lug 20 2009

NEL VIRTUALE TUTTO È LECITO E TUTTO È POSSIBILE: Roberto Giammanco sull'icona Michael Jackson

Altre riflessioni di Roberto Giammanco, che me ne rende partecipe.




Il bello è brutto, e il brutto è bello
(Macbeth, atto I)


Quali sono gli aspetti psicologici, o meglio psichiatrici, che hanno fatto di Michael Jackson un’icona mondiale?
Sicuramente la sua immensa capacità di esprimere energia, vitalità, dominio del corpo fino all’estremo, nella migliore tradizione della musica afro-americana.
Ballerino formidabile, sembrava fosse nato per dimostrare che era possibile ritornare alle origini, al primitivo, abbandonare ogni freno inibitorio: Jackson, si disse, risvegliava il selvaggio che è in tutti noi.
I suoi spettacoli provocavano l’esplosione di aggressività repressa con le incalzanti immagini di questo “esserci” scatenato, furioso, senza limiti, in una affermazione di vitalità da far venire i brividi.

Un’altra componente del suo successo era l’enfantillage, la catena simbolica di un’infanzia che non vuole e non può crescere e che impronta di sé tutte le pulsioni sessuali.
Nella seconda fase della sua carriera, Jackson si trasforma: diventa una specie di ermafrodito interrazziale, un miscuglio di ambiguità sia nel corpo che nella commistione di ritmi elementari portati al parossismo, ormai del tutto industrializzati.
Michael Jackson incarnava tutte le possibilità, tutte le aspettative. S’identificavano con lui eterosessuali, impotenti, omosessuali, trans. Lui era, insieme, membro di una famiglia povera e numerosa, figlio di un padre durissimo, padre lui stesso di tre figli, marito di due mogli, con ammiccamenti continui a tutte le possibili e immaginabili trasgressioni. Le squallide vicende giudiziarie in cui fu coinvolto con l’accusa di pedofilia non erano altro che il prodotto pubblicitario della sua identificazione con l’infanzia bisessuale e falsamente innocente.

Su tutta la carriera di Michael Jackson si allunga l’ombra di Thanatos… I due poli si mescolano, si incrociano, si intrecciano: infanzia e morte. Forse è proprio questo l’elemento fondamentale: un continuo evocare e/o rimandare alla tanto temuta apparizione di Thanatos. Nel video “Thriller” la parodia della terroristica Teologia di Armageddon è spinta fino quasi al ridicolo: i morti resuscitano con i loro corpi in decomposizione. È una notte di luna piena e i morti si esibiscono in danze frenetiche insieme alla coppia di innamorati.
Lei è una donna bambina con una vocetta esile esile, sexy abbastanza per farci capire che è pronta al rapporto sessuale, che non ci sarà perché il giovane Jackson si trasforma in lupo mannaro. Nel momento in cui assume le sembianze bestiali diventa quello che tutti scoprono in sé stessi. Con timore e tremore, sull’onda dei ritmi pop.
La musica è qualcosa che dovrebbe sempre “rimandare” ad altro, si tratti di slanci razionali ed eroici, di modesti sentimenti e speranze, o di puro godimento di ascolto. Lo show-pop, invece, esprime solo una circolarità ripetitiva, asfittica, senza uscita. Corrisponde perfettamente all’immagine di una società che, collettivamente, ha perduto ogni senso dell’umano e non ha altre aspettative al di fuori del consumo distruttivo del tempo in una sorta di gioiosa disperazione.

