Pd: Veltroni lascia, arriva Franceschini
Come si diceva, appunto…
E va be’, consacriamo questo freddo lunedì invernale a qualche considerazione conclusiva su questa vicenda del “di destra”/”di sinistra”. Trovo incredibile che ci si affanni tanto a voler dimostrare una mia pretesa “destrità”, ma devo prenderne atto.
Dunque scrive Nicola:
Il topolino ha partorito la montagna! O meglio, il ‘topos’ ha partorito il ‘logos’…
Sono contento che da un mio ‘de droite’, buttato lì tanto per ‘de-finire’, si sia cominciato, finalmente, a dire …qualcosa di ‘Destra’.
Sì, sono d’accordo con quello che tu e Francesco dite. Fatto è che, oltre alle parole – e oltre le parole -, c’è anche un’Idea (‘senza parole’) di Destra (quella vera, quella ‘ermeneutica’, ‘originaria’, ‘archetipica’). Insomma, la mia è ‘ermeneutica del sospetto’ nei confronti dei termini Destra e Sinistra, se rimane ‘flatus vocis’ o ‘etichetta’(il ‘brand’ è già qualcosa di più), ma è ‘ermeneutica dell’Origine’, se la ‘parola’ è ricondotta alla sua ‘radice’ (e per questo ti ho citato anche ‘Ar’).“… ermeneutica, cioè il termine ta’wîl. Etimologicamente la parola ta’wîl significa “ricondurre una cosa alla sua origine, al suo archetipo”. È la tecnica del “Comprendere” in cui hanno eccelso i teosofi…”
Questo è Henri Corbin, nella sua intervista su Heidegger, visto che l’hai citato. Insomma, è inutile nascondersi dietro a un dito (a meno che non sia il ‘dito di Dio’): c’è, che lo si voglia o no, una Weltanschauung – una ‘visione del mondo – di Destra …è inutile negarlo (anche se poi, fattualmente, ogni uomo, ogni donna, di Destra, è un ‘unicum’).
È chiaro, lo ripeto, che sto parlando di un’Idea, di un Metamodello, di un Archetipo…
Riguardo al tuo ‘paganesimo’: intendo, con con sommo rispetto e interesse (sono un ‘cristiano’ borderline – cristiano: altro termine…), un argomentare che alla presunta (ma spesso reale) ‘oscurità’ di vita (al lume delle candele – quelle votive) del cristianesimo (soprattutto quello ‘fondamentalista’, quello ‘ipocrita’ e quello ‘lacrimachristi’ o della ‘Madonna’) contrappone la ‘solarità’, la ‘nuda schiettezza’ e l”eroicità’ di vita della concezione ‘pagana’ (e qui siamo di nuovo all”Ar’ pluricitato).
Quanto a Hillman (anche mio referente), se, come è vero, parla di ‘anima’ e di società ‘dis-animata’ (alla Adriano Segatori, sulla scorta di R. D. Laing – anche lui di destra!?), allora il mitico James Hillman, anche se fosse di ‘sinistra’, non può essere che, ‘radicalmente’, di…
(Meta)Destra.
Quanto a Miller: Arthur o Henry? Facciamo: uno ‘de droite’ e uno ‘de gauche’…
In definitiva: sì, certo le etichette vanno staccate… ma le ‘bottiglie’ restano!
Insomma non c’è niente da fare. Per Nicola, io sono di destra. Lui non mi conosce, non sa nulla di me, della mia vita, delle mie esperienze, dei miei percorsi, delle mie sensibilità — fa niente. Lui mi cataloga di destra. Perché? Perché gli viene più comodo? Perché non riesce ad andare al di là delle categorie neanche quando sono obsolete? Per altri insondabili motivi? Non lo sapremo mai.
Lui cita, virgoletta, parentetizza e decide: con implacabilità inquisitoriale (sì, sì, proprio quella della Santa), Nicola parte da un assunto indimostrato e indimostrabile, stabilisce cosa penso, e addirittura suggerisce quale sia la mia Weltanschauung, invitandomi a non negarlo cioè a non negare quel che io, secondo lui, sarei senza neanche saperlo… Hai capito che roba. Gui e Eymerich erano dei dilettanti.
Facciamo così: io continuo a essere quella che sono, e gli altri si divertano pure ad appiccicare etichette — tanto sul cuore non c’è post-it che tenga.
E a proposito di Miller: né Arthur né Henry. David — David L. Miller.
