ott 29 2009

Cambio di rotta per Javier Solana

A giudicare da quello che mi è piovuto nella casella di posta nelle ultime ore, si direbbe che in tutto il mondo si sia formato magicamente il partito trasversale del “Solana vaffanculo”, con riferimento alle ultime esternazioni dell’ex segretario generale dell’ONU nel corso della conferenza Facing Tomorrow, convocata per il secondo anno consecutivo a Gerusalemme dal presidente Shimon Peres.

Sembra infatti che in occasione della tavola rotonda “Cambiare la crisi in opportunità”, che ha visto la partecipazione di personaggi come Raymond Kurzweil (membro dell’US Army Science Advisory Board), Bernard-Henry Lévy e Ruth Gavinson (giurista ed ex-membro della Commissione Winograd), il diplomatico Javier Solana (attualmente rappresentante dell’Unione europea) abbia dichiarato testualmente: «Israele, permettetemi di dirlo, è un membro dell’Unione europea senza essere membro delle sue istituzioni», e ha aggiunto che Israele è «attivo in tutti i programmi dell’Unione» per poi concludere che “la lentezza del processo di pace israelo-palestinese non è imputabile a Israele, ma a un semplice problema di metodologia”.

Ora, non mi unirò al partito ideale summenzionato perché non sta bene che una signora se ne venga fuori di giovedì mattina a dire “Solana, sai che c’è? Vaffanculo!”; ma dirò che nella mia considerazione personale Solana è precipitato al di sotto dello zero assoluto, e che questo suo cambio di rotta mi fa dubitare dell’integrità della sua spina dorsale. Mi auguro per lui che almeno la contropartita sia interessante, altrimenti mi toccherebbe elaborare ipotesi assai poco lusinghiere.


ott 28 2009

L'archivio del Vasari resti in Italia!

Ricevo e volentieri rendo noto, con preghiera di far girare e soprattutto di firmare (chissà mai che serva a qualcosa).

Ciao a tutti,
i mass-media oggi hanno dato una notizia che ha dell’incredibile: la vendita dell’archivio del Vasari, contenente il carteggio tra il Vasari e Michelangelo!
Un’imprenditoria seria dovrebbe investire sul nostro maggiore bene nazionale: cultura e turismo e non svenderli.

Se sei d’accordo nel fermare questa operazione di svendita ad una società… russa dell’importantissimo archivio puoi firmare la petizione che ho appena scritto: “Garanzie per l’Archivio del Vasari”

Segui questo http://www.firmiamo.it/garanzieperlarchiviodelvasari

Grazie e, se potete diffondete.
Francesco Badalini


ott 22 2009

Mastella-Lonardo accoppiata perdente

Chissà se stavolta Clemente Mastella e sua moglie Sandra Lonardo pagheranno il fio (ah, belle frasi d’antan) delle loro malefatte. Forse sì, almeno fino alla prossima volta: ma anche queste son soddisfazioni.
Siffatti personaggi sono vecchie conoscenze, e ho poco da aggiungere a quanto oggi riportano i giornali. Mi limito a sottolineare il loro antico vezzo di gridare al complotto e di proclamarsi vittime sacrificali, il che stona vistosamente con la cruda realtà dei fatti ed è sommamente, diciamolo, di pessimo gusto.
Le rime di Lorenzo Stecchetti, che mi piacciono tanto e che offersi loro tempo fa, ci stanno benissimo anche in questa occasione.


ott 20 2009

Chi si ricorda dei bambini di Gorla?

Giusto cinque anni fa, su un blog dimenticato scrivevo quanto segue, per ricordare a modo mio i bambini di Gorla, uccisi dalle bombe liberatrici dei soliti americani. Non ho nulla da aggiungere a quanto scrissi allora, e ripropongo quel post così com’è. Con un pensiero di madre a quei bimbi.


mercoledì, 20 ottobre 2004

SESSANT’ANNI FA, GLI AMERICANI…

È una giornata grigia e piovosa; mio figlio è a scuola, e la nostra giornata seguirà la solita routine. Sessant’anni fa, qui a Milano, c’era parecchia gente che pensava la stessa cosa. A torto.

