Elezioni concluse: il carro e la torre

Grazie a dio è martedì. E i ludi cartacei di mussoliniana memoria si sono (finalmente!) conclusi.
Ha vinto — pare — la “destra”; tiene — pare — la “sinistra”. Si dia inizio alle danze entriste, i cui timidi accenni si erano già avuti nelle ultime settimane.
Non è esattamente questo il concetto di eterno ritorno a cui di solito faccio riferimento, ma accontentiamoci: all’indomani di ogni tornata elettorale, se la destra perde si fa professione di torredavorismo; se vince, tutti sul carro ma per manovrare dall’interno, che hai capito?!?
Generazione dopo generazione, l’entrismo precedente viene condannato senza appello — non già perché sia mancata la fortuna, non il valore: ma perché “quelli-prima-di-noi” erano un branco di idioti. E si ricomincia.
La buonafede c’è, da parte di molti anche se non di tutti; guastano la tifoseria e il complesso di Badoglio, che impediscono spesso di mantenere la dovuta lucidità e il necessario pragmatismo.
Il guaio è che la spaccatura fra movimento e stato c’è sempre stata e sempre ci sarà (onore ad Alberoni per averla resa comprensibile al colto e all’inclita): finché la “destra” era in minoranza e senza nessuna speranza di lambire il Palazzo, nell’area aleggiavano un bell’idealismo e la tensione forte ad una connotazione ontologica differenziata; ora che all’orizzonte si profila l’ombra del potere (occhio!, che non sia una larva o una banshee), larghissima parte dell’area freme vagheggiando scenari imperiali ma impattando con compromessi inauditi e di complicata gestione.
Del resto, non c’è come metter piede nei salotti buoni per dare un taglio alle frequentazioni da strada: la strategia è antica — promoveatur ut amoveatur — e funziona benissimo. Auguri.

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