USA e Italia: un’offerta che non si può rifiutare

Non pensavo che l’accenno fatto nel post sulle inutili morti italiane in Afghanistan avrebbe suscitato l’interesse dei miei (molto meno di) 25 lettori. Purtroppo sono sempre di corsa, e già in quel post avrei dovuto essere più precisa, ma tant’è. In questa vita non credo di farcela.

Dunque l’offerta di cui si diceva fu fatta non tanto a un legittimo governo italiano, quanto piuttosto ad alcuni rappresentanti di quella parte dell’Italia che deliberò di negoziare (vulgo: sbracare) con le potenze alleate all’indomani della defenestrazione di Mussolini, nel luglio 1943.
Se dobbiamo credere al presidente americano Roosevelt, al primo ministro Churchill e al futuro Alto Commissario del governo militare alleato in Italia Mac Millan, l’obiettivo primario delle potenze alleate durante la seconda guerra mondiale era mettere fuorigioco la Germania (e di riflesso i suoi alleati) in modo definitivo, e per farlo era necessario passare attraverso l’Italia: il che avrebbe comportato una serie pressoché infinita di disagi non indifferenti (uso un gentile eufemismo) per una popolazione civile già provata da tre anni di guerra.
Su di un piatto della bilancia gli Alleati misero la carota — l’eliminazione del regime fascista; la restituzione di tutti i prigionieri italiani in mano alleata; un aiuto cospicuo e concreto all’Italia a guerra finita; la realizzazione dell’indipendenza siciliana e un gran bell’occhio di riguardo per altre istanze tipicamente siciliane — e sull’altro il bastone — la prosecuzione dell’offensiva sulla popolazione civile e della considerazione dell’Italia come paese nemico.

Qualche dato su cui riflettere:

# in un telegramma del 26 luglio 1943, Roosevelt dice esplicitamente a Churchill che «dobbiamo essere certi di poter disporre dell’intero territorio italiano e dei trasporti contro i tedeschi nel Nord e contro l’intera penisola balcanica». Nello stesso giorno, in un memorandum Churchill dichiara a Roosevelt la sua opinione secondo cui «non credo che dovremmo essere troppo schizzinosi nel trattare con qualsiasi governo non fascista, anche se non tutto fosse di nostro gradimento. Ora che Mussolini se ne è andato, io aprirò trattative con qualunque governo italiano non fascista che sia in grado di tenere fede agli impegni» (intanto nella stessa giornata la propaganda americana dell’Office of War information di Washington, volta a far apparire gli Stati Uniti come coloro che libereranno l’Italia dalla piaga fascista, emana le direttive per le trasmissioni radio in Europa: «La nostra guerra contro l’Italia fascista continua fino alla resa incondizionata delle forze armate dell’Italia e alla distruzione del regime fascista»);

# il 27 luglio 1943, in un discorso Churchill dice le cose come stanno: «Dobbiamo lasciare gli italiani, per usare una frase familiare, cuocere nel loro brodo per un po’ e alimentare il fuoco, allo scopo di accelerare il processo fino ad ottenere dal loro governo o da chiunque possegga la necessaria autorità, tutte le condizioni indispensabili che chiediamo per condurre avanti la guerra contro il nostro primo e capitale nemico: che non è l’Italia, ma la Germania»;

# contemporaneamente, anche nella Germania di Hitler ci si preoccupa dell’atteggiamento da tenere nei confronti dell’Italia: il 28 luglio 1943 Goebbels scrive nei suoi diari che bisogna agire subito «ad ogni costo, ed è meglio improvvisare alla grande, piuttosto che attardarsi a preparare nei dettagli un intervento che, proprio per questo, risulterebbe inevitabilmente tardivo e, nel frattempo, consentirebbe in Italia il definitivo assestamento della situazione»;

