Chiedo scusa se parlo di Durruti…

Che poi Durruti è un pretesto. Perché di Josè Antonio Primo de Rivera ne hanno (ne avete?) già parlato tutti, ricordando quel 20 novembre del 1936 in cui il giovane capo della Falange finì morto ammazzato (“giustiziato”, mi pare che si dica) dai combattenti repubblicani.
A poche ore di distanza dal suo avversario — ma in fondo non è questo il termine più appropriato, visto che entrambi gli schieramenti di questi due capi, come vedremo, erano invisi al comunismo — dunque, muore anche Durruti, il 21 novembre del 1936, ma era in agonia dal 20.
Di lui non si parla mica tanto. Non a destra, ovviamente, perché stava coi repubblicani; e neppure tanto a sinistra, perché era un anarchico — e l’anarchico, si sa, «è sempre bastonato dal clero e dallo Stato», canta Francesco G., ma a volte anche dai “compagni” perché gli dà un fastidio che è proprio difficile da immaginare…
Tant’è che ancora non è chiaro come morì Durruti: arma da fuoco sicuro — un colpo solo, bello dritto al petto. Svariate ore d’agonia, e via andare.

Morte accidentale di un anarchico

Dicono che Buenaventura fosse una testa calda, un esaltato, un passionale (difficile trovare degli anarchici tiepidi); e che quel dannato 20 novembre si lasciasse trascinare in una discussione così animata da indurlo a pestare rabbiosamente sul cofano della macchina il calcio del suo fucile, con tanta violenza che ne fece partire un colpo, unico e solo, e la pallottola fatale volò a centrarlo in pieno — oh quanto provvidenzialmente!, dal punto di vista dei comunisti. E infatti i suoi compagni di lotta e d’anarchia sostennero che Durruti era stato ammazzato proprio dai comunisti, per via di quel fastidio che — si diceva — gli davano particolarmente gli anarchici. (Parlo al passato, perché oggi come oggi non ci son più gli anarchici di una volta; e nemmeno i comunisti, se è per questo).
Fatto sta che in quei giorni convulsi, mentre la Spagna inizia ad essere squassata da una guerra che omericamente vorrei dire infiniti addusse lutti all’una e all’altra parte, ma invece sembra che quei lutti siano ben quantificabili nella tonda cifretta di 600.000 (seicentomila figli di mamma, come gli italiani nella prima guerra mondiale) — in quei giorni, dunque, se ne andarono due figure di tutto rispetto, due capi carismatici che avrebbero continuato a vivere nel cuore di quelli che in loro credevano e credono ancora, alla faccia dei muri caduti e delle ideologie putrefatte.
A ben guardare, è curiosa questa dipartita doppia che non chiude il bilancio apertosi pochi mesi prima con un doppio funerale — quando si dice la coincidenza…

14 luglio…

Il viandante che la mattina di martedì 14 luglio 1936 (s. Bonaventura, ecco…) si fosse trovato a passare dal Cimitero dell’Est di Madrid, avrebbe assistito a uno strano spettacolo: la simultanea confluenza in quel luogo di due funerali molto diversi fra loro.
Da un lato, in una bara avvolta in un drappo rosso e seguita da centinaia di socialisti, comunisti, anarchici e radicali vari, Josè del Castillo, tenente della repubblicana Guardia de Asalto; dall’altro, in un feretro sormontato da una bandiera rosso-oro e da un saio, accompagnato da monarchici, falangisti in divisa, cavalieri del Santo Sepolcro, ufficiali, prelati e alto-borghesi benpensanti, Josè Calvo Sotelo, leader dell’estrema destra spagnola — entrambi vittime del piombo ideologico, in una tragica ripicca di vendette consumate in un clima torrido non solo atmosfericamente parlando.
Le esequie si svolsero in modo assolutamente impeccabile, nella totale correttezza di tutti i partecipanti alla duplice mesta cerimonia. Ma una volta che le bare furono calate nelle rispettive fosse, finì sottoterra anche quell’aplomb inconsueto. Da una parte e dall’altra si materializzarono le pistole, e il Cimitero dell’Est divenne l’eccezionale teatro di quella che viene considerata a buon diritto la prima battaglia della guerra civile spagnola.