La calda estate del 1944 aveva portato i suoi frutti: dopo l’attentato gappista del 9 agosto, a Milano la situazione si era fatta, se possibile, ancora più delicata. La tensione era alle stelle: lo scontro tra fascisti e partigiani si limitava a un sanguinoso stillicidio in periferia e in provincia, ma la città era oggetto di ripetuti attacchi aerei anbgloamericani che impedivano lo svolgimento di una quotidianità accettabile benché segnata dalle contingenze belliche. Milano, infatti, era sede delle maggiori industrie metalmeccaniche dell’epoca — Breda, Falck, Marelli, Alfa Romeo —, e questo ne faceva il bersaglio privilegiato dell’offensiva alleata. Va da sé che i bombardamenti non colpivano soltanto gli insediamenti produttivi: all’epoca le bombe intelligenti non erano ancora state inventate, e gli aggressori dovevano fare affidamento unicamente sulla perizia dei piloti e sull’attendibilità delle mappe militari. Così, nel mirino dei bombardieri caddero anche la Galleria Vittorio Emanuele, il teatro alla Scala, scuole, ospizi e un cospicuo numero di edifici residenziali.

In questo panorama d’incertezza e di angoscia, la giornata di venerdì 20 ottobre 1944 segna l’apice della brutalità terroristica messa in atto dagli angloamericani: quel giorno la criminale leggerezza di un pilota americano fece una strage di bambini — un eccidio gratuito, o forse un altro tassello nella politica genocida che gli Stati Uniti perseguono da sempre.

Nonostante la guerra, infatti, ci si sforzava di proseguire una vita il più possibile simile alla normalità: le scuole funzionavano regolarmente e l’anno scolastico era iniziato secondo le modalità consuete. E in quella bella mattina di sole, nell’autunno milanese che sa essere così dolce, la scuola elementare “Francesco Crispi” a Gorla era gremita di scolaretti. Tutti i bambini del quartiere erano in classe: ma nessuno di loro avrebbe più fatto ritorno a casa.

Perché nelle prime ore di quella mattina — esattamente alle 7.58, mentre i primi allievi della “Crispi” arrivavano a scuola, dove già si trovava il personale docente e non docente —, tre squadre di bombardieri angloamericani B24 e B27 erano partite da Foggia alla volta di Milano: la loro missione consisteva nell’attaccare gli stabilimenti Breda, al confine tra la città e Sesto San Giovanni, sulla direttrice del viale Monza, e la stazione ferroviaria di Greco, nelle immediate vicinanze. Gli apparecchi procedevano senza scorta — non ce n’era bisogno: a Milano la contraerea taceva, e la Germania di Hitler aveva deciso di ritirare le proprie unità aeree dai cieli italiani già dall’estate del 1943, come prima e diretta conseguenza dell’arresto di Mussolini (25 luglio) e dell’armistizio separato voluto da Badoglio e firmato a Cassibile l’8 settembre di quell’anno. Anche i caccia italiani dell’ANR (Aviazione Nazionale Repubblicana) erano troppo pochi per allarmare i piloti del “bomb group” incaricato di compiere la sua missione criminale su Milano. Dopo un largo giro, alle 11.20 gli aerei si trovarono sulla verticale di Saronno, dove la prima squadra dovette liberarsi del suo carico prima del previsto, per un “inconveniente tecnico”: le sue bombe finirono in aperta campagna, senza provocare danni, e il team finì fuori gioco.

Le altre due squadre, intanto, erano arrivate in prossimità del bersaglio: la prima, seguendo la rotta esattamente calcolata di 118 gradi, colpì le officine Breda; contemporaneamente, il comandante della seconda si rese conto di essere su una rotta di 140 gradi, con un divario di 22 gradi ormai impossibile da correggere. A questo punto, si trovò di fronte a una sola alternativa: proseguire sulla rotta di 140 gradi, il che lo avrebbe portato a raggiungere la campagna del Cremonese, dove avrebbe potuto sganciare il suo carico di morte nei campi; oppure liberarsene subito facendolo cadere sul centro abitato, anche se sotto di lui non c’erano obiettivi militari ma solo strutture civili, perfettamente visibili grazie alle favorevoli condizioni meteorologiche — niente foschia e niente nubi. Con leggerezza criminale, si diceva, o forse con la consapevolezza di creare ugualmente un danno gravissimo (secondo recenti ricostruzioni), optò per la seconda soluzione.

