mar 24 2009

Le fashion victims dell'esercito israeliano

A giudicare da quello che è autorevolmente scritto qui, gli operatori etici dell’Israel Defense Forces (vorremo mica chiamarli soldati, eh?) sono così fortunati da poter esibire su richiesta magliettine da urlo: per esempio, quella col disegno di una donna palestinese incinta inquadrata da un mirino e la scritta “spari un colpo e ne ammazzi due”; oppure quella con un bambino palestinese morto e accanto la madre che piange, con la scritta “meglio usare Durex”; o ancora quella che raffigura un palestinese in varie fasi della vita — prima bambino, poi ragazzino che tira i sassi e poi adulto in armi, con la scritta “non importa come comincia, tanto lo facciamo finire noi”. E a proposito di scritte, tira molto anche quella che dice “ogni madre araba deve sapere che il destino di suo figlio è nelle mie mani”.

Non li definirei propriamente creativi, ecco. Però il loro è un messaggio che colpisce, poco ma sicuro; e che non si presta neanche a troppi commenti, perché più chiaro di così si muore, letteralmente.

Vorrei credere in Dio per ringraziarlo di non avermi fatto israeliana. Speriamo che basti il pensiero.


mar 23 2009

Pdl, plastica e plastiche

Leggo che il Pdl sarebbe stato definito “partito di plastica” da due dame della destra istituzionale italiana, Adriana Poli Bortone e Daniela Garnero in Santanché. Ci dev’essere del vero, se lo dice la Santanché…


mar 13 2009

Ronde? Sì, grazie

Quanto scalpore per questa storia delle ronde. E quanta confusione.
Perché quello che più mi diverte di tutta la faccenda, al di là delle proposte di legge e delle controproposte e del modo italianissimo e terribile con cui presumibilmente verrà condotta la cosa, è che l’idea delle ronde proviene da “destra” e incontra l’opposizione della “sinistra” — laddove dovrebbe essere tutto il contrario.

Partiamo da lontano. Molto lontano. Dal contratto sociale, precisamente. Ovvero dal riconoscimento del fatto che, venuto meno lo stato di natura, soltanto la creazione (e conseguente adozione) di istituzioni avrebbe salvato gli uomini dalla rovina. Di qui la celebre constatazione di Rousseau che “l’uomo nasce libero, ma è in catene ovunque”.
Ma se la formulazione più nota del contratto sociale si deve appunto a Rousseau, il concetto è ovviamente antico quanto il primo gruppo umano. Benché avversata da Platone e Aristotele, l’idea di un patto fra governati e governanti caratterizza da sempre la storia dei rapporti sociali: diversamente non si spiegherebbe perché un gruppo di individui numericamente superiore a un altro gruppo accetti di essergli subordinato. In soldoni, è intuitivo che ciò accade perché il gruppo minore per numero si rivela capace di offrire al gruppo più consistente qualcosa di cui il medesimo non può fare a meno: “le due S“, come diceva Gianfranco Miglio — sussistenza e sicurezza.
Ne deriva immediatamente l’interrogativo più dibattuto nella storia dell’indagine sui meccanismi di potere: che deve fare, come deve comportarsi il governato nel caso in cui il governante non sia più in grado di garantire le due “S”? O nel caso in cui il rapporto fra le due parti sociali assuma i contorni di un ricatto? O quando il governante si arroga ogni diritto lasciando ogni dovere al governato? La resistenza al tiranno (e perfino il ricorso al tirannicidio teorizzato espressamente da un signore colto e pacato come Giovanni di Salisbury) costituisce infatti il primo e più fondamentale diritto immediatamente connesso alla dottrina del contratto sociale: e la storia antica e medioevale è prodiga di esempi al riguardo.

