Uno scritto di Roberto Giammanco: EQUIVOCO E TERRORE

Inauguro il nuovo look di questo spazio con uno scritto di Roberto Giammanco, che mi onora condividendo con me le sue riflessioni sulla nostra difficile contemporaneità: e io, puntualmente, le condivido con i viandanti.

EQUIVOCO E TERRORE
nell’epoca del compimento del Dominio

    «La falsità è malvagia e colpevole,
    e la verità è nobile e degna di lode»

    Aristotele
    «L’abate Antonio scrutava la profondità dei giudizi di Dio, e domandò:
    “Signore, perché alcuni muoiono dopo breve vita, mentre altri
    giungono all’estrema vecchiezza? Perché alcuni mancano di tutto,
    mentre altri abbondano di ogni bene? Perché i malvagi sono ricchi
    e i buoni schiacciati dalla povertà?”. Una voce gli rispose:
    “Antonio, occupati di te stesso: questi sono i giudizi di Dio,
    e non ti è utile capirli”.»

    Dai Detti e fatti dei Padri del deserto

Il fragore e l’onnipresenza dell’universo multimediale paralizzano la riflessione e il buon senso. All’interno della frenetica accumulazione di dati, di informazioni e di immagini è indispensabile mettere in evidenza alcune delle invarianti, punti di partenza per orientarsi nei labirinti del Dominio. Insieme alle analisi critiche di fatti e misfatti del breve periodo, occorre sviluppare e verificare vedute d’insieme all’occasione anticipatrici dei problemi posti dal controllo sociale e dalla militarizzazione globale.
I punti di riferimento storici che, pur tra mille contraddizioni, sono stati lo scenario del mondo fino a pochi anni fa, non esistono più. La loro degenerazione nelle più abbiette forme di opportunismo, corruzione, banalità e insipienza dei protagonisti di allora e di oggi è il risultato di mutamenti reali che hanno prodotto ovunque un rovesciamento radicale dei presupposti più elementari dello stesso vivere, in occidente e altrove.
Esistono ancora altri modi di riflettere sullo stato delle cose in cui viviamo, all’ombra dell’immane potenza del flusso multimediale? Uno di questi potrebbe essere indagare se esiste la possibilità di sottrarre ciò che resta delle pulsioni umane, laiche e costruttive, alla rappresentazione mediatica del mondo, ai nuovi padroni del tempo storico e biologico.
Nel giro di pochi decenni sono esplosi tutti i miti del passato: i loro brandelli si sono consolidati assieme ad aspettative apocalittiche, a emotività patologiche che si equivalgono, pur nella differenza delle loro manifestazioni. Questo processo è legato alla rapida destrutturazione di un ordine sociale e culturale che, bene o male, si era formato su principi illuministici, laici e socialisti. Con il crollo di ogni opposizione, con i “funerali dell’utopia” – come dice Fabrizio De André nella sua canzone La domenica delle salme – il globalismo ha travolto tutte le dighe. “La mano invisibile del mercato – scrive Jean Ziegler – decide ogni giorno chi deve vivere e chi deve morire… I nazisti e i fascisti… malgrado i loro crimini mostruosi, hanno sempre colpito gruppi umani determinati, negando l’umanità di quei gruppi, di quelle etnie, e distruggendoli attraverso il genocidio… Il neoliberismo, invece, colpisce l’umanità intera.” (1)
Contro le falsificazioni e gli “equivoci” indotti dal flusso mediatico occorrono nuove logiche dei comportamenti e della riflessione; occorre dare un nome e un volto al senso di rassegnazione e al piatto conformismo imperante. Insieme alla denuncia delle cause, del resto evidenti e documentabili per chiunque abbia la volontà di vedere attraverso le nebbie delle mistificazioni, occorre portare alla luce i meccanismi dell’interiorizzazione che il globalismo impone in ogni settore della vita e in ogni angolo del pianeta. Occorre rivisitare banalità, omissioni e manipolazioni, affrontando un lungo viaggio che ci porti a ripercorrere tutte le tappe che rendono possibile la interiorizzazione della valanga di informazioni che nella rete trova la sua virtualità.
In che modo è possibile recuperare la continuità storica, intesa non come tradizione, mito, o nostalgia del passato, ma come consapevolezza del suo rapporto con la realtà del presente? Il globalismo si è appropriato del tempo e dell’utopia, e impone a tutti l’immediatezza.
L’informazione mediatica procede a ondate sempre più rapide e incalzanti che cancellano istantaneamente ogni traccia della precedente informazione, allo stesso modo in cui l’onda cancella sulla battigia la memoria dell’onda precedente, lasciando una sua traccia che subito dopo sarà a sua volta cancellata dalle onde successive.
La memoria, così, restringe sempre di più i suoi limiti, diventa a termine breve, poi brevissimo: una traccia istantanea che evoca un presente fittizio senza passato e senza futuro. Mentre la memoria storica è una memoria lunga, che ha bisogno di tempo per fissarsi e divenire identità e consapevolezza.
Ma per ora il tempo sembra appartenere al flusso mediatico, lo spazio al mercato globale, la vita al controllo sociale e l’immaginario all’equivoco e al terrore.
Tutto è allo stato gassoso.
Impariamo a respirare. Per fortuna c’è ancora chi cerca di farlo, per sé e per chi intender vuole.