“Thriller” è uno spettacolo che contiene tutti gli elementi dell’immaginario religioso americano nella tradizione delle chiese fondamentaliste e carismatiche. Nel video, Jackson ne dà una versione mediatica sapientemente commercializzata.
Proprio all’inizio degli anni Ottanta, con l’ascesa inarrestabile dei neoconservatori di Ronald Reagan, telepredicatori come Pat Robertson e Jerry Falwell costruirono veri e propri imperi mediatici ed economici rifacendosi alle “profezie” dell’Apocalisse di Giovanni. Ad Armageddon (Har-magedon) ci sarà una battaglia tra le forze del Bene e quelle del Male. Le prime guidate da Gesù; le seconde da Satana e identificate, naturalmente, con l’ “Impero del Male”, il comunismo sovietico.
Apocalisse prevedeva che ad Armageddon la strage sarebbe stata immensa. Però, niente paura! Si salverà un piccolo gregge di 144.000 prescelti che sarà rapito in cielo per regnare a fianco di Cristo (Luca, 12:32; Ap.14:1; 5:9,10). 12.000 ebrei per ciascuna delle dodici tribù di Israele o, a seconda delle versioni contemporanee, i “rinati in Cristo” o i Testimoni di Geova.
Questi ultimi, che peraltro non credono nell’immortalità dell’anima né nell’inferno, aggiungono al “rapimento in cielo” la loro speranza: la folla dei Testimoni si risveglierà dalla morte e avrà vita eterna sulla terra in condizione paradisiache fino al raggiungimento della perfezione.
Come non vedere un’eco di tutto questo immaginario nella resurrezione dei morti evocata in “Thriller” da Jackson, in gioventù vicino proprio ai Testimoni di Geova?
Ma nel simbolismo di “Thriller” c’è anche la ricerca di tante identità virtuali in un’atmosfera mediatica sospesa tra l’infantilismo e l’ebbrezza del terrore.

Jacko si è ingegnato – è la parola giusta – con tutti i mezzi di inventarsi tante identità, con ogni mezzo: tredici operazioni di chirurgia plastica, farmaci a non finire per sbiancarsi la pelle. Lui, nero diventato bianco; lui, adulto che faceva di tutto per farsi percepire come un bambino in cerca della felicità; lui, che non poteva ammettere di invecchiare e che suggeriva, con la danza degli zombi, la secolare frode consolatoria della resurrezione dalla morte.
Ed ecco che ora spunta un’altra operazione mediatica. Nello spazio della psicologia virtuale non c’è posto per la morte; e così c’è già chi ipotizza che Jacko non sia stato presente al suo funerale, ma che stia guarendo in qualche località felice dei Caraibi. Si sarebbe inscenata la morte per saldare gli enormi debiti da cui era sopraffatto. Le prove? Nessuno ha potuto vedere il cadavere, non si conosce con esattezza la causa del decesso né, sembra, il posto dove è stato sepolto.
Queste fantasie d’obbligo per un pubblico come quello dei “devoti” fanno parte della creazione incessante di un’atmosfera da cui emergono, in ben ordinate sequenze, mostri terrorizzanti e insieme gratificanti. E sono questi mostri che il Dominio coltiva e promuove. Nel virtuale tutto è lecito e tutto è possibile.


lug 17 2009

Gabriele Sandri e Alessandro Di Lisio, morti di maladivisa

Ecco, ho coniato un neologismo (credo) — maladivisa. Non credo di doverlo spiegare, basta pensare alla malasanità e il concetto è chiaro.
Gabriele Sandri e Alessandro Di Lisio sono morti entrambi di maladivisa, dunque. Il primo perché a indossare la divisa era uno che non ci aveva capito niente; il secondo perché la indossava lui, la divisa, in nome e per conto di uno Stato che invece ci capisce troppo.

Il risultato è che due ragazzi sono morti, e per uno ci sono i funerali di stato e per l’altro invece il suo assassino non paga. Forse a questo punto bisognerebbe parlare anche di malagiustizia, o di doppiopesismo — insomma di malcostume tutto italiano.

Dal di fuori, cioè da persona che mai si è interessata di calcio e dei fenomeni ad esso connessi, qualche volta mi è scappato un commento benpensantista — “basta con questi ultras, fate intervenire la polizia!”. Ma non intendevo così: non sparando ad altezza d’uomo, non da una parte all’altra di un’autostrada, non al lunotto di un’auto che se ne stava già andando verso una domenica di calcio come tante e che invece sarebbe diventata diversa — ah quanto! così diversa che per uno dei ragazzi che stavano in quell’auto sarebbe stata l’ultima. Ora il padre di Gabriele Sandri dice che si vergogna di essere italiano, e non sono mancate le critiche a questo sciagurato che ardisce provare sgomento nei confronti di un Paese — il suo! — che dopo aver fatto scempio di suo figlio nella persona di un poliziotto, ora fa scempio perfino della memoria di suo figlio nella persona di un magistrato.
Ha ragione, il padre di Gabriele Sandri. E gli si dovrebbe immenso rispetto per la vergogna che prova, e che è indice dell’amore e della fiducia nutriti finora (a ragione? a torto?) per il suo Paese che gli fa così male. Invece no. Si preferisce tollerare gli appelli di Tonino Di Pietro, le canzoncine di Matteo Salvini e perfino le sventatezze di Carla Bruni in Sarkozy (che Marianne se la tenga ben stretta, se lo vuole) — la quale come ha detto un mio amico fa infinitamente più bella figura nuda e muta piuttosto che vestita e parlante.