Ma tu guarda quanto siamo pindarici, noi blogger… Parto da un post disgustato e furente sul tristissimo caso Englaro fortunatamente conclusosi, e arrivo a quest’altro post in cui mi tocca, per la salvaguardia della mia pace interiore e della mia salute mentale, spiegare chi sono.
Cominciamo dall’inizio, che per fortuna di tutti in questo frangente non risale alla notte dei tempi.
1) Scrivo il post di cui sopra.
2) Nel suo blog Nicola mi cita scrivendo testualmente:
Alessandra Colla, nel suo blog, esprime quest’opinione ‘radicale’ (ho colto solo un ‘tralcio’), ‘forte’, da molti non condivisibile, ma portatrice di un suo ‘senso’:
“Chi è più materialista? Chi crede che la Vita sia consapevolezza, speranza, progetto, emozione — tutte cose che non appartengono più al povero grumo di cellule straziate che è ormai Eluana Englaro —, o chi crede che basti un mero insieme di funzioni fisico-chimiche a definire una “persona”? Chi riconosce all’individuo il valore immenso della dignità personale e del pudore di fronte alle miserie corporali; o chi denuda, fruga, invade un corpo come se fosse un lacerto di carne inidentificabile sul banco del macellaio?”
Io sono un po’ più sfumato: so che i nietzscheani puri abbraccerebbero tout court la tesi del blog de droite etc.
e segnalandomi la cosa con un commento.
3) Io rispondo con un altro commento, come segue:
Grazie per la citazione. Ma, per favore, non classificare il mio blog come “de droite”… Rifuggo dalle etichette in genere, ma quelle “di destra” e “di sinistra” proprio non le sopporto, e la “destra” men che meno.
4) Nicola precisa:
Accetto il rimprovero: ho usato ‘destra non-conforme’ (anche se anch’esso impreciso) solo come ’stampella’ momentanea e l’ho fatto anche ‘pour cause’: per ‘épater les bourgeois’ e dimostrare che non c’è solo destra codina…
D’altronde, anch’io viaggio al di là…: se per per molti versi posso ritenermi di ‘destra non-conforme’, la mia Weltanschauung è anche ‘colorata’ di rosso (specie su certe questioni sociali e sul femmininismo – o donnismo che sia). Sulla questione Englaro e su certe tue riflessioni ‘pagane’ (alla Edizioni di Ar, intendo), è chiaro che la tua è una posizione di ‘destra radicale’ (anche qui prendila con le pinze). E a proposito di detta ’sodalità‘ ricordo sempre con piacere il tuo scritto su Ipazia in Risguardo IV (sei tu, vero? Non Ipazia… o forse sì!).
e ribadisce:
Ma siccome un’etichetta (o forse un ‘brand’ – anzi un ‘new brand’ e anche una ‘brand new bag’) ci vuole, si potrebbe parlare di ‘MetaDestra’, ‘OltreDestra’ o ‘TransDestra’ (certo, è più equivoco…).
Ora, certo che l’Alessandra Colla del saggio su Ipazia sono io: è stata un’esperienza bellissima che ricordo con molto piacere ma che non fonda né costituisce tutto il mio vissuto. In ogni caso, risale a venticinque anni fa (ci lavorai sotto tesi, nel 1984).
Nel frattempo, è caduto il muro di Berlino, sono venute giù le Twin Towers e io sono cresciuta. Sono stata di destra, così come molti miei coetanei: ma siccome negli anni ho studiato un po’ e gli equilibri planetari hanno subìto qualche significativo mutamento, accade che io nella cosiddetta destra non mi riconosca più, e da parecchio ormai. (Non è un caso che anche l’ambiente di destra non mi riconosca più, ma questo forse è un altro discorso).
Potrei citare Ortega y Gasset col suo celebre “dirsi di destra o di sinistra è uno dei modi che l’uomo può scegliere per essere imbecille: entrambe, di fatto, sono forme di un’emiplegia morale”; volando più basso, mi limito a dire che per me, ormai, destra e sinistra sono gusci vuoti (“sono scarpe”, come scrivevo alcuni anni fa e se ritrovo il pezzo lo posto pure, ecco). E basta.
Aggiungo che le etichette in genere mi fanno orrore tranne che sui barattoli in cucina: e non vedo neanche un motivo valido per insistere a perpetuarne l’esistenza, visti e considerati i danni che hanno fatto nel tempo.
Quanto al mio paganesimo (!), direi piuttosto che mi rifaccio a Hillman, Corbin e Miller: sono “di destra” pure loro, magari senza saperlo?