Dominio e poteri

Ai futuri storici – se ci saranno – le nostre società occidentali appariranno come un coacervo di pulsioni ‘militarizzate’, tenute insieme da una tecnologia sempre più avanzata e dal flusso mediatico. Un coacervo equivoco, caratterizzato non da vere diversità e pluralità, ma da un unico, tentacolare potere di definizione e da un caleidoscopio di corollari. Ondate emotive e narcisistiche che scorrono per il mondo, con la velocità e l’inconsistenza del virtuale.
Avranno quegli storici che pure, in qualche modo, dovranno conservare frammenti della nostra epoca, la possibilità, l’interesse o il coraggio di capire cosa è successo a noi, nella nostra rappresentazione del mondo?
Riusciranno ad estrarre dal magma del nostro globalismo militarizzato le radici lontane e vicine che ci hanno precipitato in questo “vuoto della mente e del cuore”, in questo narcisismo all’ombra del nulla e del terrore?
Oggi, grazie a centinaia di basi sparse in tutto il mondo, all’egemonia sull’universo elettronico e su gran parte delle materie prime e del capitale finanziario, il potere di definizione imperiale controlla il virtuale e ne garantisce il dominio. È il Dominio che impone la definizione degli “stati-canaglia”. È il Dominio che si fa garante della valanga di equivoci, dalle “armi di sterminio di massa” di Saddam Hussein allo svolgimento dell’attentato alle torri gemelle dell’11 settembre 2001, alle finzioni sulla tortura e sui diritti umani.
È il Dominio che per otto anni, ad ogni accenno di momenti di crisi, manda in onda i video di Bin Laden con le terribili minacce di rappresaglie a tutto l’Occidente. Poi, dopo otto anni, si scopre che i cosiddetti filmati di Al-Qaeda sono stati falsificati digitalmente, e anche da chi.
Cito da Wired News: “Neal Krawetz, un ricercatore nonché consulente per la sicurezza informatica, ha fornite una interessante presentazione alla conferenza Black Hat sulla sicurezza di Las Vegas riguardo l’analisi delle fotografie digitali e delle immagini video alla ricerca di alterazioni e miglioramenti”. E ancora: “Grazie alla sua analisi, Krawetz ha potuto giungere alla conclusione che il logo AS-SAHAB (supposto ramo informativo di Al-Qaeda) e il logo INTELCENTER (un’organizzazione privata che ‘monitorizza l’attività terroristica’) con sede negli Stati Uniti, sono stati aggiunti al video nello stesso istante…”.
L’INTELCENTER che fa da “tramite fra il ramo informativo di Al-Qaeda e la stampa… è un gruppo di avanguardia del Pentagono costituito da individui strettamente legati a Donald Rumsfeld e alla macchina da guerra statunitense”(2). Teniamo sempre presente che il Dominio dispone di tecnologie e sistemi di controllo capaci di falsificare qualsiasi cosa: parole, immagini, fatti persone, testimonianze.
La differenza fra Dominio e potere è una questione di livello e di articolazione operativa. Il potere è subalterno al Dominio, ed è distribuito in quote diverse, o diversissime, tra le componenti del magma totale: governi, banche, multinazionali, chiesa cattolica, organizzazioni criminali, comunità etniche, partiti. Il potere o, per meglio dire, i poteri, si articolano in conflitti subalterni all’insegna dell’ homo homini lupus. Tutti sotto l’egida e all’ombra del Dominio, che nella prospettiva globale non è mai condiviso ma è sempre e soltanto autoreferente e onnivoro.
In Italia l’invariante fondamentale della evoluzione storica del paese è la Chiesa cattolica, che interferisce direttamente o per interposta persona con tutti gli altri poteri. Il sistema di controllo che essa esercita deriva da una interiorizzazione collettiva di secolare natura che ha impregnato di sé tutte le manifestazioni della vita nazionale. L’Italia è l’unico paese in cui un singolo potere interno ha tutte le caratteristiche del Dominio. Una vera bolla astorica in cui cattolici e non cattolici convivono insieme, all’ombra di questa invariante del controllo sulle pulsioni e sul costume.
L’esempio più clamoroso della metabolizzazione delle “versioni ufficiali” mediatiche è stata, con le sue terribili conseguenze, la copertura fornita dai mass-media di tutto il mondo all’attentato alla torri gemelle, in quel fatidico 9-11-2001, che ha sanzionato le guerre e l’arbitrio del Dominio americano su tutto il pianeta.
Decine di scienziati e tecnici ebbero, fin dai primi giorni, ben fondati dubbi sulla dinamica e le responsabilità di questo attentato. Uno dei critici più tenaci è stato Thierry Meyessan (3), il quale scrive: “Mai, mai… i media illustrano o confutano le argomentazioni dei critici… I dossier ufficiali paragonano ogni richiesta di chiarificazione sugli attentati alla negazione della ‘soluzione finale’ nazista”. E cita le sue esperienze personali: “Ho percorso tutto il pianeta, ho incontrato capi di stato e di governo… Ho espresso le mie opinioni davanti a molte reti televisive, raggiungendo in tutto, accumulandolo, un pubblico di oltre un miliardo di persone. Ma ho pagato a caro prezzo la mia impudenza. Sono stato insultato, derubato, minacciato, pedinato; ma io vedo oggi, ovunque, levarsi voci libere che rifiutano la menzogna ed esigono la verità”.