Dopo tre minuti, alle 11.24 esatte, Gorla — un quartiere popolare, densamente abitato — divenne un inferno: case, negozi, officine vennero devastate dalle esplosioni, che causarono in tutto 703 morti e 481 feriti, nonché la distruzione di oltre 300 stabili adibiti ad abitazione.

Ma una bomba più delle altre provocò una straziante carneficina che avrebbe cambiato per sempre la vita del quartiere, svuotandolo del suo futuro e delle sue promesse di giovinezza: un ordigno del peso di almeno 250 chili centrò in pieno la scuola elementare “Francesco Crispi” proprio mentre tutti gli scolaretti stavano scendendo nel rifugio; la spaventosa deflagrazione sventrò completamente l’edificio, seppellendo sotto le macerie 232 bambini di età compresa fra i 6 e gli 11 anni e il personale scolastico. Nel crollo morirono 174 bambini, la direttrice, 14 insegnanti, 4 bidelli e un’assistente sanitaria.

Immediata fu l’azione di soccorso, messa in opera da squadre di militari e civili coadiuvate dai superstiti fra il personale scolastico: si scavò freneticamente fra le macerie nel tentativo di riportare alla luce quanti più bambini possibile, ma ben presto ci si dovette arrendere alla tragica evidenza — esattamente il 75% dei piccoli alunni di Gorla non c’era più, cancellato nel giro di pochi attimi, in una tranquilla giornata di sole, dalla furia distruttiva della guerra. Lo sgomento e lo sdegno dei milanesi di fronte alla strage così brutale nella sua mancanza di senso produsse un momentaneo riavvicinamento fra la popolazione civile e il governo della Repubblica Sociale Italiana: l’inverno avrebbe spazzato via ogni sentimento di umanità, e la primavera sarebbe stata rossa di sangue.

Anche dopo la guerra, Gorla non tornò più come prima. Di quell’assurdo massacro oggi restano soltanto i nomi e un monumento, eretto nel 1952 (otto anni dopo quei drammatici fatti), che sorge nella piazza dedicata ai Piccoli Martiri di Gorla. Resta anche il ricordo, un po’ sommesso perché “non sta bene” dire che quei bambini furono ammazzati dagli americani, dai liberatori, dai guerrieri del bene. E invece dovremmo tutti alzare la voce, per ridare un senso alla storia del secolo passato e a quelle vite spezzate: soprattutto oggi, che di vite gli americani e i loro complici ne spezzano ancora parecchie — basta guardare la televisione.


ott 7 2009

7 ottobre 1571: corsari a Lepanto

(da “Orion” n. 265, ottobre 2006, titolo originale «Corsari a Lepanto»)

Il puntuale ripetersi delle scadenze, anno dopo anno, ha un che di rassicurante più che di monotono. E anche se i giorni e i mesi vanno sempre via, la ciclicità del nostro esistere, che rende la nostra vita così diversa e così uguale (grazie, Guccini), e così frusciantemente simile a quei foglietti svolazzanti, suggerisce un’immutabilità affascinante per noi creature effimere che crediamo di essere i signori della Terra…
Quando andavo a scuola io, le scadenze dell’autunno erano sospese fra il sacro e il profano — il 4 ottobre, san Francesco d’Assisi (patrono d’Italia, ma non ho mai capito perché, dal momento che è il più panteista dei santi cristiani, e col Vaticano ebbe da dire… misteri della fede); il 31 ottobre, giornata del Risparmio (chissà se c’è ancora); l’1 e il 2 novembre (con quell’affollarsi di morti e vivi in giro per i cimiteri; e io grondavo lacrime d’inchiostro su temi deamicisiani che molto piacevano alla mia maestra, deamicisiana anch’essa); e su tutto si spandeva il profumo delle caldarroste, dispensate per quattro soldi da un’affabile vecchietta (ora ci sono nerboruti adulti muniti di veicolo a motore che con una mano ti elargiscono poche castagne malate e con l’altra ti rapinano 5 euro).

