Palazzo Grazioli o le forme del potere

Insomma stavolta c’è poco da gridare al complotto: una fanciulla di belle speranze e coscia allegra, della quale non occorre ricordare le generalità, si è presa la briga di registrare in audio e in video ciò che accadeva fra le mura di Palazzo Grazioli, alla faccia della sicurezza. Ancora ignoriamo se l’abbia fatto spontaneamente o su precisa imbeccata, ma questo non cambia la sostanza — uomini dotati di potere lo sfruttano per usare sessualmente giovani donne, disposte ad assumere il ruolo di oggetti sessuali in cambio di soldi e potere (un potere piccolo piccolo: una particina in tv, un ruolo da valletta etc.).

Non ci vedo, in questa faccenda, né carnefici né vittime, ma soltanto gli attori di un medesimo gioco di ruolo. Però l’occasione mi sembra ghiotta per qualche riflessione sulle forme del potere.

Il potere, ovvero la sua definizione, non è mai qualcosa di statico: è invece fluido, e come l’acqua assume i contorni del contenitore, così il potere assume la forma che il contesto di volta in volta richiede. In passato il potere era più o meno identificabile con la forza o con la ricchezza — entrambe le cose consentendo l’esercizio del controllo su larghi strati della popolazione e su ampie zone di territorio, laddove il controllo sugli “altri” in quanto tale si configurava come la dimostrazione manifesta della propria suprema libertà: potente è chi non deve rispondere a nessuno delle proprie azioni (le grandi potenze planetarie sono state messe in crisi ovunque dall’avvento di Internet).

Oggi le cose sono cambiate, e parecchio. Mi piace ricordare Michael Crichton (sono ancora in lutto per la sua scomparsa), che quasi trent’anni fa, in Congo (1981), preconizzava l’avvento dell’era presente: in cui l’informazione sarebbe divenuta merce di scambio e il possesso della stessa, quantitativamente e qualitativamente elevato, sarebbe divenuto simbolo del potere.

Ora, è fuor di dubbio che viviamo in una società dominata dalla “notizia”, ovvero dall’evento (qualsiasi evento) spettacolarizzato: il fatto (o più spesso il fattoide) satura ogni possibile canale di comunicazione impedendoci l’autentica conoscenza della realtà. Oggi come oggi, chi ha potere è chi detiene il controllo della notizia: e non ho bisogno di precisare chi oggi, in Italia, incarni questo potere.

Ma se l’informazione genera controllo, è vero anche o soprattutto il contrario: il soggetto che informa controllando diviene esso stesso oggetto di informazione controllata, e viceversa. Perché le tecnologie e il personale necessari per ottenere e diffondere informazioni sono gli stessi, dovunque e per chiunque, e funzionano allo stesso modo nel bene e nel male.

Così Berlusconi, che ha potere perché ottiene informazioni, le divulga e quindi controlla le notizie, finisce con l’essere lui stesso vittima di questo meccanismo: corollario della notizia è la notorietà (non per niente si dice, di una persona nota, che “fa notizia”), e più si è noti più si è sotto l’occhio dei riflettori, ovvero più si è controllati, in una spirale senza fine.

Ecco allora che questo tipo di potere, articolato in controllo e notorietà, finisce per ridurre in modo inversamente proporzionale la libertà personale: più sei noto più sei controllato, e quindi sei meno libero. Paradossalmente, il metalmeccanico di Sesto S. Giovanni che zitto zitto si porta a letto la cassiera del bar è più libero del presidente del Consiglio, il cui portarsi a letto la figliola A piuttosto che la signora B è ineluttabilmente sottoposto a un implacabile processo di disvelamento — è solo questione di tempo. Sappiamo che il potente in oggetto gode di notevole impunità, è vero: ma in tutta evidenza questo non basta a fare di lui un uomo libero, se deve continuamente rendere conto a qualcuno (al Paese, ai magistrati, ai giornalisti etc.) di quello che fa. Diciamo che è l’hegeliana dialettica servo-padrone riveduta e corretta.

Ma allora, se il potere è direttamente proporzionale alla libertà di cui si gode, dobbiamo dedurre che è più potente lo spensierato metalmeccanico di Sesto S. Giovanni, almeno fino al momento in cui qualcuno non scoprirà la tresca. Quanto a Berlusconi, sarà veramente pericoloso il giorno in cui imparerà a comportarsi come Enrico Cuccia. Un giorno che mi pare molto lontano.

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