Le confutazioni tecniche della versione ufficiale fornita dalla commissione presidenziale Kean-Hamilton sono state numerosissime, e tutte hanno sfidato quel processo di assuefazione che i media impongono. Tutte hanno suggerito che, per far emergere la cosiddetta verità, è necessario infrangere il muro dell’assuefazione ai paradigmi della cultura di massa. I modelli che essa propone, reiterati all’infinito, sono basati su paradigmi ripetitivi e avulsi da ogni contesto. Ci ricordiamo quando Saddam Hussein e persino Milosevic venivano paragonati a Hitler, eterna icona del Male assoluto?
In questi mesi è sempre il Dominio che chiama a raccolta l’intera graduatoria dei suoi stati-clienti per imporre – con tutti i mezzi? – all’Iran la chiusura dei suoi impianti nucleari. Tutti gli scienziati onesti sanno che per arrivare a dotarsi di bombe atomiche, anche di effetto contenuto, l’Iran avrebbe bisogno di almeno altri dieci-dodici anni di tempo. Ma i media di tutto il mondo si incaricano di non far emergere le vere ragioni di questa nuova, prevedibile aggressione.
L’importante non è sapere se il vero è vero né se il falso è falso, ma far emergere dalle nebbie del flusso mediatico uno statuto del vero cui riferire, reciprocamente, il falso. L’importante è riuscire a rompere l’incantesimo.
Da quasi trenta anni, dall’inizio degli anni ’80, il globalismo è venuto via via ridimensionando la nostra possibilità di fare i conti con la storia. Il sistema mediatico della comunicazione trasforma tutto in icone, in paradigmi virtuali plasmati su una sola triade di elementi: successo, violenza, terrori.
Il ventaglio degli elementi del successo spazia da una ricchezza ottenuta con qualsiasi mezzo ad una bellezza sempre più omogenea e artificiale, ad una popolarità effimera, fino alla giovinezza degli interventi di chirurgia plastica.
I codici aziendali e militari condizionano ormai la vita di ognuno nel quotidiano. Divertimenti, rapporti familiari, sportivi, scolastici, culturali, sessuali e ludici finiscono per dipendere da un’unica matrice: le tecniche di assuefazione e di dipendenza che il globalismo adopera nella comunicazione sociale. Una di queste è la strategia dello struzzo come via di uscita, che fa leva sul narcisismo dell’audience per garantire l’indifferenza e promuovere mitologie dell’aggressività e del consumismo con il loro contorno di terrori e rassicurazioni.
Alla violenza e ai terrori, reali e immaginari, il flusso mediatico ha da tempo abituato il suo pubblico. Sugli schermi televisivi, le apocalissi che vengono incessantemente presentate sono quelle dei film polizieschi, degli horror, ivi compresa la cronaca nera quotidiana degli incidenti sulla strada e sul lavoro, della violenza metropolitana e delle tragedie familiari. Per non parlare dei continui allarmi per epidemie, vere o presunte, o addirittura pandemie che dovrebbero coinvolgere l’intero pianeta grazie al traffico globale e a beneficio delle grandi multinazionali farmaceutiche.
Oltre il 50% dei programmi televisivi non mostra altro che situazioni di violenza e di distruzione, in cui uomini, donne e bambini muoiono accoltellati, bruciati vivi, crivellati di proiettili, schiacciati da pesanti automezzi, gettati nel vuoto dai piani alti di un edificio, avvelenati, massacrati da esperti in arti marziali e anche – perché no? – falciati innocenti dal fuoco di polizie sempre in bilico tra la disponibilità alla corruzione e la connivenza politica.
Delle vere apocalissi – i massacri, la fame, le guerre di sterminio tanto necessarie all’economia del Dominio – non si fa parola; oppure si ricorre all’equivoco delle missioni di pace, con i loro danni collaterali. O ancora, quando conviene, l’orrore viene presentato come un fatto compiuto troppo virtuale per poter coinvolgere l’audience.
Il potere di definizione che presiede al flusso mediatico impone il suo linguaggio eufemistico. Definisce le aggressioni del Dominio come “guerre preventive”, “missioni di pace”, “missioni per la diffusione in tutto il mondo della democrazia”. Chiama “terroristi”, in modo indiscriminato, civili e combattenti, e chiunque nel proprio paese bombardato, invaso o ridotto ad alcuni lembi di terra circondati da un muro elettronico, reagisca allo sterminio e alla distruzione delle più elementari condizioni di sopravvivenza.
Con il globalismo elettronico la storia diventa una specie di galleria di stereotipi, sapientemente adattati alla capacità media di percepirli. Ma questa capacità dipende da fattori prefigurati, dall’omissione o dalla manipolazione di fatti e dissensi, ritoccati “in bello”, come si fa con le fotografie dei politici e delle veline. L’informazione e l’entertainment diventano automaticamente propaganda, sono intercambiabili e non c’è niente all’infuori di essi.