# il 29 luglio 1943, Harold MacMillan scrive nel suo diario: «Noi non possediamo né le persone né la voglia di assumerci il governo dell’Italia e a noi preme solo annientare le forze armate italiane e usare il territorio italiano per continuare la guerra alla Germania». Ma nello stesso giorno, ecco la carota occultare il bastone: viene trasmesso alla radio un messaggio agli italiani del generale Dwight Eisenhower: «Noi ci compiacciamo col popolo italiano e con casa Savoia per essersi liberati di Mussolini, l’uomo che li ha coinvolti in guerra come strumento di Hitler e li ha portati sull’orlo del disastro. Il più grande ostacolo che divideva il popolo italiano dalle Nazioni unite è stato rimosso dagli italiani stessi. Il solo ostacolo che rimane sulla via della pace è l’aggressore tedesco, che tuttora si trova sul suolo italiano. Voi volete la pace: voi potete avere la pace immediatamente e una pace alle condizioni onorevoli che i nostri Governi vi hanno già offerto. Noi veniamo come liberatori. Il vostro ruolo consiste nel cessare immediatamente ogni assistenza alle forze armate tedesche nel vostro paese. Se farete ciò, noi vi libereremo dai tedeschi e dagli orrori della guerra. Come avete già visto in Sicilia, la nostra occupazione sarà mite e benefica. I vostri uomini ritorneranno alla loro vita normale e alle loro occupazioni produttive e, purché tutti i prigionieri britannici e alleati ora nelle vostre mani ci vengano restituiti salvi e non siano trasportati in Germania, le centinaia di migliaia di prigionieri italiani da noi catturati in Tunisia e in Sicilia ritorneranno alle innumerevoli famiglie che li aspettano. Le antiche libertà e tradizioni del vostro paese saranno ristabilite» (a proposito della Sicilia, in queste ore i separatisti siciliani si muovono cercando abboccamenti con le autorità militari americane, che sono già entrate in contatto con la malavita organizzata locale, come emerge dai rapporti di lord Francis Rennel of Rodd, governatore alleato in Sicilia: al loro arrivo sull’isola gli ufficiali alleati «nominarono un certo numero di boss mafiosi e permisero a questi stessi boss di scegliere e proporre uomini di loro fiducia», 8 agosto 1943; «Come ho già riferito, una delle mie massime preoccupazioni è la recrudescenza della mafia. Notizie di varie fonti e del mio Scao (Senior civil affair Officer – Ndr) mi inducono a pensare che essa sia stata provocata dal disarmo e dalla conseguente perdita di prestigio dei carabinieri. È stato uno sbaglio, vi stiamo rimediando. Ma la popolazione rurale ne ha tratto la conclusione che i carabinieri e il fascismo, i due grandi nemici della mafia, sarebbero scomparsi in fretta e insieme… Nell’ansia di destituire i podestà e i funzionari comunali fascisti, i miei ufficiali talvolta nominano al loro posto boss mafiosi o persone manovrate dalla mafia… I parroci non ci avvertono quando scegliamo dei mafiosi, non ci segnalano i loro soprusi, né testimoniano a loro carico…»,18 agosto 1943; il 2 settembre 1943, in un rapporto confidenziale trasmesso al Foreign Office, lord Rennel of Rodd segnala l’imponenza del fenomeno separatista e lo attribuisce al fatto che i siciliani hanno visto nell’invasione alleata l’evento liberatorio che avrebbe permesso la separazione della Sicilia dall’Italia; si veda in proposito l’eccellente L’esercito della lupara di Filippo Gaja, edizioni Maquis);

