gen 30 2010

Bertolaso ministro

Promoveatur ut amoveatur?


gen 29 2010

Il secondo Manifesto di Hezbollah in italiano

Finalmente disponibile in italiano, sul sito della rivista Eurasia, il testo integrale del nuovo Manifesto politico del partito libanese Hezbollah, con una prefazione del curatore Pietro Longo.


gen 27 2010

Beirut International Forum: l'intervento di Nadine Rosa-Rosso

Ricevo da Nadine Rosa-Rosso e volentieri pubblico il suo intervento del 17 gennaio 2010 al Beirut International Forum. (La traduzione italiana è disponibile sul sito della rivista Eurasia).


L’agression sioniste contre Gaza de l’hiver 2008-2009 est la continuation de la guerre de colonisation commencée en 1947. Cette dernière guerre a été préparée politiquement, particulièrement pour le public occidental, par le placement, par les USA et l’Union européenne, du Hamas, du Jihad Islamique, du FPLP et de cinq autres organisations de résistance palestinienne sur la liste des organisations terroristes.

Or pour Dirk Marty, rapporteur au Conseil de l’Europe, « se trouver sur cette liste équivaut à une condamnation à mort ». L’offensive contre GAZA avait pour but clair d’exécuter cette peine de mort : liquider la résistance palestinienne à travers la destruction du gouvernement palestinien démocratiquement élu.

Ce que l’armée sioniste réalise avec ses soldats, ses avions, ses chars, ses bombes, les gouvernements européens le réalisent avec des lois qui criminalisent la résistance et ceux qui la soutiennent. Lutter contre l’agression et la colonisation signifie donc aussi aujourd’hui concrètement en Europe lutter pour le retrait des organisations de résistance palestiniennes de la liste des organisations terroristes.

C’est pour cette raison que j’ai lancé un appel le 1er février 2009 au retrait du Hamas et des autres organisations palestiniennes de la liste européenne des organisations terroristes.

Nous partons du point de vue que la question palestinienne n’est ni une question religieuse, ni une question humanitaire. C’est une question éminemment politique. Elle consiste à dénoncer le caractère colonial d’Israël et de toute sa politique et à reconnaître et soutenir comme légitime la résistance du peuple palestinien et de toutes ses organisations de résistance. Continue reading


gen 27 2010

«Avatar» secondo me

Mi toccherà andare a vedere Avatar. Mio figlio martella da settimane, ormai, e la capitolazione è imminente.
A giudicare dai trailer che ho visto, dalle recensioni che ho letto e dai commenti che ho sentito, mi sono fatta l’idea che il filmone sia per certi versi uno zoppicante remake in chiave fantascientifica e salsa ipertecnologica di quell’autentico capolavoro che fu, invece, Mission — epocale, uno dei dieci film da salvare.
La nuova storiellina di Cameron sembra semplice, e l’happy end assicurato.
Quanto al messaggio, mi sento di condividere largamente l’analisi di George Monbiot. Il quale non dice nulla di nuovo segnalando che la destra americana in blocco condanna il film, accusandolo di suscitare sentimenti antiamericani negli spettatori. È da un bel po’, ormai, che il prodotto “politica estera statunitense” non tira più come prima sul mercato “resto del mondo” (aperta parentesi: sarà per questo che preferisce tirare bombe e missili in Afghanistan e Iraq? A questa domanda non mi saprà rispondere nessun italiano, immagino, perché è noto che anche noi italiani stiamo in Afghanistan e Iraq, però in missione di pace: e per non farci sgamare dagli occhiuti servizi dello zio Sam ci stiamo con armi, bagagli e divise. Chiusa parentesi), quindi plausibilmente tutto ciò che abbia un sia pur lieve sentore di messa-in-dubbio-dei-valori-americani non sarà visto di buon occhio dagli States.

