NEL VIRTUALE TUTTO È LECITO E TUTTO È POSSIBILE: Roberto Giammanco sull'icona Michael Jackson
Altre riflessioni di Roberto Giammanco, che me ne rende partecipe.
Il bello è brutto, e il brutto è bello
(Macbeth, atto I)
Quali sono gli aspetti psicologici, o meglio psichiatrici, che hanno fatto di Michael Jackson un’icona mondiale?
Sicuramente la sua immensa capacità di esprimere energia, vitalità, dominio del corpo fino all’estremo, nella migliore tradizione della musica afro-americana.
Ballerino formidabile, sembrava fosse nato per dimostrare che era possibile ritornare alle origini, al primitivo, abbandonare ogni freno inibitorio: Jackson, si disse, risvegliava il selvaggio che è in tutti noi.
I suoi spettacoli provocavano l’esplosione di aggressività repressa con le incalzanti immagini di questo “esserci” scatenato, furioso, senza limiti, in una affermazione di vitalità da far venire i brividi.
Un’altra componente del suo successo era l’enfantillage, la catena simbolica di un’infanzia che non vuole e non può crescere e che impronta di sé tutte le pulsioni sessuali.
Nella seconda fase della sua carriera, Jackson si trasforma: diventa una specie di ermafrodito interrazziale, un miscuglio di ambiguità sia nel corpo che nella commistione di ritmi elementari portati al parossismo, ormai del tutto industrializzati.
Michael Jackson incarnava tutte le possibilità, tutte le aspettative. S’identificavano con lui eterosessuali, impotenti, omosessuali, trans. Lui era, insieme, membro di una famiglia povera e numerosa, figlio di un padre durissimo, padre lui stesso di tre figli, marito di due mogli, con ammiccamenti continui a tutte le possibili e immaginabili trasgressioni. Le squallide vicende giudiziarie in cui fu coinvolto con l’accusa di pedofilia non erano altro che il prodotto pubblicitario della sua identificazione con l’infanzia bisessuale e falsamente innocente.
Su tutta la carriera di Michael Jackson si allunga l’ombra di Thanatos… I due poli si mescolano, si incrociano, si intrecciano: infanzia e morte. Forse è proprio questo l’elemento fondamentale: un continuo evocare e/o rimandare alla tanto temuta apparizione di Thanatos. Nel video “Thriller” la parodia della terroristica Teologia di Armageddon è spinta fino quasi al ridicolo: i morti resuscitano con i loro corpi in decomposizione. È una notte di luna piena e i morti si esibiscono in danze frenetiche insieme alla coppia di innamorati.
Lei è una donna bambina con una vocetta esile esile, sexy abbastanza per farci capire che è pronta al rapporto sessuale, che non ci sarà perché il giovane Jackson si trasforma in lupo mannaro. Nel momento in cui assume le sembianze bestiali diventa quello che tutti scoprono in sé stessi. Con timore e tremore, sull’onda dei ritmi pop.
La musica è qualcosa che dovrebbe sempre “rimandare” ad altro, si tratti di slanci razionali ed eroici, di modesti sentimenti e speranze, o di puro godimento di ascolto. Lo show-pop, invece, esprime solo una circolarità ripetitiva, asfittica, senza uscita. Corrisponde perfettamente all’immagine di una società che, collettivamente, ha perduto ogni senso dell’umano e non ha altre aspettative al di fuori del consumo distruttivo del tempo in una sorta di gioiosa disperazione.
“Thriller” è uno spettacolo che contiene tutti gli elementi dell’immaginario religioso americano nella tradizione delle chiese fondamentaliste e carismatiche. Nel video, Jackson ne dà una versione mediatica sapientemente commercializzata.
Proprio all’inizio degli anni Ottanta, con l’ascesa inarrestabile dei neoconservatori di Ronald Reagan, telepredicatori come Pat Robertson e Jerry Falwell costruirono veri e propri imperi mediatici ed economici rifacendosi alle “profezie” dell’Apocalisse di Giovanni. Ad Armageddon (Har-magedon) ci sarà una battaglia tra le forze del Bene e quelle del Male. Le prime guidate da Gesù; le seconde da Satana e identificate, naturalmente, con l’ “Impero del Male”, il comunismo sovietico.
Apocalisse prevedeva che ad Armageddon la strage sarebbe stata immensa. Però, niente paura! Si salverà un piccolo gregge di 144.000 prescelti che sarà rapito in cielo per regnare a fianco di Cristo (Luca, 12:32; Ap.14:1; 5:9,10). 12.000 ebrei per ciascuna delle dodici tribù di Israele o, a seconda delle versioni contemporanee, i “rinati in Cristo” o i Testimoni di Geova.
Questi ultimi, che peraltro non credono nell’immortalità dell’anima né nell’inferno, aggiungono al “rapimento in cielo” la loro speranza: la folla dei Testimoni si risveglierà dalla morte e avrà vita eterna sulla terra in condizione paradisiache fino al raggiungimento della perfezione.
Come non vedere un’eco di tutto questo immaginario nella resurrezione dei morti evocata in “Thriller” da Jackson, in gioventù vicino proprio ai Testimoni di Geova?
Ma nel simbolismo di “Thriller” c’è anche la ricerca di tante identità virtuali in un’atmosfera mediatica sospesa tra l’infantilismo e l’ebbrezza del terrore.
Jacko si è ingegnato – è la parola giusta – con tutti i mezzi di inventarsi tante identità, con ogni mezzo: tredici operazioni di chirurgia plastica, farmaci a non finire per sbiancarsi la pelle. Lui, nero diventato bianco; lui, adulto che faceva di tutto per farsi percepire come un bambino in cerca della felicità; lui, che non poteva ammettere di invecchiare e che suggeriva, con la danza degli zombi, la secolare frode consolatoria della resurrezione dalla morte.
Ed ecco che ora spunta un’altra operazione mediatica. Nello spazio della psicologia virtuale non c’è posto per la morte; e così c’è già chi ipotizza che Jacko non sia stato presente al suo funerale, ma che stia guarendo in qualche località felice dei Caraibi. Si sarebbe inscenata la morte per saldare gli enormi debiti da cui era sopraffatto. Le prove? Nessuno ha potuto vedere il cadavere, non si conosce con esattezza la causa del decesso né, sembra, il posto dove è stato sepolto.
Queste fantasie d’obbligo per un pubblico come quello dei “devoti” fanno parte della creazione incessante di un’atmosfera da cui emergono, in ben ordinate sequenze, mostri terrorizzanti e insieme gratificanti. E sono questi mostri che il Dominio coltiva e promuove. Nel virtuale tutto è lecito e tutto è possibile.