7 ottobre 1571: corsari a Lepanto

(da “Orion” n. 265, ottobre 2006, titolo originale «Corsari a Lepanto»)

Il puntuale ripetersi delle scadenze, anno dopo anno, ha un che di rassicurante più che di monotono. E anche se i giorni e i mesi vanno sempre via, la ciclicità del nostro esistere, che rende la nostra vita così diversa e così uguale (grazie, Guccini), e così frusciantemente simile a quei foglietti svolazzanti, suggerisce un’immutabilità affascinante per noi creature effimere che crediamo di essere i signori della Terra…
Quando andavo a scuola io, le scadenze dell’autunno erano sospese fra il sacro e il profano — il 4 ottobre, san Francesco d’Assisi (patrono d’Italia, ma non ho mai capito perché, dal momento che è il più panteista dei santi cristiani, e col Vaticano ebbe da dire… misteri della fede); il 31 ottobre, giornata del Risparmio (chissà se c’è ancora); l’1 e il 2 novembre (con quell’affollarsi di morti e vivi in giro per i cimiteri; e io grondavo lacrime d’inchiostro su temi deamicisiani che molto piacevano alla mia maestra, deamicisiana anch’essa); e su tutto si spandeva il profumo delle caldarroste, dispensate per quattro soldi da un’affabile vecchietta (ora ci sono nerboruti adulti muniti di veicolo a motore che con una mano ti elargiscono poche castagne malate e con l’altra ti rapinano 5 euro).

Come si cambia…
Segni dei tempi. Negli ultimi anni, per esempio, ogni ottobre che una qualche divina casualità mette sulla scorza di quest’arancia azzurra, scatta un’altra “giornata della memoria”, non meno fondamentalista di quell’altra che non dico e che si celebra a gennaio. E non meno fastidiosa. Non fate finta di non saperlo. Sto parlando di Lepanto, la cui ricorrenza cade il 7 ottobre.
Da qualche anno, dunque, ogni 7 ottobre si parla di Lepanto: e la querula insistenza che circonda l’evento aleggia per i quattordici giorni prima e per i quattordici giorni dopo — come le temibili “cose” delle donne.
Ma io mi ricordo che negli anni Settanta formidabili e sciagurati le femministe (quelle vere, quelle che volevano cambiare la testa della gente, quelle che a guardarsi intorno mi pare siano passate invano) — le compagne femministe organizzavano gruppi di autocoscienza, all’interno dei quali s’imparava pure ad affrontare il disagio legato a quella condizione mensile e tutta nostra (chi scrive è una donna), avvolta da residui paretiani di vergogna, imbarazzo, pruderie e senso d’inferiorità stratificatisi in secoli di devota misoginia. Dài e dài, almeno qui si è arrivati a qualcosa: e oggi “quei giorni” non sembrano più un problema.
Allora mi chiedo perché non sarebbe possibile organizzare degli analoghi gruppi di autocoscienza per imparare ad affrontare il disagio legato ai fatti di Lepanto.

Lepanto per noi…
… fu l’ultima battaglia a venire combattuta esclusivamente tra navi a remi, e fu senz’ombra di dubbio una delle più sanguinose che la Storia ricordi: i Turchi persero oltre 20mila uomini, la Lega Santa quasi ottomila.
Sicuramente, poi, lo schieramento cristiano vinse grazie alla superiorità schiacciante delle galeazze veneziane (praticamente inabbordabili e potentemente armate), e all’armamento individuale assai avanzato per l’epoca (gli europei disponevano di archibugi, mentre i turchi erano ancora armati con archi). Ma i cristiani preferirono attribuire la loro vittoria soprattutto alla miracolosa protezione della Vergine Maria: e nell’anniversario della battaglia fu fissata la festa della Madonna del Rosario.
Com’è come non è, per molti miei e vostri contemporanei, invece, quello scontro viene celebrato come una vittoria religiosa: il Cattolicesimo contro l’Islam — interpretazione, ne converrete, facile e comodissima.
In realtà (e questa è la versione più antipatica), in quello specchio di mare nel Golfo di Patrasso, ad essere in discussione erano le sorti politiche dell’Europa, dimostratasi fino ad allora incapace di opporsi concretamente alle conquiste del trionfante Impero ottomano. E fu soltanto con la paziente opera diplomatica del papa Pio V che si verificò l’autentico miracolo: convincere la Spagna di Filippo II, la Serenissima Repubblica di Venezia, la Repubblica di Genova ed altri alleati minori a superare i propri interessi particolari e ad unirsi nell’intento di respingere un avversario fattosi troppo pericoloso.
Ora, com’è andata a Lepanto lo sappiamo. Sappiamo dell’orrenda fine inflitta dai saraceni a Marcantonio Bragadin; sappiamo che nei combattimenti caddero quaranta cavalieri di Malta; sappiamo che praticamente tutto l’equipaggio della galera Fiorenza dell’Ordine di Santo Stefano fu ucciso (tranne, chissà come mai, il suo comandante Tommaso de’ Medici)… e molte altre cose variamente importanti, interessanti, folcloristiche o popolari.
Ne sappiamo di meno, invece, sulla morte di Don Girolamo di Pesaro, Giovanni Antonio di Jesi e Pietro Paolo di Maranzano, tutti e tre giustiziati per eresia il giorno prima di Lepanto, il 6 ottobre 1571.
Come ne sappiamo di meno sull’Index librorum prohibitorum — la Congregazione dell’Indice dei libri proibiti, fondata nel 1571 da Pio V come una istituzione di barriera, una muraglia virtuale volta a isolare e difendere il mondo cattolico dai pericoli rappresentati dalla stampa, specialmente ma non esclusivamente protestante: grazie ad essa e per secoli gli inquisitori poterono esercitare sul mondo della cultura una vigilanza speciale, che andava dalla concessione della licenza per la stampa e il commercio del materiale librario, al bando e alla censura per le opere, compresi i classici, ritenuti — anche indirettamente — pericolosi per la dottrina e la morale cattolica. Hroswitha di Gandersheim, con l’Index, avrebbe avuto vita durissima. Ma non divaghiamo. E restiamo su altri aspetti meno noti dell’evento-Lepanto: come, per esempio, il corsaro Occhialì.

