Matita blu per Tullio Kezich

Pomeriggio sonnolento al parco: i bimbi giocano, noi mamme leggiamo o parliamo.
Arriva anche una mia amica, americana colta e di spirito sposata a un italiano e residente in Italia da parecchi anni ma ancora all’oscuro di molte finezze del nostro difficile idioma, e fra una chiacchiera e l’altra mi chiede: «Scusa, cosa vuol dire fedigrafo?».
Premurosa mi accingo a spiegarle che si tratta di un orrendo svarione, laddove “fedigrafo” è la versione analfabeta di “fedifrago”, termine composto dalle parole latine fides, “fede” e frango, “spezzo”, a indicare colui che infrange un patto ovvero tradisce la parola data; poi, siccome l’uomo è cattivo ma la donna è malvagia, le butto lì: «È un antico strumento ideato dalla Santa Inquisizione per ottenere il cosiddetto fedigramma, cioè un grafico che indica il livello di sincera fede cattolica dell’inquisito… un po’ come il sismografo, insomma» e mi fermo, vedendo lo sguardo della mia interlocutrice che passa dalla curiosità all’incredulità e poi al disagio. Mi scuso (“per la battuta mi farei spellare”, canta il vate di Pàvana) e le spiego lo scherzo, poi le chiedo dov’è che l’ha letto; e lei mi dice che l’ha trovato in un articolo di Tullio Kezich apparso su un supplemento al “Corriere della Sera”. Andiamo bene. Se anche uno come Kezich cade in queste trappolone, non c’è speranza. A questo punto posso solo oscillare fra l’ipotesi di un Kezich insenilito e quella di un redattore tanto ignorante quanto supponente da aver corretto il Maestro. Resterò, come sempre, nel dubbio.

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