Ma basta con le pedanterie, e torniamo a noi. Ovvero alla proposta di queste benedette ronde. Per analizzare la quale è di nuovo necessario fare un passo indietro, e soffermarci sulla differenza fra cittadino e suddito — pure questa oggetto di innumeri pensamenti nel corso dei secoli — ossia fra civis e subjectus. Il civis è parte integrante della civitas: senza di lui, la civitas non avrebbe ragion d’essere; si può dire che la cifra del civis è la partecipazione, vale a dire nel suo senso più stretto l’esser parte dell’organismo sociale. Il subjectus, invece, soggiace: è un ingranaggio del meccanismo sociale, e come tale è intercambiabile, sostituibile e rimovibile. È chiaro che la società, nel caso del civis, si configura come una struttura organica, come la Gemeinschaft di cui parlava Schmitt; nel caso del subjectus, si ha in vista la mera Gesellschaft. (Noto di passata che è alla Gesellschaft che si riferisce Ernst Jünger nel suo Trattato del ribelle; e che nella Teoria del Partigiano lo stesso Schmitt guarda con simpatia neppure tanto velata alla figura del combattente irregolare che si rivela alla fine l’unico difensore della nazione, sinceramente legato alla terra e al popolo, legittimandone quindi l’azione chiaramente rivolta non già contro un’inesistente Gemeinschaft, bensì contro una Gesellschaft onnipervadente e impersonale. Altre storie…).

In quest’ottica, non c’è bisogno di aver studiato tanto per capire che il concetto di partecipazione si attaglia assai bene all’idea di comunità, mentre quello di soggiacenza è la linfa vitale di ogni dittatura. Nella prima, il cittadino è responsabile di se stesso in primis e poi degli altri nonché della città, in vista del bene comune; nella seconda, il suddito delega allo Stato ogni ambito del suo esistere, dalla culla alla tomba, e si cura soltanto del suo particulare inteso come pura e semplice sopravvivenza, per garantirsi la quale il suddito non indietreggia neppure di fronte alla delazione (pensiamo al socialismo reale così come inveratosi nell’Unione Sovietica, nella Cina di Mao o nella Cambogia di Pol Pot, che avevano fatto proprio della delazione uno dei cardini della struttura sociale e politica; ma pensiamo anche al fascismo e al nazionalsocialismo, per non scontentare nessuno).

Il fatto che noi — si dice — viviamo in democrazia, e che questa democrazia modernamente intesa si fondi sull’istituto della delega elettorale e della rappresentatività parlamentare ingenera sicuramente più di una perplessità. Prendiamo il fenomeno del volontariato, per esempio: che in Italia conosce una discreta fortuna in campo sanitario, culturale, ecologico, sociale etc. Possiamo intenderlo come partecipazione nel senso più alto del termine? O non dobbiamo piuttosto vedervi un escamotage della nostra democrazia dittatoriale per darci ad intendere che siamo “liberi” e ovviare così alle sue incolmabili carenze strutturali? Notiamo anche che il volontarismo è generalmente assai apprezzato a “sinistra” e al “centro”, mentre la “destra” sembra accostarvisi soltanto ora e un po’ timidamente (del resto le “ronde”, in Italia, finora sono state solo quelle antifasciste, e i “tribunali del popolo” nascono con la Rivoluzione francese).

Ora, anche le ronde di cui si parla adesso si collocherebbero in questa dimensione volontaristica: e io personalmente troverei assai formativo che i cittadini si riappropriassero delle loro migliori prerogative e riscoprissero il valore della responsabilità verso di sé e verso il bene comune. Ne deriverebbe, immagino, non l’eliminazione della delinquenza grande e piccola, ma il ricacciarne le epifanie fuori dalle città restituendo ai cittadini il possesso e la frequentazione delle stesse, di giorno e di notte, da soli o in compagnia, unitamente ad una ritrovata serenità sapendosi al sicuro tra le mura domestiche, a scuola, per strada — tutte cose di cui da anni, ormai, abbiamo dimenticato il sapore.

È chiaro che per arrivare a questo occorrerebbe una nuova maturità e una riconquistata consapevolezza di sé, della propria terra e della propria civiltà; come è chiaro che a scoraggiare i malintenzionati spesso potrebbe bastare la sola presenza di cittadini ben saldi nell’assunzione di un ruolo che non sarebbe in nessun caso quello di pistoleri della domenica, bensì di custodi attenti e leali del bene comune e di tutto ciò che fa “nazione” — persone, fauna, flora, beni, patrimonio culturale etc.

