Bertolaso ministro
Promoveatur ut amoveatur?
Finalmente disponibile in italiano, sul sito della rivista Eurasia, il testo integrale del nuovo Manifesto politico del partito libanese Hezbollah, con una prefazione del curatore Pietro Longo.
Ricevo da Nadine Rosa-Rosso e volentieri pubblico il suo intervento del 17 gennaio 2010 al Beirut International Forum. (La traduzione italiana è disponibile sul sito della rivista Eurasia).
L’agression sioniste contre Gaza de l’hiver 2008-2009 est la continuation de la guerre de colonisation commencée en 1947. Cette dernière guerre a été préparée politiquement, particulièrement pour le public occidental, par le placement, par les USA et l’Union européenne, du Hamas, du Jihad Islamique, du FPLP et de cinq autres organisations de résistance palestinienne sur la liste des organisations terroristes.
Or pour Dirk Marty, rapporteur au Conseil de l’Europe, « se trouver sur cette liste équivaut à une condamnation à mort ». L’offensive contre GAZA avait pour but clair d’exécuter cette peine de mort : liquider la résistance palestinienne à travers la destruction du gouvernement palestinien démocratiquement élu.
Ce que l’armée sioniste réalise avec ses soldats, ses avions, ses chars, ses bombes, les gouvernements européens le réalisent avec des lois qui criminalisent la résistance et ceux qui la soutiennent. Lutter contre l’agression et la colonisation signifie donc aussi aujourd’hui concrètement en Europe lutter pour le retrait des organisations de résistance palestiniennes de la liste des organisations terroristes.
C’est pour cette raison que j’ai lancé un appel le 1er février 2009 au retrait du Hamas et des autres organisations palestiniennes de la liste européenne des organisations terroristes.
Nous partons du point de vue que la question palestinienne n’est ni une question religieuse, ni une question humanitaire. C’est une question éminemment politique. Elle consiste à dénoncer le caractère colonial d’Israël et de toute sa politique et à reconnaître et soutenir comme légitime la résistance du peuple palestinien et de toutes ses organisations de résistance. Continue reading
Mi toccherà andare a vedere Avatar. Mio figlio martella da settimane, ormai, e la capitolazione è imminente.
A giudicare dai trailer che ho visto, dalle recensioni che ho letto e dai commenti che ho sentito, mi sono fatta l’idea che il filmone sia per certi versi uno zoppicante remake in chiave fantascientifica e salsa ipertecnologica di quell’autentico capolavoro che fu, invece, Mission — epocale, uno dei dieci film da salvare.
La nuova storiellina di Cameron sembra semplice, e l’happy end assicurato.
Quanto al messaggio, mi sento di condividere largamente l’analisi di George Monbiot. Il quale non dice nulla di nuovo segnalando che la destra americana in blocco condanna il film, accusandolo di suscitare sentimenti antiamericani negli spettatori. È da un bel po’, ormai, che il prodotto “politica estera statunitense” non tira più come prima sul mercato “resto del mondo” (aperta parentesi: sarà per questo che preferisce tirare bombe e missili in Afghanistan e Iraq? A questa domanda non mi saprà rispondere nessun italiano, immagino, perché è noto che anche noi italiani stiamo in Afghanistan e Iraq, però in missione di pace: e per non farci sgamare dagli occhiuti servizi dello zio Sam ci stiamo con armi, bagagli e divise. Chiusa parentesi), quindi plausibilmente tutto ciò che abbia un sia pur lieve sentore di messa-in-dubbio-dei-valori-americani non sarà visto di buon occhio dagli States.
Anche in Italia, sembra, c’è parecchia destra che non apprezza per nulla Avatar: e anche qui non c’è nulla di cui meravigliarsi. Mi stupisce, invece, la recensione del film apparsa il 10 gennaio sull’“Osservatore romano” a firma di Gaetano Vallini, e che è stata additata generalmente come una stroncatura. Personalmente mi sembra che Vallini non dica niente di particolarmente malvagio nei confronti di Cameron e del suo film, limitandosi a denunciarne la superficialità — ciò che, come sottolinea Monbiot, non impedisce che il film costituisca un interessante stimolo alla riflessione.