Come si cambia…
Segni dei tempi. Negli ultimi anni, per esempio, ogni ottobre che una qualche divina casualità mette sulla scorza di quest’arancia azzurra, scatta un’altra “giornata della memoria”, non meno fondamentalista di quell’altra che non dico e che si celebra a gennaio. E non meno fastidiosa. Non fate finta di non saperlo. Sto parlando di Lepanto, la cui ricorrenza cade il 7 ottobre.
Da qualche anno, dunque, ogni 7 ottobre si parla di Lepanto: e la querula insistenza che circonda l’evento aleggia per i quattordici giorni prima e per i quattordici giorni dopo — come le temibili “cose” delle donne.
Ma io mi ricordo che negli anni Settanta formidabili e sciagurati le femministe (quelle vere, quelle che volevano cambiare la testa della gente, quelle che a guardarsi intorno mi pare siano passate invano) — le compagne femministe organizzavano gruppi di autocoscienza, all’interno dei quali s’imparava pure ad affrontare il disagio legato a quella condizione mensile e tutta nostra (chi scrive è una donna), avvolta da residui paretiani di vergogna, imbarazzo, pruderie e senso d’inferiorità stratificatisi in secoli di devota misoginia. Dài e dài, almeno qui si è arrivati a qualcosa: e oggi “quei giorni” non sembrano più un problema.
Allora mi chiedo perché non sarebbe possibile organizzare degli analoghi gruppi di autocoscienza per imparare ad affrontare il disagio legato ai fatti di Lepanto.

Lepanto per noi…
… fu l’ultima battaglia a venire combattuta esclusivamente tra navi a remi, e fu senz’ombra di dubbio una delle più sanguinose che la Storia ricordi: i Turchi persero oltre 20mila uomini, la Lega Santa quasi ottomila.
Sicuramente, poi, lo schieramento cristiano vinse grazie alla superiorità schiacciante delle galeazze veneziane (praticamente inabbordabili e potentemente armate), e all’armamento individuale assai avanzato per l’epoca (gli europei disponevano di archibugi, mentre i turchi erano ancora armati con archi). Ma i cristiani preferirono attribuire la loro vittoria soprattutto alla miracolosa protezione della Vergine Maria: e nell’anniversario della battaglia fu fissata la festa della Madonna del Rosario.
Com’è come non è, per molti miei e vostri contemporanei, invece, quello scontro viene celebrato come una vittoria religiosa: il Cattolicesimo contro l’Islam — interpretazione, ne converrete, facile e comodissima.
In realtà (e questa è la versione più antipatica), in quello specchio di mare nel Golfo di Patrasso, ad essere in discussione erano le sorti politiche dell’Europa, dimostratasi fino ad allora incapace di opporsi concretamente alle conquiste del trionfante Impero ottomano. E fu soltanto con la paziente opera diplomatica del papa Pio V che si verificò l’autentico miracolo: convincere la Spagna di Filippo II, la Serenissima Repubblica di Venezia, la Repubblica di Genova ed altri alleati minori a superare i propri interessi particolari e ad unirsi nell’intento di respingere un avversario fattosi troppo pericoloso.
Ora, com’è andata a Lepanto lo sappiamo. Sappiamo dell’orrenda fine inflitta dai saraceni a Marcantonio Bragadin; sappiamo che nei combattimenti caddero quaranta cavalieri di Malta; sappiamo che praticamente tutto l’equipaggio della galera Fiorenza dell’Ordine di Santo Stefano fu ucciso (tranne, chissà come mai, il suo comandante Tommaso de’ Medici)… e molte altre cose variamente importanti, interessanti, folcloristiche o popolari.
Ne sappiamo di meno, invece, sulla morte di Don Girolamo di Pesaro, Giovanni Antonio di Jesi e Pietro Paolo di Maranzano, tutti e tre giustiziati per eresia il giorno prima di Lepanto, il 6 ottobre 1571.
Come ne sappiamo di meno sull’Index librorum prohibitorum — la Congregazione dell’Indice dei libri proibiti, fondata nel 1571 da Pio V come una istituzione di barriera, una muraglia virtuale volta a isolare e difendere il mondo cattolico dai pericoli rappresentati dalla stampa, specialmente ma non esclusivamente protestante: grazie ad essa e per secoli gli inquisitori poterono esercitare sul mondo della cultura una vigilanza speciale, che andava dalla concessione della licenza per la stampa e il commercio del materiale librario, al bando e alla censura per le opere, compresi i classici, ritenuti — anche indirettamente — pericolosi per la dottrina e la morale cattolica. Hroswitha di Gandersheim, con l’Index, avrebbe avuto vita durissima. Ma non divaghiamo. E restiamo su altri aspetti meno noti dell’evento-Lepanto: come, per esempio, il corsaro Occhialì.

