Rosarno. Appunti a margine

Non riesco a trovare molto da dire sui fatti di Rosarno — hanno già detto praticamente tutto e il contrario di tutto gli altri.
Allora mi limito a qualche considerazione a margine, di quelle scarabocchiate in fretta a matita.

Gli eventi non sono funghi. Non spuntano all’improvviso dopo una notte di pioggia, e i segni che li premoniscono generalmente sono numerosi e persino evidenti. Gli immigrati di Rosarno non erano lì da una settimana, e il loro “impatto ambientale” sul tessuto sociale di Rosarno non è né recente né risibile.
Per la verità, di Rosarno e dei suoi ventennali squilibri s’era parlato giusto un anno fa, il 27 gennaio 2009, come a celebrare una memoria — questa sì — spesso e volentieri dimenticata. Anche il 14 dicembre 2008 qualcuno aveva parlato di Rosarno, riproponendo addirittura un’inchiesta del 2006, opera della giornalista inglese Felicity Lawrence e apparsa sul Guardian; e ancora ne aveva parlato il Guardian weekly il 12 gennaio 2007.

Poi, Rosarno è in Calabria. Terra aspra, terra di radici forti e indifferenti al mutare delle cose. Terra di clan, di codici d’onore, di norme non scritte ma incise a fuoco nelle viscere delle famiglie. A Rosarno, per esempio, nel 1977 Umberto Bellocco, appartenente all’omonimo clan, uccise anzi massacrò in modo efferato la cugina, il marito di lei e il figlio della coppia, un bimbetto di soli 8 anni. Il movente, pare, l’onore tradito dalla donna e rimasto invendicato per la troppa “bontà” del marito — tutti puniti, bambino compreso.
In una terra così, con una mentalità così, come la comunità degli immigrati possa trovare una sua nicchia tranquilla senza alterare equilibri e dinamiche è un mistero. Tirare in ballo il “razzismo” è un escamotage indubbiamente utile ma di scarsissima attendibilità.

Così non sto con quelli che, festanti, agitano il ditino saccente gongolando “l’avevo detto, io”; ma non sto neanche con quelli che vedono negli immigrati in rivolta il Quarto stato di Pellizza da Volpedo in versione consapevole e abbronzata.
Il mio cuore, com’è noto, batte per le belle bandiere nere e rosse di fine Ottocento; e in questa storiaccia fatico a non vedere l’ennesima epifania di un capitalismo non già respinto temporalmente, bensì solo spazialmente dislocato — perché in natura nulla si distrugge ma tutto muta stato e in definitiva si sposta. E non mi si dica che qui, in più, c’è assai verosimilmente la criminalità organizzata: giacché il capitalismo (post- o turbo- fa veramente ben poca differenza) di per sé è criminale, e nel suo meccanismo perverso la malavita (di strada o in guanti gialli fa veramente ben poca differenza…) c’inzuppa il pane.

1 Comment on Rosarno. Appunti a margine

  1. Concordo pienamente.

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