Dopo l'8 marzo: di donne, di sesso e di noia con un tributo al Kali-Yuga

L’8 marzo è passato, col suo strascico di stanche celebrazioni in un momento in cui, a leggere i giornali, sembra che la condizione femminile non sia poi tanto migliorata rispetto agli anni barricadieri in cui sono cresciuta. Soprattutto, duri a morire sono i luoghi comuni.

Così ieri, in una sala d’attesa, ho letto su un giornale le rivelazioni di una cantantina di successo, che confessava “oltre a cantare, so far bene solo l’amore”.
L’altro giorno, dal parrucchiere, sfogliando un giornale ho trovato un pomposo articoletto sulla nuova promessa della letteratura francese — una fanciulla di bello scrivere che in un romanzo ha raccontato, con dovizia di particolari per la la gioia degli amanti del genere, gli eccessi di sesso e violenza della giovane borghesia ricca e parigina (violenza a parte, non l’aveva già fatto, e magistralmente, Françoise Sagan negli anni Cinquanta?).
Mesi fa, una storica testata femminile annunciava trionfante la rivoluzione del proprio nuovo look: ci ho prestato attenzione, per un po’ e per curiosità, ma rispetto alla versione precedente ci ho trovato soltanto una blogger banale che parla di sesso e un giornalista ancora non tanto famoso ma belloccio e malandrino che, indovinate un po’?, parla di sesso.
Ma non c’era già stata, negli anni Sessanta e con grande scandalo, Adelina Tattilo?

Che le ragazze di ogni età parlassero da sempre di sesso fra loro, è cosa nota. Che da qualche tempo abbiano preso a farlo in pubblico superando in licenza e canagliate i signori uomini, pure. Negli ultimi decenni, nonostante il peso di concetti autorevoli quali “libertà” e “rivoluzione”, si direbbe che il sesso e l’erotismo siano diventati una trasgressione obbligatoria, un accessorio esibito e irrinunciabile per chi vuole (far finta di) essere diverso dalla massa, un’esclusività così banalmente diffusa da risultare nauseabonda nella sua ripetitività. E anch’io che ne parlo in questi termini non faccio eccezione: è risaputo da tempo che non a tutti è dato imbarcarsi per Citera, e men che meno sacrificare a Venere — dicevano i Latini.

Mi chiedo dove sia finito il fascino dell’autentica autonomia nella ricerca e nell’espressione di sé; ma forse, oggi come oggi, appare persino “naturale” che il mondo convulso e alienante nel quale ci troviamo a vivere suggerisca alle nuove generazioni di orientare la propria libido non in direzione di una reale creatività da concretizzare nei molti piani dell’essere, bensì verso i modi e i tempi in cui soddisfare meccanicamente pochi bisogni fisiologici e molti indotti. E se è vero che siamo nel Kali-Yuga, non si deve dimenticare che questa età oscura è contraddistinta dal prevalere del terzo guna, tamas — il “filo nero” dell’inerzia, dell’opacità e della materia. Impossibile cambiare, essenziale mantenere il controllo di sé, legittimo annoiarsi.

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