Anche in Italia, sembra, c’è parecchia destra che non apprezza per nulla Avatar: e anche qui non c’è nulla di cui meravigliarsi. Mi stupisce, invece, la recensione del film apparsa il 10 gennaio sull’“Osservatore romano” a firma di Gaetano Vallini, e che è stata additata generalmente come una stroncatura. Personalmente mi sembra che Vallini non dica niente di particolarmente malvagio nei confronti di Cameron e del suo film, limitandosi a denunciarne la superficialità — ciò che, come sottolinea Monbiot, non impedisce che il film costituisca un interessante stimolo alla riflessione.

Il guaio è che quando si parla di genocidi siamo tutti coinvolti — anche se ci crediamo assolti da condizionamenti secolari o considerazioni superomistiche (nessun riferimento a Nietzsche, si badi). Invece dovremmo, evangelicamente, imparare a non scandalizzarci troppo della pagliuzza nell’occhio altrui e preoccuparci un po’ di più della trave nel nostro: rilievo, mi si perdoni l’ardire, che non casualmente cade a ridosso di quella giornata che si vorrebbe dedicata a una memoria molto speciale.
E a proposito dei condizionamenti e delle considerazioni cui accennavo poc’anzi, in questi giorni mi trovo a discutere, in una piazza virtuale, dell’ottimo testo di David E. Stannard Olocausto americano. La conquista del Nuovo Mondo. Uno dei miei interlocutori l’ha liquidato come “un libello di propaganda antieuropea” — cosa che mi ha procurato sorpresa non minore di quando, molti anni fa, lessi che il Malleus maleficarum di Sprenger e Institor Kramer era, secondo Carolyn Merchant, “un pamphlet antifemminista” (preciso che il saggio della Merchant è, nonostante questo scivolone, uno dei testi più apprezzabili che abbia mai letto sull’argomento).
Ora, indipendentemente da come ci si vuol porre nei confronti della Conquista e del colonialismo/imperialismo eccetera, è innegabile che gli Spagnoli e i Portoghesi e i Francesi e i Tedeschi e financo gli Inglesi (anche se non gli piace sentirselo dire) siano europei, monoteisti a vario titolo e di pelle bianca o appena un po’ abbronzata — benché meno del presidente che piace al nostro presidente.
Il che dovrebbe suggerirci qualche considerazione su ciò che è divenuto il pianeta a partire da allora; e meditare sul fatto che se oggi ci troviamo come ci troviamo qualche responsabilità quegli europei monoteisti e di pelle bianca dovranno pure averla. E possibilmente trarne qualche conclusione o almeno qualche linea di vetta cui attenersi progettando il proprio agire — ci sarà pure qualcosa che vogliamo trasmettere a chi verrà dopo di noi…


gen 27 2010

Requiem per Bertolaso

Politicamente, Guido Bertolaso è un dead man walking. L’incauto aveva già osato rilevare una certa disorganizzazione nella gestione degli aiuti ad Haiti, ma qualche giorno dopo ha commesso un errore irreparabile tirando in ballo direttamente gli USA, quando ha dichiarato senza mezzi termini che «Gli americani tendono a confondere l’intervento militare con quello di emergenza» ed esprimendo altre riserve sulla macchina dei soccorsi.
Detto fatto, il segretario di Stato Hillary Clinton ha espresso tutta la sua disapprovazione, e a nulla è servito il fatto che anche la prestigiosa rivista The Lancet avesse denunciato la conduzione caotica degli aiuti e la smania di protagonismo delle oltre cinquecento Ong presenti sull’isola.
Il governo italiano si è prontamente dissociato dalle azzardate esternazioni di quello sventato di Bertolaso, e lunedì 25 gennaio, di pomeriggio, l’ambasciatore David Thorne ha chiesto al sottosegretario Gianni Letta la possibile sostituzione del reprobo, «reo di aver messo in difficoltà l’amministrazione Obama».
Bertolaso, poveretto, ha tentato di giustificarsi ma non ci è riuscito — il giustificazionismo si addice agli States e a nessun altro.
Solidale con Bertolaso, gli auguro che abbia un lavoro alternativo, perché questo mi sa che l’ha perso.


gen 21 2010

Le radici dell'Europa?