Anzi, un amico mi segnala che nel Corano i “compagni della destra” sono gli unici che andranno in Paradiso, “molti tra gli antichi, pochi fra i recenti”. Sono curiosa di sapere, qui, che etichette si distribuiranno…
P.S.: Ho chiesto, sempre a quel mio amico lì, che è “di sinistra”, “dimmi cosa ti ho detto di destra negli ultimi quindici anni”. Ci ha pensato un po’ su, e poi: “una volta mi hai detto eia eia alalà”. Il primo sorriso della giornata.
Non mi capita tanto spesso di avere difficoltà con le parole, ma di fronte a questa tragica farsa che è diventata l’agonia di Eluana Englaro faccio veramente fatica a trovare un modo dignitoso di esprimermi. Non riesco a fare un discorso — mi affiorano alla mente soltanto domande e constatazioni piuttosto crude.
Perché dev’essere tanto difficile morire in pace? In nome di cosa lo Stato si arroga il diritto di decidere della morte di un individuo? Potrei capire (non giustificare né accettare, ma comprendere) se fossimo in un regime dittatoriale, in una monarchia assoluta, in una tirannia: ma in una repubblica (!) che si vuole democratica (!!) e la cui Costituzione sancisce, all’Art. 13, che «La libertà personale è inviolabile» (!!!), perché una persona non può ottenere il rispetto della propria dignità? O forse il cittadino è ancora considerato giuridicamente un minus habens bisognoso di una tutela istituzionale? (E guai a lui, se càpita in mano a certe istituzioni…).
Come si può pensare che un padre non voglia il bene della propria figlia? Come si può anche soltanto immaginare che Beppino Englaro non desideri dal profondo del cuore la fine di ogni sofferenza e di ogni oltraggio troppo o troppo poco laico per quella figlia stroncata a vent’anni?
Chi può essere così imbecille da figurarsi che Eluana Englaro sia oggi, dopo 17 anni di coma profondo, anche solo lontanamente paragonabile alla bella figliola sorridente che occhieggia da tante foto? Sono certa che se il padre accettasse, in un ultimo supremo sforzo, di mostrare un’immagine attuale della povera cosa che fu sua figlia, il sentire dell’opinione pubblica si ribalterebbe — non quello dei politici laici e meno laici che strumentalizzano turpemente questo abisso di sofferenza di fronte al quale dovrebbero soltanto chinare la testa in silenzio. E vergognarsi, se ne avessero la capacità.
E che ci fanno questi cattolici untuosi davanti alla clinica, con i loro rosari biascicati e la loro ipocrisia ributtante? Pretendono ancora di imporre le loro credenze con la violenza antica, mutata nella forma ma non certo nella sostanza, che è cifra del cristianesimo e marchio scarlatto di secoli di “civiltà”; proprio loro che per secoli hanno tolto la vita a tanti che se n’è perso il conto, in modi orrendi che gridano vendetta e nel nome di un dio che se fosse davvero così sarebbe esecrabile.
Chi è più materialista? Chi crede che la Vita sia consapevolezza, speranza, progetto, emozione — tutte cose che non appartengono più al povero grumo di cellule straziate che è ormai Eluana Englaro —, o chi crede che basti un mero insieme di funzioni fisico-chimiche a definire una “persona”? Chi riconosce all’individuo il valore immenso della dignità personale e del pudore di fronte alle miserie corporali; o chi denuda, fruga, invade un corpo come se fosse un lacerto di carne inidentificabile sul banco del macellaio?
Come si può imporre l’accettazione di qualcosa a qualcuno? Come si può affardellare un vivente dell’atroce carico di una sofferenza imposta? Ah, certo, signori, i cattolici sono maestri in questo: perché il veleno delle beatitudini dice che chi soffre in questa vita gioirà in quell’altra; e l’attribuzione all’uomo di un posto centrale nell’universo cosicché potesse riempire la terra, soggiogarla e dominare sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente che striscia sulla terra ha permesso e permette il massacro di innumerevoli viventi ai quali nessun tormento viene risparmiato, perché cos’è mai un po’ di dolore per la maggior gloria di Dio?
Dal profondo del cuore, auguro una sola cosa a tutti i fieri paladini della sopravvivenza imposta: che possano attraversare, tutti, il medesimo calvario. Che possano implorare la morte come liberazione dal male, e che possano invece trovarsi di fronte un volto sorridente a rammentar loro, col dito alzato, quanto sia benedetta l’accettazione della sofferenza, mentre li spia goloso fino all’ultimo spasimo e all’ultimo lamento senza suono. Amen.
