Aldo Grasso e la "sindrome Fantozzi" ovvero Villaggio contro Bongiorno

Leggo su Magazine (n. 38, 24 settembre 2009) l’articolo di Aldo Grasso “Sindrome Fantozzi”, nel quale l’autore si scaglia sdegnato contro Paolo Villaggio, reo di essersi pronunciato sul fu Mike Bongiorno nei seguenti termini:
«Lui è stato responsabile forse di un abbassamento generale della cultura italiana degli ultimi quarant’anni. La tv purtroppo ha sostituito la scuola, ha sostituito la famiglia, l’oratorio. E la scuola ha fatto cultura, ma ha fatto la cultura televisiva, una cultura molto bassa e adesso ne paghiamo le conseguenze. Lui è stato uno dei capo fila di quei televisivi che cercavano disperatamente il consenso, cioè i numeri. Io trovo che sia stata quasi deleteria la sua presenza, insomma a me non piace, sarebbe facile come sempre fingere il grande cordoglio».
Segue una filippica di Grasso contro Villaggio, nel cui merito non entro.
Ma mi chiedo se Grasso sa che sul numero precedente di Magazine c’è una vetrioleggiante strip di Massimo Disegni sul medesimo argomento (ammetto pubblicamente di essere una sua fan sfegatata da tempo immemorabile — già all’epoca di Cuore, forse, quando ancora era in coppia con Caviglia). Nella strip, dunque, si assiste all’arresto del cittadino qualunque Gervaselli Gianfederico, «imputato di attentato alla pubblica commozione, leso monumento nazionale, perfidia flagrante e còre de pietra», per aver dichiarato pubblicamente «che a un certo punto della vita bisogna capire quando è arrivato il momento di smettere prima che te lo sbattano in faccia crudelmente gli altri… che questo vale in particolare per chi è stato un beniamino della Tv, persone cui spesso narcisismo ed esibizionismo impediscono di uscire di scena con dignità… che pur nell’ovvio dispiacere, la scomparsa di Mike Bongiorno, che già aveva preso una porta in faccia da Mediaset, ne ha preservato la dignità che lui stesso stava per compromettere, conducendo a 85 anni e con voce tremante “Riskytutto”, di cui erano già tristemente patetici gli spot». Gervaselli ammette tutto e dichiara «È quello che penso! Che avrei dovuto dire?», e al carabiniere che risponde «Quello che hanno detto tutti… “scompare il papà della tv”… “ciao, Mike, mi mancherai”… “è stato bellissimo lavorare con lui”… “se n’è andato il mio compagno di giochi”… “è stato partigiano”…» ribatte fiero: «No. Detesto la retorica. Andiamo.». Alla moglie che lo supplica «Amore, ritratta!», Gervaselli ribadisce: «Mai.», mentre l’altro carabiniere commenta: «Non è un paese per snob». Un eroe dei nostri giorni, mi viene da dire.
Ora, io con Mike Bongiorno ci sono cresciuta. In casa mia, come in milioni di case borghesi, si guardava religiosamente il “Rischiatutto”; e una volta che ero a Firenze e sono entrata in una farmacia sono stata servita nientedimeno che da Andrea Fabbricatore, e un’altra volta ancora che passavo assai fortunosamente da Monteporzio Catone sono andata a comprarmi le sigarette e dietro il banco c’era Ernesto Marcello Latini, pensa un po’.
Suppongo che episodi analoghi siano successi a un sacco di gente, e siccome in fondo nonostante le metropolitane e i centri direzionali siamo sempre l’Italietta dei campanili, per l’unità nazionale ha fatto di più Mike che l’inno di Mameli.
Ciò non toglie che Villaggio e Gervaselli abbiano ragione da vendere; e che Bongiorno sia stato davvero l’alfiere di un certo modo di fare cultura (bassa) in televisione, nonché di un’americanizzazione del sentire comune veicolata massicciamente dal piccolo schermo e responsabile di infiniti guasti addotti alle generazioni catodiche — e non si vede ancora né come rimediare né se l’impresa sia fattibile con mezzi ordinari. Allegria.

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