Fonte: lescienze.espresso.repubblica.it


Uno studio sul cromosoma Y

Antichi europei: il fascino degli immigrati agricoltori

Dall’analisi della distribuzione delle diversità all’interno dell’aplogruppo più frequente del cromosoma Y, risulta che esso si è diffuso in Europa da una unica fonte giunta dal Vicino oriente attraverso l’Anatolia

Gran parte dei maschi europei discenderebbe dai primi agricoltori che nel Neolitico, fra 10.000 e 7.500 anni fa, portarono l’agricoltura in Europa dalla “Mezzaluna fertile” nel Vicino oriente. A stabilirlo è una ricerca condotta da Mark Jobling, dell’Università di Leicester, Chris Tyler-Smith del Wellcome Trust Sanger Institute, Guido Barbujani dell’Università di Ferrara e collaboratori, pubblicata sulla rivista on line “PLoS Biology”.

Nel nuovo studio i ricercatori hanno esaminato la diversità relativa al cromosoma Y, che passa di padre in figlio. “Ci siamo concentrati sul più comune lignaggio relativo al cromosoma Y, di cui sono portatori circa 110 milioni di europei. Esso segue un gradiente da sud-est a nord-ovest raggiungendo una frequenza vicina al 100 per cento in Irlanda. Abbiamo esaminato come il lignaggio si è distribuito, com’è diverso nelle differenti parti d’Europa e quanto è antico”, ha osservato Jobling.

In particolare, la ricerca si è concentrata sullo studio dell’aplogruppo R1b1b2, contraddicendo precedenti studi che sulla base di una sua maggiore frequenza nelle regioni più occidentali avevano desunto che esso traesse origine dalle popolazioni paleolitiche di cacciatori-raccoglitori. Nel nuovo studio si mostra invece che, tenendo conto della distribuzione delle diversità all’interno dell’aplogruppo, la sua distribuzione geografica è spiegata molto meglio ipotizzando la sua diffusione a partire da una unica fonte giunta dal Vicino oriente attraverso l’Anatolia.

Ciò significa, osservano i ricercatori, che oltre l’80 per cento dei cromosomi Y europei derivino dagli agricoltori immigrati. Per contro buona parte del lignaggio genetico materno sembra derivare dai cacciatori-raccoglitori. “Questo - osserva Patricia Balaresque, prima firmataria dell’articolo – ci suggerisce un vantaggio riproduttivo per gli agricoltori rispetto ai cacciatori-raccoglitori nel corso del passaggio dalla cultura della caccia e raccolta a quella agricola. Forse allora appariva molto più sexy essere un agricoltore.” (gg)


gen 19 2010

«Avatar» secondo George Monbiot

Un eccezionale articolo di George Monbiot apparso martedì 12 gennaio 2010 su The Guardian. (La traduzione è mia).