Il guaio è che quando si parla di genocidi siamo tutti coinvolti — anche se ci crediamo assolti da condizionamenti secolari o considerazioni superomistiche (nessun riferimento a Nietzsche, si badi). Invece dovremmo, evangelicamente, imparare a non scandalizzarci troppo della pagliuzza nell’occhio altrui e preoccuparci un po’ di più della trave nel nostro: rilievo, mi si perdoni l’ardire, che non casualmente cade a ridosso di quella giornata che si vorrebbe dedicata a una memoria molto speciale.
E a proposito dei condizionamenti e delle considerazioni cui accennavo poc’anzi, in questi giorni mi trovo a discutere, in una piazza virtuale, dell’ottimo testo di David E. Stannard Olocausto americano. La conquista del Nuovo Mondo. Uno dei miei interlocutori l’ha liquidato come “un libello di propaganda antieuropea” — cosa che mi ha procurato sorpresa non minore di quando, molti anni fa, lessi che il Malleus maleficarum di Sprenger e Institor Kramer era, secondo Carolyn Merchant, “un pamphlet antifemminista” (preciso che il saggio della Merchant è, nonostante questo scivolone, uno dei testi più apprezzabili che abbia mai letto sull’argomento).
Ora, indipendentemente da come ci si vuol porre nei confronti della Conquista e del colonialismo/imperialismo eccetera, è innegabile che gli Spagnoli e i Portoghesi e i Francesi e i Tedeschi e financo gli Inglesi (anche se non gli piace sentirselo dire) siano europei, monoteisti a vario titolo e di pelle bianca o appena un po’ abbronzata — benché meno del presidente che piace al nostro presidente.
Il che dovrebbe suggerirci qualche considerazione su ciò che è divenuto il pianeta a partire da allora; e meditare sul fatto che se oggi ci troviamo come ci troviamo qualche responsabilità quegli europei monoteisti e di pelle bianca dovranno pure averla. E possibilmente trarne qualche conclusione o almeno qualche linea di vetta cui attenersi progettando il proprio agire — ci sarà pure qualcosa che vogliamo trasmettere a chi verrà dopo di noi…
Politicamente, Guido Bertolaso è un dead man walking. L’incauto aveva già osato rilevare una certa disorganizzazione nella gestione degli aiuti ad Haiti, ma qualche giorno dopo ha commesso un errore irreparabile tirando in ballo direttamente gli USA, quando ha dichiarato senza mezzi termini che «Gli americani tendono a confondere l’intervento militare con quello di emergenza» ed esprimendo altre riserve sulla macchina dei soccorsi.
Detto fatto, il segretario di Stato Hillary Clinton ha espresso tutta la sua disapprovazione, e a nulla è servito il fatto che anche la prestigiosa rivista The Lancet avesse denunciato la conduzione caotica degli aiuti e la smania di protagonismo delle oltre cinquecento Ong presenti sull’isola.
Il governo italiano si è prontamente dissociato dalle azzardate esternazioni di quello sventato di Bertolaso, e lunedì 25 gennaio, di pomeriggio, l’ambasciatore David Thorne ha chiesto al sottosegretario Gianni Letta la possibile sostituzione del reprobo, «reo di aver messo in difficoltà l’amministrazione Obama».
Bertolaso, poveretto, ha tentato di giustificarsi ma non ci è riuscito — il giustificazionismo si addice agli States e a nessun altro.
Solidale con Bertolaso, gli auguro che abbia un lavoro alternativo, perché questo mi sa che l’ha perso.
Fonte: lescienze.espresso.repubblica.it
Nel nuovo studio i ricercatori hanno esaminato la diversità relativa al cromosoma Y, che passa di padre in figlio. “Ci siamo concentrati sul più comune lignaggio relativo al cromosoma Y, di cui sono portatori circa 110 milioni di europei. Esso segue un gradiente da sud-est a nord-ovest raggiungendo una frequenza vicina al 100 per cento in Irlanda. Abbiamo esaminato come il lignaggio si è distribuito, com’è diverso nelle differenti parti d’Europa e quanto è antico”, ha osservato Jobling.