Non credo che sarebbe impossibile arrivare a questo concetto di “ronda”: perché non credo che sia del tutto morta la memoria di un diverso concetto di Stato e di Popolo. Una memoria, questa sì, da recuperare e attualizzare in vista del bene più immediato che possiamo auspicare — la nostra dignità e il nostro futuro.


mar 11 2009

Dopo l'8 marzo: di donne, di sesso e di noia con un tributo al Kali-Yuga

L’8 marzo è passato, col suo strascico di stanche celebrazioni in un momento in cui, a leggere i giornali, sembra che la condizione femminile non sia poi tanto migliorata rispetto agli anni barricadieri in cui sono cresciuta. Soprattutto, duri a morire sono i luoghi comuni.

Così ieri, in una sala d’attesa, ho letto su un giornale le rivelazioni di una cantantina di successo, che confessava “oltre a cantare, so far bene solo l’amore”.
L’altro giorno, dal parrucchiere, sfogliando un giornale ho trovato un pomposo articoletto sulla nuova promessa della letteratura francese — una fanciulla di bello scrivere che in un romanzo ha raccontato, con dovizia di particolari per la la gioia degli amanti del genere, gli eccessi di sesso e violenza della giovane borghesia ricca e parigina (violenza a parte, non l’aveva già fatto, e magistralmente, Françoise Sagan negli anni Cinquanta?).
Mesi fa, una storica testata femminile annunciava trionfante la rivoluzione del proprio nuovo look: ci ho prestato attenzione, per un po’ e per curiosità, ma rispetto alla versione precedente ci ho trovato soltanto una blogger banale che parla di sesso e un giornalista ancora non tanto famoso ma belloccio e malandrino che, indovinate un po’?, parla di sesso.
Ma non c’era già stata, negli anni Sessanta e con grande scandalo, Adelina Tattilo?

Che le ragazze di ogni età parlassero da sempre di sesso fra loro, è cosa nota. Che da qualche tempo abbiano preso a farlo in pubblico superando in licenza e canagliate i signori uomini, pure. Negli ultimi decenni, nonostante il peso di concetti autorevoli quali “libertà” e “rivoluzione”, si direbbe che il sesso e l’erotismo siano diventati una trasgressione obbligatoria, un accessorio esibito e irrinunciabile per chi vuole (far finta di) essere diverso dalla massa, un’esclusività così banalmente diffusa da risultare nauseabonda nella sua ripetitività. E anch’io che ne parlo in questi termini non faccio eccezione: è risaputo da tempo che non a tutti è dato imbarcarsi per Citera, e men che meno sacrificare a Venere — dicevano i Latini.

Mi chiedo dove sia finito il fascino dell’autentica autonomia nella ricerca e nell’espressione di sé; ma forse, oggi come oggi, appare persino “naturale” che il mondo convulso e alienante nel quale ci troviamo a vivere suggerisca alle nuove generazioni di orientare la propria libido non in direzione di una reale creatività da concretizzare nei molti piani dell’essere, bensì verso i modi e i tempi in cui soddisfare meccanicamente pochi bisogni fisiologici e molti indotti. E se è vero che siamo nel Kali-Yuga, non si deve dimenticare che questa età oscura è contraddistinta dal prevalere del terzo guna, tamas — il “filo nero” dell’inerzia, dell’opacità e della materia. Impossibile cambiare, essenziale mantenere il controllo di sé, legittimo annoiarsi.


mar 10 2009

Apriamo la caccia all'Orsi

No, non sono impazzita. E nemmeno sgrammaticata.
L’Orsi che dico io è quel bel tomo del senatore (!) Franco Orsi, autore di un disegno di legge volto a liberalizzare ulteriormente la caccia nel nostro Paese, come segnala OIPA Italia:

CONTRO IL DISEGNO DI LEGGE DEL SEN. FRANCO ORSI CHE LIBERALIZZA ULTERIORMENTE LA CACCIA

Dal Senato della Repubblica parte in questi giorni uno dei più gravi attacchi alla Natura, agli animali selvatici, ai parchi, alla nostra stessa sicurezza: un disegno di legge di totale liberalizzazione della caccia. E’ firmato dal senatore Franco Orsi che intende liberalizzare l’uso del fucile, mettendolo in mano addirittura ai 16enni!