Dalla rete alla scimitarra
Sappiamo, più o meno, che viso avesse, e che non era né giovane né bello come sempre sono gli eroi. Ma il nome proprio non lo sappiamo. Per comodità lo chiamiamo Occhialì, ma è noto anche come Ouloudj Alì, Uluch Alì, El Louck Alì, Uluch Alì, Uluge Alì, Uludo Alì, Euldj’ Alì el Fartas, Ucciali, Uchali, Ulug Alì, Vluzzali, Uichiali, Lucchiali, Locchiali, Luccali, Lucciali. Sembra che si chiamasse Luca Galeni, o forse di nome faceva Giovanni Dionigi. Era nato a Le Castella, pare, o magari a Cutro; di certo era calabrese, e figlio di un pescatore. Di certo era a Lepanto.
La sua vita potrebbe essere frutto della fantasia di Salgari — e invece è vera.
Nato nel 1519, Luca Galeni si guadagna la vita come pescatore: ma la sua intenzione è di farsi prete — non si sa se per vocazione o, più prosaicamente, per sottrarsi a una vita di stenti. A diciassette anni, nell’aprile del 1536, i suoi studi e i suoi sogni vengono bruscamente interrotti quando alcuni corsari, comandati da Ali Ahmed, piombano nel golfo di Squillace e nel corso di un’incursione nell’entroterra lo rapiscono. Ridotto in schiavitù, viene comprato dal corsaro Chiafer Rais (anch’egli di origine calabrese), proprietario di 3 galeotte, che lo destina al remo di una sua imbarcazione. Robusto e determinato, il giovane Galeni viene ben presto assegnato al remo di tribordo a prua, il posto tradizionalmente riservato al vogatore migliore, quello che dà il ritmo. La svolta della sua vita, a quanto pare, nasce da una casualità (il suo contemporaneo Shakespeare avrebbe detto «il caso è solo il nome che lo sciocco dà al Fato»…): un giorno viene insultato a morte da un marinaio napoletano che lo schiaffeggia. Desideroso di vendicarsi, si converte all’Islam: il che gli permette, pur continuando a tirare il remo come prima, di trasformarsi in bonavoglia e godere così di una relativa libertà* nonché di difendere il proprio onore: chiama l’uomo che lo ha insultato e lo uccide in una lotta corpo a corpo. Poco dopo arriva a sposare la figlia di Chiafer Rais, ed ottiene il grado di nostromo in una nave corsara. Ben presto arrivano i primi guadagni, grazie ai quali l’ex pescatore riesce ad acquistare la partecipazione in una galeotta; di qui al conseguimento della patente di comandante corsaro, il passo è breve. Siamo, più o meno, nel 1540 — Luca (o Giovanni Dionigi) Galeni non esiste più: sulla scena dei mari si affaccia Occhiali.