Dalla rete alla scimitarra
Sappiamo, più o meno, che viso avesse, e che non era né giovane né bello come sempre sono gli eroi. Ma il nome proprio non lo sappiamo. Per comodità lo chiamiamo Occhialì, ma è noto anche come Ouloudj Alì, Uluch Alì, El Louck Alì, Uluch Alì, Uluge Alì, Uludo Alì, Euldj’ Alì el Fartas, Ucciali, Uchali, Ulug Alì, Vluzzali, Uichiali, Lucchiali, Locchiali, Luccali, Lucciali. Sembra che si chiamasse Luca Galeni, o forse di nome faceva Giovanni Dionigi. Era nato a Le Castella, pare, o magari a Cutro; di certo era calabrese, e figlio di un pescatore. Di certo era a Lepanto.
La sua vita potrebbe essere frutto della fantasia di Salgari — e invece è vera.
Nato nel 1519, Luca Galeni si guadagna la vita come pescatore: ma la sua intenzione è di farsi prete — non si sa se per vocazione o, più prosaicamente, per sottrarsi a una vita di stenti. A diciassette anni, nell’aprile del 1536, i suoi studi e i suoi sogni vengono bruscamente interrotti quando alcuni corsari, comandati da Ali Ahmed, piombano nel golfo di Squillace e nel corso di un’incursione nell’entroterra lo rapiscono. Ridotto in schiavitù, viene comprato dal corsaro Chiafer Rais (anch’egli di origine calabrese), proprietario di 3 galeotte, che lo destina al remo di una sua imbarcazione. Robusto e determinato, il giovane Galeni viene ben presto assegnato al remo di tribordo a prua, il posto tradizionalmente riservato al vogatore migliore, quello che dà il ritmo. La svolta della sua vita, a quanto pare, nasce da una casualità (il suo contemporaneo Shakespeare avrebbe detto «il caso è solo il nome che lo sciocco dà al Fato»…): un giorno viene insultato a morte da un marinaio napoletano che lo schiaffeggia. Desideroso di vendicarsi, si converte all’Islam: il che gli permette, pur continuando a tirare il remo come prima, di trasformarsi in bonavoglia e godere così di una relativa libertà* nonché di difendere il proprio onore: chiama l’uomo che lo ha insultato e lo uccide in una lotta corpo a corpo. Poco dopo arriva a sposare la figlia di Chiafer Rais, ed ottiene il grado di nostromo in una nave corsara. Ben presto arrivano i primi guadagni, grazie ai quali l’ex pescatore riesce ad acquistare la partecipazione in una galeotta; di qui al conseguimento della patente di comandante corsaro, il passo è breve. Siamo, più o meno, nel 1540 — Luca (o Giovanni Dionigi) Galeni non esiste più: sulla scena dei mari si affaccia Occhiali.