Animali usati come zimbelli, caccia nei parchi, riduzione delle aree protette, abbattimenti di orsi, lupi, cani e gatti vaganti e tante altre nefandezze.

La legge 157/1992, l’unica legge che tutela direttamente la fauna selvatica nel nostro Paese, sta per essere fatta a pezzi.

Per saperne di più e inviare una lettera di protesta, qui. Ognuno spara le cartucce che ha.


mar 5 2009

Quanto è passato il Futurismo? Una modesta proposta

Adesso che finalmente si sono spenti i riflettori sulle celebrazioni del centenario del Futurismo, ne parlo un po’ anch’io.
Com’è noto, era stato Marinetti stesso a invocare di esser messo da parte, lui e gli altri futuristi, una volta compiuti i quarant’anni.
Non lo fece: e la sua immagine in feluca e tricolore da accademico d’Italia, nel 1929, è una delle cose più tristi che abbia visto in vita mia.

Il sospetto, ora, è che tutto questo tripudio cerimoniale sul centenario di un’esplosione estetica che il mondo c’invidia (e questa non è retorica) sia una riparazione tardiva a decenni di ostracismo e ludibrio dettati dall’epidemia di cecità ideologica che da troppo impesta le italiche plaghe e, volete sapere la novità?, ancora non si è esaurita.
Per converso, l’identificazione del Futurismo col Fascismo — e di qui, per analogia, con tutte le molteplici forme che l’ideologia fascisteggiante ha assunto nel tempo — sembra conoscere oggi una sorta di revival: e le cronache segnalano spesso iniziative “futuriste” riconducibili alla vasta area del c.d. “fascismo” variamente declinato.

Non entro nel merito di tutte le iniziative, istituzionali e non, prese per celebrare più o meno degnamente il Futurismo. Osservo soltanto che il Futurismo nacque come audace e colto sberleffo all’immobilismo e all’ipocrisia che caratterizzavano la società borghese e il mondo accademico di allora. Oggi che la società e la “cultura” sono caratterizzate dallo sbrago più esibito, dal deprimente conformismo dell’anticonformismo e dall’ostentazione dell’incultura ovvero della volgarità in tutte le sue manifestazioni più odiose, a me personalmente sembrerebbero assai “futuristi” — per esempio — il buongusto nel vestire (che non ha nulla a che fare con le mode effimere e dispendiose, bensì affonda le sue radici nella consapevolezza che lo stile denota l’essere, e non l’apparire), l’educazione civile e sociale (che non ha nulla a che fare con l’etichetta manierosa o con gli slogan demo-verde-pacifisti, bensì affonda le sue radici nel riconoscimento dei ruoli e della loro posizione all’interno di una società strutturata), la cultura raffinata e solida (che non ha nulla a che fare con gli imparaticci da orecchianti, bensì affonda le sue radici nella frequentazione, assidua e protratta in anni di studio matto e disperatissimo, di testi autorevoli).

Utopia? Sia pure. Ma lasciate che il Futurismo seppellisca i futuristi…


mar 5 2009

Torino, 21 marzo 2009: iniziativa a favore del popolo Karen

Ricevo e faccio girare molto volentieri:

Le bombe birmane provocano ogni anno migliaia di menomati di etnia Karen, spesso bambini innocenti ed inermi.

Le cliniche mobili, finanziate dalla Comunità Solidarista “Popoli” (www.comunitapopoli.org) e presenti nella regione dal 2001, possono oggi intervenire direttamente su queste odiose mutilazioni.

Per ogni chilogrammo di linguette di lattine d’alluminio consegnato all’associazione è possibile acquistare una protesi da utilizzare a tal fine.

Base Militante Progetto Torino organizza quindi per sabato 21 marzo 2009 (dalle ore 18:00 in avanti), nella sua sede di via Mombasiglio 22, già punto di raccolta per la città di Torino, una cena comunitaria a buffet in cui verranno servite solamente bevande in lattina.

www.progettotorino.org

www.minoranzarumorosa.tk