Salvini, la Lega e il senso del ruolo

Che tipo, Matteo Salvini.
Uno come lui nella Lega ci sta benissimo, sia chiaro: da quando il partito di Bossi non ha più beneficiato dei suggerimenti di Gianfranco Miglio, il suo lento appiattirsi sul bottegaismo del profondo nord operoso (con le braccia degli immigrati) l’ha portato a farsi degna espressione di un popolino rimasto provinciale a dispetto di un’unità d’Italia molto proclamata e poco concreta.
Ma il problema, a quanto pare, non è il Salvini di turno (pronto a partire per l’Europa, cosa c’infliggerà questo preoccupante neodeputato?). Il problema è che se la beceraggine di certa Lega è cosa esteticamente più che eticamente riprovevole, a maggior ragione dovrebbe essere oggetto di biasimo feroce se professata da un’alta carica del partito: quello che è permesso al muratore bergamasco in libera uscita al bar di Foresto Sparso dopo una giornata di duro lavoro dovrebbe essere invece proibitissimo al capogruppo della Lega di Milano.
Insomma manca il senso del ruolo: Salvini non si è accorto, o forse sì ma non gliene frega niente (e questo sarebbe infinitamente peggio), che nel momento in cui si ricopre una carica istituzionale e ci si trova in un’occasione pubblica come a Pontida l’autocontrollo dev’essere ferreo. Perché se invece si pensa che basti un po’ di potere per fare quel che si vuole, ecco che non c’è già più nessuna differenza coi satrapi dell’Oriente d’antan o coi dittatorelli da repubblica delle banane, capito?

Io non lo so se nei partiti di oggi esistano ancora le scuole quadri, o se per fare politica a un certo livello sia ancora non dico obbligatorio ma almeno auspicabile masticare un po’ di cultura: certo è che oggi, dovunque ti giri, in famiglia come a scuola al lavoro e per strada, il senso antico del ruolo ovvero delle responsabilità e dei limiti sembra essersi perso — vorrei sperare in modo non irreparabile, ma spes ultima dea: e se stava proprio in fondo al vaso dei mali di Pandora ci sarà stato un motivo.

P.S.: Mi è piaciuto, in merito, l’articolo di Filippo Facci: lo dico perché, siccome di solito Facci mi fa arrabbiare, per una volta che sono d’accordo con lui mi sembra carino notarlo.

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