Guerra permanente e corollari

Dovrebbe essere ormai considerato un luogo comune da parte di chiunque, che il Dominio imperiale ha bisogno di una guerra permanente per far prosperare la sua economia e garantire la sua stessa esistenza. Corollario di questa ‘necessità’ è l’imposizione di un immaginario che attribuisce ad un Altro, definito e demonizzato, la responsabilità di tutti i massacri e le aggressioni che il Dominio stesso provoca e mantiene.
Nel 1938, il presidente F.D. Roosevelt raddoppiò il bilancio militare degli Stati Uniti. Dei tredici milioni di disoccupati della Grande Depressione del 1929 ne erano rimasti più di sei: la politica economica del New Deal aveva avuto effetti assai limitati. Il grande balzo in avanti fu segnato dalla seconda guerra mondiale, che garantì l’egemonia degli Stati Uniti, la piena occupazione e un benessere impensabile per una nuova classe media che finì per comprendere anche gran parte della classe operaia.
Puntualmente, da allora, prima di ogni guerra c’è stata una crisi economica. Nel 1950, alla vigilia della guerra di Corea; nel 1958-59, all’inizio dell’intervento nel Vietnam e così via, con alternanze più o meno lunghe, per tutte le guerre del secolo scorso. Nel 1980 Ronald Reagan si inventò le Guerre Stellari dando inizio alla globalizzazione neoliberista esplosa in tutta la sua virulenza dopo l’implosione gorbacioviana dell’URSS nel 1989.
Le necessità dell’economia globale di guerra fanno sì che, pezzo per pezzo, vengano scardinate tutte le tradizionali mediazioni. Hanno limitato in modo massiccio le sovranità nazionali, hanno unificato i comandi militari sotto l’egemonia degli Stati Uniti rendendo sempre più evanescenti le differenze culturali e impotenti le alterità organizzate.
Il modello applicabile a qualsiasi aspetto della vita e delle attività umane è quello dei criteri commerciali del globalismo aziendale e bancario. I problemi dell’assistenza sanitaria, dell’istruzione scolastica, della cultura e dell’arte vengono tutti affrontati con i criteri aziendali e verticistici del taglio dei costi, della massimizzazione del profitto, della precarietà del lavoro.
Siamo in presenza del processo di privatizzazione della più colossale economia di guerra mai concepita da mente umana. Il Dominio imperiale privatizza perfino la tortura, dandola in appalto a ‘ditte specializzate’. Oggi l’amministrazione Obama la definisce un “errore”; al tempo stesso, si rifiuta di incriminare la CIA e, soprattutto, le ditte appaltatrici.
Si tratta di un vero e proprio mercato dell’orrore ampiamente documentato su Internet, un vero e proprio spettacolo parallelo ai film di ‘fantasia’ prodotti dal mercato cinematografico e televisivo, ai quali non manca nessuna delle atrocità commesse dai funzionari dell’Impero. I “consulenti privati” da 2000 dollari al giorno sono stati specialisti nelle tecniche più raffinate come il water boarding, le scariche elettriche, le esecuzioni simulate e tutte le infinite fantasie del sadismo e della perversione umana. Chi potrà mai rassicurarci che non lo siano ancora?
Vale la pena di ricordare la continuità in atto, fin dagli anni ’60, con gli insegnamenti impartiti dall’ Academy of the Americas di Washington alle polizie e ai militari dell’America latina. Andiamoci a rivedere le documentatissime denunce della sinistra americana e di tanti intellettuali, corredate dalle foto della “valigetta kit” distribuita dalla CIA ai torturatori con tutti gli strumenti del mestiere (elettrodi, trapani di varia misura, bisturi, lampade abbaglianti, siringhe speciali ecc.). È sufficiente questa eufemistica terminologia – abusi, illegalità, iniziative individuali degli agenti della CIA e dei loro contractor – a far passare sotto silenzio le infinite omissioni e gli infiniti equivoci di questa continuità?
Nel 2005 il presidente Gorge W. Bush autorizzò la CIA a ingaggiare appaltatori privati per rapire sospetti terroristi in qualsiasi paese del mondo e trasportarli in prigioni segrete, dove venivano praticate varie forme di questa outsourcing torture. Il via-vai dei voli si svolse per anni tra l’Afghanistan, il Marocco, il Dubai, la Giordania; e anche in Italia ci sono stati vari casi di rapimento, documentati e indagati dalla magistratura.
Dopo l’11 settembre 2001, la tortura è stata autorizzata dal presidente George W. Bush sotto la definizione di “pressione fisica più intensa”. Da parte sua il flusso mediatico aveva già abituato i suoi utenti a convivere con gli orrori di Guantanamo e Abu-graib malgrado che, per ben due volte, nel 2004 e nel 2006, la Corte Suprema degli Stati Uniti avesse giudicato illegale Guantanamo e le sue gabbie di m. 2,00×2,44 esposte alle intemperie. Nonostante ciò Emilio Gonzales, direttore dell’I.R.S. (Internal Revenue Service) si poté permettere di dichiarare che “Guantanamo è l’unico luogo di Cuba in cui si rispettino i diritti umani” (4).