Il signore dei mari
Fino al 1571, le cronache registrano centinaia di combattimenti e decine di imprese, in un tourbillon di eventi che hanno il sapore della leggenda e la solidità della storia; nel 1562 il Sultano lo nomina capo della guardia di Alessandria (Al Iskandariyah) e comandante della nave ammiraglia; nel 1565 partecipa all’assedio di Malta per conto dell’Impero ottomano e, alla morte del Dragut, prende il suo posto come governatore di Tripoli; nel 1568 il sultano Solimano, in riconoscimento della sua attività, lo nomina begleberg o beilerbey di Algeri (vale a dire governatore) — sarà l’ultimo ottomano ad usufruire di tale titolo.
Nell’ottobre 1571, è a Lepanto, «al comando dell’ala sinistra, forte di 60-65 galee e 28 galeotte, equipaggiate quasi esclusivamente di corsari: di fronte ha le navi di Giovanni Andrea Doria. Quando vede lo schieramento avversario, prospetta al comandante supremo, l’agà dei giannizzeri Muesinsade Ali Pascià, l’ipotesi di una falsa ritirata per attirare la flotta nemica dove il golfo si restringe, in modo da sconvolgerne lo schieramento di battaglia. Finge di volere aggirare le navi del Doria; l’ammiraglio genovese si sposta incautamente verso la costa aprendo in tal modo un varco fra le sue linee ed il centro. L’Occhialì si avvia con la massima velocità consentita dai rematori verso l’apertura larga un miglio, subito seguito da una formazione di galee corsare. Prima che le navi della lega possano chiudere il varco, riesce ad attraversarlo con altri 12 capitani e può prendere alle spalle la flotta di don Giovanni d’Austria con il vento in poppa. Conquista la “Fiorenza”; con 7 galee si getta sulla capitana dei cavalieri di Malta, che è comandata da Pietro Giustinian, suo nemico personale. Lo scontro è accanito; il Giustinian è catturato dopo essere stato ferito da 5 frecce turche; l’Occhiali fa suo anche il vessillo dei cavalieri: sono sgozzati sul ponte 36 cavalieri e tutti gli ufficiali. Mette fuori combattimento 12 galee con l’uccisione di più di 1000 uomini. Appena tenta di disimpegnarsi, gli piomba addosso il Santa Cruz con la retroguardia. L’Occhialì taglia le cime della capitana maltese e si dà alla fuga con il gonfalone della nave avversaria: a bordo di essa si troveranno solo 3 superstiti, 2 cavalieri privi di sensi a causa delle ferite ed il Giustinian stesso: intorno ad essi giacciono i corpi di altri cavalieri, soldati e marinai e quelli di 300 turchi uccisi nel loro tentativo di avere il possesso della nave. L’Occhialì abbandona anche le 12 galee conquistate, e si mette in salvo con 25 galee e 20 galeotte, navi che hanno subito tutte forti danni nello scontro navale e che si affiancano a lui nella sua navigazione verso Costantinopoli. Ad accoglierlo nel porto, trova una folla festante ed un sultano riconoscente per avere fugato lo sconforto della sconfitta. [...] la sua squadra navale rimane l’unica forza navale turca che ancora batta il mare. Sta nascosto fra un’isola e l’altra, finché gli riesce di assalire una galea veneziana, la “Bua”, più lenta delle altre. A dicembre, punta su Costantinopoli con la flotta rimastagli; raccoglie 87 navi in vari porti dell’arcipelago. Viene nominato ammiraglio della flotta turca; gli è ordinato di abbandonare il soprannome di Uluge (rinnegato) per quello di Kilige Ali, Ali la Spada» (da www.corsaridelmediterraneo.it).

L’uomo, la spada
La sua carriera prosegue inarrestabile per sedici anni: finché, nel luglio del 1587, muore misteriosamente. Nessun cronachista dell’epoca è stato in grado o ha avuto il coraggio di riportare le modalità della morte di Occhialì. In tempi successivi, poeti e storici hanno avanzato varie e talvolta azzardate ipotesi sulla scomparsa di Ali la Spada: forse avvelenato da uno schiavo cristiano desideroso di vendetta; forse sgozzato dal suo infido barbiere vendutosi al nemico; forse schiantato tra le braccia di una bella schiava greca. Immensamente ricco, lasciò tutti i suoi favolosi tesori al sultano, insieme a 1300 schiavi.
Il mio compito, quello di chi aiuta a ricordare, termina qui. E riconsegno Occhialì alla storia, o forse alla leggenda (e gli dèi sanno se lo merita), con le parole leali dei suoi avversari: «Di nazione calabrese, schiavo e tenuto al remo qualche anno, che poi, rinegando, è asceso a tanta stima di savia e di ardita persona, che non ha alcuno il Gran-Signore cui più creda in questa materia [la marina] che a lui» (da una relazione di Giacomo Soranzo al senato veneziano).

* I bonavoglia erano uomini liberi benché il più delle volte disperati che si offrivano volontari per la voga sulle galere; giusto per esser tignosi, più di duecento anni dopo questi fatti, nel 1788, la Repubblica di Genova usava invece tenere incatenati i suoi bonavoglia: «il bonavoglia a’ termini del suo contratto è esente di giorno dalla catena [...] se [...] il bonavoglia commette mancanza, [è] condannato per qualche tempo alla continua Catena…» — “Decreto sotto relazione del prestantissimo Magistrato de’ conservatori delle leggi”, 26 settembre 1788.


ott 6 2009

El Baradei: "Israele pericolo numero uno in M.O."