Si fa presto a dire guerra

E a dirla tutta, “guerra civile” non sembra neanche il termine più adatto. Perché poche altre guerre del secolo scorso, fatta forse eccezione per la seconda guerra mondiale e (sotto certi aspetti) per quella del Vietnam, sono state così marcatamente, visceralmente e tragicamente ideologiche come questa: caratteristica che rende gli schieramenti d’ambo le parti faziosi e passionali fino all’indecenza, se dobbiamo credere ad Arthur Koestler. Infatti «il futuro autore di Buio a mezzogiorno, che paleserà al mondo gli orrori delle purghe staliniane, ma allora agente del Comintern infiltrato in un’agenzia giornalistica britannica — molti anni dopo avrebbe rivelato come costruiva i suoi articoli, ritenuti universalmente esempi di ammirevole obiettività. Egli scriveva sotto il controllo del comunista tedesco Willi Münzenberg, il quale spesso cestinava i suoi pezzi gridando: “Troppo blando! Troppo obiettivo. Racconta che i fascisti schiacciano i prigionieri con i carri armati, che li bruciano con la benzina… Dàgli addosso! Fa’ restare il mondo senza fiato”»1. (Per inciso, mi viene da pensare che, forse, quando nella guerra civile italiana i partigiani facevano stendere i fascisti per terra e gli passavano sopra con i camion (accadde a Torino, mi pare) avevano di mira una sorta di atroce contrappasso — grazie, Arthur. E sorvolo sulle magre figure collezionate da un altro “grande” che mi è sempre stato antipatico a pelle — Ernest Hemingway, autore di corpose ma scadenti contraffazioni della realtà perpetrate nei suoi reportages bellici e nel suo Per chi suona la campana. John Donne avrebbe meritato di meglio).
Non che ci fosse bisogno di chissà che raffinata immaginazione: perché sembra che le efferatezze si sprecassero con entusiasmo da una parte e dall’altra. Ma non c’è nulla di stupefacente in questo: perché nella guerra civile spagnola in realtà non si affrontarono solamente militari e intellettuali, banchieri e operai, latifondisti e contadini, religiosi e comunisti. Si affrontarono due Weltanschauungen differenti e contrapposte da sempre, due anime di una Spagna lacerata da secoli di prevaricazioni perpetrate nel nome di un cattolicesimo in verità molto lontano dal messaggio originario di Cristo: persino Georges Bernanos, vulcanico intellettuale cattolico il cui figlio Yves si era addirittura arruolato nella Falange, dopo essersi recato in Spagna per combattere al fianco dei franchisti restò talmente sconvolto2 da riversare tutta la sua rabbia e la sua indignazione nel misconosciuto pamphlet Les Grands Cimetières sous la lune, che non nuocerebbe almeno sfogliare.
Lodevolissima eccezione, il solito George Orwell (c’è bisogno di ricordare 1984 e La fattoria degli animali?), generoso combattente nelle file repubblicane, che pure si adoperò per rivelare l’inganno e definire con esattezza le cause che permisero a Francisco Franco di vincere la guerra civile. Nel suo Omaggio alla Catalogna, Orwell accusò senza mezzi termini la sinistra radicale di non aver voluto riconoscere l’esistenza di un totalitarismo “di sinistra” speculare a quello “di destra” («I cattolici e i comunisti si assomigliano nel ritenere che quelli che non hanno le loro convinzioni non possono essere né onesti né intelligenti», diceva), e di aver volutamente ignorato che il vero nemico di Stalin non era Franco — ma la stessa sinistra radicale, e che i comunisti erano più preoccupati di liquidare quest’ultima che di sconfiggere il cosiddetto fascismo. Il libro fu pubblicato nel 1938, a conflitto ancora in corso, ma se ne vendettero seicento copie…