# il giorno dopo (30 luglio 1943) la cosa viene così commentata da Mac Millan nel suo diario: «Abbiamo concesso agli italiani una breve sospensione dei bombardamenti e dal quartier generale è partito alla loro volta un messaggio del tutto “morbido”. In sostanza abbiamo detto: “Caro re, ben fatto! Caro popolo italiano, ben fatto. Vi siete liberati di Mussolini e del fascismo. È magnifico. Ora venite e fate quel che è necessario fare”. Se (come penso probabile) Badoglio cerca di menare il can per l’aia e se noi non facciamo aperture dirette o indirette, passato un breve intervallo di tempo noi dovremmo fare la voce grossa e dire: “Bene, una settimana è passata. Che cosa fa il re? A che pensa Badoglio? O dentro o fuori. Avete nicchiato e ora saremo noi a darci da fare. Bombarderemo Genova, Napoli, Bologna, Milano, Torino, Roma. E non sarà colpa nostra, bensì del re e di Badoglio”. Penso che saremo in grado di attuare questa forma di propaganda bellica (per radio e volantini) e insieme condurre azioni di bombardamento»;

# il 31 luglio 1943 gli Alleati ritengono concluso il “breve intervallo di tempo” menzionato da Mac Millan, e il generale americano Dwight Eisenhower invia un altro e assai più esplicito messaggio radio agli italiani: «Italiani, vi mandiamo un monito solenne…Il periodo di pausa è finito. Siate pronti. Presto inizierà l’offensiva aerea senza remissione di giorno e di notte…e quando cadranno le bombe ricordatevi che il sangue sparso di ogni italiano cade sulle mani degli uomini di Roma che, nell’ora in cui l’Italia dovrebbe decidere, hanno temporeggiato. Invece di agire per l’onore, per la pace e per la libertà»;

# la pressione continua: il 2 agosto 1943 il Comando alleato lancia agli italiani un terzo messaggio radio: «Otto giorni sono passati e Badoglio temporeggia ancora. Vi avvisiamo ancora: la nostra aviazione vi colpirà dal cielo e ben presto le nostre forze terrestri combatteranno sul vostro territorio… Abbiamo atteso; vi abbiamo avvisato. Non abbiamo scelta. Non possiamo far altro»;

# nel giro di quindici giorni, il futuro dell’Italia è già segnato: il 16 agosto 1943, è ancora Mac Millan a scrivere nel suo diario: «Gli americani sono propensi a costituire un governo militare alleato dell’Italia (Amgot) anche se (e quando) tutto il territorio italiano o gran parte di esso cadrà sotto il nostro controllo. Invece noi, con maggiore realismo preferiremmo passare, non appena la cosa sia fattibile, da un governo diretto ad un controllo indiretto, proprio come abbiamo fatto qui (ad Algeri) quando abbiamo riconosciuto prima l’autorità di Darlan e poi quella di Giraud. In un primo tempo — soprattutto finché sono ancora in atto le operazioni militari — ci deve essere un governo diretto ma poi, secondo me, non appena la maggior parte del territorio italiano sarà sotto il nostro controllo, dovremmo mettere in piedi una qualche forma di governo centrale italiano che segua le nostre direttive e sia sotto la nostra supervisione, ma possa anche sollevarci dal compito pressoché impossibile dell’amministrazione diretta luogo per luogo»;

# fra il 17 e il 24 agosto 1943, nel corso di una Conferenza tra le potenze alleate (Quebec, Canada), il generale Dwight Eisenhower ribadisce la necessità del mantenimento di una «pressione implacabile» sull’Italia;

# il 20 agosto 1943, in un incontro con i generali Walter Bedell Smith e Kenneth Strong nella sede dell’ambasciata britannica di Lisbona, il generale Giuseppe Castellano dichiara che il governo italiano accetta la resa incondizionata;

# alla fine del mese, anche la Germania può disporre dei destini dell’Italia: il 30 agosto 1943 il generale Wilhelm von Keitel decreta che all’indomani dell’armistizio le truppe germaniche procedano «al disarmo il più possibile rapido dell’esercito italiano»;

# finalmente il 3 settembre 1943, a Cassibile, il generale Giuseppe Castellano (a nome del maresciallo Badoglio) e il generale Walter Bedell Smith (a nome del generale Eisenhower), firmano l’armistizio che verrà reso noto l’8 settembre; il giorno dopo, 4 settembre, in un messaggio al Comando supremo britannico il generale Alexander comunica: «Ho messo bene in chiaro con loro [le autorità militari italiane] che al momento della proclamazione ufficiale dell’armistizio cessiamo di essere nemici ma non diventiamo, ripeto, non diventiamo alleati. Ho dato loro le specifiche indicazioni sulle operazioni da svolgere».