«È Israele il pericolo numero uno in Medio Oriente, per via delle armi nucleari che possiede»: l’ha detto senza mezzi termini in una conferenza stampa il direttore generale della AIEA, Mohammed El Baradei. Lo scatto del solitamente laconico dirigente dell’ONU è stato riportato dall’agenzia cinese Xinhuanet.


ott 6 2009

Tornatore e "Baaria": una vergogna (2)

Ieri ho dimenticato di riportare l’ottimo articolo che Oscar Grazioli, medico veterinario, giornalista e scrittore ha pubblicato su “il Giornale” di giovedì 1 ottobre. Rimedio subito.

Tornatore, sgozzare tori non è azione da Oscar

Apprendo che Baarìa, l’ultimo film di Giuseppe Tornatore, è stato designato dall’Anice a rappresentare l’Italia nella corsa al premio Oscar. Sarà contento il regista, forse un po’ meno del botteghino, dove ci si aspettava maggior trionfo. Può darsi che un freno all’invasione delle sale cinematografiche sia anche dovuto a una scelta del regista duramente, e giustamente, stigmatizzata non solo dagli animalisti, ma anche da chi possiede un minimo di sensibilità nei confronti degli animali. La polemica riguarda la scena in cui un bovino viene crudelmente ammazzato con un punteruolo conficcato nella fronte, quindi sgozzato, ancora vivo. Mentre il sangue esce copioso, dai vasi recisi, viene raccolto per essere dato, come corroborante, a una donna incinta…

La Lav ha denunciato subito l’episodio ai media, mentre l’associazione dei consumatori Codici ha invitato la gente a disertare le sale cinematografiche dove il film viene proiettato. «Col film Baarìa siamo tornati di colpo indietro di 50 anni, quando per girare i western si uccidevano i cavalli facendoli realmente cadere da scenografici dirupi», denuncia Valentina Coppola, responsabile della sezione ambiente del Codici di fronte alla truculenta uccisione avvenuta per il film di Tornatore. E al di là della scelta di una ricostruzione realistica di quei tempi bui, nella fase di transizione dal fascismo al comunismo, quello che fa riflettere è, prima di tutto, se di queste scene violente ce ne sia proprio la necessità, specie in una pellicola visibile a ogni tipo di pubblico, senza alcun limite di età. Tornatore ha chiarito che la scena non poteva essere evitata. Sicuramente un virtuosismo artistico di incommensurabile valore. Lo stesso regista, in una conferenza a Firenze, ha affermato di aver tentato con gli effetti speciali, ma non funzionavano. Non si pretende che arruolasse Douglas Trumbull, il supervisore degli effetti speciali di capolavori quali 2001 Odissea nello Spazio, Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo e Blade Runner, ma era sufficiente un computer e uno che lo sapesse usare per «taroccare» la scena, ma renderla realistica. Evidentemente in Tunisia Tornatore non disponeva di questi raffinati mezzi. Aveva solo il punteruolo.

Il regista, nel suo delirio di ricostruzione della realtà più realista, ha invece preferito andare in un macello tunisino e filmare quel che si usava fare decenni fa per i grossi animali, prima che comparissero la pistola a proiettile captivo o l’elettrocuzione (scossa elettrica), metodi di stordimento ritenuti umanamente accettabili. «Tanto» ha detto «qui ne ammazzano così, diversi al giorno». Viene in mente la donna che compra la pelliccia di visone. «Tanto i visoni erano già morti». Intanto la scena è girata in Tunisia, lontano dalle severe leggi italiane.

Vuoi mostrare la dura realtà dei tempi senza effetti speciali? Bene, allora gira in Italia e prenditi le tue responsabilità, caro regista, altrimenti ti becchi giustamente gli epiteti che stanno girando sul Net circa il tuo operato. D’altronde, nel film, durante il racconto del passato al ragazzo, si vede improvvisamente la testa di un uomo spappolata da un colpo sparato a bruciapelo. Fiction o realtà? Effetti speciali o Tornatore ha pagato per rappresentare realisticamente la scena, girandola magari in Cina o in Algeria, dove qualcuno che per dieci euro spara o sgozza davvero (uomini), si trova a ogni angolo di strada? Qui gli effetti speciali hanno funzionato, almeno si spera, con i bovini no. Che strana regia.