Dal di fuori, cioè da persona che in famiglia non ha esempi di carriera militare e che per inclinazione non ama né le divise né il militarismo in genere, non ho mai amato le guerre e non ho mai plaudito a nessun intervento bellico né dell’Italia né di nessun altro paese. A maggior ragione non mi sono mai piaciuti gli imbellettamenti delle “missioni di pace”, laddove il fatto stesso di mandare i nostri ragazzi in armi ad affiancare le guerre altrui è un insulto al concetto di sovranità nazionale — vorrei dire anzi che è un oltraggio di quelli che vanno lavati col sangue, addirittura, ma poi mi ricordo che l’Italia non è più uno Stato sovrano e mi resta addosso soltanto un’immensa tristezza.
In Afghanistan, in divisa, adesso ci sta il figlio di certi miei amici: un ragazzo che ho visto nascere, che ho cullato quando piangeva e che ho fatto giocare quand’era un bambino. Tutte le volte che c’è maretta da quelle parti mi viene da pensare a lui, e anche se non condivido una virgola del suo impegno laggiù so che se gli accadesse qualcosa ne soffrirei, e molto.

È anche per questo che ritengo indispensabile e più ancora inderogabile il ritiro delle nostre truppe dall’Afghanistan. Non perché adesso è morto un ragazzo, ma perché nessuno dei nostri ragazzi dovrebbe essere lì a rischiare di morire o a morire davvero per difendere, invece dell’Italia o di quel che ne resta, gli interessi di una potenza straniera che dell’Italia e della sua gente ha fatto strame in tempi abbastanza recenti da potersene ricordare senza sforzo.

Che la terra sia lieve a questi due ragazzi italiani morti di maladivisa, e che la loro morte possa servire a qualcosa.


lug 16 2009

"QUALE SHOW PER IL FUTURO?" di Roberto Giammanco

Ricevo da Roberto Giammanco, persona squisita che mi onora della sua amicizia, alcune riflessioni sul circo che verrà. Le condivido volentieri con i pochi viandanti che seguendo sentieri interrotti raggiungono questa radura.