Naturalmente si potrebbe continuare, ma credo che tanto basti a dimostrare come l’Italia fosse allora in realtà il classico vaso di coccio tra vasi di ferro. In buona sostanza il nostro Paese fu messo in condizione di non poter rifiutare l’offerta (qualsiasi offerta) fatta dagli angloamericani, pena la rovina della nazione o di quel che ne restava. Come siano poi andate le cose, è sotto gli occhi di tutti: l’Italia paese a sovranità limitata, eterodiretto, condizionato da una criminalità organizzata inestirpabile, colonia non riconosciuta ricca di doveri e povera di diritti, costretta a portare le armi degli altri non potendo più portare liberamente le proprie. Ne tragga le conclusioni chi vuole e chi può.

3 Comments on USA e Italia: un’offerta che non si può rifiutare

  1. Pierpaolo Bonetti | 2 dicembre 2009 at 12:16 | Rispondi

    Converrà con me che non avremmo avuto un’Italia del post-25 luglio 1943 senza essere passati per l’Italia del 10 giugno 1940, appuntamento con la storia che il governo in carica colse ben sapendo quanto già allora fossimo un vaso di coccio rispetto alle altre potenze europee, per non parlare del confronto con l’ingombrante alleato tedesco.
    Riguardo alle condizioni dell’Italia successive all’armistizio con gli Alleati, non so come le cose potessero andare diversamente. Non c’era più la forza morale e materiale per una resistenza a oltranza contro gli Alleati che avrebbe comunque lasciato il paese distrutto ed esposto a una pace cartaginese. Si poteva sicuramente gestir meglio la resistenza contro i tedeschi evitando l’umiliazione di un esercito che si dissolve nel nulla da solo, ma in ogni caso non sarebbe stato possibile sconfiggerli militarmente da soli.

    La ringrazio della sua segnalazione, che terrò presente per le mie prossime letture.

  2. per PIERPAOLO BONETTI
    ——————————

    Scusi, Bonetti: quando definisco l’Italia “un vaso di coccio” mi riferisco all’Italia del post 25 luglio 1943.

    Quanto al “chi semina vento raccoglie tempesta”, Lei conosce qualche guerra in cui uno dei contendenti si sia augurato serenamente che il nemico non avesse a soffrire dei suoi attacchi, e abbia auspicato che le proprie armi non sortissero gli effetti desiderati per non arrecar troppi danni alla parte avversa? Io no.

    Se già non l’ha letto, mi permetto di suggerirLe un testo di Sven Lindqvist: “Sei morto! Il secolo delle bombe”, ed. Ponte alle Grazie 2005.

  3. Pierpaolo Bonetti | 27 novembre 2009 at 12:50 | Rispondi

    Va peraltro detto che il “vaso di coccio” entrò
    di sua scelta nella mischia, dichiarando guerra
    a Gran Bretagna e Francia prima e agli Stati Uniti poi passando per svariati paesi del Commonwealth e temibili e minacciose potenze
    neutrali come la Grecia.
    Ricollegandomi alla vicenda di Gorla, da lei stessa citata, mi sembra opportuno rammentarle che alla Battaglia d’Inghilterra parteciparono
    anche aerei italiani e che la stampa fascista
    gongolò ampiamente all’idea di Londra in fiamme
    sotto le bombe dell’Asse.
    Come dire che “chi semina vento raccoglie tempesta”. O forse gli Alleati avrebbero dovuto
    combattere lanciando fiori a chi li ha comunque
    combattuti per propria libera scelta e iniziativa?

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