Il signore dei mari
Fino al 1571, le cronache registrano centinaia di combattimenti e decine di imprese, in un tourbillon di eventi che hanno il sapore della leggenda e la solidità della storia; nel 1562 il Sultano lo nomina capo della guardia di Alessandria (Al Iskandariyah) e comandante della nave ammiraglia; nel 1565 partecipa all’assedio di Malta per conto dell’Impero ottomano e, alla morte del Dragut, prende il suo posto come governatore di Tripoli; nel 1568 il sultano Solimano, in riconoscimento della sua attività, lo nomina begleberg o beilerbey di Algeri (vale a dire governatore) — sarà l’ultimo ottomano ad usufruire di tale titolo.
Nell’ottobre 1571, è a Lepanto, «al comando dell’ala sinistra, forte di 60-65 galee e 28 galeotte, equipaggiate quasi esclusivamente di corsari: di fronte ha le navi di Giovanni Andrea Doria. Quando vede lo schieramento avversario, prospetta al comandante supremo, l’agà dei giannizzeri Muesinsade Ali Pascià, l’ipotesi di una falsa ritirata per attirare la flotta nemica dove il golfo si restringe, in modo da sconvolgerne lo schieramento di battaglia. Finge di volere aggirare le navi del Doria; l’ammiraglio genovese si sposta incautamente verso la costa aprendo in tal modo un varco fra le sue linee ed il centro. L’Occhialì si avvia con la massima velocità consentita dai rematori verso l’apertura larga un miglio, subito seguito da una formazione di galee corsare. Prima che le navi della lega possano chiudere il varco, riesce ad attraversarlo con altri 12 capitani e può prendere alle spalle la flotta di don Giovanni d’Austria con il vento in poppa. Conquista la “Fiorenza”; con 7 galee si getta sulla capitana dei cavalieri di Malta, che è comandata da Pietro Giustinian, suo nemico personale. Lo scontro è accanito; il Giustinian è catturato dopo essere stato ferito da 5 frecce turche; l’Occhiali fa suo anche il vessillo dei cavalieri: sono sgozzati sul ponte 36 cavalieri e tutti gli ufficiali. Mette fuori combattimento 12 galee con l’uccisione di più di 1000 uomini. Appena tenta di disimpegnarsi, gli piomba addosso il Santa Cruz con la retroguardia. L’Occhialì taglia le cime della capitana maltese e si dà alla fuga con il gonfalone della nave avversaria: a bordo di essa si troveranno solo 3 superstiti, 2 cavalieri privi di sensi a causa delle ferite ed il Giustinian stesso: intorno ad essi giacciono i corpi di altri cavalieri, soldati e marinai e quelli di 300 turchi uccisi nel loro tentativo di avere il possesso della nave. L’Occhialì abbandona anche le 12 galee conquistate, e si mette in salvo con 25 galee e 20 galeotte, navi che hanno subito tutte forti danni nello scontro navale e che si affiancano a lui nella sua navigazione verso Costantinopoli. Ad accoglierlo nel porto, trova una folla festante ed un sultano riconoscente per avere fugato lo sconforto della sconfitta. […] la sua squadra navale rimane l’unica forza navale turca che ancora batta il mare. Sta nascosto fra un’isola e l’altra, finché gli riesce di assalire una galea veneziana, la “Bua”, più lenta delle altre. A dicembre, punta su Costantinopoli con la flotta rimastagli; raccoglie 87 navi in vari porti dell’arcipelago. Viene nominato ammiraglio della flotta turca; gli è ordinato di abbandonare il soprannome di Uluge (rinnegato) per quello di Kilige Ali, Ali la Spada» (da www.corsaridelmediterraneo.it).

L’uomo, la spada
La sua carriera prosegue inarrestabile per sedici anni: finché, nel luglio del 1587, muore misteriosamente. Nessun cronachista dell’epoca è stato in grado o ha avuto il coraggio di riportare le modalità della morte di Occhialì. In tempi successivi, poeti e storici hanno avanzato varie e talvolta azzardate ipotesi sulla scomparsa di Ali la Spada: forse avvelenato da uno schiavo cristiano desideroso di vendetta; forse sgozzato dal suo infido barbiere vendutosi al nemico; forse schiantato tra le braccia di una bella schiava greca. Immensamente ricco, lasciò tutti i suoi favolosi tesori al sultano, insieme a 1300 schiavi.
Il mio compito, quello di chi aiuta a ricordare, termina qui. E riconsegno Occhialì alla storia, o forse alla leggenda (e gli dèi sanno se lo merita), con le parole leali dei suoi avversari: «Di nazione calabrese, schiavo e tenuto al remo qualche anno, che poi, rinegando, è asceso a tanta stima di savia e di ardita persona, che non ha alcuno il Gran-Signore cui più creda in questa materia [la marina] che a lui» (da una relazione di Giacomo Soranzo al senato veneziano).

* I bonavoglia erano uomini liberi benché il più delle volte disperati che si offrivano volontari per la voga sulle galere; giusto per esser tignosi, più di duecento anni dopo questi fatti, nel 1788, la Repubblica di Genova usava invece tenere incatenati i suoi bonavoglia: «il bonavoglia a’ termini del suo contratto è esente di giorno dalla catena […] se […] il bonavoglia commette mancanza, [è] condannato per qualche tempo alla continua Catena…» — “Decreto sotto relazione del prestantissimo Magistrato de’ conservatori delle leggi”, 26 settembre 1788.

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