I rivoluzionari son tutti uguali

Non c’è niente da fare: si ha un bell’affannarsi sulle parole — ché tanto le puoi cambiare quanto vuoi, ma è la cosa che resta sempre e comunque… — e ideologizzare fino alla consunzione dei tempi, ma quelli che hanno in testa e nel cuore la rivoluzione si assomigliano sempre, da una parte e dall’altra, sotto bandiere rosse o nere, e a stringere il pugnale tra i denti erano gli arditi in camicia nera e gli arditi del popolo, tanto per dirne una.
Così, mi si perdonerà se ricordo qui che Dolores Ibarruri, la mitica Pasionaria, qualche tempo prima di arringare una folla di duecentomila persone in quel torrido venerdì 17 luglio 1936 che segnerà l’inizio della resistenza repubblicana, era stata protagonista di un gesto eclatante, dati tempo e luogo: durante una corrida, aveva fatto irruzione nell’arena gridando «Io sto col toro!». Più controcorrente di così…
E, del pari, mi vengono in mente altri personaggi capaci di risalire il fiume delle cose scontate: per esempio, i giovani fascisti del “Bargello”, scoppiettante giornaletto universitario che avevano pensato bene di salutare la resistenza della Repubblica spagnola con le parole che il Duce aveva pronunciato a suo tempo per giustificare la campagna d’Abissinia: «La nostra è una guerra di civiltà e di liberazione. È la guerra dei poveri e dei proletari contro i parassiti e i profittatori».
O ancora l’altro giovane fascista inquieto Elio Vittorini, che sempre dalle colonne del “Bargello” tuonava con l’entusiasmo dei vent’anni di dentro (in realtà ne aveva 28…): «È una settimana che non dormo per l’ansia che quei maledetti generali l’abbiano vinta. Cosa crede di guadagnarci il fascismo dalla vittoria di quelle canaglie aristocratiche?» — parole vibranti che gli valsero in quattro e quattr’otto l’espulsione dal Partito fascista.
Mentre Vasco Pratolini, insolitamente pacato, commentava: «È solo augurabile che il popolo spagnolo ritrovi se stesso dopo questa tragica Vandea di nuovo stampo».
Molto più incisivo Fidia Gambetti, fascistissimo e futuro comunista: «Ci limitiamo a guardare a sinistra, marciando decisamente verso destra; ci limitiamo a parlare di rivoluzione proletaria e antiborghese schierandoci a difesa della più retriva razza di generali, latifondisti, sfruttatori che alligna in Europa. Siamo costretti a combattere fianco a fianco con i gendarmi del progresso, con i becchini della democrazia, co i somministratori di olio santo al capezzale delle rivoluzioni».
Ma l’ondata antifranchista dei giovani fascisti più o meno “di sinistra” si ruppe alla svelta sulle secche della ragion di Stato e della propaganda. Unico e solo, mentre Roberto Farinacci si arrabattava nel tentativo di giustificare la scelta di schierarsi con Franco come “il male minore”, e Ruggero Zangrandi — futuro e autorevole storico comunista per l’occasione arruolatosi in difesa delle fede cristiana — narrava dalla Spagna le innegabili atrocità perpetrate dai “rossi”, unico e solo, dunque, il solito incorreggibile Berto Ricci continuava a condannare dalle pagine del “Bargello” «la vecchia società spagnola che è la prima e massima responsabile del macello». Come si usa dire in gergo forumistico, lo quoto in pieno.

Chiedo scusa…

… se ho detto che volevo parlare di Durruti, e poi invece ho parlato anche di Orwell e Bernanos e Ibarruri e Pratolini e Vittorini e Ricci e Gambetti — tutti irregolari, tutti maledetti, tutti scomodi per chi proprio non riesce a vedere le cose a tre dimensioni ma si accontenta del piattume confortante di un già detto o un già scritto.
Ma poi, a ben pensarci, non c’è mica da chiedere scusa — perché di scuse se ne accampano sempre troppe quando si tratta di andare al di là del dato, per scommettere pericolosamente sulla propria capacità di ragionare da soli. La libertà fa sempre un po’ paura.

Note
1 Arrigo Petacco, Viva la muerte! Mito e realtà della guerra civile spagnola 1936-1939, Mondadori, Milano 2006, pp. 6-7.

2 «Les autres camions amenaient le bétail. Les malheureux descendaient ayant à leur droite le mur expiatoire criblé de sang, et à leur gauche les cadavres flamboyants. L’ignoble évêque de Majorque laisse faire tout ça» (“Gli altri camion trasportavano il bestiame. I disgraziati scendevano avendo alla loro destra il muro sacrificale schizzato di sangue, e alla loro sinistra i cadaveri fiammeggianti. L’ignobile vescovo di Majorca permette tutto questo”): da una lettera del 18 gennaio 1937, in cui Bernanos descrive la pratica consueta di dare alle fiamme i cadaveri — non sempre già tali — per “fare pulizia”.

(da “Orion”, n. 266, novembre 2006)

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