«Avatar» secondo me

Mi toccherà andare a vedere Avatar. Mio figlio martella da settimane, ormai, e la capitolazione è imminente.
A giudicare dai trailer che ho visto, dalle recensioni che ho letto e dai commenti che ho sentito, mi sono fatta l’idea che il filmone sia per certi versi uno zoppicante remake in chiave fantascientifica e salsa ipertecnologica di quell’autentico capolavoro che fu, invece, Mission — epocale, uno dei dieci film da salvare.
La nuova storiellina di Cameron sembra semplice, e l’happy end assicurato.
Quanto al messaggio, mi sento di condividere largamente l’analisi di George Monbiot. Il quale non dice nulla di nuovo segnalando che la destra americana in blocco condanna il film, accusandolo di suscitare sentimenti antiamericani negli spettatori. È da un bel po’, ormai, che il prodotto “politica estera statunitense” non tira più come prima sul mercato “resto del mondo” (aperta parentesi: sarà per questo che preferisce tirare bombe e missili in Afghanistan e Iraq? A questa domanda non mi saprà rispondere nessun italiano, immagino, perché è noto che anche noi italiani stiamo in Afghanistan e Iraq, però in missione di pace: e per non farci sgamare dagli occhiuti servizi dello zio Sam ci stiamo con armi, bagagli e divise. Chiusa parentesi), quindi plausibilmente tutto ciò che abbia un sia pur lieve sentore di messa-in-dubbio-dei-valori-americani non sarà visto di buon occhio dagli States.

Anche in Italia, sembra, c’è parecchia destra che non apprezza per nulla Avatar: e anche qui non c’è nulla di cui meravigliarsi. Mi stupisce, invece, la recensione del film apparsa il 10 gennaio sull’“Osservatore romano” a firma di Gaetano Vallini, e che è stata additata generalmente come una stroncatura. Personalmente mi sembra che Vallini non dica niente di particolarmente malvagio nei confronti di Cameron e del suo film, limitandosi a denunciarne la superficialità — ciò che, come sottolinea Monbiot, non impedisce che il film costituisca un interessante stimolo alla riflessione.

Il guaio è che quando si parla di genocidi siamo tutti coinvolti — anche se ci crediamo assolti da condizionamenti secolari o considerazioni superomistiche (nessun riferimento a Nietzsche, si badi). Invece dovremmo, evangelicamente, imparare a non scandalizzarci troppo della pagliuzza nell’occhio altrui e preoccuparci un po’ di più della trave nel nostro: rilievo, mi si perdoni l’ardire, che non casualmente cade a ridosso di quella giornata che si vorrebbe dedicata a una memoria molto speciale.
E a proposito dei condizionamenti e delle considerazioni cui accennavo poc’anzi, in questi giorni mi trovo a discutere, in una piazza virtuale, dell’ottimo testo di David E. Stannard Olocausto americano. La conquista del Nuovo Mondo. Uno dei miei interlocutori l’ha liquidato come “un libello di propaganda antieuropea” — cosa che mi ha procurato sorpresa non minore di quando, molti anni fa, lessi che il Malleus maleficarum di Sprenger e Institor Kramer era, secondo Carolyn Merchant, “un pamphlet antifemminista” (preciso che il saggio della Merchant è, nonostante questo scivolone, uno dei testi più apprezzabili che abbia mai letto sull’argomento).
Ora, indipendentemente da come ci si vuol porre nei confronti della Conquista e del colonialismo/imperialismo eccetera, è innegabile che gli Spagnoli e i Portoghesi e i Francesi e i Tedeschi e financo gli Inglesi (anche se non gli piace sentirselo dire) siano europei, monoteisti a vario titolo e di pelle bianca o appena un po’ abbronzata — benché meno del presidente che piace al nostro presidente.
Il che dovrebbe suggerirci qualche considerazione su ciò che è divenuto il pianeta a partire da allora; e meditare sul fatto che se oggi ci troviamo come ci troviamo qualche responsabilità quegli europei monoteisti e di pelle bianca dovranno pure averla. E possibilmente trarne qualche conclusione o almeno qualche linea di vetta cui attenersi progettando il proprio agire — ci sarà pure qualcosa che vogliamo trasmettere a chi verrà dopo di noi…

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