Stucchevole, forse. Ma Avatar è un film profondo, importante e che dà da pensare

di George Monbiot

Avatar, lo strepitoso film in 3-D di James Cameron, è profondo e al tempo stesso profondamente insulso. Profondo perché, come la maggioranza dei film sugli alieni, è una metafora sul contatto fra culture diverse. Ma in questo caso la metafora è cosciente e precisa: questa è la storia dello scontro fra gli Europei e le popolazioni native dell’America. È anche profondamente insulso perché architettare un lieto fine richiede un impianto narrativo così stupido e prevedibile da far perdere di vista il pathos intrinseco del film. La sorte dei nativi americani è molto più aderente a quel che la storia racconta in un altro recente film, The Road, nel quale i sopravvissuti fuggono in preda al terrore, votati come sono all’estinzione.
Ma questa è una storia che nessuno vuole sentire, poiché rappresenta la sfida al modo in cui noi scegliamo di essere noi stessi. L’Europa è stata massicciamente arricchita dai genocidi nelle Americhe; e sui genocidi si fondano le nazioni americane. Questa è una storia che non possiamo accettare.
Nel suo libro American Holocaust, lo studioso statunitense David Stannard documenta i maggiori episodi di genocidio di cui il mondo abbia mai avuto conoscenza (1). Nel 1492, nelle Americhe vivevano all’incirca 100 milioni di nativi. Alla fine del XIX secolo, quasi tutti erano stati sterminati. Molti di loro erano morti a causa delle malattie. Ma l’estinzione di massa era stata accuratamente progettata.
Quando gli Spagnoli arrivarono nelle Americhe, descrissero un mondo che difficilmente avrebbe potuto essere più diverso dal loro. L’Europa era devastata dalle guerre, dall’oppressione, dalla schiavitù, dal fanatismo, dalle malattie e dalle carestie. Le popolazioni che gli Spagnoli incontrarono erano sane, ben nutrite, pacifiche (con qualche eccezione come gli Aztechi e gli Inca), democratiche ed egalitarie. Da un capo all’altro delle Ameiche i primi esploratori, compreso Colombo, sottolinearono la straordinaria ospitalità dei nativi. I conquistadores furono affascinati dalle costruzioni mirabili — strade, canali, edifici — e alle opere artistiche che trovarono laggiù, e che in alcuni casi superavano di gran lunga qualsiasi cosa essi avessero mai visto in patria. Niente di tutto questo li trattenne dal distruggere tutto e tutti sul loro cammino.
La mattanza ebbe inizio con Colombo. Fu lui a massacrare la popolazione di Hispaniola (ora Haiti e Repubblica Dominicana) servendosi di mezzi incredibilmente brutali. I suoi soldati strappavano i bambini dalle braccia delle madri e ne spaccavano la testa contro le rocce. Davano in pasto ai loro cani da guerra bambini vivi. Una volta impiccarono 13 Indiani in onore di Cristo e dei suoi 12 apostoli, «ad un patibolo lungo, ma abbastanza basso da permettere alle dita dei piedi di toccare il terreno evitando lo strangolamento […]. Quando gli indiani furono appesi, ancora vivi, gli spagnoli misero alla prova la loro forza e le loro spade, li squarciarono in un solo colpo facendo fuoriuscire le interiora, e c’era chi faceva di peggio. Poi gettarono intorno della paglia e li bruciarono vivi» [cit. da Bartolomé de Las Casas, History of Indies, trad. e cura di Andree Collard, Harper&Row, New York 1971, p. 94, in: David E. Stannard, Olocausto americano. La conquista del Nuovo Mondo, Bollati Boringhieri 2001, p. 136 — nota mia].
Colombo ordinò che tutti i nativi consegnassero un certo quantitativo di oro ogni tre mesi: ogni volta che qualcuno non lo faceva, gli venivano mozzate le mani. Nel 1535 la popolazione nativa di Hispaniola era passata da 8 milioni a zero: una parte delle perdite era dovuta alle malattie, una parte alle uccisioni, ma la maggioranza era dovuta alla morte per fame.
I conquistadores dispiegarono la loro missione civilizzatrice nell’America centrale e meridionale. Quando non riuscivano a rivelare dove fossero nascosti i loro mitici tesori, gli indigeni venivano frustati, impiccati, affogati, squartati, sbranati dai cani, sepolti vivi o bruciati. I soldati tagliavano i seni delle donne, rimandavano i nativi ai loro villaggi con le mani e i nasi mozzati appesi attorno al collo a mo’ di collana, e cacciavano con gli Indiani con i loro cani per sport. Ma moltissimi vennero uccisi dalla schiavitù e dalle malattie. Gli Spagnoli scoprirono che era più conveniente far lavorare gli Indiani fino alla morte e poi rimpiazzarli, piuttosto che tenerli vivi: l’aspettativa di vita nelle miniere e nelle piantagioni andava dai tre ai quattro mesi. Nel giro di un secolo dal loro arrivo, circa il 95% della popolazione dell’America Centrale e Meridionale era stata annientata.