QUALE SHOW PER IL FUTURO?
una domanda peregrina e provocatoria

In principio era il Logos; ora è lo spettacolo, o meglio lo Show, ciò che si mostra presupponendo sempre che dietro ci sia dell’altro.
Era uno Show la pedana che riproduceva l’effetto-terremoto allestita a L’Aquila per strappare qualche gridolino alle first ladies, le mogli dei cosiddetti “Grandi della terra”.
Anche le lacrime di Michelle, la First Lady del “Paese che guida i destini del mondo”, per i bambini vittime del terremoto d’Abruzzo sono state utilizzate come uno Show accattivante con quel finale a cena in una trattoria di Trastevere, con relativo menu.
Niente Show invece per le migliaia di bambini della Striscia di Gaza o per quelli dei villaggi di montagna tra l’Afghanistan e il Pakistan, polverizzati e napalmizzati come la città di Falluja e mille altre località irakene.
Era uno Show sommesso e discreto il paternalistico richiamo sui diritti umani che il Presidente della Repubblica italiana ha fatto al Presidente cinese Hu Jintao prima di vederlo uscire dalle riunioni del G8, rimandato a casa in punta di piedi con la scusa di dover far fronte ai disordini in corso nel Territorio degli Uiguri (circa due milioni, in un paese che ha più di un miliardo di abitanti).
Chi mai farà capire agli utenti dello Show G8 che Hu Jintao è per gli Stati Uniti un pericoloso concorrente in affari con l’Europa visto che se la Cina ritirasse i suoi crediti l’economia americana, fatta eccezione per l’economia di guerra,”crollerebbe verticalmente”?
Obama ha un carisma che ricorda un po’ quello che aveva trent’anni fa Ronald Reagan. Tutti e due attori: Reagan di professione, e Obama per talento ed educazione. Tutti e due sostenuti dalle speranze e dalle aspettative sapientemente convogliate dal mondo mediatico. Reagan forse più dell’ ”Abbronzato”; ma tutti e due immagini-simbolo della moda mediatica prevalente nel proprio momento storico. L’All-American Ronald Reagan, anziano padre e Everybody’s Pal, compagnone di tutti; Obama, il figlio di successo che piace a prima vista per i suoi modi da bianco perbene di carriera.
Ormai la questione dei neri è confinata a qualche promessa di aiuti alle nazioni africane, promesse quasi mai mantenute, e alla esortazione a “sollevarsi con le proprie forze”, come ha detto tra commossi abbracci e danze pittoresche lo stesso Obama durante la sua visita-lampo (ventiquattro ore) nel Ghana. È lì che ha visitato uno dei più sinistri punti di partenza delle navi negriere che per quattro secoli trasportarono nelle Americhe dai tredici ai venti milioni di neri arricchendo nazioni, ordini religiosi, mercanti, banchieri e assicuratori di tutta Europa.
I media hanno fatto vedere lo Show della commozione di Obama al pensiero che qualcuno dei suoi antenati poteva essere stato ospite, incatenato e bollato a fuoco, di una maison des esclaves della Costa d’Oro, e poi disteso per mesi nelle stive delle navi negriere in cubicoli alti al massimo cinquanta centimetri. Non sarebbe ora presidente degli Stati Uniti se i suoi antenati fossero rientrati in quel 15-25% di gettati in mare o di morti per dissenteria e / o frustate che le Compagnie di Assicurazione prevedevano per ogni spedizione. Rischio alto, ma non abbastanza da impedire la continua lievitazione dei profitti. Nella seconda metà del XIX secolo, quando la tratta era molto diminuita, gli investitori ricavavano in media il 40% netto da ogni spedizione.
Quanto allo Show di Berlusconi, sembra proprio che più diventa insopportabile e vergognoso, e più si rivela come l’ingrediente fondamentale della palude politica di questa Repubblica vaticano-bananiera. Nessuno ne può più fare a meno.
Cosa succederebbe, succederà, o potrebbe succedere se le Buffon d’Europe, come lo ha definito la stampa francese, non ci fosse più per una qualsiasi ragione, lasciamo stare quale? Mi si consenta questa domanda peregrina e provocatoria.
Sembra che Berlusconi piaccia meno a tanti poteri, anche forti: ma chi saprebbe disegnare le prospettive future di questo paese, se restasse orfano di lui? Orfano di un Presidente Operaio, Imprenditore, Pluri-mega-imputato, Allegro festaiolo, Miracolista e Miracolato, Figlio di mamma, Padre e Marito di successo, Playboy trasformatosi in Statista, alla maniera del fu Primo rurale, Primo motociclista, Primo aviatore e Primo sciatore di altri tempi?
Non ci lamentiamo. Dopo tutto, noi siamo il paese dei Primi e degli ultimi.


lug 8 2009

G8, il circo è iniziato

Finalmente è arrivato il circo del G8. Mi dispiace per la gente d’Abruzzo, ma il resto d’Italia e del mondo doveva pur divertirsi un pochino, no?

La cosa urta molto il Guardian, che negli ultimi tempi ha tirato fuori pruderies vittoriane dimenticandosi, per esempio, di quando fu proprio il Regno Unito a dare inizio alle danze nel 1963, con l’allora ministro della guerra John Profumo e lo scandalo che porta il suo nome.

Altri paesi non la pensano così: prendiamo la Germania, che nella persona del cancelliere Angela Merkel ha dichiarato di volersi accollare la ricostruzione della chiesa quattrocentesca di Onna; il paesino devastato dal sisma era già stato provato, durante la seconda guerra mondiale, da un eccidio compiuto dalle truppe della Wehrmacht nei primi giorni del giugno 1944, e la Germania intenderebbe così espiare le sue antiche colpe nei confronti del piccolo borgo. Questa smania tutta biblica di lavar via il sangue che padri malaccorti avrebbero fatto ricadere sui figli io personalmente non la capisco: ma prima di tutto non sono tedesca, e poi soprattutto non mi è toccato subire nessun lavaggio del cervello — o forse sì, c’hanno provato, ma per certi tipi di sporco io sono e resto irriducibile come Pig Pen.