L’inverno 1933-1934 fu rigidissimo, in Francia. Un clima gelido d’insicurezza avvolgeva la nazione: il successo di Hitler in Germania e il fascismo trionfante di Mussolini in Italia facevano invocare a molti un governo forte che risollevasse le sorti della repubblica, provata dagli echi della Grande Depressione americana del ’29 e lacerata dagli scandali.
L’affaire Stavisky è solo la goccia che fa traboccare un vaso già colmo portando alla caduta del governo Chautemps: martedì 6 febbraio 1934, a meno di un mese dalla morte molto prematura e molto accidentale dell’ambiguo finanziere (trovato cadavere l’8 gennaio), Parigi si ritrova invasa da decine di migliaia di manifestanti uniti, per una volta, al di là di destra e sinistra. Socialisti e comunisti da un lato, ex combattenti e monarchici dall’altro, sfilano insieme in una rivolta antiparlamentare senza precedenti e rimasta ineguagliata — una rivolta di popolo.
L’obiettivo è Palais Bourbon, sede della Camera dei Deputati. Nei pressi di Place de la Concorde, la situazione improvvisamente degenera: le forze dell’ordine reagiscono come da copione, sparando sulla folla — 17 morti (fra i quali un poliziotto) e oltre un migliaio di feriti è il tragico bilancio.
Il 6 febbraio 1934 resterà nel cuore di molti francesi, a suggello di un sogno rimasto impossibile: il travalicamento delle ideologie per il bene comune. Saranno in molti a battersi per quell’idea di bene, da una parte e dall’altra della barricata eretta dalla seconda guerra mondiale: maquisards e collabos, uniti da un amore esagerato per la loro terra, alla ricerca confusa di un’identica appartenenza. E, per almeno uno di loro, il 6 febbraio sarà il destino: Robert Brasillach, accusato di collaborazionismo e condannato a morte, verrà fucilato al forte di Montrouge proprio il 6 febbraio del 1945, un altro martedì…
Nel carcere di Fresnes, Brasillach continua a fare ciò che era — il poeta. E il 4 febbraio 1945, quarantott’ore prima di morire, rivolge un pensiero ai morti (i “suoi” morti) di quel febbraio che ora sembra così lontano:
4 février 1945
AUX MORTS DE FÉVRIER
Les derniers coups de feu continuent de briller
Dans le jour indistinct où sont tombés les nôtres.
Sur onze ans de retard, serai-je donc des vôtres ?
Je pense à vous ce soir, ô morts de Février.
Molto tempo fa, ho imparato anch’io a pensare a quei morti.
Stavolta l’ameno borgo in cui vivo, sempre pronto a celebrare radiosi venticinqui e lacrimevoli ventisetti (per aver dato alla patria una manciata di giusti, questo paesello vanta ben tre monumenti alla Resistenza; io, per me, di quel periodo preferisco ricordare senza lapidi né cerimonie i sette non del tutto giusti ma quasi niente sbagliati che qui dalle mie parti erano nati o trovarono la morte, e fra loro c’era anche una donna) — l’ameno borgo, dicevo, stavolta ne ha fatta una giusta: e d’intesa con la Croce Rossa Internazionale e il Ministero degli Esteri ha organizzato una raccolta di beni di prima necessità da inviare a Gaza (Gaza, ricordate?, giù in Terra Profanata, dove ancora si bombardano i civili ma non ne parla più nessuno).
Mio figlio è arrivato sventolando un volantino ricevuto a scuola, e dai muri occhieggiavano manifesti a pubblicizzare l’iniziativa: raccolta di sabato mattina e pomeriggio davanti ai supermercati, o lunedì mattina nelle scuole. Così di sabato abbiamo fatto la spesa, e lunedì alle otto e mezza ci siamo presentati coi nostri sacchetti: la bidella extracomunitaria mi chiede se sono “per i puóveri”; vorrei puntualizzare, ma concludo che forse non è quello il momento per una breve storia dell’occupazione israeliana in Palestina, così ringrazio e mi avvio al luogo del conferimento. A terra, in un angolo, giacciono quattro (di numero, non così per dire) sacchetti accasciati — e i bambini sono già entrati quasi tutti. Chissà, magari gli altri hanno provveduto nella giornata di sabato. Forse. Forse no. Però per il 27 u.s. a scuola hanno fatto un cancan che la metà basta.
E allora? Allora la gente ha imparato a pensare che certi morti di sessant’anni fa contano più di certi altri morenti di adesso, e insomma è proprio vero che siamo tutti uguali ma alcuni sono più uguali di altri. Grazie, George.