La Political Correctness della metaclasse

Il consenso che viene imposto a livello planetario si fonda sulla decostruzione di regole tradizionali e sulla loro riconversione in regole del Dominio. L’interiorizzazione di queste regole è, insieme, il fine e il mezzo: si tratta di convincere grandi masse di utenti e di clienti che hanno già interiorizzato tutte le componenti psicologiche del consenso.
L’onnipotenza di queste regole globali non è limitata dal fatto che i singoli, come i costruttori della Grande Muraglia descritti da Kafka, non possono né debbono comprenderle. Così l’identità distrutta viene ricostruita e il singolo, o il gruppo, la classe, l’etnia assumono il posto che occupano, a caso, a seconda dei ‘capricci’ o delle ‘necessità’ del Dominio. La classe sociale si fa casta, l’adulto bambino, l’oppresso oppressore, il consumo di merci e di pulsioni unico modo di vita. E il vuoto e l’indifferenza prodotti sono riempiti da immagini multicolori e da simbologie aggressive e terroristiche che fluiscono con fulminea rapidità, al di là dei tempi necessari al processo fisiologico dei riflessi condizionati.
La Political Correctness è una specie di metafisica del consenso e della mercificazione. Il suo presupposto è la metaclasse, che può essere definita come l’insieme degli utenti dell’universo virtuale dei media che crea e gestisce l’immaginario. Nella realtà sociale la metaclasse viene percepita come una identità di interessi, sostitutiva delle ‘vecchie’ divisioni di classe. Sul palcoscenico della politica, gruppi sociali formalmente antagonisti condividono l’atteggiamento verso questo o quel problema non più per ragioni ideologiche, ma perché sono parte integrante del consenso interno al sistema globale.
Nella metaclasse vige sovrana la legge dell’intercambiabilità. La ex sinistra e la ex destra sono pronte a rimpiazzare ciascuna il suo doppio: la metaclasse è trasversale rispetto a tutti i poteri interni alla sfera del Dominio.
L’immaginario della metaclasse è un contenitore composto da tante combinazioni: ex opposti e i loro contrari, naturalmente nelle versioni più o meno addomesticate. Vi troviamo in stretta coabitazione una sfrenata e/o mascherata propaganda militarista accanto alle missioni di pace, il razzismo più becero che ha come suo “Doppio” l’appello formale ai diritti umani, siano pure quelli dei torturati o degli annegati dei barconi alla deriva; le “crociate” contro l’Islam e le finzioni del dialogo ecumenico; il “processo di pace” alternante con i bombardamenti su Gaza e la frenetica costruzione di nuovi insediamenti; e così via, ad libitum.
Come esempio nostrano ricordiamo quel vero e proprio anticipatore soft della Political Correctness che è stato il “Partito di lotta e di governo”: i contrari dunque non si risolvono in opposti, ma piuttosto in grottesche identità.
Il globalismo del mercato capitalista e del suo immaginario si autodefinisce un “universo delle scelte”. Nel contenitore della Political Correctness, così come nella democrazia delle caste c’è da scegliere fra tanti piatti, all’interno di un unico menu; naturalmente deve essere garantita l’autocensura e l’automatica disponibilità a fare le domande ‘giuste’.
Il globalismo elettronico si vanta di aver superato l’anacronistica visione dell’unidirezionalità implicita nella piramide dell’industria culturale di massa. L’utente non sarebbe più alienato, ma creativo: può comunicare e rispondere, esprimere le proprie opinioni, fare i suoi commenti, all’occorrenza utilizzando il turpiloquio o immagini accattivanti e oscene. Inoltre, Internet favorisce e sviluppa la socializzazione: attraverso la rete è possibile entrare in contatto con milioni e milioni di corrispondenti sparsi per tutto il pianeta.
In realtà siamo di fronte ad una nuova forma di alienazione che deriva, oltre che dalla solitudine fisica dell’utente, dalle articolazioni stesse della rete. Internet aumenta l’impalpabilità dell’informazione, ne diminuisce la legittimazione e riduce tutto allo stato liquido.
Chi può sapere con esattezza quali informazioni sono del tutto vere, o parzialmente vere, o del tutto false? Chi controlla le fonti? Internet limita o addirittura impedisce ogni rapporto materiale con le prove e con l’evidenza dei fatti. Realizza il mito della libertà di espressione rendendola virtuale. Comunicazione e interazione appartengono alla tecnologia, sempre più sofisticata, e a chi la controlla: nella storia della libera comunicazione sociale siamo giunti ad una svolta decisiva e irreversibile.