Oscar Grazioli


ott 5 2009

Tornatore e "Baaria": una vergogna

Potrei dire che non ho avuto neanche un attimo di tempo per commentare Baaria; invece sarò sincera e dirò che mi mancavano le parole. Hanno già detto tutto molti altri, e non mi resta che accodarmi sottoscrivendo tutto quello che è stato scritto in merito alla famosa scena del bovino sgozzato.
Di mio aggiungo soltanto, e nel farlo smetto il mio abituale contegno, che mi sono un tantinello rotta di sentire giustificazionismi estetico-antropologici su certe questioni: se in un documentario vedo il solito leone che preda la solita gazzella non mi sposto di un millimetro — è la natura, che non è né madre né matrigna ma è quello che è. Che in un film, con quel po’ po’ di effetti speciali oggi a disposizione, si debba uccidere deliberatamente un animale per dare al tutto un tocco di emozionante verismo, mi sembra una stronzata bella e buona. Se proprio uno vuole una bella botta di adrenalina, vada un po’ a fare lo sminatore in Afghanistan.
Il film nel complesso è bello? Chissenefrega.
Tornatore è un grande regista? Chissenefrega.
Ma poi l’animale è stato mangiato… nei macelli succede di peggio…? Chissenefrega.
La diversa sensibilità oggi esistente su certe tematiche non è e non deve essere appannaggio di cerchie ristrette di sciroccati (come generalmente i non-animalisti vedono i c.d. animalisti…), ma deve diventare una norma etica.

Intanto c’è da firmare questo appello dell’ENPA, e poi da scrivere all’on. Francesca Martini:

Alla c.a. del Ministero del Lavoro, Salute e Politiche sociali
Del Sottosegretario di Stato alla Salute, On. Francesca Martini
Della segreteria del Sottosegretario di Stato On. Francesca Martini

Oggetto: “Che il film Baarìa di Giuseppe Tornatore non rappresenti l’Italia nella corsa al premio Oscar. La nostra nazione è civile, il film e lui no”.

Gentile Sottosegretario di Stato alla Salute, On. Francesca Martini,

apprezzando di cuore il suo intervento ripreso dalle maggiori agenzie di stampa in merito all’efferatezza con cui, per mero lucro, il regista Giuseppe Tornatore, nel suo ultimo lavoro cinematografico ‘Baarìa’ ha fatto uccidere trucemente un toro, ‘rifugiandosi’ per compiere il crimine, che va contro la legge italiana e qualsivoglia legge morale, in Tunisia, il/la sttoscritto/a ……………………… chiede che Lei possa intervenire affinché il film ‘Baarìa’, che non sottostà alle leggi italiane, non rappresenti per questo il Paese nella corsa al premio Oscar. Il suddetto film, infatti, non rappresenta affatto la cultura italiana e le leggi che governano la nazione, leggi che il regista ha deciso arbitrariamente e, allo stato attuale, impunemente, di violare.

Cordiali saluti

NOME, COGNOME… CITTA’

EMAIL: segreteria.martini@sanita.it
martini_f@camera.it

Vediamo che succede.


ott 1 2009

Quando il rimedio è peggio del male: niente vaccino contro l'influenza A

Chissà se nella nostra spettacolare repubblica Romina Power riuscirà a far sentire le ragioni di quanti non intendono sottoporsi alla vaccinazione contro la cosiddetta influenza suina: presumo siano, anzi siamo perché mi ci metto anch’io, una minoranza rispetto alla massa di quanti sono disposti a fare qualsiasi cosa purché gliela dica un’autorità purchessia — figurarsi un solenne medico in camice bianco o un austero ministro.
Eppure sull’inutilità (nel migliore dei casi) e addirittura sulla nocività (nel caso peggiore) dei vaccini esistono da tempo una casistica e una letteratura piuttosto cospicue, che chissà com’è siamo sempre in pochi a conoscere.
Tuttavia un mesetto fa è apparso in rete un rapporto illuminante o allarmante o entrambe le cose, fate voi, sottoposto da due ricercatori del britannico Institute of Science in Society a Sir Liam Donaldson, Direttore Medico del Regno Unito, e all’Agenzia per gli Alimenti e i Medicinali (Food and Drug Administration, FDA) degli USA.
Non sto neanche a farne un riassunto o a riportarne i passi salienti, perché credo che la cosa migliore sia andarselo a leggere per intero (se già non l’avete fatto), e magari provare a trarne delle conclusioni in modo autonomo, senza lasciarsi condizionare troppo dalla gente, dalla televisione o dalla “scienza”.