Fortuna che sappiamo nuovamente di poter contare sulla certezza della vicinanza, che dico?, dell’amicizia degli Stati Uniti: adesso sì che possiamo stare veramente tranquilli.

Anzi, potremmo. Perché, incredibilmente, ci sono pure guastafeste come Lucio Caracciolo che, papale papale, ti spiattellano sul muso una verità nuda e soprattutto crudissima: «questa formula di incontro fra i “Grandi” del mondo ha finito di disvelare la sua vacuità. Ossia l’incapacità di incidere concretamente sugli affari del mondo». Ma com’è possibile?!? — si chiederanno sgomenti il colto e l’inclita, avvezzi al Tg4 e alle veline. Non è mica difficile: basta considerare che il G8 (è sempre Caracciolo che parla, sul n. 27 de “l’Espresso” ora in edicola) altro non è che «un’eterogenea e autoreferenziale compagnia, che include Stati di potenza – economica, geopolitica e culturale – assai variabile, oltre che di diverso orientamento istituzionale (dalla non democrazia russa alle più radicate liberaldemocrazie occidentali)», e che «i suoi membri (Italia, Francia, Germania, Gran Bretagna, Russia, Stati Uniti, Canada e Giappone) rappresentano appena più del 50 per cento del prodotto interno lordo mondiale, ma solo il 13 per cento della popolazione. E certo il peso degli Stati Uniti o della Russia sugli affari globali non è paragonabile a quello del Canada o dell’Italia». In soldoni, non possiamo attenderci dal G8 né ricette miracolose né programmi fattibili né «decisioni vincolanti per nessuno. Al massimo, dichiarazioni di principio, indicazioni generali. Dalle regole dell’economia mondiale all’Africa, dall’ambiente alla sicurezza alimentare, i Grandi non mancheranno di produrre comunicati e documenti sufficientemente generici da non impegnare troppo nessuno, e soprattutto da non comportare verifiche troppo stringenti del loro grado di concretezza, quindi di attuazione. Questa è la regola che tutti gli sherpa addetti alla definizione dei documenti, all’opera da mesi sotto la guida italiana, sanno di dover rispettare». Continua impietosamente Caracciolo: «Al fondo, il G8 testimonia della difficoltà di avvicinare la cosiddetta governance globale, termine volutamente generico che starebbe a indicare la gestione concordata degli affari del mondo. Ora, essendo questa ipotesi impossibile nel contesto geopolitico attuale – come lungo tutta la storia dell’umanità – dovremo probabilmente accontentarci, nel migliore dei casi, di affermazioni di buona volontà. O di regole che comunque non potranno essere applicate, in assenza di autorità abilitate a farlo. Il fossato fra problemi mondiali e istituzioni abilitate a risolverlo è stridente. Nel campo economico, e non solo, si profila l’ombra del G2: un condominio sinoamericano, che rifletta la simbiosi fra Cina, produttrice di prima e ultima istanza, e America, superconsumatrice. Il fatto che Pechino sia il massimo creditore degli Stati Uniti, e allo stesso tempo abbia vitale bisogno del mercato americano per collocarvi le sue merci, ha creato un duopolio di fatto che forse un giorno troverà sanzione geopolitica».

Contenti? Cosa credevate, che in seno al G8 si definissero veramente i destini del mondo? Eh no, cari. Il G8 è la cortina di fumo planetaria, è il vapore stupefacente che la Sibilla respira nascondendosene al volgo, è l’escamotage di un qualunque Sik-Sik per celare i suoi poveri trucchi: ciò che è grandioso è il fanatico convincimento di tutti i contestatori, pronti a scatenarsi all’assalto di un qualsiasi Palazzo d’Inverno laddove si manifesti concretamente e visibilmente, dimenticandosi della vecchia lezione di Benjamin Disraeli — «Come vedete, mio caro Coningsby, il mondo è governato da personaggi molto diversi da quelli che si immaginano quando non si è dietro le quinte del teatro».