Le nuove identità senza storia: la éducation sentimentale di Barack Obama

Grazie al globalismo elettronico il Dominio neutralizza e fagocita le identità altre, le definisce, assegna loro un posto nel mercato globale e trasforma la loro storia in stereotipi della esclusione o della assimilazione selettiva. Tutte le possibili ‘permissività’ sono implicitamente accolte a stimolare il consumismo, e l’unanimità del consenso. La conflittualità diventa reato o folklore, si trasforma in uno spettacolo su cui è consentito soffermarsi, purchè ne siano esclusi i contenuti reali. Vengono diffusi equivoci e presentati come realtà; l’informazione entra nelle menti dell’audience, già pronta a corrispondere alle sue aspettative. In un contesto simile, come far scattare il dubbio e l’esigenza della critica?
L’elezione a presidente degli Stati Uniti di Barack Obama è il risultato di una delle più straordinarie operazioni di marketing nella storia dell’industria culturale di massa: un abilissimo, incomparabile equivoco. Nella percezione di massa, il caso di Obama è analogo ai trionfi trentennali di Madonna, di Michael Jackson e di tante altre star del firmamento dello spettacolo, dell’entertainment e dello sport.
Barack Obama è l’icona mediatica meglio riuscita. È giovane, senza essere troppo adolescenziale né troppo atletico; è elastico, ma non muscoloso; si muove con passo casual, né impettito né ondeggiante, né rigido né sciattamente dinoccolato (à l’américaine, direbbero i francesi). A parte la négritude del suo certificato di nascita, sembra un attore della Hollywood degli anni ’60-’70 in procinto di salire sul set.
Ma il capolavoro della éducation sentimentale che Obama ha ricevuto è la sua oratoria e la sua performance sul palcoscenico. Tutti i suoi discorsi sono costruiti come sapienti partiture, tanto nell’atteggiamento che nella espressione vocale.
Alla fine di ogni frase tronca l’ultima sillaba, volgendo la testa da un lato; alla fine della frase successiva, la rivolge dal lato opposto. Perfetto è il tono di chiusura degli enunciati, sempre lo stesso sia nelle ottave alte che in quelle basse; sorprendente è il livello costante della sonorità, che ricorda certi recitativi operistici o certe conversazioni di gruppo a lume di candela.
A volte, come nel discorso del 23 settembre 2009 all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, alza gradualmente il tono fino al forte (ma mai fino all’acuto), in un crescendo che arriva alle parole chiave del suo dire: speranza, cambiamento, pace, tecnologia, opportunità, sicurezza, valori, proliferazione nucleare, responsabilità, sanzioni, estremisti (termine usato in alternativa a “terroristi”), il tutto in nome della pace universale. In certi momenti, come quando ha affrontato il problema delle sanzioni all’Iran e quello della ormai stantia impostura dei due stati, Israele e Palestina, il crescendo della sua voce ha assunto un registro roco, quasi tetro, come il passaggio da un ‘maggiore’ ad un ‘minore’.
Non sono mancate, in quel discorso, cadute patetiche sulla fame nel mondo, sulla sete di miliardi di persone; Obama è arrivato persino a definire come ingiustizia “la morte di un bambino per una malattia che avrebbe potuto essere curata”. Ha definito quindi la corruzione come l’ostacolo principale per le nazioni in via di sviluppo: il business americano è costretto, ahimé, a pagare le tangenti a corrotti governi locali. E nel finale è ricorso, quasi a bassa voce, a uno dei pilastri del repertorio dell’American Dream: “Questo è ciò che tutti i popoli del mondo vogliono per il futuro dei loro bambini”.