Nel corso del XVIII secolo, in California, gli Spagnoli sistematizzarono questo sterminio. Il missionario francescano Junipero Serra impiantò una serie di “missioni”: si trattava in realtà di campi di concentramento che utilizzavano il lavoro degli schiavi. I nativi erano raggruppati a forza in squadre e fatti lavorare nei campi, con un quinto delle calorie concesse agli schiavi afro-americani nel XIX secolo. Morivano di stenti, di fame e di malattia con spaventosa rapidità, e venivano continuamente rimpiazzati liquidando così le popolazioni indigene. Junipero Serra, l’Eichmann della California, è stato beatificato dal Vaticano nel 1988. Adesso gli manca soltanto di aver operato un miracolo per essere fatto santo (2).
Mentre gli Spagnoli erano guidati soprattutto dall’avidità e dalla brama di oro, gli Inglesi che colonizzarono il Nord America volevano la terra. In New England essi accerchiarono i villaggi dei nativi americani e ne massacrarono gli abitanti mentre dormivano. Mentre dilagava verso occidente, il genocidio veniva giustificato e sostenuto ai massimi livelli. George Washington ordinò la totale distruzione degli insediamenti e della terra degli Irochesi. Thomas Jefferson dichiarò ch le guerre della sua nazione contro gli Indiani sarebbero proseguite finché ogni tribù non fosse stata «sterminata o sospinta al di là del Mississippi». In Colorado, nel corso del massacro di Sand Creek, nel 1864, truppe paludate sotto bandiere di pace trucidarono gente disarmata, uccidendo bambini e neonati, mutilando i corpi e strappando alle vittime i genitali per farne borse da tabacco o appenderli come ornamento ai loro cappelli. Theodore Roosevelt definì questo evento «un’azione legittima e giovevole come quelle che accadevano solitamente sulla frontiera».
La mattanza non è finite: il mese scorso il Guardian riportava che in Amazzonia occidentale dei rancheros brasiliani, dopo aver ridotto in schiavitù parte dei membri di una tribù della foresta, avevano tentato di uccidere i superstiti (3). Cionondimeno, i più grandi atti di genocidio della storia difficilmente turbano la nostra coscienza collettiva. Forse è questo che sarebbe accaduto se i Nazisti avessero vinto la seconda guerra mondiale: l’Olocausto sarebbe stato negato, giustificato o minimizzato nello stesso modo, e continuato. Le nazioni responsabili — Spagna, Gran Bretagna, Stati Uniti ed altri — non accetteranno il confronto, ma le soluzioni finali perseguite nelle Americhe sono state di gran lunga più efficaci. Coloro che le commissionarono o le avallarono sono e restano eroi nazionali o religiosi. Coloro che cercano di stimolare la nostra memoria sono ignorati o condannati.
Questo è il motivo per cui la destra odia Avatar. Sul Weekly Standard, di orientamento neocon, John Podhoretz lamenta che questo film assomiglia a uno di quei «western revisionisti» in cui «gli Indiani diventano bravi ragazzi e gli americani teppisti» (4). Dice anche che questo spingerà gli spettatori a «fare il tifo per la disfatta dei soldati americani per mano dei ribelli». Ribelli è una parola interessante per definire il tentativo di resistere a un’invasione: ribelle, come selvaggio, è il termine con cui definiamo qualcuno che ha qualcosa che noi vogliamo. L’Osservatore Romano, organo ufficiale del Vaticano, ha già bollato il film come «nient’altro che una parabola anti-imperialistica e anti-militaristica» (5).
Ma perlomeno la destra sa che cosa attacca questo film. Sul New York Times il critico liberal Adam Cohen celebra Avatar perché difende il bisogno di sapere la verità (6). Esso rivela, dice lui, «il ben noto principio del totalitarismo e del genocidio — che è più facile opprimere quelli che non vediamo». Ma con meravigliosa e inconscia ironia egli deforma l’ovvia dirompente metafora, e sostiene che il film prende di mira le atrocità naziste e sovietiche. Siamo diventati tutti esperti nella nobile arte di non vedere.
Concordo con i critici di destra sul fatto che Avatar è grossolano, stucchevole e banale. Ma esso ci parla di una verità più importante — e più pericolosa — di quelle contenute in mille film indipendenti.