lug 8 2009

Salvini, la Lega e il senso del ruolo

Che tipo, Matteo Salvini.
Uno come lui nella Lega ci sta benissimo, sia chiaro: da quando il partito di Bossi non ha più beneficiato dei suggerimenti di Gianfranco Miglio, il suo lento appiattirsi sul bottegaismo del profondo nord operoso (con le braccia degli immigrati) l’ha portato a farsi degna espressione di un popolino rimasto provinciale a dispetto di un’unità d’Italia molto proclamata e poco concreta.
Ma il problema, a quanto pare, non è il Salvini di turno (pronto a partire per l’Europa, cosa c’infliggerà questo preoccupante neodeputato?). Il problema è che se la beceraggine di certa Lega è cosa esteticamente più che eticamente riprovevole, a maggior ragione dovrebbe essere oggetto di biasimo feroce se professata da un’alta carica del partito: quello che è permesso al muratore bergamasco in libera uscita al bar di Foresto Sparso dopo una giornata di duro lavoro dovrebbe essere invece proibitissimo al capogruppo della Lega di Milano.
Insomma manca il senso del ruolo: Salvini non si è accorto, o forse sì ma non gliene frega niente (e questo sarebbe infinitamente peggio), che nel momento in cui si ricopre una carica istituzionale e ci si trova in un’occasione pubblica come a Pontida l’autocontrollo dev’essere ferreo. Perché se invece si pensa che basti un po’ di potere per fare quel che si vuole, ecco che non c’è già più nessuna differenza coi satrapi dell’Oriente d’antan o coi dittatorelli da repubblica delle banane, capito?

Io non lo so se nei partiti di oggi esistano ancora le scuole quadri, o se per fare politica a un certo livello sia ancora non dico obbligatorio ma almeno auspicabile masticare un po’ di cultura: certo è che oggi, dovunque ti giri, in famiglia come a scuola al lavoro e per strada, il senso antico del ruolo ovvero delle responsabilità e dei limiti sembra essersi perso — vorrei sperare in modo non irreparabile, ma spes ultima dea: e se stava proprio in fondo al vaso dei mali di Pandora ci sarà stato un motivo.

P.S.: Mi è piaciuto, in merito, l’articolo di Filippo Facci: lo dico perché, siccome di solito Facci mi fa arrabbiare, per una volta che sono d’accordo con lui mi sembra carino notarlo.


lug 2 2009

Le ambiguità dell'UE nei confronti di Israele

Un articolo di Isabelle Avran apparso su “Le Monde diplomatique” – giugno 2009.