In particolare, la ricerca si è concentrata sullo studio dell’aplogruppo R1b1b2, contraddicendo precedenti studi che sulla base di una sua maggiore frequenza nelle regioni più occidentali avevano desunto che esso traesse origine dalle popolazioni paleolitiche di cacciatori-raccoglitori. Nel nuovo studio si mostra invece che, tenendo conto della distribuzione delle diversità all’interno dell’aplogruppo, la sua distribuzione geografica è spiegata molto meglio ipotizzando la sua diffusione a partire da una unica fonte giunta dal Vicino oriente attraverso l’Anatolia.
Ciò significa, osservano i ricercatori, che oltre l’80 per cento dei cromosomi Y europei derivino dagli agricoltori immigrati. Per contro buona parte del lignaggio genetico materno sembra derivare dai cacciatori-raccoglitori. “Questo - osserva Patricia Balaresque, prima firmataria dell’articolo – ci suggerisce un vantaggio riproduttivo per gli agricoltori rispetto ai cacciatori-raccoglitori nel corso del passaggio dalla cultura della caccia e raccolta a quella agricola. Forse allora appariva molto più sexy essere un agricoltore.” (gg)
Un eccezionale articolo di George Monbiot apparso martedì 12 gennaio 2010 su The Guardian. (La traduzione è mia).
In Emilia Romagna, interessante ciclo di conferenze su Islamofobia: attori, tattiche, finalità.
In queste ultime ore che vedono alla ribalta la tragedia di Haiti, mi è capitato di sentire e leggere più volte i termini “insensato” e “crudele” in riferimento al terremoto che ha colpito l’isola caraibica.
Ciò che denuncia, una volta ancora, i guasti della dicotomia uomo/natura introdotta in tempi ormai lontanissimi dal monoteismo giudeo-cristiano.
Un terremoto, di per sé, non può essere né insensato né crudele: si tratta semplicemente di un evento naturale, che in quanto tale non ha alcun carattere di intenzionalità o di progettualità.
La cosa è talmente ovvia che mi imbarazza persino doverne parlare: eppure il fastidio che provo sentendo attribuire alla natura una volontà malvagia o dissennata che ne farebbe un’entità peggiore di Azathoth è tale che non posso starmene zitta.
Come concluderebbe un pedante, «tantum religio potuit suadere malorum»…
Credevo di aver capito male leggendo che Pat Robertson, l’ineffabile telepredicatore evangelista americano di cui occasionalmente mi sono già occupata, ha attribuito il disastroso terremoto di Haiti a un patto col diavolo stipulato un buon duecento anni fa dagli antenati degli attuali abitanti dell’isola caraibica.
Invece avevo capito benissimo, come conferma il seguente recentissimo articolo:
Terremoto ad Haiti, per Pat Robertson colpa di un patto col diavolo
Nel corso della trasmissione The 700 Club, andata in onda ieri sul Christian Broadcasting Network, il famoso tele-predicatore statunitense Pat Robertson ha così commentato il tremendo sisma che ha colpito Haiti causando la morte di migliaia di persone. Secondo Robertson, sarebbe la conseguenza di un patto col diavolo stipulato dagli abitanti di Haiti agli inizi dell’Ottocento per ottenere l’indipendenza dalla Francia: “gli haitiani chiamarono il diavolo e gli dissero che sarebbero stati servi suoi se lui li avesse liberati dalla Francia. Il diavolo disse ‘Va bene, d’accordo’, e da quel giorno nulla fu più come prima”. Per questo, ha affermato Robertson, “ottenuta l’indipendenza gli abitanti di Haiti sono passati da un disastro all’altro”. Per supportare la sua tesi, Robertson ha messo in risalto le differenze economiche tra Haiti e la confinante Repubblica Domenicana.
Le dichiarazioni di Robertson, personaggio influente della destra statunitense e non nuovo a uscite di questo genere, hanno portato al secco commento del portavoce della Casa Bianca, Robert Gibbs: “Non finisce mai di stupirmi il fatto che in momenti di sconcertante sofferenza umana come questi, qualcuno dica cose che possano essere così tremendamente stupide”.
A riprova del fatto che, come diceva Einstein, «soltanto due cose sono infinite: l’universo e la stupidità umana — e non sono sicuro del primo».