Note:
1. David E Stannard, 1992. American Holocaust. Oxford University Press. Salvo diversa indicazione, tutti gli eventi storici qui menzionati sono tratti dal libro in questione..
2. http://www.latimes.com/news/local/la-me-miracle28-2009aug28,0,2804203.story
3. http://www.guardian.co.uk/world/2009/dec/09/amazon-man-in-hole-attacked
4. http://www.weeklystandard.com/Content/Public/Articles/000/000/017/350fozta.asp
5. http://www.thesun.co.uk/sol/homepage/news/2802155/Vatican-hits-out-at-3D-Avatar.html
6. http://www.nytimes.com/2009/12/26/ opinion/26sat4.html


gen 15 2010

Iniziative contro l'islamofobia

In Emilia Romagna, interessante ciclo di conferenze su Islamofobia: attori, tattiche, finalità.


gen 15 2010

Haiti: un terremoto "crudele ed insensato"?

In queste ultime ore che vedono alla ribalta la tragedia di Haiti, mi è capitato di sentire e leggere più volte i termini “insensato” e “crudele” in riferimento al terremoto che ha colpito l’isola caraibica.

Ciò che denuncia, una volta ancora, i guasti della dicotomia uomo/natura introdotta in tempi ormai lontanissimi dal monoteismo giudeo-cristiano.

Un terremoto, di per sé, non può essere né insensato né crudele: si tratta semplicemente di un evento naturale, che in quanto tale non ha alcun carattere di intenzionalità o di progettualità.

La cosa è talmente ovvia che mi imbarazza persino doverne parlare: eppure il fastidio che provo sentendo attribuire alla natura una volontà malvagia o dissennata che ne farebbe un’entità peggiore di Azathoth è tale che non posso starmene zitta.

Come concluderebbe un pedante, «tantum religio potuit suadere malorum»


gen 15 2010

«Il terremoto di Haiti? Un patto col diavolo»: parola di Robertson

Credevo di aver capito male leggendo che Pat Robertson, l’ineffabile telepredicatore evangelista americano di cui occasionalmente mi sono già occupata, ha attribuito il disastroso terremoto di Haiti a un patto col diavolo stipulato un buon duecento anni fa dagli antenati degli attuali abitanti dell’isola caraibica.
Invece avevo capito benissimo, come conferma il seguente recentissimo articolo:

Terremoto ad Haiti, per Pat Robertson colpa di un patto col diavolo

Nel corso della trasmissione The 700 Club, andata in onda ieri sul Christian Broadcasting Network, il famoso tele-predicatore statunitense Pat Robertson ha così commentato il tremendo sisma che ha colpito Haiti causando la morte di migliaia di persone. Secondo Robertson, sarebbe la conseguenza di un patto col diavolo stipulato dagli abitanti di Haiti agli inizi dell’Ottocento per ottenere l’indipendenza dalla Francia: “gli haitiani chiamarono il diavolo e gli dissero che sarebbero stati servi suoi se lui li avesse liberati dalla Francia. Il diavolo disse ‘Va bene, d’accordo’, e da quel giorno nulla fu più come prima”. Per questo, ha affermato Robertson, “ottenuta l’indipendenza gli abitanti di Haiti sono passati da un disastro all’altro”. Per supportare la sua tesi, Robertson ha messo in risalto le differenze economiche tra Haiti e la confinante Repubblica Domenicana.
Le dichiarazioni di Robertson, personaggio influente della destra statunitense e non nuovo a uscite di questo genere, hanno portato al secco commento del portavoce della Casa Bianca, Robert Gibbs: “Non finisce mai di stupirmi il fatto che in momenti di sconcertante sofferenza umana come questi, qualcuno dica cose che possano essere così tremendamente stupide”.

A riprova del fatto che, come diceva Einstein, «soltanto due cose sono infinite: l’universo e la stupidità umana — e non sono sicuro del primo».