Alla fine di aprile il Consiglio degli affari generali e relazioni estere dell’Unione europea, riunito a Lussemburgo, ha preferito attendere prima di rinsaldare le relazioni dell’Europa con Israele. Decisa durante la presidenza francese dell’Unione europea l’8 dicembre 2008, la messa in cantiere di questa ripresa è stata di fatto interrotta bruscamente in seguito all’offensiva omicida israeliana contro la Striscia di Gaza tra la fine di dicembre 2008 e l’inizio di gennaio 2009.
Il 15 giugno 2009, il Consiglio — in margine al quale si teneva la nona sessione del Consiglio per le relazioni fra UE e Israele — ha riaffermato questo orientamento.
Questa scelta indica soltanto una pausa contingente nell’approfondimento delle relazioni fra Bruxelles e Tel Aviv, o è la dimostrazione di una svolta concreta della politica europea nei confronti del Medio Oriente?
Già il 23 aprile 2009, tre mesi dopo la fine dell’attacco israeliano e poche settimane dopo l’investitura del governo di Benyamin Netanyahu, uno dei più dichiaratamente di estrema destra nella storia di Israele, in un comunicato al Parlamento europeo e al Consiglio la Commissione europea, peraltro attivamente impegnata nel riavvicinamento euro-israeliano, notava: «Ogni riesame delle relazioni bilaterali UE-Israele [...] deve tener conto della persistenza del conflitto israelo-arabo e degli sviluppi politici in Medio Oriente nel loro complesso. Il perdurare, anzi l’estensione accelerata delle colonie di popolamento nel 2008 ha avuto un’incidenza negativa sia sul processo di pace sia sulla libertà di circolazione dei Palestinesi e sull’economia palestinese. Questa situazione è ancor più aggravata dall’assenza di progresso registrata in merito a numerosi impegni sottoscritti nel quadro del piano d’azione relativo, come la facilitazione degli scambi commerciali palestinesi» [Comunicazione della commissione al Parlamento europeo e al Consiglio, «Messa in opera della politica europea di buon vicinato nel 2008», Bruxelles, 23 aprile 2009, COM (2009) 188]. E il rapporto cita l’aggravarsi della situazione della popolazione palestinese, «già in situazione di grave impoverimento prima dell’offensiva militare a causa del blocco totale della Striscia di Gaza», come pure il contesto politico avvelenato dallo scatenamento dell’operazione “Piombo fuso”.
[...]
Un diplomatico palestinese l’aveva rilevato già da tempo: nei riguardi degli Stati che violano il diritto internazionale, coesistono due strategie molto diverse tra loro. Una consiste prima nel minacciare di usare il bastone, e poi nel farlo davvero. L’altra, invece, promette una carota supplementare per ricompensare o incoraggiare i progressi, benché incompleti o temporanei. L’aggiornamento della messa in opera del rinsaldamento delle relazioni con Israele si limiterà dunque a quest’ultimo scenario?
La senatrice Nathalie Goulet (Union pour un mouvement populaire, UMP) ricorda che, «secondo i termini dell’accordo di partenariato euro-mediterraneo, gli Stati partecipanti si impegnano a conformarsi alle norme del diritto internazionale. Segnatamente, essi sono tenuti ad “agire in conformità con la Carta delle Nazioni unite e con la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, nonché con le altre obbligazioni derivanti al diritto internazionale (…). I partner devono del pari rispettare l’integrità territoriale e l’unità di ciascuno degli altri partner e regolare le reciproche controversie con mezzi pacifici”» [«Proposition de résolution européenne sur les relations entre l’Union européenne et l’Etat d’Israël», presentata da Nathalie Goulet, senatrice, registrata alla presidenza del Senato il 23 aprile 2009.]. Per la senatrice, questa proposta d’approfondimento delle relazioni con Israele, «totalmente inaccettabile a partire dal dicembre 2008, è ancora meno difendibile dopo i massacri di Gaza della fine di dicembre 2008 e del gennaior 2009». La senatrice auspica il congelamento di ogni processo di ripresa e la sospensione dell’accordo di partenariato. E lo stesso propongono, in Francia e in Europa, un gran numero di associazioni e organizzazioni non governative impegnate in favore di una pace tra Palestinesi e Israeliani fondata sul diritto, così come numerosi eurodeputati. In sostanza, sottolinea la senatrice Goulet, se «il processo politico di risoluzione del conflitto ha fallito», è «per la mancanza di una volontà forte della comunità internazionale, particolarmente degli Stati Uniti, di far sentire il suo peso in favore del dialogo e del riconoscimento effettivo del diritto di due popoli a vivere in pace». [...]

(Il testo completo, nell’originale francese, si trova qui; la traduzione dei brani è mia).


lug 2 2009

Aggiornamenti da Gaza: rilasciati due passeggeri della "Spirit of Humanity"

Gaza – Infopal, mercoledì 1° luglio.

Rilasciati due dei 21 passeggeri di “Spirit of Humanity” sequestrati ieri dalla Marina israeliana.

Da tutto il mondo stanno giungendo a Israele proteste contro il rapimento dell’equipaggio e della delegazione di attivisti internazionali.

In un comunicato stampa di cui Infopal.it ha ricevuto una copia, il Comitato popolare contro l’assedio ha dichiarato che l’occupazione ha rilasciato due passeggeri dei 21 sostenitori della barca.
Il portavoce del Comitato popolare ha rivelato che una dei passeggeri è stata trasferita in ospedale a seguito dell’attacco di pirateria del commando israeliano contro l’imbarcazione.


lug 1 2009

Contro il randagismo, salviamo il rifugio di Emma

Ricevo da 100%animalisti e faccio girare:

La signora Emma ha creato un rifugio per più di 100 cani e gatti abbandonati, che ora vivono in spazi ampi, senza gabbie, nutriti e accuditi da lei stessa e da alcuni volontari, il tutto a spese proprie .

L’amministrazione comunale e l’ULSS vogliono chiudere questo luogo felice con motivazioni di carattere burocratico.

Noi pensiamo invece che dietro ci siano interessi (poco) occulti di chi vuole speculare sugli animali.

Centoventi randagi piazzati in un canile convenzionato con qualche ente locale fruttano un bel po’ di contributi…

Centopercentoanimalisti si oppone alla chiusura del rifugio, dove cani e gatti vivono in condizioni ottimali di salute, igiene e serenità.