Obama è intelligente, e sa bene come evitare le argomentazioni pericolose. Non per nulla è cresciuto ed è stato scelto nell’ambiente giuridico, proprio perché portatore di un’immagine che gli Stati Uniti dovevano contrapporre a quella dell’ottuso e goffo George W. Bush. Ha la dote di saper semplificare ogni complessità, isolando un aspetto del problema e rovesciandone i rapporti di causa ed effetto. Basterebbe sottolineare il passaggio che ho appena citato: “l’ostacolo principale alle nazioni in via di sviluppo è la corruzione” dal momento che il business statunitense, e cioè le multinazionali che si portano via tutte le loro risorse, “è costretto, ahimè, a pagare tangenti a corrotti governi locali”. Sorvolando sul fatto che i governanti locali non corrotti hanno avuto sempre, ahimè, vita molto breve.
Il 9 ottobre 2009 il Comitato del Nobel ha conferito a Barack Obama il premio per la pace. “È un incoraggiamento – è stato detto da più parti – e non il riconoscimento per qualsivoglia risultato”; anche perché sarebbe pretendere troppo dalla Casa Bianca dopo neanche un anno. Tanto più che il presidente deve gestire due guerre disastrose: ha già aumentato il bilancio del Pentagono ed è in vista il rafforzamento del contingente militare in Afghanistan con circa quarantamila uomini, mentre Israele risponde negativamente ad ogni richiesta di bloccare la costruzione di altri insediamenti e continua a minacciare il bombardamento delle istallazioni nucleari dell’Iran.
Obama conosce i limiti del suo potere: basterebbe considerare la composizione del suo Gabinetto (5). E quando parla di cambiamento, è ben consapevole che sta dando voce soltanto alla speranza di tanti suoi elettori. Questa speranza non è stata il risultato dell’irruenza di una diffusa protesta sociale o delle pressioni di un movimento politico di massa: Obama presidente è il frutto dell’investitura che gli è stata conferita dall’élite del potere.
L’attuale crisi economica, sotto certi aspetti peggiore di quella del 1929, è la conseguenza delle deregolamentazioni selvagge portate avanti dapprima dal presidente Ronald Reagan, poi da Bill Clinton, da George senior e da George W. Bush. L’ impoverimento delle classi medie è ormai drammatico e la disoccupazione in continuo aumento, malgrado le decine di miliardi di dollari che Obama ha concesso alla banche, le quali se ne servono per sostenere vecchie e nuove speculazioni. Le guerre in corso hanno costi ormai insopportabili per l’economia degli Stati Uniti e dei suoi stati-clienti: si pensi che il costo di un solo soldato in Afghanistan per un anno varia da 750.000 dollari a un milione.
La speranza in Obama è l’antidoto d’immagine alla politica delle amministrazioni precedenti: per i suoi elettori e simpatizzanti di tutto il mondo, è come un’ultima spiaggia. Purtroppo, però, Obama non dispone – al contrario di Joseph Ratzinger – dell’arma infallibile nei secoli, la speranza nell’aldilà.
La legge dell’equivoco è stata ancora una volta rispettata. Si è avverata la dolente riflessione di Walter Benjamin sullo ‘stato di emergenza’: “Tutti gli sforzi per estetizzare la politica culminano in un solo punto: la guerra… Solo la guerra consente di mobilitare tutti i mezzi tecnici dei nostri giorni senza cambiare nulla al regime di proprietà” (6).

