hanno fatta — o delle rivoluzioni e della loro storia, che è poi lo stesso — mi aveva prima spiazzato e poi conquistato senza condizioni. (E chissà che penseresti del fatto che adesso, a un secolo tondo dai risultati concreti della prima rivoluzione russa, quella del gennaio 1905, sembra che non gliene importi più niente a nessuno).

Mica parlavamo solo di rivoluzione, però. E in un’estate torrida come sanno esserlo certe estati fiorentine, tra un insospettabile frappé alle noci che prima o poi berrò di nuovo alla tua salute e una birra ghiacciata, mentre branchi di ippopotami ideali si crogiolavano pigramente in un Arno divenuto tropicale tu mi facevi sognare la geografia — materia mai amata e finalmente aborrita dall’anno in cui un’insegnante con alcuni problemi ci ingiunse di imparare a memoria i nomi dei 50 stati americani con relative capitali, affibbiando un 10 per l’en plein, 9 a chi ne azzeccava 40 e via così a scalare. Poi dice che uno diventa anti-…

Ma con te la geografia era tutta un’altra cosa: ed è da te che ho imparato chi era Elisée Reclus — geografo grandissimo, anarchico e comunardo. (Morto nel 1905, anche di lui non è che si parli mica tanto, quest’anno. E se lo si celebra come studioso, si ammassano alla svelta in cantina i suoi bei trascorsi vermigli sulle barricate di Versailles, nella focosa primavera del 1871 che fece tremar le vene e i polsi alla Francia di allora e non solo alla Francia…). A dirla tutta, e mi scuserai, sono rimasta ignorante (non solo) in geografia. Però ne ho imparato l’importanza, e il senso, e il valore in relazione alle mille variabili e alle poche costanti dell’agire umano — ché, per politicus e oggi sommamente oeconomicus che sia, l’homo che vi è sotteso resta irreparabilmente un uomo.

Che altro ti dico, Carlo? Non mi viene in mente più nulla, e mi viene in mente tutto — tutto il non detto di questi ultimi anni, e i silenzi, e le pause spaziotemporali a punteggiare come in uno spartito tipico nostro le molte affinità e le poche differenze che ci hanno unito in questo scorcio di vita divisa.

Prima o poi capiterò ancora a Firenze, amico mio, e sta’ certo che passerò a trovarti. Anche se adesso non sarai più tu ad ospitarmi, ma sarò io a portarti nella memoria — l’ultimo luogo incontaminato dove può abitare, per sempre, chi amiamo davvero.

Alla prossima, Carlo. E aspettami lì dove sei, che prima o poi magari ci arrivo anch’io.

Un abbraccio forte

A.

N.B.: Carlo Terracciano è scomparso il 3 settembre 2005. A tre anni di distanza, lo voglio ricordare qui con le righe che scrissi allora su “Orion” n. 252. Non ho nulla da aggiungervi.

3 Comments on Lettera ad un amico che (non) se n'è andato

  1. complimenti stupenda!!

  2. A tre anni di distanza…
    E’ bello sapere che le radici di un’ amicizia siano dure da estirpare…
    … e che il tempo depositi solo un velo di “polvere da salotto” sui ricordi senza renderli” cose da dimenticatoio.

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