Invitiamo tutti coloro che amano gli animali a passare un pomeriggio assieme agli ospiti della signora Emma: Sabato 4 luglio dalle ore 16 in poi in via Stradona (tra Merlara e Castelbaldo) – Castelbaldo (Padova)

Come gesto di appoggio concreto portate CIBO per CANI e GATTI (non deperibile: crocchette o scatolame), anche pasta e riso, coperte, cucce etc.

NON portate offerte in denaro!

L’invito è rivolto a TUTTI! Chi lo desidera si porti la merenda, ma rigorosamente VEGAN – secondo i nostri principi – per un pic nic sull’erba.

Per far conoscere la realtà del rifugio

Per denunciare e far fallire le manovre volte a chiuderlo

Per portare solidarietà ai cani e gatti ospiti e agli umani che ne hanno cura.

100%animalisti
UNICA CULTURA : -AZIONE – ATTIVISMO – LIBERAZIONE ANIMALE
info 347 888 95 22


lug 1 2009

Israele blocca gli aiuti per Gaza (e dov'è la novità?)

Gira in rete questa notiziola:

MARINA ISRAELIANA CIRCONDA NAVE CARICA DI AIUTI PER GAZA
« il: Mar-30-Giu-2009 16:35 »

(ASCA-AFP) – Gaza City, 30 giu – Un’imbarcazione con a bordo 21 militanti filo-palestinesi e’ stata circondata in mare aperto da cinque navi della marina israeliana per impedirle di raggiungere la Striscia di Gaza. Lo fa sapere il movimento ”Free Gaza”, organizzatore della spedizione.

”Navi da guerra israeliane hanno circondato l’imbarcazione e minacciato di aprire il fuoco se non faceva dietrofront. Quando gli attivisti hanno rifiutato di lasciarsi intimidire, le forze d’occupazione israeliane hanno cominciato a disturbare i loro strumenti di navigazione”, afferma il movimento in un comunicato.

L’imbarcazione, che trasporta del materiale medico, giocattoli e kit d’aiuto alimentare, era partita da Cipro ieri con l’obiettivo di penetrare il blocco israeliano imposto al territorio palestinese da quando Hamas ha preso il potere nel luglio 2007.

Un portavoce del ministero degli Esteri israeliano ha spiegato all’Afp che l’imbarcazione non ha il diritto di penetrare nelle acque territoriali della Striscia di Gaza, ”perche’ i suoi proprietari hanno mentito nell’affermare alla partenza che il porto di destinazione e’ Port-Said” in Egitto.

”Inoltre, le acque territoriali della Striscia di Gaza sono sotto la sola responsabilita’ d’Israele in base agli accordi d’autonomia conclusi nel 1993”, ha aggiunto il responsabile.

Per quanto riguarda il comportamento che Tel Aviv terra’ nei confronti dell’imbarcazione, il responsabile si e’ limitato ad affermare che ”la marina israeliana avvisera”’.

fonte: (ASCA-AFP)

Va da sé che questa agenzia così soft induca più d’uno a chiedersi, proprio come mi è capitato di leggere su qualche forum, «prima di mettersi a insultare gli israeliani siamo proprio sicuri che ‘sta nave non abbia violato in qualche modo le leggi sulle acque territoriali?». Domanda legittima. Alla quale è legittimo dare una risposta — questa:

Pirateria di stato, ‘Spirit of humanity’ del Free Gaza attaccata e dirottata da navi da guerra israeliane.

Ultime notizie:

I membri dell’equipaggio e i 21 attivisti a bordo dell’imbarcazione, incluso il premio Nobel per la pace irlandese Mairead Maguire e la parlamentare statunitense Cynthia McKinney, sono stati rapiti dai militari israeliani e condotti in un carcere israeliano, in totale violazione delle leggi internazionali, umanitarie e nautiche. Sequestrato il carico umanitario destinato alla Striscia assediata.

“Questa è un’oltraggiosa violazione delle regole internazionali ai nostri danni. La nostra barca non era in acque israeliane e noi eravamo in missione umanitaria verso la Striscia di Gaza”, ha riferito Cynthia McKinney. Il presidente Obama ha appena detto a Israele di lasciar passare forniture umanitarie e per la ricostruzione, e questo è esattamente quello che stavamo cercando di fare. Noi chiediamo alla comunità internazionale di pretendere il nostro rilascio affinché noi possiamo riprendere la nostra missione”. [continua qui]