NOTE

(1) Jean Ziegler, La privatizzazione del mondo, Napoli, Tropea Editore, 1995, p. 10
(2) Paul Joseph Watson, “Prison Planet” sulla TV 1/3 (Alex Jones del 15.09.2009) YouTube.com
(3) Thierry Meyessan: www.voltairenet.org, article 161177.ht.nil
(4) “Guantanamo non chiude”, 27.10.2009 http://byebyeunclesam.worldpress.com, tratto da Il segreto di Guantanamo di Thierry Meyssan.
“Perché Guantanamo è ancora lì, ad un anno dalla elezione di Barack Obama?” è la domanda che si pone Thierry Meyssan.
“Guantanamo non riguarda solo alcuni (sic) rapimenti e una prigione, ma il gruppo medico d’assalto istituito dalla Marina degli Stati Uniti e capeggiato dal professor Seligman, una star della psichiatria, noto per il suo lavoro sulla depressione. È lui che ha supervisionato gli esperimenti su cavie umane. Alcuni prigionieri sottoposti a terribili torture finivano spontaneamente per mettersi da soli in questo stato psicologico che permetteva loro di sopportare il dolore, ma nello stesso tempo li privava di ogni capacità di resistenza.
I torturatori americani hanno sviluppato un protocollo scientifico che si basa sulla misurazione delle fluttuazioni ormonali rilevate attraverso l’analisi di campioni di saliva e di sangue, prelevati ad intervalli regolari dalle cavie umane per valutarne le reazioni. I torturatori hanno reso i loro crimini più sofisticati: ad esempio, hanno sollecitato, con la musica stressante, tutte le percezioni sensoriali per impedire al prigioniero di dormire. Hanno ottenuto i risultati ‘migliori’ trasmettendo grida di bambini inconsolabili per giorni e giorni; oppure hanno mostrato tutta la potenza dei rapitori con i pestaggi…
I progressi più importanti sono stati compiuti con la ‘punizione della vasca’. Un tempo, anche la Santa Inquisizione immergeva la testa del prigioniero in una vasca e la ritirava poco prima della morte per annegamento. La sensazione di morte imminente causa la massima ansia; ma il processo era primitivo, e gli incidenti erano frequenti…. Ora il prigioniero viene fatto giacere in una vasca vuota: lo si annega versandogli acqua sulla testa con la possibilità di fermarsi istantaneamente.
Ogni sessione è stata codificata per determinare i limiti della sopportazione. Alcuni assistenti misurano la quantità di acqua utilizzata, i tempi e la durata del soffocamento. Quando ciò accade, recuperano il vomito, lo pesano e lo analizzano per valutare l’energia e la stanchezza prodotte.
Per evitare le controversie che si erano sviluppate attorno a Guantanamo, la Marina americana ha creato altre prigioni segrete, poste al di fuori di qualsiasi giurisdizione in acque internazionali. Diciassette imbarcazioni a fondo piatto, del tipo usato dalle truppe da sbarco, sono state trasformate in prigioni galleggianti, con gabbie come quelle di Guantanamo; tre sono state identificate dalla Associazione britannica Reprieve. Se aggiungiamo tutte le persone che sono state fatte prigioniere in zone di guerra o sequestrate in qualsiasi parte del mondo e trasferite in questa serie di carceri, negli ultimi otto anni un totale di ottantamila persone sono transitate nel sistema.
In conclusione, il problema dell’amministrazione Obama è il seguente: non è possibile chiudere Guantanamo senza rivelare ciò che è stato fatto, e non è possibile riconoscere quanto è stato fatto senza ammettere che tutte le confessioni ottenute sono false perché deliberatamente estorte sotto tortura.
Alla fine della seconda guerra mondiale, dodici processi furono istruiti dal Tribunale militare di Norimberga. Uno era dedicato a ventitré medici nazisti: sette furono prosciolti, nove furono condannati a pene detentive, e sette furono condannati a morte. Esiste un codice etico che disciplina la medicina a livello internazionale; esso vieta proprio ciò che i medici statunitensi hanno fatto a Guantanamo e in altre prigioni segrete.”

(5) Bastano alcuni nomi: Robert Gates, titolare del Pentagono sotto l’amministrazione di George W. Bush; Timothy Geither, segretario al Tesoro, e Lawrence Samners, ora presidente dell’Economic Council come lo era stato sotto l’amministrazione Clinton, entrambi da sempre rappresentanti degli interessi bancari e dell’alta finanza. Per non parlare di Hillary Clinton, attuale Segretario di Stato.
A capo della amministrazione presidenziale c’è il Segretario della Casa Bianca, Emanuel Rahm, il più accanito sionista che ha anche la cittadinanza israeliana e che, in più occasioni, si è detto favorevole al bombardamento delle istallazioni nucleari dell’Iran.
E, infine, ‘consigliori’ alla larga di Obama sono le teorie di Zbignew Brezinski: è del 1997 il suo libro The great chessbord in cui sviluppava in forma sistematica tutte le invariabili della strategia imperiale per la “unending war”, la guerra senza fine.
(6) Walter Benjamin, L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica (1936). Edizione italiana: Torino, Einaudi, 1974, pp.46-7

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